INTERVENTI MILITARI

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INTERVENTI MILITARI

Messaggio  Admin il Ven 19 Feb 2010, 22:57


Intervento militare a CORFU’
Nove mesi dopo L’avvento al potere esattamente nel settembre del 1923, il Governo di Mussolini, a salvaguardia dell’onore italiano e per ridare il prestigio ormai decaduto a causa delle debolezze dei Governi che lo avevano preceduto al potere, dovette ordinare il primo intervento militare ed occupare l’isola di Corfù.
Una missione internazionale, presieduta dal generale italiano Tellini, era stata incaricata della Conferenza degli ambasciatori di Parigi per delimitare i confini territoriali fra Grecia e Albania. Mentre i componenti italiani della missione stavano assolvendo il loro mandato, tra Giannina e Santi Quaranta, assaliti da una banda di fanatici greci, vennero trucidati.
Il Governo di Roma individuò nella Grecia la responsabile, perché la strage era stata effettuata da Greci in territorio greco; perché il Governo ellenico non aveva protetto come doveva la missione; e perché le autorità greche, convinte che l’Italia volesse favorire le rivendicazioni territoriali albanesi, avevano consentito alla loro stampa una turpe campagna contro l’Italia.
Non avendo la Conferenza degli Ambasciatori reagito come doveva, Mussolini mandò un ultimatum di ventiquattro ore al Governo greco, domandando scuse solenni, onori alla Bandiera, un’inchiesta sul luogo, una indennità di cinquanta milioni di lire e la pena capitale per i responsabili del massacro. E poiché il Governo greco non intese aderire alla richiesta Mussolini ordinò alla flotta da guerra di occupare temporaneamente l’isola di Corfù, a titolo cauzionale, fino alla soluzione della vertenza.
La Grecia si appellò alla Società delle Nazioni (leggersi Inghilterra), l’Inghilterra mando la sua flotta a Malta e fece accusare, dal suo rappresentante Lord Cecil, l’Italia di violazione all’art.11 del Patto della S.d.N. e di turbamento dalla pace, proponendo l’applicazione contro l’Italia dell’art.16 del Patto stesso che prevedeva le sanzioni. Ciò nonostante la nostra flotta abbandonò Corfù solo quando la Grecia riconobbe il torto pagando i danni, chiedendo scuse alla delegazione italiana e onorando la Bandiera Tricolore.
Questo fatto servì a rialzare, come si è detto, il prestigio dell’Italia sceso in basso, specie dopo l’abbandono della Dalmazia e di Valona e gli insuccessi militari in Libia, e a dire al mondo che col Governo di Mussolini cominciava a scomparire quell’Italia misera e debole che tutti avevano umiliato e deriso.
L’occupazione di Corfù da parte delle truppe italiane, provocò numerose polemiche in patria e all’estero, lo strascico delle quali riprese a vomitare diffamazioni anche nel periodo recente dell’ultimo dopoguerra. E se allora servì a denunziare le formazioni di forze straniere avverse al potenziamento della nostra Nazione, oggi evidentemente, ha il solo scopo di servire ai nemici del Fascismo, ai denigratori di Mussolini per infamare sempre più quello che è stato il gesto più umano, più coraggioso e più sentito di un Governo che mirava solo ed esclusivamente ad imporre il rispetto per il Paese che rappresentava.
Si disse allora e si ripeté più recentemente che:
L’Italia non aveva il diritto di occupare Corfù per un fatto cosi insignificante;
Che Mussolini aveva da tempo meditato l’occupazione di Corfù e che ora voleva approfittare dell’occupazione per tenersela;
Che le truppe italiane, contrariamente agli ordini del Governo mussoliniano, dovettero lasciare Corfù in seguito all’energico ultimatum dell’Inghilterra;
Che il ricorso alla conferenza degli Ambasciatori fu un ripiego di Mussolini per non affrontare l’Inghilterra;
Che la Grecia non era responsabile del massacro;
Che la S.d.N. aveva il diritto e il dovere di difendere la Grecia e che la smargiassata del Governo italiano di voler abbandonare la Società delle Nazioni, rischiava di cadere nel ridicolo;
Ed infine che le truppe italiane avevano volutamente e selvaggiamente massacrato alcune famiglie anatoliche indifese.
