Benito Mussolini 1883/1945

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Benito Mussolini 1883/1945

Messaggio  Admin il Mer 23 Dic 2009, 03:07


Benito Amilcare Andrea Mussolini nasce a Varano di Costa, frazione di Dovia, comune di Predappio, il 29 luglio 1883, da Alessandro, fabbro ferraio, e da Rosa Maltoni, maestra. Nel dare questi tre nomi al figlioletto il padre, fervente socialista, volle rendere omaggio al ribelle messicano Benito Juarez e agli amici e compagni di fede Amilcare Cipriani e Andrea Costa.
Tre uomini che sono l’espressione del clima arroventato dai problemi sociali e insanguinato dai conflitti a fuoco, tre uomini che rappresentano i principali personaggi della letteratura politica, in particolare quegli eroi che gli uomini della Romagna, terra dell’avanguardia rossa e anarchica, devono imitare.
Benito cresce con l’enorme peso di questi tre nomi sulle spalle, sotto la spregiudicata guida politica del padre e in un ambiente dove il Cristo della madre è continuamente in lotta con il Marx del padre. Accovacciato in un angolo della fucina del genitore, quando questi non è per motivi politici in carcere, assiste, prima sbalordito, poi affascinato, alle riunioni, ai convegni che Alessandro Mussolini, assessore e vice sindaco, organizza e promuove.
Sono interminabili discussioni fatte a voce alta, pronostici di benessere e di gloria, programmi di barricate e rivoluzioni, nomi nuovi per il piccolo Mussolini: Marx, socialismo, internazionalismo, che si radicano nel suo spirito inquieto e formano il suo carattere già forte e ribelle.
Il corso di studi effettuato dal piccolo Benito è il seguente: dopo aver superato la prima e la seconda classe elementare, frequenta la terza e la quarta dal 1892 al 1894 nel Collegio dei salesiani di Faenza, nel 1894 la quinta al collegio << Giosuè Carducci >> di Forlimpopoli, la prima, la seconda e la terza classe della scuola tecnica dal 1895 al 1898, all’Istituto preparatorio ed infine, nel luglio del 1901, consegue il diploma d’onore di maestro elementare.
Nel febbraio del 1902, dopo aver chiesto invano il posto vacante di scrivano comunale a Predappio, Benito Mussolini è come supplente a Piede Saliceto, piccoli frazione di Gualtieri Emilia. In questo periodo il giovane maestro estende i suoi orizzonti di cultura politica col profondo studio di Marx, Babeuf, Proudhon, Owen, Fourier e Saint-Simon e l’impressione che ne riceve è negativa per il socialismo del suo paese. Non riesce a scorgere nessuna relazione tra le teorie di questi grandi che proponevano soluzioni drastiche, decisioni impegnative, azioni di sacrificio e di lotta per la creazione dell’uomo nuovo, dell’artefice della rivoluzione, e il socialismo dell’Italia, fatto di lunghe discussioni, di grosse parole ed aleatorie speranze promosse in ore estenuanti ai tavoli di osterie tra calici e bottiglie di vino. Si rende subito conto che per la rivoluzione di domani c’è tutto da rifare.
A Gualtieri Emilia Mussolini rimane fino al 9 luglio 1902, data in cui espatria in Svizzera, provando le più dure esperienze di lavori manuali, di miseria e di fame. Fa il garzone muratore, l’operaio, il garzone vinaio e conosce le umiliazioni, lo sfruttamento e le amarezze ai quali soggiacevano i nostri lavoratori in terra straniera.
Esperienza dura che mai dimenticherà nel suo futuro di gloria e di potenza, e che orienterà sempre la sua politica per assistere e proteggere con tutti i mezzi gli italiani all’estero.
Frequenta nuovi ambienti dove incontra russi, ungheresi, tedeschi e rappresentanti di tutte le razze e di tutti gli Stati con i quali stringe amicizia e si intrattiene in interminabili discussioni su Marx, Proudhon, Nietzsche, sorel e cento altri teorici e pensatori, dominato da un grande bisogno di sapere, affascinato dalle loro idee, dai loro sistemi che gli fanno dimenticare i tormenti della vita quotidiana. Introdotto nell’ambiente socialista, svolge un’attiva e feconda propaganda giornalistica e oratoria, prima nella Svizzera francese e poi in quella tedesca.
A Berna, nel 1903, in seguito all’organizzazione di uno sciopero viene arrestato e, sebbene prosciolto da ogni accusa, espulso per misure di polizia.
Sosta allora per breve tempo ad Annegasse, dove progetta invano di fondare la rivista << I tempi nuovi >> poi va a Ginevra, a Losanna e poi ancora a Ginevra. In questa città il 9 aprile 1904 viene arrestato sotto l’accusa di avere alterato la data di scadenza del passaporto e, pur non celebrandosi alcun processo, per la sua attività rivoluzionaria viene espulso dal cantone di Ginevra.
Essendo stato precedentemente condannato da Tribunale militare di Bologna ad un anno di reclusione per diserzione militare semplice, il provvedimento di espulsione provoca la reazione della stampa socialista svizzera che lo considera illegale in quanto, per le consuetudini internazionali allora vigenti, non si poteva rimandare al paese d’origine i renitenti di leva. In virtù dell’intervento del deputato socialista al Grand Conseil di Ginevra Adriano Wjss e del deputato radicale membro del Gran Consiglio del Canton Ticino Antonio Fusone, Mussolini, il 18 aprile 1904, viene rimesso in libertà a Bellinzona invece che a Chiasso.
Nel maggio 1904 Mussolini è a Losanna dove saltuariamente frequenta i corsi universitari estivi della scuola di Scienze Sociali e la biblioteca, traduce dal francese e dal tedesco, continua a scrivere per diversi giornali e tiene numerose conferenze.
Cedendo alle pressioni della madre, dopo che Vittorio Emanuele III, per la nascita del principe Umberto, ha concesso l’amnistia ai renitenti, rinuncia ad andare a New.York e il 20 novembre 1904 rientra in Italia.
A casa Benito Mussolini sostituisce sua madre nell’insegnamento fino al giorno della partenza per il servizio militare. Assegnato al 10° reggimento bersaglieri giunge a Verona l’8 gennaio 1905, da dove deve rientrare a casa il 17 febbraio appena in tempo per vedere spirare la madre. Il giovane Benito, per alleviare in parte i bisogni della famiglia, chiede di potere occupare per il periodo della licenza il posto lasciato libero dalla madre. Gli viene negato. Rientra al reggimento e, dopo aver completato il servizio da ottimo soldato, nel settembre del 1906 viene posto in concedo illimitato.
Giunto a Predappio, per concorso, gli viene assegnata la cattedra di Tolmezzo, in Carnia, dove rimane, insegnante nella seconda elementare, dal novembre del 1906 all’agosto del 1907. a Tolmezzo fa anche qualche lezione privata, incomincia a studiare il latino per iscriversi alla Reggia Accademia Scientifica e Letteraria di Milano per conseguire il diploma di lingue moderne, pubblica un numero unico nel quale per la prima volta si firma con lo pseudonimo di Vero Eretico. Il 25 novembre consegue il diploma per l’insegnamento della lingua francese nelle scuole medie.
Nel marzo del 1908 Mussolini è già ad Oneglia dove insegna lingua francese nella scuola tecnica privata annessa al collegio Ulisse Calvi e dove, per un certo periodo, fa anche l’istitutore. Ad Oneglia riprende con lena la sua attività giornalistica collaborando assiduamente al settimanale socialista. Commemora il 25° anniversario della morte di Carlo Marx e la scomparsa di Edmondo De Amicis; polemizza col << Giornale Ligure >>; scrive contro l’eccidio di Roma del 1908 e l’insegnamento religioso nelle scuole, a favore dello sciopero generale del 1904 e di quello agrario del 1908 di Parma; attacca Giolitti e Nunzio Nasi e si dichiara discepolo del teorico francese del sindacalismo rivoluzionario Giorgio Sorel.
Nel luglio del 1908 Mussolini, rientrato a Predappio, prende parte alle grandi agitazioni agrarie, provocate dalla rivalità tra braccianti e mezzadri, viene arrestato sotto l’imputazione di avere minacciato con un bastone un gerente di macchine trebbiatrici e condannato per direttissima dal tribunale di Forlì a tre anni di reclusione, ai danni e alle spese, con esclusione dal beneficio della legge del perdono.
Accolta la domanda di libertà provvisoria, la Corte di appello di Bologna, dopo quindici giorni, lo rimette in libertà e il 19 novembre, discusso il ricorso, gli riduce la pena a dodici giorni di detenzione con la concessione della non iscrizione al casellario giudiziario.
In questo periodo Mussolini pubblica uno studio sulla poesia di Klopstck, un luogo saggio su << La filosofia della forza >> di Federico Nietzsche, le recensioni di un libro di Giuseppe Forasteri, dei sonetti dialettali del poeta Aldo Spallicci e di un altro volume di Antonio Beltramelli. E’ il periodo in cui si definisce la sua personalità che incomincia a farsi luce oltre gli ambienti socialisti e al di là dei confini romagnoli.
Nel febbraio del 1909 Benito Mussolini è a Trento come segretario della locale segreteria del lavoro e direttore dell’organo dello stesso segretariato e del partito socialista trentino. Come sua abitudine, si mette all’opera con grande entusiasmo e scrive moltissimo, perfino sui più impensati argomenti; traduce dal francese e dal tedesco; tiene conferenze; risveglia il desiderio dalla soluzione dei problemi sociali tra i compagni; si attira la stima di tutti quanti lo conoscono e tra gli altri in modo particolare di Cesare Battisti che diventa uno dei suoi più cari amici.
A Trento Benito Mussolini riporta parecchie condanne: tre giorni di carcere per aver offeso con un trafiletto Don Dallabrida; tre giorni di arresto per ingerenza nelle mansioni di ufficio degli organi di pubblica sicurezza; sei giorni di carcere e cento corone di multa per avere tenuto una conferenza senza autorizzazione; tre giorni di arresto e trenta corone di multa, unitamente al deputato socialista Augusto Arancini, a Cesare Battisti e ad Angelo Pedrini per aver organizzato una dimostrazione di protesta ai danni del vice procuratore di Trento; sette giorni di arresto per avere offeso don Barra con l’articolo << Un cane idrofobo >>; cento corone di multa per non aver rispettato il paragrafo 24 della legge sulla stampa.
Mussolini, a Trento, arricchisce sempre più la sua esperienza e nuove inquietudini vengono ad accumularsi nel suo già complesso animo di rivoluzionario. Al culto della potenza, dell’eroismo, del disprezzo della vita comoda, della poca fiducia alle masse socialisteggianti, si aggiungono sentimenti nuovi suggeriti dalla vita di oltre frontiera, da una forma di nazionalismo ancora non palesemente rivelatosi che lo porta a difendere l’Italia e la sua razza di fronte agli stessi compagni austro-tedeschi.
Anche qui Mussolini riceve una grande delusione: il patriottismo manifestato ad ogni minima occasione dai compagni austro-tedeschi svuota del suo contenuto etico e politico l’internazionalismo del Partito Socialista.
Continua a lavorare come un titano: redattore-capo de << Il Popolo >> scrive articoli, polemizza con i giornali avversari, con Alice De Gasperi, e con quanti si rivelano anti-irredentistici; pronuncia discorsi, conferenze, manda articoli e saggi alla rivista di Lugano << Pagine Libere >>; scrive << Le figure di donna nel Guglielmo Tell dello Schiller >> e sul poeta e filosofo Augusto Von Platen; pubblica novelle; studia il francese, il tedesco e perfino il violino.
Dopo i disordini scoppiati in tutto il Trentino, a causa delle pressioni da parte delle autorità governative sugli italiani affinché vadano a rendere omaggio all’Imperatore Fratesco Giuseppe ad Innsbruck, la polizia, col pretesto di un presunto complotto politico, opera perquisizioni e arresti. Trovata negli uffici redazionali una lettera diretta ad un amico, Mussolini il 10 settembre 1909 viene arrestato sotto l’accusa di sedizione a commettere reato di diffusione di una stampa sequestrata. Dopo alcuni giorni gli viene notificato il decreto di sfratto dal territorio austriaco. Nonostante l’assoluzione dell’imputato per i reati addebitatigli da parte del tribunale di Rovereto, la protesta dei deputati Arancini, Adler e Pittoni al Ministro degli Interni Austriaco, la minaccia di sciopero generale della classe operaia trentina, l’arresto di Mussolini viene mantenuto ancora, poi viene accompagnato ad Ada e in osservanza allo sfratto, viene fatto proseguire per Verona. Mentre a Trento si proclama lo sciopero generale, a Roma il deputato Elia Musotto, in Parlamento, interpalla il Ministro degli Esteri sul caso Mussolini.