Ma il tempo che, come disse De Gasperi, è perfetto giustiziere, ha rimesso a posto molta verità contro la diffamazione delle fazioni politiche.
L’occupazione di Corfù da parte dell’Italia era nella possibilità di quest’ultima in base ad alcuni articoli del diritto internazionale che contempla il mezzo coercitivo non bellico per la negazione di giustizia, violazione di un diritto indiscutibile ed ingiuria grave. Il massacro dei componenti di una missione non è un fatto insignificante perché, nella sua brutalità, rappresenta oltre che un crimine condannato dalle leggi di tutti gli Stati, offesa grave alla Patria dei componenti la missione. E’ dovere di ogni Governo proteggere la vita dei propri cittadini, di tutelare la loro dignità e l’onore del popolo che rappresenta.
Precedenti storici, a volte per motivi di minore entità, stanno a testimoniare come Mussolini, non abbia assolutamente sbagliato o esagerato. Nel 1896 l’Inghilterra occupò un porto del Nicaragua; nel 1901 la Francia occupò Mitilene per costringere la Turchia a rispettare gli impegni; nel 1916 la stessa Francia, per vendicare l’uccisione di un suo marinaio, bombardò il Pireo, e nel 1919, per imporre il rispetto dei sudditi nordamericani, gli Stati Uniti occuparono Vera Cruz.
Non è affatto vero che Mussolini avesse da tempo meditato l’occupazione di Corfù e che volesse cogliere l’occasione del massacro per tenersela. L’azione di Corfù venne approvata dopo l’incidente; ove Mussolini lo avesse voluto avrebbe potuto benissimo conquistare l’isola in quanto la Grecia, dopo la disastrosa disfatta subita dai Turchi e coi contrasti costituzionali che la travagliavano, non era assolutamente in grado di opporre la benché minima resistenza.
Non ci fu alcun ultimatum da parte dell’Inghilterra, la quale, del resto, assumendo il compito spregiudicato di difendere la Grecia, era convinta che la ragione stava da parte dell’Italia; abbandonammo l’isola dopo aver ottenuto le riparazioni stabilite dalla Conferenza degli Ambasciatori.
Infatti l’incidente venne chiuso in forma solenne nel Porto del Pireo e ad Atene dove si svolse una funzione religiosa nella Chiesa cattolica. La delegazione italiana ottenne le scuse, la flotta gli onori, le salme delle vittime il saluto e l’onore delle armi, l’Italia i cinquanta milioni, dei quali una buona parte venne data da Mussolini alle famiglie delle vittime anatoliche.
In considerazione del carattere internazionale della missione militare Mussolini s’era già rivolto alla Conferenza degli Ambasciatori con una dettagliata relazione molto tempo prima e ne aveva segnalata la competenza anche ad Atene con la sua nota.
Cade perciò l’insinuazione che Mussolini aveva interessato la Conferenza per non affrontare l’Inghilterra. In quanto alla responsabilità della Grecia nel massacro della missione Tellini, essa emerse inequivocabilmente dall’inchiesta degli addetti militari italiani e francesi ad Atene. La responsabilità della morte dei profughi anatolici fu del Maggiore Krigolos, comandante militare greco di Corfù, che nel dire che si sarebbe opposto con la forza alla forza, dimenticò di far presente alle autorità militare italiane che dentro la fortezza bassa, tra l’altro sede del Comando della Piazza e della Caserma del presidio, vi erano rifugiati i medesimi. L’ammiraglio Soleri, per proteggere la compagnia da sbarco, dovette procedere ad un’azione di fuoco intimidatorio su obiettivi militari ed è assolutamente fuori luogo pensare che sapesse dell’esistenza dei profughi nella fortezza. La minaccia di Mussolini di fare ritirare l’Italia della Società di Ginevra si poggiava sull’assoluta certezza che la Società non aveva il diritto d’intervenire in quanto l’art.11 contemplava la guerra o la minaccia di guerra fra due Stati: e questo caso non rientrava in esso. Nessun altro articolo del Patto si riferiva alla possibilità di arbitrato per ragioni di ordine morale e prestigio nazionale. Ed infine perché il Governo rivoluzionario greco del Generale Gonatas non era stato giuridicamente riconosciuto da alcun altro e l’intervento della Società delle Nazioni, oltre che menomare il prestigio della Società stessa, avrebbe implicato un esplicito riconoscimento da parte di tutte le Nazioni che la componevano, oltre l’Italia anche la Francia per gli stessi motivi non riconobbe alla S.d.N. il diritto di intervenire. La minaccia di Mussolini era più che giustificata.