Dopo un banchetto d’addio offerto dai socialisti trentini, Mussolini, sempre più battagliero, rientra a Forlì appena in tempo per organizzare due comizi di protesta: uno per la fucilazione di Francisco Ferrer e l’altro per la venuta dello Zar in Italia.
Intanto continua nella stesura del romanzo << Claudia Particella – l’amante del cardinale >>, nella collaborazione ai diversi giornali socialisti e scrive la prima parte dell’opera << Il Trentino veduto da un Socialista >>. Nominato segretario della Federazione Collegiale Socialista Forlivese, crea << La lotta di classe >>, organo ufficiale della stessa federazione, del quale è Direttore.
Il 9 gennaio 1910, col primo numero de << La lotta di classe >>, inizia una intensa battaglia contro i riformisti di sinistra capeggiati dagli onorevoli Turati e Treves e i riformisti di destra guidati dagli onorevoli Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi. Al gruppo estremista rivoluzionario sono con lui Francesco Ciccotti, Costantino Lazzari, Giovanni Lerda, Elia Musetto, Giacinto Menotti Serrati ed altri, ma rappresentano una esigua minoranza rispetto alle altre due correnti socialiste.
Mussolini ingaggia una durissima lotta contro la forte compagine repubblicana romagnola che sostiene i mezzadri in opposizione al braccianti sostenuti dai socialisti. Si scatena una violenta polemica tra << La lotta di classe >> e << Il Pensiero Romagnolo >> organo dei repubblicani. Si creano due camere del lavoro, una rossa e una gialla, rispettivamente del Partito Socialista e di quello Repubblicano, squadre di crumiri cercano di far fallire gli scioperi e la dura lotta sfocia in vari fatti di sangue che provocano due morti, uno per parte.
Intanto Mussolini continua a svolgere intensa attività giornalistica e oratoria: commemora l’anniversario della nascita di Francisco Ferrer; la scomparsa del noto socialista Andrea Costa; scrive sul processo per i fatti di San Mercuriali e su questioni minori riguardante il comune; intraprende polemiche con gli anarchici milanesi, con i repubblicani di Ravenna e con << Il Pensiero Romagnolo >> sui meriti di Marx e Mazzini; dedica scritti a Padre Gemelli, ad un repubblicano di San Mauro e al Segretario della nuova Camera del lavoro di Ravenna, Gaetano Traxino; propone un contraddittorio a Don Grisolini; biasima l’operato della direzione del Partito e del gruppo parlamentare socialista; recensisce opere di Giorgio Ivetot, Paolo Valere, Alberto Malatesta, Paolo Orano, scrive il manifesto del primo maggio per conto della Federazione Collegiale Socialista; giudica male il Parlamento; combatte la massoneria; crea la rubrica Miscelani; scrive contro il repubblicano G.B. Pirolini, scrive sugli anticlericali, sulla caduta del Ministro Sonnino, sull’antimilitarismo in Austria, sulla formazione del Governo Luzzatti, sull’antiministerialismo del gruppo parlamentare repubblicano, sui fatti di Ravenna, Sull’incidente di Carpinello, sull’agitazione dei mattonai forlivesi, sul socialismo degli avvocati, sul sindacalismo, sulla legge di residenza argentina, sull’attentato consumato al Teatro Colon di Buenos Aires, sul sequestro di un articolo antimilitarista, sul blocco popolaresco nel consiglio provinciale nei fatti di Forlì. Partecipa alle assemblee generali della sezione socialista forlinese e ai congressi della sua federazione; pronuncia vari discorsi nel suo collegio e in uno di questi ha un contraddittorio con il segretario della fratellanza contadini Armando Casalini. Benito Mussolini partecipa attivamente, nell’interesse del suo gruppo, alla complessa preparazione dell’XI Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano.
Nel periodo che va dal 21 al 23 ottobre, durante il congresso, Mussolini riconferma la sua intransigenza rivoluzionaria nei confronti del socialismo riformista e critica aspramente i riformistici di sinistra che, pur osteggiando la partecipazione dei socialisti al Governo, appoggiano i ministeri borghesi col loro voto e i riformisti di destra che sono per il ministerialismo borghese.
Dopo la sconfitta congressuale Mussolini, durante una riunione di soli intransigenti, sostiene la necessità di staccarsi dal partito socialista, ma anche stavolta viene battuto da una mozione di Francesco Ciccotti il quale, pur non condividendo la condotta dei riformisti, è per l’unità.
A Forlì riprende la polemica con Pisolini; rettifica le alterazioni del << Pensiero Romagnolo >> e le affermazioni fatte da Giulio Barni; scrive su Giorgio Sorel, Sull’incompatibilità tra socialismo e massoneria, pubblica su << La Conquista >> e su << L’Avanti! >>, mentre instancabilmente continua nella sua propaganda oratoria.
Dal 19 novembre tace alcuni giorni in seguito alla scomparsa del padre.
In dicembre continua le critiche sull’operato del gruppo parlamentare socialista, e sul nazionalismo imperiale; scrive sul secondo Congresso Nazionale dei Sindacati Italiani e dedica un trafiletto a Torquato Nanni.
Diecine di articoli portano la firma , lo pseudonimo e lo stile di Mussolini nel suo ed in altri giornali di sinistra compreso l’Avanti!.
La sua attività giornalistica è sempre accoppiata a quella oratoria che si espleta nei ritagli di tempo in conferenze e comizi.
Nel gennaio del 1911, dopo aver commentato uno scritto de << La Fronda >>, scrive sul conflitto di Sidnej Street avvenuto tra due russi e la polizia inglese; inizia un dibattito col << Pensiero Romagnolo >> sulla concentrazione della ricchezza e su Carlo Marx; commemora la morte dell’anarchico Pietro Gori; prende parte ad una agitazione contro l’aumento del prezzo del latte.
In febbraio, nella qualità di direttore di << Lotta di Classe >> subisce, assieme al gerente responsabile Attilio Fabbri e ai due corrispondenti Armando Bergorsi e Ugo Furlani, un processo nel quale viene condannato al risarcimento dei danni e alle spese, mentre gli altri imputati prendono dieci mesi di reclusione ciascuno.
Nello stesso periodo viene condannato a dieci mesi di reclusione dalla Corte di Assisi di Firenze per un articolo antimilitarista nel quale si riscontrano i reati di vilipendio all’esercito, istigazione a delinquere, eccitamento all’odio.
Mussolini ha ormai una concezione tutta propria del come spendere la vita. Affronta qualsiasi rischio, accetta tutte le condanne senza il minimo turbamento. E’ un missionario, il missionario dell’ordine nuovo che non si cura minimamente dei sacrifici e dei pericoli. Per questo non gode eccessiva simpatia tra le classi dirigenti del Partito. Formidabile lavoratore, coraggioso combattente, instancabile rinnovatore, vuole che il partito cessi di essere il paradiso terrestre dei politicanti che ingrassano e si beano sulle spalle del popolo che quotidianamente ingannano. Per troppa gente il partito socialista è solo fonte di grossi stipendi e dispensatore di posizioni privilegiate. E poteva ben dirlo egli tutto ciò, egli che, pur essendo poverissimo e con una famiglia a carico, pur avendone tutti i diritti, egli che, con più titoli di altri, avrebbe potuto barattare i processi, i mesi di carcere, le espulsioni, la fame, i sacrifici e le privazioni di ogni genere con una comoda poltrona ed un lauto stipendio, cosa che con molto piacere i dirigenti gli avrebbero concesso pur di aggregarlo alla loro cerchia e di metterlo a tacere, egli che rifiuta l’aumento dello stipendio dicendo: << Dichiaro che rifiuto qualsiasi aumento. Non voglio divenire un canonico della organizzazione socialista >>.
Le centoventi lire mensili che gli vengono corrisposte per i suoi incarichi di Segretario della Federazione socialista di Forlì, di Direttore, Vice direttore, redattore, corrispondente, cronista e usciere, poiché fa tutto lui, di << La lotta di classe <<, di oratore ufficiale del partito, di conferenziere comandato e di altri di minore importanza, erano sufficienti appena a sfamarlo insieme alla famiglia, eppure Mussolini le reputa sufficienti. Scrive: < Il Socialismo è una cosa rude, aspra, fatta di contrasti e di violenze, una guerra, e, nella guerra, guai ai pietosi! Una cosa terribile, grave e sublime. Solo a questo prezzo potrà realizzarsi e non diventare una cuccagna per i politicanti e per i deboli. Non è affare di mercanti, non è un giuoco di politici, non è un sogno di romantici e tanto meno uno sport; è uno sforzo di elevazione morale e materiale, singolo e collettivo >>.
Ma nessuno dei dirigenti dà eccessivo peso a quanto va scrivendo Mussolini. La sua prosa breve, cruda, concisa, profondamente rivoluzionaria, mentre trova il massimo credo nelle masse socialiste non scuote assolutamente i magnati del partito che si limitano a sorridere e a compatire. Credono di essere troppo in alto e troppo ben piantati ai loro posti di onnipotenza per poter prendere in considerazione quanto un oscuro maestro, figlio di un povero fabbro, va scribacchiando.
Nessuno di loro si rende conto che Mussolini non è uno dei socialisti comuni, anzi non è assolutamente un socialista perché ideologicamente non condivide il loro socialismo, ma che rappresenta l’unico elemento fattivo che per la sua abilità sta coraggiosamente rivoluzionando la base del grande partito col sogno di un rinnovamento profondo della società e del Governo italiano.
Nessuno di loro si rende conto che il giovane Mussolini è riuscito ad attrarre sulla sua scia un numero rilevante di socialisti che, pervasi dal suo stesso spirito accentuatamente rivoluzionario, rappresentano un piccolo partito nella immensa impalcatura di quello grande, pronto ad approfittare del primo errore e della prima debolezza per sostituirsi a questo, scalzare i vecchi riformisti e valorizzare in pieno le proprie idee. In seguito alla visita dell’onorevole Bissolati, socialista riformista di destra, al Re Vittorio Emanuele III, Mussolini dopo una violenta accusa, dopo avere ingaggiato con quei riformisti una accesa polemica, condotta secondo il suo stile di campione del polemismo aggressivo, manda alla Direzione del partito a Roma il seguente telegramma: << Liquidate giolittiano, monarchico, realista Bissolati o cinquanta sezioni federazione forlivese abbandoneranno il Partito >>.
Il 23 aprile fa votare l’autonomia della federazione socialista forlivese.
Mussolini intanto continua a polemizzare con << La fronda >>, << La difesa >> e con << Il pensiero romagnolo >>, a disprezzare il Parlamento; scrive su una conferenza da Fabio Luzzato, sul trasferimento dell’Avanti!, sul convegno indetto dalla Confederazione Generale del Lavoro, mentre prosegue sempre più attiva la sua propaganda oratoria; nel solo 1° maggio tiene tre importanti discorsi. Il 30 aprile, durante un comizio di Mussolini e della Balabanoff a Villafranca, vengono in conflitto socialisti e repubblicani causando alcuni feriti. La stessa sera un gruppo di repubblicani armati organizza un’imboscata per attentare alla vita di Mussolini, che solo per un miracolo riesce a sfuggire all’insidia.
Continua sempre con un maggiore effetto di consensi l’attività giornalistica di mussolini, suoi articoli sono dedicati all’eccessivo risalto dato dalla stampa ai fatti di Villafranca; a smentire l’accusa che << Lotta di classe >> è solo in funzione antirepubblicana; agli ultimi avvenimenti della vita operaia italiana, all’argomento socialisti – mezzadria; all’arresto del socialista Mac Nomara negli Stati Uniti; all’<< Avvenire d’Italia >>; al Parlamento; alla Federazione socialista del Collegio di Forlì; al dissidio dei maestri forlivesi; al convegno degli anarchici romagnoli; alla rievocazione della figura del socialista Alessandro Balducci; alla critica della politica di Giolitti e del gruppo parlamentare socialista; a Carlo Pisacane; alla polemica con Pietro Nenni; alla lotta agraria in Romagna; al conflitto di Meldola tra repubblicani e socialisti; al movimento socialista forlivese; al commento di una conferenza tenuta a Forlì da Libero Tancredi. La sua attività oratoria diventa sempre più attiva.
Comizi e conferenza in ogni occasione lo vedono sempre valido ed efficace oratore. Dopo la unificazione delle Federazioni socialiste dei collegi di Forlì, Cesena, Rimini e Santo Arcangelo in unica federazione socialista intercollegiale romagnola, Mussolini parla a Forlì contro la spedizione dì Tripoli, partecipa attivamente allo sciopero generale di protesta contro l’impresa di Tripoli indetto dal gruppo parlamentare socialista e dalla confederazione generale del lavoro. Mussolini, contrario alla guerra, è sempre presente nelle agitazioni del proletariato forlivese e nelle azioni di sabotaggio.