Questa la verità ristabilita dalle dichiarazioni dell’Ammiraglio Foschini che allora partecipò all’azione col grado di Capitano di Corvetta e da altri documenti emersi a distanza di tempo.
L’azione di Mussolini valse a dimostrare al mondo che i Governi Giolitti, disposti a tollerare senza reagire il massacro dei propri cittadini a Valona o a Spalato, erano tramontati da un pezzo e per sempre e che la politica di debole asservimento era finita.

Intervento militare in LIBIA
Per l’incoerenza, la debolezza e l’insipienza dei governi italiani, nel 1922 la situazione in Libia era disastrosissimi. Una serie di insuccessi militari, dovuti ai mezzi inadeguati con i quali il Governo voleva domare la rivolta scoppiata nel Fezzan nel 1914, costrinse l’Italia ad abbandonare nelle mani dei rivoltosi un forte quantitativo di armi e quasi tutto il territorio della Tripolitania, mentre ancora più disastrosi accordi la obbligarono a cedere tutto l’interno della Cirenaica al ribelle Idris e all’impegno pazzesco di doverlo largamente sussidiare.
Il Governatorato della Tripolitania si era ridotto a Tripoli e a Homs, mentre con Nitti si concedeva ad un fantomatico governo repubblicano, formato da quattro capi ribelli, uno statuto con relativo parlamento. Con i Patti del 1920, detti di Règima, e con i successi di Bù Màrian del 1921, il debole Governo italiano rafforzò il prestigio del ribelle Idris, emiro dei Senussi, concedendogli due milioni in oro e l’ampio potere sulle popolazioni cirenaiche.
L’Italia aveva conservato tutte le spese della Libia rinunciando a diritti e privilegi.
Il 26 gennaio 1922 il nuovo Governatore della Tripolitania, Giuseppe Volpi, senza autorizzazione ministeriale, con scarsi mezzi e con un’audacia senza pari, iniziava la rioccupazione impossessandosi di Misurata marina che era l’epicentro della ribellione.
Salito al potere, Benito Mussolini diede il più robusto appoggio per le azioni di riconquista. Forni al Governatore Volpi molti valorosi ed energici comandanti, truppa scelta e numerosi mezzi motorizzati, tanto da consentirgli la possibilità di mirabili azioni.
Nel 1924 tutta la Tripolitania settentrionale, unitamente alle regioni desertiche da Sirte a Mirda e il confine desertico con la Tunisia a Gadàmes, erano rioccupate e pacificate.
In Cerenaica la rioccupazione e la pacificazione si presentarono subito molto difficili. Le sue popolazioni erano in maggioranza nomadi e tutte dedite alla pastorizia. Per questa precisa ragione era pressoché impossibile controllarle in quanto venivano spostate dai Senussi a loro piacimento. Molte di loro si dichiaravano sottomesse al Governo italiano e volevano potersi ribellare allo sfruttamento, dei Senussi, ma, data la materiale impossibilità di essere protette dall’esercito italiano, dovevano per forza sottostare agli ordini dei ribelli e fornire loro uomini, armi e cibo. Si aggiunga anche che i Senussi, col molto oro che aveva ricevuto dai precedenti governi italiani e che avevano depositato in Egitto, avevano costituito un autentico tesoro che utilizzavano per le operazioni contro l’Italia.
Il Governo Mussolini, di fronte alle continue violazioni dei patti dai Senussi e per eliminare la situazione tragicamente umiliante che si era venuta a creare, dispose di occupare le due colonie della regione Sirtica e delle oasi sirtiche interne e liquidare decisamente la situazione libica.
Una serie di energiche operazioni sull’altipiano pirenaico, unitamente ad abili azioni d’inseguimento, consentì alle truppe italiane la loro conquista mentre le oasi tripoline venivano occupate dal generale Graziani, comandante delle truppe della Tripolitania, ottenendo così la continuità territoriale fra le due colonie. Nel 1929 Mussolini riunì la Cerinaica e la Tripolitania sotto il governo del maresciallo Badoglio il quale chiese cinque anni di tempo per riconquistare tutto il deserto.