Il 14 ottobre viene arrestato assieme a Pietro Nenni e Aurelio Lolli. Nel gennaio del 1912 viene tradotto a Bologna dove si concluse l’appello che gli riduce la pena a cinque mesi di carcere. In marzo, a Forlì, viene rimesso in libertà e riprende subito la sua attività giornalistica biasimando il gesto fatto dai deputati socialisti riformisti Bissolati, Bonomi e Cabrini, i quali, dopo il fallito attentato contro Vittorio Emanuele III, si erano recati al Quirinale a congratularsi col Re per lo scampato pericolo. In seguito a tale fatto propone l’espulsione dei tre deputati dal partito. Il 14 aprile dopo un anno di autonomia, e alla vigilia del Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano, il Consiglio Generale della Federazione Forlivese approva il rientro della Federazione nel Partito.
Mussolini è d’accordo per avere, come dichiara, maggiore possibilità, nel procedere alla epurazione del partito. Intanto persegue, con sempre maggiore entusiasmo, la sua attività giornalistica oratoria. Sostiene l’improrogabile necessità di tenere il congresso, esamina i rapporti tra Partito Socialista e Confederazione Generale del Lavoro, commemora la Comune e il primo maggio, scrive sulla rivolta dei socialisti ungheresi, sulla vertenza dei maestri elementari, su un libro di Napoleone Colajanni, sulla politica dei gruppi riformisti, polemizza con << La Romagna Socialista >>, partecipa al Convegno Intercollegiale socialista a Cesena, prende la parola al Congresso delle Federazioni Socialiste di Forlì dove annunzia la sua linea di condotta al XIII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano. La sua lotta giornalistica unita ad una intensa attività oratoria ha ingrossato di molto il gruppo rivoluzionario. Mussolini si presenta agguerrito al Congresso Nazionale Socialista, tenutosi dal 7 al 10 luglio, a Reggio Emilia. Dopo un violento atto d’accusa, contro il parere dei riformisti di destra e di sinistra, chiede l’espulsione dal partito di Bissolati, Bonomi e Cabrini. Ultimati i discorsi di Cabrini, Bonomi, Modiglioni, Podrecca, Balabanoff, Bissolati, Fasulo, Chiesa, Turati, Reina, Ciccotti, Zibordi e Berenini, si votano i tre diversi ordini del giorno presentati da Reina, Modiglioni e Mussolini; quest’ultimo tiene il primo schiacciante successo con 12.556 voti contro i 5633 dei riformisti di destra e i 3250 dei riformisti di sinistra.

Il 13° congresso, soprattutto per la poderosa influenza di Mussolini, oltre a decretare l’espulsione di Bissolati, Bonomi e Cabrini dal Partito, allontana dalla direzione nazionale Treves, Turati, Prampolini e Modiglioni. La nuova direzione viene formata dai socialisti rivoluzionari Gregorio Aquini, Giovanni Bacci, Angelica Balabanoff, Egisto Cagnoni, Alceste Della Seta, Domenico Fioritti, Costantino Lazzari, Enrico Mastracchi, Elia Musetti, Benito Mussolini, Celestino Ratti, Filiberto Smorti, Euclide Trematore, Adolfo Zerbini, tutti del gruppo Mussolini. Dopo il congresso, rientrato a Forlì, collabora assiduamente anche all’<< Avanti! >> e alla << Folla >>. Scrive articoli su Giorgio Sorel, sul 13° Congresso, in polemica col << Pensiero Romagnolo >>, sul caso Ettore e Giovannitti, sulla questione delle indennità ai giornalisti socialisti, contro Paolo Orano e Tommaso Monicelli, su un volume di Halévy, su Luigi Bretoni, contro il nazionalismo, sulla guerra italo –turca, contro il giornalismo nazionale, su Amilcare Cipriani e su altre centinaia di argomenti. In settembre compie un giro di propaganda nelle Puglie. In ottobre, costituitesi in federazione provinciale le sezioni socialiste della provincia di Forlì, viene eletto Segretario della Federazione.
In novembre la Direzione Nazionale del Partito Socialista Italiano, riunitasi a Roma, vota all’unanimità la nomina di Mussolini a Direttore dell’Avanti!. trasferitosi a Milano per assolvere il suo nuovo compito, parla durante un comizio internazionalista indetto contro l’eventualità di un intervento europeo nei Balcani. Il 14 dicembre Mussolini si congeda dai lettori di << Lotta di Classe >> e dai socialisti forlivesi e intensifica la sua attività giornalistica sull’Avanti!.
Scrive sulla rinnovazione della triplice alleanza, sulla conferenza di Londra, tra i delegati della Turchia e degli Stati Balcani, sulla conferenza per la tutela degli interessi europei, sui sanguinosi conflitti tra dimostranti e forza pubblica di Rocca Gora, di Baganzola, di Cervara e di Comiso, sulla interpellanza alla camera e la relativa risposta dell’onorevole Falcioni per gli eccidi del sei gennaio, sull’ordine del giorno della Direzione del Partito Socialista Italiano, contro gli eccidi sul primo congresso dei socialisti riformisti. Scrive si Andrea Costa, sui problemi interni e quelli coloniali, sul partito socialista francese, sul partito socialista italiano, contro gli armamenti, sullo sfratto dell’Avanti! dall’Austria, sul programma del partito socialista italiano e sul suo sviluppo, contro la candidatura di Innocenzo Cappa. Polemizza con Giacinto Menotti Serrati, con << Il Lavoro >> di Genova, con Ivano e Bonomi, con Bissolati, con Zibordi, con Treves, con Turati, con Alceste De Ambris e con Cabrini. Prende parte alle assemblee della sezione socialista Milanese; tiene parecchi discorsi, in uno dei quali sostiene un contraddittorio con Guido Podrecca; svolge il terzo corso della << Scuola di Cultura Socialista >>.
Il 19 maggio 1913, durante lo sciopero generale economico metallurgico a Milano, viene arrestato il segretario dell’Unione Sindacato Milanesi, Filippo Corridoni. Mussolini aderisce al comizio di protesta. Aderisce anche allo sciopero del personale del materiale mobile ferroviario.
Intanto continua le polemiche con l’Azione Socialista e la Critica Sociale, recensisce un libro di Panfilo Gentile, istituisce la rubrica polemica << Punti sugli i >>, scrive sullo sciopero generale, sullo sciopero dei falegnami di Marsiglia, sulle polemiche ferraresi, polemizza con la << Giustizia >> e << Il Secolo >>, con Enrico Leone, coi sindacalisti e con Tommaso Monicelli, recensisce un libro di Franz Cumont; interviene all’Assemblea della sezione socialista milanese nella discussione sui provvedimenti da prendere a carico dei socialisti iscritti all’Unione Sindacale, esamina la relazione programmatica ministeriale circa lo scioglimento della Camera e la data delle nuove elezioni. Rifiuta tutte le candidature ma infine deve accettare per il collegio di Forlì; porta alla campagna elettorale politica del partito socialista la forza del suo irrequieto dinamismo e della sua abilità polemica e barricadiera. Ottiene solo 3312 voti su 12.000 socialisti, perciò non viene eletto, ma il suo partito raggiunge un milione di voti.
Le elezioni del 2 novembre 1913 una vittoria del Partito Socialista Italiano.
Intanto Mussolini che, fin dal suo incarico a Direttore, aveva incominciato a rivoluzionare il contenuto dell’Avanti!, dandogli una sostanza più energica e decisiva ad una passionalità di gran lunga più ben accetta che non quella di Treves, Turati e Prampolini, porta la tiratura del giornale da 40 mila a 100 mila copie. L’Avanti! diventa veramente un giornale; pur non osservando perfettamente i canoni del socialismo ufficiale, e forse in modo particolare per questo, è atteso con ansia e letto con avidità in tutte le sezioni socialiste d’Italia. C’è qualcosa di nuovo, di profondamente e decisamente rivoluzionario negli articoli di Benito Mussolini che affascina il popolo e fa inorridire i socialisti riformisti. << E’ un poetino che ha letto Nietzsche >> ripete Anna Kuliscioff, in tutte le occasioni, cercando di sminuire la personalità di Mussolini. E il poetino, con una chiaroveggenza di politico ispirato, incomincia a presentire che di fronte alla prova che richiederà la situazione mondiale e che già si intravede all’orizzonte, il numeroso partito socialista, legato dai pregiudizi riformistici, indebolito nella sostanza dalle posizioni di comodo pacifiste e parlamentari, non potrà opporre alcuna azione valida, perciò scrive << Alla quantità noi preferiamo la qualità >>, << Ci chiamino pure romantici, ma noi fermamente crediamo che in piazza e non altrove si combatteranno - maturi i tempi e gli uomini – le nostre decisive battaglie >>.
Il 22 novembre 1923, pubblica il primo numero di << Utopia >>, rivista tutta sua la quale gli consente di manifestare ancora più chiaramente i suoi orientamenti politici che, sebbene sempre con l’etichetta socialista, denunziano una forza rivoluzionaria che in realtà nel partito non esiste.
Durante il XIV Congresso del Partito Socialista Italiano, tenutosi ad Ancona dal 26 al 29 aprile 1914, Mussolini riceve dal Congresso l’attestato dei successi conseguiti dall’Avanti! con la sua gestione. Propone l’incompatibilità tra socialismo e massoneria, proposta che viene accettata a larghissima maggioranza, ma a fine congresso resta deluso, come confida a qualche amico, dalla impressione che l’impulso rivoluzionario da lui propugnato sia sopportato a malincuore dai santoni de socialismo.
L’8 giugno, in seguito all’uccisione di tre anarchici, in tutta Italia si proclamo lo sciopero generale. Presto degenera, specie nelle Marche e nella Romagna, in cruenti conflitti disordinati. Lo ammiraglio Cagni riesce prontamente a domare i moti e i suoi marinai hanno subito facile ragione dei ribelli che, mal guidati,non pensano alla rivoluzione socialista bensì a compiere vendette personali con ogni tipo di violenze, a vuotare le cantine e a percorrere le città schiamazzando disordinatamente. Mussolini incita sull’Avanti!, ricorda ai socialisti gli ideali della rivoluzione, li chiama a raccolta per valorizzare quell’occasione rivoluzionaria ma, come aveva previsto, il numeroso partito di fronte al pericolo si eclissa e lascia morire la << settimana rossa >> in una tragica farsa.