A causa di un accordo non previsto né autorizzato effettuato da Badoglio, la situazione in Pirenaica ritornò ad essere precaria e pericolosa. Venne inviato allora come vice governatore Graziani, che nel frattempo aveva riconquistato il Fezzan, con l’ordine preciso di annientare ogni ribellione e il brigantaggio.
Il generale Graziani, esperto in materia di battaglie desertiche e conoscitore profondo del carattere, delle abitudini e dei costumi libici, si rese subito conto della situazione e, per risolverla al più presto e definitivamente, radunò tutte le popolazioni sottomesse nella pianura bengasina, dove potettero svolgere il loro normale lavoro sotto la scrupolosa sorveglianza delle nostre truppe restando fuori dell’influenza dei ribelli dell’altipiano; con un’operazione meravigliosa per coraggio e tempestività, occupò le oasi della lontanissima Cufra, eliminando gli ultimi ribelli del deserto sirtico e precludendo ai ribelli dell’altopiano ogni via d’uscita. Per 280 Km. sbarrò il confine cirenaico-egiziano con un robustissimo reticolato e istituì una stretta vigilanza di truppe motorizzate, tagliando ai ribelli qualunque possibilità di ricevere rifornimenti dall’Egitto.
I ribelli , messi fuori dalle altre popolazioni, senza possibilità ormai di ottenere aiuti dall’Egitto né di scampo attraverso Cufra, abbandonarono l’altipiano e cercarono di avvicinarsi alla Marmarica, ma, braccati dalle truppe italiane, furono tutti distrutti. Le popolazioni sottomesse, dopo essere state risanate da una serie di provvedimenti sanitari e igienici, furono rimandate alle loro terre.
Quelle popolazioni quasi nella totalità serbarono e serbano ancora una immensa riconoscenza per il popolo italiano, e ce ne diedero atto combattendo da valorosi a fianco del nostro esercito .
Nel 1938 la Libia, completamente unificata, fu dichiarata parte del territorio nazionale. Grandi opere pubbliche vi furono effettuate e in modo particolare in cerenaica. La pace e il benessere nel lavoro accomunava italiani e libici. Oggi è ritornata quella di una volta, selvaggia ed in parte povera. Della terra che l’Italia aveva fatto uno dei più bei posti del Mediterraneo si è nuovamente impossessata la incoltura, la miseria e la bruttura dell’abbandono.
Per i libici, certamente, il periodo della nostra colonizzazione rappresenta la realtà di un momento effimero, semplicemente il più bel sogno che abbiano mai fatto.
Riconquista e pacificazione furono solo merito del Fascismo che le volle.
Le volle perché rappresentavano una base di lavoro soprattutto per i coloni italiani; uno Stato dignitoso com’era il nostro non poteva accettare l’umiliante situazione alla quale i capi senussoti ci obbligavano. E bisognava soprattutto togliere alle altre Potenze il pretesto di rimproverare proprio noi italiani di non essere civilizzatori. Quest’ultima guerra ancora ci ha dimostrato come l’importanza strategica della quarta sponda sia stata di capitale interesse, ed era perciò una ragione da difendere.
Troppi perché, sufficienti a richiedere un’azione energica di riconquista come quella che il Fascismo realizzò.

Intervento militare in ETIOPIA
L’Unità d’Italia trovò tutti gli Stati europei, compreso quello giovanissimo della Germania, pervasi da un energico fervore di colonizzazione. Infatti, il periodo che va dal 1850 in poi, e che caratterizzò l’attività extra continentale dei popoli europei con le più sbalorditive conquiste africane, viene classificato come il secondo ciclo di colonizzazione. A differenza del primo, verificatosi tra il XVI e il XVII secolo, e manifestatosi prevalentemente con la colonizzazione dell’America e delle Indie orientali, il secondo, in seguito alle mutate possibilità politiche dell’America, spinto dall’enorme sviluppo economico, da un certo impulso ideale e soprattutto dal fortissimo incremento demografico, si orientò esclusivamente sull’Africa.
Retta quasi sempre nei momenti cruciali della politica internazionale da uomini di sinistra i quali, per aver dato un certo contributo alla unificazione dello Stato, pretesero di disporne a loro piacimento onde sperimentare le ideologie sovversive, la giovane nazione italiana non poté intervenire, come avrebbe dovuto, nella favorevolissima azione di conquiste coloniali e di acquisti di mercati perdendo così una delle più valide occasioni atte a potenziare il suo sviluppo economico e commerciale.