L’11 giugno cessa lo sciopero.
Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, alcune pistolettate sparate dallo studente serbo Gravilo Prinkip contro l’Arciduca ereditario d’Austria Francesco Ferdinando e la consorte che rimangono uccisi, sono la scintilla che accende la conflagrazione che allagherà la Europa di sangue. Il 23 luglio il Governo austriaco presenta l’ultimatum alla Serbia; il 26 luglio mobilita le sue forze e lo stesso fanno la Russia, la Germania e il Belgio; il 28 Austria e Ungheria dichiarano guerra alla Serbia.

L’Europa è in fermento, diecine di eserciti si muovono per raggiungere le frontiere da difendere, e mentre in Italia il socialismo ufficiale continua a dileggiare i nomi di Patria, confini, territorio nazionale, bandiera, eroismo, i socialisti tedeschi e austriaci si allineano cogli eserciti dei loro Stati.

In Italia futuristi, nazionalisti, sindacalisti, alcuni per raggiungere un miglior assetto sindacale, altri per completare l’unificazione del territorio nazionale , sono per la guerra.
Mussolini con nell’animo la tragica delusione della << settimana rossa >>, insoddisfatto delle possibilità del socialismo, convinto che le forze di sinistra non arriveranno mai alla rivoluzione, incomincia a staccarsi dall’atteggiamento ufficiale del partito socialista, crede che il neutralismo assoluto lascerà su una posizione stagnante il suo partito, mentre una guerra provocherà capovolgimenti tali da dare la spinta definitiva alle forze del lavoro per la conquista del potere. Invitato ad uscire dall’equivoco, tra gli altri anche da Cesare Battisti e da Prezzolino, egli si trova a dover decidere se continuare a dirigere il giornale che deve essere l’espressione del neutralismo o a seguire l’impulso interventista.
Dopo l’invasione del Belgio e di fronte all’atteggiamento dei socialisti austro-tedeschi, che di colpo erano diventati i più fanatici assertori degli interessi nazionali, decide per la guerra rivoluzionaria.

Il 20 ottobre 1914 si dimette dalla carica di direttore dell’Avanti! e il 15 novembre dà inizio alla pubblicazione del suo giornale << Il Popolo d’Italia>>; l’attività giornalistica e oratoria di quei giorni è la più intensa della sua vita.

Dona tutto all’intervento:articoli, comizi, conferenze, dimostrazioni; tutto fa e subisce: arresti, processi, sfide, duelli, minacce, risse. Dopo pochi giorni, il 24 novembre, è espulso dal partito socialista italiano. << Peccato – griderà Lenin – avete perduto il solo uomo capace di portarvi alla rivoluzione >>.
E alla rivoluzione pensa Mussolini mentre propugna l’intervento a fianco della Francia, dell’Inghilterra, del Belgio, della Russia e della Serbia, a quella rivoluzione nazionale che invano avrebbe atteso tra le file del partito socialista.
Ai socialisti e all’Avanti!, che lo attaccano ferocemente, Mussolini risponde che bisogna dare una dignità al popolo, bisogna completare il processo unitario della nazione, ridare l’autorità allo Stato e per arrivare a tanto bisogna fare la guerra e dopo la guerra la rivoluzione.
Unitamente a D’Annunzio e a Corridoni determina la decisione per l’intervento dell’opinione pubblica e della piazza. Mette a servizio dei Fasci d’Azione Interventista tutte le sue energie e mentre i consensi dei giovani, dei nazionalisti di ogni corrente, degli ex combattenti, degli ex socialisti e degli operai premiano la sua massacrante fatica, si prepara a portare in trincea la sua vita in una offerta spontanea disinteressata, alla, fino allora misconosciuta Patria.

Benito Mussolini, l’uomo che per un quarto di secolo diresse le sorti d’Italia, l’uomo più amato e più dileggiato degli ultimi sessantaseanni era soprattutto un italiano.
Arrecheremmo certo la più grave offesa alla sua memoria se noi volessimo minimamente confondere la sua figura di italiano a quella dei capi di governo che lo precedettero, fatta eccezione per Cavour, anche in considerazione della sua immatura morte che non gli consentì di esternare tutto il suo acume politico e la sua abilità di statista.
Degli uomini politici riemersi dopo la sua caduta nessuno regge al paragone. A parte i loro meriti, tutti discutibilissimi, i << migliori >> si sono declassati sempre per le loro tendenze antitaliane. L’austro-italiano Alice De Gasperi alla prima occasione esternò, non richiesto, il rammarico per non aver avuto figli maschi da poter mandare all’estero, perché l’estero è il solo avvenire degli italiani.
L’italo-russo Palmiro Togliatti, come in data 14 marzo 1946 pubblica la << Nuova Penna >> di Reggio Emilia, dichiarava in occasione del 16° Congresso del Partito Comunista, svoltosi a Mosca nell’estate del 1930, le seguenti parole: E’ motivo di particolare orgoglio per me l’aver abbandonato la cittadinanza italiana per quella sovietica.
Io non mi sento legato all’Italia come alla mia Patria, ma mi considero cittadino del mondo. Dico il mondo che noi vogliamo vedere unito attorno a Mosca agli ordini del compagno Stalin.
E’ per me motivo di particolare orgoglio aver rinunziato alla cittadinanza italiana, perché come italiano mi sentivo come un miserabile mandolinista.
Come cittadino sovietico sento di valere diecimila volte di più del migliore cittadino italiano >>.
E che dire di Pietro Nenni, l’elemosiniere delle sanzioni contro l’Italia?
Quale enorme differenza tra questi denigratori incalliti e l’uomo di Predappio che lavorò accanitamente come un gigante tutta una vita per far grande l’Italia e per dare benessere, prestigio e gloria all’italiano. << Periscano tutte le fazioni, anche la nostra, ma sia grande la Patria italiana >>, gli faceva gridare lo sterminato amore per il suo paese e il suo popolo. << Ognuno si metta bene in mente che quando si tratta della sicurezza dei nostri territori e della vita dei nostri soldati, noi siamo pronti ad assumerci tutte, anche le supreme responsabilità >>.
Per lui l’italiano era sacro anche nelle vesti di avversario del suo Governo. Durante la Repubblica Sociale, spinto da questo suo sentimento di italianità, ebbe parole di elogio e di fierezza per l’eroico comportamento dei bersaglieri dell’esercito badogliano dinanzi a Cassino; per lo stesso sentimento, nello stesso periodo, nonostante la difficile situazione alimentare del nord, si preoccupava costantemente di tutti gli italiani, e superando difficoltà enormi, riuscì ad inviare convogli su convogli di viveri, indumenti e medicinali proprio a quegli italiani che si erano rifiutati di aderire alla sua repubblica ed avevano preferito restare in Germania nella qualità di prigionieri di guerra; così come durante la guerra di Spagna egli raccomandò ripetutamente a Franco di non infierire contro gli avversari italiani che militavano coi rossi, durante le azioni di rappresaglia nelle zone occupate. Nemmeno i più velenosi avversari politici, se hanno ancora il benché minimo senso di onestà, possono disconoscergli questa grande qualità, e, ad onor del vero, in molte opere rievocative, biografiche, narrative e storiche che estimatori e avversari scrissero durante il suo governo e dopo la sua morte, su di lui, quasi tutti, italiani e stranieri sono concordi nell’ammettere questa sua innata passione per il suo popolo.
Certo ancora oggi la vera personalità e il vero volto di Mussolini sono deturpati o troppo abbelliti secondo le passioni che suggeriscono chi li descrive, ma quando la propaganda, l’esaltazione, l’infatuazione, la faziosità e il fanatismo di parte avranno ceduto il passo alla verità storica, sulla scorta di documenti ineccepibili, saranno tutti concordi almeno su questo: ogni attimo di Mussolini fu dedicato e speso solo per il bene dell’Italia e del suo popolo.
Cadranno tutte le falsità e le turpitudini montate contro di lui a sostegno esclusivo delle ideologie politiche, ed avremo del Mussolini, rivoluzionario, statista e legislatore la fisionomia e il valore reale che saranno cesellati nella storia.
Nessuno negherà il merito d’aver tratto il paese dal caos del dopoguerra, d’averlo sottratto al fascino del comunismo dove le agitazioni violente lo stavano buttando, d’averlo plasmato nella sua coesione nazionale, fino ad assurgere a grande Potenza verso la quale si riversarono i più alti consensi e il rispetto dei popoli.
Il programma col quale Mussolini diede la scalata al governo, come abbiamo visto non solo venne realizzato in pieno ma con l’andar del tempo venne arricchito con aggiornati e perfezionamenti.
Vi riuscì, diremmo con estrema facilità, nonostante le disgraziate condizioni dell’Italia del dopo guerra e la difficile malleabilità del popolo, diseducato da decenni di malgoverno, perché possedeva l’arte di far leva su tutti i valori spirituali, di esaltare la mente e il cuore al più elevato senso nazionalistico e patriottico, possedeva, una meravigliosa resistenza fisica, una grande passione per il lavoro e tutte le buone qualità del vero statista. Amato e seguito dalla maggioranza degli italiani, ammirato ed esaltato dai più grandi uomini stranieri, realizzò veramente miracoli.
Oggi Mussolini ci viene presentato, in genere da coloro che non sono assolutamente in grado di capirne il valore storico e l’elevatezza geniale, come un tiranno sanguinario, un feroce persecutore, un criminale,un guerrafondaio, un megalomane, un vigliacco, un approfittatore, tragico buffone.
CONTINUA


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Benito Mussolini 1883/1945

Messaggio  Admin il Gio 24 Dic 2009, 00:13

CONTINUO
In seguito esamineremo brevemente al lume della cronaca che domani sarà storia, se veramente queste definizioni possono attribuirsi a Mussolini.

Mussolini tiranno sanguinario: secondo la testimonianza di un valente giornalista straniero, Mussolini pianse alla notizia della morte per incidente di tre aviatori italiani; egli si rifiutò ostinatamente per parecchio tempo, nonostante gli attentati alla sua vita, di emanare le leggi eccezionali per la difesa dello Stato, e quando cedette alla pressione dei suoi seguaci e di gran parte del popolo lo fece a malincuore e quando gli fu possibile cercò di ridurre le conseguenze; durante i suoi vent’anni di governo, nonostante i tribunali speciali, in Italia vi furono solo tre fucilazioni e tutte e tre per responsabilità contro lo Stato, provate e confesse; nei primi anni della vita parlamentare, preoccupato di evitare il benché minimo spargimento di sangue fra italiani, pur disponendo di una forza di gran lunga superiore a quella avversaria, si fece promotore e firmò un patto di pacificazione che non poté essere utilizzato per la mancata adesione dei comunisti; è stato provato e riprovato dopo la sua morte che non ebbe nessunissima partecipazione al delitto Matteotti, tragico fatto che lo addolorò e colpì più che ogni altro; testimoni di indiscussa fede, parecchi dei quali antifascisti di sempre, tra cui il giornalista Carlo Silvestri, hanno dichiarato che Mussolini si adoperò per salvare dalla giusta reazione tedesca quanti più partigiano possibili; migliaia di quest’ultimi, tra cui noti capi, debbono la loro salvezza al personale energico intervento di Mussolini; saputo della progettata fucilazione di Pietro Nenni, arrestato in Germania dai tedeschi, intervenne tempestivamente e non ebbe pace se non quando lo ebbe sottratto dalle mani germaniche; durante il periodo del suo governo, con raccomandazioni, sovvenzioni e assistenze di ogni genere, s’interessò ed aiutò moltissimo i familiari del generale Capello, dell’on. Tito Zaniboni, cioè di coloro che avevano attentato alla sua vita, e un pò di tutti coloro che gli avevano fatto del male; conquistato il potere con una rivoluzione, poteva benissimo assidersi da << tiranno >> e far da padrone sull’Italia, invece formò un governo di coalizione riservando una minima partecipazione al suo partito e allo scadere del termine stabilito all’atto della concessione, rinunciò ai pieni poteri senza chiedere la proroga; auspico sempre la distensione e la collaborazione e solo quando gli avversari politici fecero di tutto per riportare l’Italia nel caos, Mussolini, vista impossibile ogni altra soluzione, cedendo alle pressioni degli uomini più influenti ed attivi del partito si orientò per il regime autoritario . << Quando si tratta degli interessi e dei valori morali fondamentali della Nazione, non ho più il feticismo della libertà >> disse. Da quel momento si rivelò assolutamente indispensabile la politica di polso, il sistema dell’autorità per poter attuare il programma di ricostruzione nazionale e di pacificazione sociale. In lui era principalmente presente la volontà di ridare l’autorità allo stato e per questo scopo si servizi del partito fascista. Nella circolare del 5 gennaio 1925 precisò ai prefetti l’ordine di esercitare la loro autorità senza dividerla con nessuno, neppure coi dirigenti del partito, il quale era semplicemente << uno strumento consapevole dell’autorità dello Stato >>.
Il prefetto doveva difendere lo Stato contro chiunque, tutelare l’ordine morale, controllare le amministrazioni locali, segnalare gli approfittatori, gli esibizionisti, i pusillanimi, i disturbatori e tutti coloro che vivevano senza una chiara e pubblica attività; doveva individuare i bisogni inespressi e le troppe miserie nascoste onde poter bonificare moralmente e politicamente e, senza demagogia e servilismi, apportare del bene al popolo. In quella circolare diceva ancora << Bisogna ben mettersi in mente che qualunque cosa accada o mi accada, l’epoca delle rappresaglie, delle devastazioni, delle violenze, è finita;e soprattutto, qualunque cosa accada o mi accada, i prefetti dovranno impedire con ogni mezzo, dico ogni mezzo, il semplice delinearsi di manifestazioni contro sedi di rappresentanti stranieri. I rapporti tra i popoli sono troppo delicati e possono avere tali sviluppi, che è assolutamente intollerabile che essi siano alla mercé di dimostrazioni irresponsabili o di agenti provocatori in cerca del fatto irreparabile >>.
Come è chiaro lo Stato autoritario lo vollero i suoi avversari politici ed egli dovette attuarlo per il bene della Nazione e non certo per quello del suo partito, poiché è risaputo che ogni suprema direttiva e ogni riforma di struttura furono volute dal Gran Consiglio, dal Governo e dal Parlamento e mai dal Partito, e anche se quegli organi erano formati da elementi partitari non si può parlare di tirannia mussoliniano perché ogni decisione era affidata ad altri uomini che potevano in qualsiasi momento estromettere Mussolini:quello che avvenne nella seduta del 25 luglio 1943 avrebbe potuto verificarsi anche prima.
Mussolini non aveva dunque l’animo del tiranno sanguinario, del feroce persecutore, del criminale; bensì una naturale predisposizione a far del bene e ad aiutare il più possibile chi ne aveva bisogno. Figlio della miseria e della fame anche lui, tenne sempre presente nel periodo della gloria e della potenza i bisogni del popolo più umile e, nel cercare di risolverli, giustificò sempre gli errori commessi da chi tali bisogni soffriva.
Nella sua naturale sensibilità generosa, condannò sempre e col più manifesto disprezzo i tiranni come Hitler che nella notte di San Bartolomeo del 1934 fece fucilare 5.000 tedeschi di cui moltissimo suoi fidi seguaci fin dalla prima ora, dei quali per molti eseguì personalmente l’esecuzione, o come Stalin che durante la sua dittatura fece massacrare centinaia di migliaia di russi e spopolò intere regioni relegandone i popoli in Siberia.
Si potrebbe dire che avallò con l’alleanza militare la ferocia di Hitler e per ciò è da definirsi << tiranno sanguinario >> e allora che dire di Roosevelt e di Churchill che si allearono con Stalin, nella sua tirannia mille volte più sanguinario di Hitler?
<< Il governo fascista, - disse Mussolini, - vuole che si risalga nei secoli a trovare le tracce inconfondibili del genio italiano. E’ questo il monumento più grandioso di riconoscenza e di orgoglio che una generazione, cosciente dei rinnovati destini della patria, può erigere alla gloria della sua stirpe >>. Genio della civiltà, non della tirannia.