I pochi tentativi fatti dagli uomini della destra storica e da Crispi, che pur di sinistra, era un convinto fautore della politica coloniale, vennero immediatamente, e a volte con gravi perdite bruciati dalle stesse forze di sinistra le quali, legate come erano agli interessi internazionali, dovettero con ogni azione vietarne i buoni conseguimenti.
Inascoltati rimasero tutti gli appelli di Francesco Crispi, l’uomo che, come scrisse il gen. Dal Verme, << in mezzo a tanta pusillanimità, in mezzo a tanta fiacchezza, in mezzo a tanto rammollimento cerebrale, rappresenta lo stellone d’Italia >>; e quando il gen. Orero, coraggioso combattente, all’unisono col gen. Dal Verme, scrisse che << una grande nazione marittima come la nostra non può esistere di vita robusta e duratura senza espandersi al di là del Mediterraneo e accaparrarsi il più che si può di sbocchi futuri del continente africano >> e che << il globo terraqueo ha ancora immense terre la cui ricchezza sarà il premio nostro se, lasciando le meschine idee di piccoli cervelli, sapremo essere intraprendenti e accorti >>, la reazione sovversiva si scatenò violenta. Né ebbe migliore fortuna la voce di altri grandi uomini come Tommaso di Savoia, Antonio Cecchi, Vittorio Bottego, Giacomo Doria, Ferdinando Martini, Cesare Nerazzini, Oreste Barattieri, Augusto Selimbeni, Carlo Citerni e cento altri colonialisti italiani.
Il caos politico e sociale dominava l’Italia in preda a crisi economiche, scandali bancari, scioperi e mene di partiti, fece si che le forze del disfattismo coloniale dilagassero sempre più nel Paese.
Svolta con zelo, disinteresse, passione e viva intelligenza nell’intravedere la grande utilità nazionale delle conquiste africane e nel denunciare il pericolo che ci veniva dalla Francia; l’opera di questi uomini a nulla o poco servì, creò semmai le premesse per una coscienza coloniale. E la Francia intanto; con la sua condotta, faceva di tutto per smorzare ogni nostra possibilità di successo in Africa e per provocare una sempre maggiore reazione anticolonialista in Patria.
E quando, come scrisse il Martini, con la perdita di Adua << fu sconfitta l’anima nostra >> né il Governo né le classi dirigenti si adoperarono per attutire le conseguenze morali della sconfitta e per fermare l’ondata di reazione distruttiva che la corrente anticolonialista scatenò. Dopo un voto rinunciatario della Camera, mentre i sovversivi si affrettavano ad informare Menelich, l’on Di Rudini, presidente del Governo italiano, telegrafò a Cesare Nerazzini, che stava conducendo le trattative di pace con il Governo etiopico, di non insistere su richieste impossibili.
Tutta la nostra politica coloniale del secondo ciclo è fatta di bagliori di eroismi subito smorzati da nera e tetra amarezza. Gli entusiasmi per le vittorie di Halai, di Coatti, di Senafè, di Adigrat, di Agordat e di Sciara Sciat si spensero nelle sconfitte di Dogali, di Adua, di Aba Alagi, di Makallè e nello spregevole metodo dei sovversivi i quali prendevano a pretesto le imprese africane per scatenare contrasti interni, conflitti tra fratelli e per privare dei soccorsi materiali e morali, necessari e urgenti, gli italiani che si svenavano nelle lontane terre d’Africa.
Gli esploratori, i viaggiatori, i missionari, i combattenti, gli educatori e i caduti tutti che, dal 1860 in poi, con i più miseri mezzi, privi di ogni appoggio governativo, superando contrasti e avversità inenarrabili, ed alcuni col sacrificio della propria vita, scrissero il nome d’Italia nelle più nascoste lande africane, questi uomini dai nomi italianissimi di Feltrami, Comboni, Sapeto, Massaia, Miani, Piaggia, De Cristoforis, Toselli, Gessi, Chiarini, Galliano, Messedaglia, Bianchi, Arimondi, Matteucci, Casati, Solaro, Cecchi, Da Bornida, Bottego, Prestina, solo per citarne alcuni che tornano alla memoria, costituiscono i pilastri della nostra passione africana e nello stesso tempo la denuncia più spietata per i governi che non seppero ascoltarli, aiutarli ed assecondarli.