Mussolini venale: non fu né approfittatore né tantomeno venale. Migliaia di testimoni potremmo citare a dimostrazione di questa nostra affermazione, ci limiteremo ad accennarne qualcuna:
Mussolini fin dai suoi primi anni di governo rinunciò a tutti gli stipendi o emolumenti che gli venivano dalle diverse cariche e si adagiò a vivere con i soli proventi del suo giornale; nel corso della sua vita gli vennero regalate da italiani e soprattutto da stranieri decine di ville che egli passò automaticamente ad istituzioni di utilità pubblica; tutti i regali in preziosi, opere d’arte ed altro, destinati a lui e ai suoi familiari, e perfino i compensi che gli spettavano per gli articoli e le pubblicazioni, mam mano che gli pervenivano, venivano assegnato a istituti di beneficenza e a musei; personalmente aveva desiderato di riacquistare il vecchio podere dei suoi, ma quando il notaio Zimbelli, che curava i suoi interressi, gli comunico il prezzo che i proprietari chiedevano, consideratolo eccessivo per le sue possibilità, vi rinunciò definitivamente.
Il nobile disprezzo per il denaro e per la ricchezza Mussolini lo aveva sempre manifestato, anche in piena miseria, quando, per fare un esempio, rifiutò l’aumento di stipendio che i dirigenti del partito socialista volevano assegnargli quale direttore dell’Avanti!, ed era una virtù la sua che si estendeva un po’ a tutta la famiglia Mussolini, perciò, giustamente risentito, il Capo del Governo, dopo la morte del fratello Arnaldo verso il quale si era insinuato il sospetto di illeciti guadagni, nel libro dedicatogli scrisse: << Chi in quel momento non aveva dei << milioni >>? Il testamento di Arnaldo è uno schiaffo che colpisce in pieno i Cantoni di ieri e taluni coccodrilli di oggi.
I milioni! Rovistato tutto, aperti tutti i cassetti, compresa la cassaforte, si è trovato – come è vero e come può essere testimoniato dai ricercatori - lire 130.000 – diconsi centotrentamila. Questi sono i beni mobili. Quanto agli immobili, essi si riducono a un appartamento da pagarsi a rate, in una casa a condominio >>. Mussolini fu sempre coerente con le sue direttive << … si deve porre la massima diligenza e lo scrupolo sino all’estremo per quanto concerne l’amministrazione del pubblico denaro … il denaro del popolo è sacro >>, lo confermò fino alla morte, avvenuta nella più assoluta povertà della sua famiglia.
Sembrano favole d’altri tempi, oggi che l’ascesa al potere anche di un semplice assessore comporta una rapidissima carriera economica più immediata quanto più instabile è il governo di cui si parte!
Certamente col più ridicolo cattivo gusto, si è voluto speculare perfino sulla relazione sentimentale che il capo del governo ebbe con la signora Clara Petacci. A noi ci preme chiarire che pur essendo profondamente amata da Mussolini, la signora non ebbe mai nessuna ingerenza nella vita politica del Governo, né profittò mai della posizione di rilievo dell’uomo che amava. Il suo fu veramente un trasporto disinteressato e nobile sotto tutto gli aspetti. Non ci sembra il caso di continuare su questo argomento, oggi che al parlamento italiano siedono deputati con alla destra la moglie e alla sinistra l’amica. Nessun accostamento è possibile tra queste deputatesse-amiche le quali, contrariamente al costume della Petacci, che, ripetiamo, nulla mai ebbe né da Mussolini né dalla elevata posizione che questi godeva, lucrano sui loro uomini e, forse per questo dubitiamo che sarebbero capaci di comportarsi cosi come la Petacci si comportò nei terribili mesi del ‘945.

Mussolini megalomane: in quanto alla tanto strombazzata megalomania di Mussolini , ormai solo gli inutili idioti vi credono. Non può essere megalomane l’uomo che fa staccare dalla sua casa natale la lapide che mette sul piano di una falsa nobiltà la sua famiglia; l’uomo che in occasione della conciliazione prima e per la conquista dell’impero dopo, al Re che gli offriva il titolo di principe per lui e per i suoi successori, risponde: <<Maestà io sono stato e voglio essere soltanto Mussolini. Le generazioni dei Mussolini sono state sempre generazioni di contadini, e ne vado un po’ orgoglioso >>.
Quale incolmabile differenza tra la sua personalità e quella servile e boriosa degli uomini che egli fece creare conti, duca e principi!


Mussolini guerrafondaio: Come abbiamo dimostrato precedentemente, un Mussolini guerrafondaio non esiste anche se nella sua attività di statista della potenza italiana, dovette assumere in determinate circostanze atteggiamenti di intransigenza e di forza, come capita un po’ a tutti i buoni statisti che hanno alla base della loro politica il rispetto e il prestigio del proprio Stato.
Abbiamo già detto del Vallo Littorio alla frontiera tedesca e del discorso di Ciano che annunzia la rottura del patto di Acciaio, delle provocazioni inglesi e della impossibilità di restare neutrali e del come lo Stato italiano partecipando alla guerra mirava a risolvere definitivamente la questione dei limiti marittimi, prevalentemente per il Mediterraneo, e a ridurre il più possibile l’egemonia tedesca in Europa; vogliamo ricordare però a tutti coloro che per addossare la responsabilità della guerra a Mussolini, oltre agli altri motivi da noi espressi in precedenza, fingono di ignorare un fatto che per la sua autenticità storica è determinante in favore di Mussolini, come questi, nel marzo del 1940, presentò al Re e al capo di Stato Maggiore Generale Pietro Badoglio una relazione circa l’eventualità di una entrata in guerra. In essa, tra l’altro, diceva che non fare la guerra sarebbe stato molto pericoloso in quanto la Potenza italiana si sarebbe declassata; farla con i franco-inglesi non avrebbe avuto nessuno scopo in quanto dopo il conflitto la situazione per l’Italia sarebbe rimasta come prima, e che si doveva fare la guerra collateralmente con la Germania solo se se ne presentava l’occasione favorevole e per motivi particolari e solo italiani.

Il re Vittorio Emanuele III e il C. S. M. Pietro Badoglio non solo non sollevarono la benché minima obiezione, ma accettarono con preciso entusiasmo quanto relazionato dal Capo del Governo italiano.

Tutto quanto ebbe a soffrire Mussolini dalla dichiarazione della guerra fino alla conclusione della sua vita, non sarà difficile immaginarlo per chi tenga presente la sensibilità del suo animo umano e generoso e il suo sviscerato amore per la Patria.
Vennero le date 10 e 25 luglio 1943 seguite dall’8 settembre.
Ostruzionismi, boicottaggi, sabotaggi, tradimenti, qui non esposti; ci portano ha ricordare quanto dice il generale Alexander nel suo rapporto del 17 agosto 1943: << La Sicilia ha uno sviluppo costiero di oltre mille chilometri e superficie di 25.000 chilometri quadrati. E’ potentemente fortificata con difesa sotterranee in cemento armato e filo spinato.
Guarnigioni dell’Asse: 9 divisioni italiane, 4 divisioni tedesche, corrispondenti a 13 divisioni;forze totali: italiane 315.000, tedesche 90.000, per complessivi 405.000 soldati. Nostre forze: 7 armate, 6 divisioni, compresa divisione aviotrasportata; 8 armata, 7 divisioni, comprese brigate aviotrasportate e corazzate, per un totale di 13 divisioni alleate.
<< Si può ritenere che tutte le forze italiane nell’isola il 10 luglio siamo state distrutte, sebbene qualche unità possa essere fuggita sul continente. Non è ancora possibile calcolare il bottino e il materiale bellico catturato. Camion, cari armati, fucili e mitragliatrici sono sparsi su tutta l’Isola … Oltre mille aerei nemici sono stati catturati negli aeroporti >>.
Né l’esercito né la marina, né l’aviazione, se si escludono isolati episodi di eroismo dovuti a precisa iniziativa di valorosi ufficiali, difesero l’isola; mentre Badoglio perpetrava il suo torbido piano contro l’Italia e i generali Castellano e Zanussi si preparavano ad assecondarlo, il Comando di Stato Maggiore Generale cedeva la Sicilia al nemico come credenziali della loro difforme attività.
Dice Churchill con spregiudicato cinismo nella sua << Seconda Guerra Mondiale >>:
<< Mai vi fu guerra più facile a evitarsi di quest’ultima che ha distrutto quanto al modo era rimasto intatto dopo il precedente conflitto. La tragedia dell’umanità raggiunge il suo acme nel fatto che dopo i sacrifici e le tribolazioni di centinaia di milioni di uomini e dopo la vittoria della giusta causa, noi non abbiamo raggiunto né la pace né la sicurezza, e stiamo ancora lottando contro pericoli più gravi di quelli da poco superati >>.
Sembra onestamente sincero ma gli echi di altri inglesi rivelano tutta la sua perfidia che è la perfidia britannica. - << La nostra politica o la nostra condotta circa il canale di Suez, non è stata tale da farci apparire magnanimi. Ci opponemmo in origine; ci rifiutammo di aiutare poi De Lesseps nelle sue difficoltà; abbiamo usato il Canale quando è stato costruito, abbiamo fermamente combattuto per i nostri armatori, ed ora ci avvaliamo della nostra influenza per ottenere tranquillamente una fetta di una torta che promette di essere buona … Non mi piace >>, scrive il Cancelliere dello Scacchiere Sir Stafford Northcote. E Bernard Shaw completò il quadro col suo << The mar of destiny >>:
<< Non vi è nulla di turpe che un inglese non possa fare, ma non troverai mai un inglese disposto a riconoscersi in fallo. L’inglese uccide, spadroneggia, e riduce in servitù sempre e solo per considerazioni e doveri morali, ma questo non gli impedisce mai di distruggere ferocemente qualunque popolo si ritenga, in omaggio alle stesse considerazioni e agli stessi doveri morali, autorizzato a resistere alla sua prepotenza e alla sua ingiustizia >>.
Ma tutto ciò, dopo la tremenda catastrofe che ha sconvolto l’Europa e il mondo, non vuole dire altro che questo: l’inascoltato Capo del Governo italiano Benito Mussolini aveva ragione.

Mussolini Vigliacco: la vigliaccheria di Benito Mussolini è una misera speculazione di quanti della vigliaccheria fanno norma di vita. Mussolini coraggioso sindacalista, fervido lottatore socialista, valoroso combattente, ardito fascista, impavido statista il quale, nella sua movimentatissima vita, sia in occasione degli attentati, sia nel numero infinito di duelli che combatté, sia nei duri momenti della R.S.I., periodo in cui circolava per Milano, covo dei partigiani, senza scorta alcuna, mostrò sempre un coraggio leonino. E’ noto a tutti che, mentre dalla Francia si inviavano gli anarchici e dall’America si imbarcavano i pseudo-commercianti di frutta col compito preciso di attentare alla vita di Mussolini, mentre il cecoslovacco Masarik faceva leva sulla martiromania dell’onorevole Zaniboni e l’assoldava col versamento di 300 mila lire per assassinare Mussolini, questi si rideva di tutto e andava in giro per l’Italia; ed è noto anche che quando i proiettili lo raggiungevano, come nel caso degli attentati della Gibson e dello Zaniboni era sempre il primo ad ergersi in difesa degli attentatori per evitare il linciaggio, e a raccomandare la calma. Lo abbiamo detto, si è voluto attribuire a vigliaccheria il fatto che indossasse io cappotto tedesco al momento della cattura. A parte che aveva indossato quel cappotto e si era messo sul camion dei tedeschi solo per aderire al desiderio dei suoi più intimi e fedeli collaboratori, è anche risaputo che quando i partigiani, fermato il camion, chiesero se vi fossero italiani, egli si alzò e disse: << Io sono italiano >>.
Se Mussolini fosse stato vittima di un sol decimo della vigliaccheria di tanti fuoriusciti che dopo essersene andati dall’Italia solo per viltà, viltà di fronte ad un bicchiere di olio di ricino e non al cospetto della morte certa per mano di un plotone di partigiani, se ne sarebbe andato con un aereo, apparecchio che guidava molto bene, o quantomeno avrebbe accettato il ripetuto invito del medico tedesco Zachariae il quale, fornito di regolare lasciapassare, voleva accompagnarlo con l’ambulanza in Svizzera. Dice Zachariae nel suo libro <<Mussolini si confessa >> che il Capo del Governo italiano rifiutò sempre gentilmente ma energicamente.
L’antifascista Carlo Silvestri, nobile mediatore nelle trattative per la tentata cessione dei poteri della Repubblica Sociale al Partito Socialista, scrive a pag. 103 del suo << Turati l’ha detto >> che Mussolini nel trattato inserì la precisa affermazione <<Mussolini della sua persona non fa questione >>; purché, chiaro fossero risparmiati i fascisti. <<Io fui autorizzato – continua il Silvestri – a chiarire questa frase facendo sapere che << Mussolini era disposto a consegnarsi al partito socialista e attraverso esso al C.L.A.I. per facilitare l’accettazione di quella che egli definiva la contropartita. A proposito di questa consegna ricopio ciò che testualmente Mussolini mi dettò “Della mia sorte fisica non mi importa proprio nulla. Morire in un modo piuttosto che nell’altro è per me la stessa identica cosa … Se il partito socialista o il C.L.A.I. non mi faranno fucilare subito, fucilato o impiccato non sarò più perché il processo che mi intenterebbero gli Alleati non potrebbe concludersi con una mia condanna a morte senza suscitare la rivolta dell’opinione pubblica mondiale finalmente illuminata >>.
Di quest’ultimo parere fu anche l’italo-russo-italiano Palmiro Togliatti, - quello che, come cittadino sovietico, sentiva di valere diecimila volte di più del miglior cittadino italiano – quel Togliatti che non esitò a dare l’ordine di fucilarlo.
Gli italiani e anche gli stranieri comunque sanno che a tacciare di viltà un tanto uomo – Mussolini no Togliatti – sono proprio quei quattro vigliacchi che tornarono nell’Italia tradita e insanguinata sulle orme dei neozelandesi e all’ombra delle baionette anglo-franco-americane.

Mussolini tragico buffone: in quanto al Mussolini tragico buffone ne lasciamo tutta la responsabilità a quel Rossellini che ha firmato lo zibaldone filmistico che porta il titolo di << Benito Mussolini >>. In tutti i Paesi vi sono sempre degli uomini che pregano i Santi bestemmiando Dio. In Italia, nella prima terziglia della squadra, c’è l’ex fascista Rossellini. Eppure non si può né condannarlo né biasimarlo: ha guadagnato sul popolo italiano tagliuzzando e montando con la menzogna diffamatrice esposta sotto forma di arte, alcuni films luce che ha presentato agli spettatori come storia vera. Non ha risparmiato nemmeno l’Esercito, ma non importa, ciò è stato fatto con l’avallo della santa democrazia e porta l’etichetta sacramentale sovversiva. Che dire perciò di quest’uomo che vittima dell’equivoco di un’ora, si è trovato di colpo a ruzzolare dai gradini dell’arte fino a sprofondare nella lercia utilizzazione del vilipendio? Purtroppo bisogna mangiare e quando non si riesce a far meglio, si fa peggio. Oltre quel peggio il Rossellini non poteva andare.
Tutto ciò comunque non sorprende nessuno: Mussolini non poteva sfuggire al destino dei grandi uomini che con forza e ingegno hanno assolto una missione storica rivoluzionando il mondo. Cosi per Cristo, Cesare, Cromwell, Napoleone.
Mussolini stesso non si faceva alcuna illusione in merito, anzi, per una strana forza di previsione, egli intravide la visione della sua sorte proprio quando all’apice della gloria nessun fatto poteva fargliela sospettare. Acconsentendo all’invito di Forzano scrisse personalmente per il dramma << Campo di Maggio >>, il saluto rivolto da Napoleone alla madre:
<< Voi avete veduto che il contagio del tradimento ha preso tutti… quante anime sono rimaste luminose in questo buio che ho d’intorno? Ora tutti coloro che sono stati ai miei piedi, che hanno cantato i miei inni, che hanno profizzato della mia fortuna, che io ho acceso con qualche mia favilla perché luce propria essi non avevano, tutti coloro che mi devono tutto, ora non troveranno fango sufficiente nelle paludi della Francia per scagliarmelo contro.
Sarà un orribile spettacolo: ogni ingegno di scrittore verrà aguzzato nell’invenzione delle più perfide infamie da coprire questo mostro finalmente lontano e incatenato >>.
Cosi fu per il Grande Corso esiliato che aveva rifatto la Grande Francia; cosi ritornò ad essere per il Grande Italiano massacrato che aveva fatto la Grande Italia.
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