Essi furono i primi che proclamarono la prepotente forza missionaria e civilizzatrice del popolo italiano, essi furono coloro che sognarono la realizzazione di un impero africano, mancato alla Italia, nonostante i loro immensi sacrifici, per l’abulia l’inettitudine dei governi.
L’esigenza e la volontà del popolo italiano di possedere un posto africano venivano espresse dalla Compagnia Ribattino di Genova con l’acquisto della baia di Assab in Eritrea (1869) mentre la volontà anticolonialista, disfattista e rinunciataria delle forze sovversive, attraverso i diversi governi di sinistra, succeduti ai primi della destra storica avuti subito dopo l’unità d’Italia, si manifestava:
1) con il ritorno senza un pezzo di terra dei rappresentanti italiani, unici tra tutti i partecipanti, dal Congresso di Berlino (1878) è già storicamente nota la frase che l’on. Cairoli, tanto valoroso combattente quanto inetto uomo politico, pronunciò al suo ritorno dal Congresso - << poveri ma onesti >>;
2) col trascurare la favorevole occasione di occupare la Tunisia, molto importante dal punto di vista strategico e già virtualmente italiana perché abitata e colonizzata da numerosi italiani;
3) con il rifiuto alla proposta inglese di compartecipare allo sfruttamento dell’Egitto;
4) coll’adagiarsi stupidamente tra l’Austria, che dominando sul Trentino, Istria e Dalmazia, ci vietava ogni possibilità di espansione ad Oriente e tra la Francia che, con il possesso di Nizza, Corsica e Tunisia, ci proibiva l’accesso all’Africa mediterranea precludendoci ogni possibilità di espansione ad occidente.
Nel 1882 lo Stato italiano rivelò dalla compagnia ribattino la baia di Assab, affacciandosi sul mar Rosso, e poco più tardi, (1885) vi aggiunse massaia con la pianura circostante e la costa dancala, quale compenso per la collaborazione alla Gran Bretagna in guerra coi Dervisci.
Dopo la sconfitta degli inglesi e il conseguente sgombero del Sudan, l’Italia (1887) iniziò l’invasione dell’Abissinia e conquistò Saati. Ma sopravvennero il massacro dei 550 uomini di De Cristoforis ad opera dei 10.000 abissini in Ras Alula a Dogali e le dimissioni del ministro degli esteri italiano Di Robilant a rinfocolare la canea sovversiva che, con le più delittuose manovre, fermò ogni nostra azione in Africa.
Dopo la morte del Negus Giovanni e le conseguenti lotte tra i ras per la successione al trono, il ministro Crispi, a sua volta succeduto a quello di De Pretis, sostenne Menelich, ras dello Scioa, che ebbe il predominio sugli altri e riconobbe all’Italia con il Trattato di Uccialli (1889) il possesso dell’Eritrea e il diritto di controllo sull’impero etiopico.
In seguito Francesco Crispi, con una politica accorta e intelligente, seppe tessere una tale rete di accordi con le potenza europee da assicurarsi, senza azione bellica, il diritto di preminenza in Somalia, il dominio sul Benadir e il protettorato sui Sultanati di Obbia e della Migiurtinia.
Ma l’ascesa coloniale del giovane Stato italiano veniva ancora una volta fermata e compromessa dalla situazione interna che provocava la crisi al Governo Crispi (1891).
Dei successivi tre anni di dura lotta tra forze dell’ordine e sovversivi e di debolezze governative, ne approfittò la Francia per avvicinarsi al Governo di Addis Abeba, acquistare ascendente presso Menelich e per distruggere ogni nostra situazione di privilegio; infatti quando Crispi fu nuovamente richiamato al Governo d’Italia (1893), il Negus d’Etiopia non volle più riconoscere il Trattato di Uccialli.
Crispi si decise a risolvere la questione con le armi, ma la sua decisione non trovò riscontro nella situazione interna dominata dalla politica disfattista dei socialisti e dei repubblicani, e si ebbe Adua (1896).
Pagina gloriosa del nostro sacrificio in Africa, che scrisse la eroica resistenza di 18.000 italiani contro 140.000 abissini e il disperato olocausto di 800 combattenti, Adua lasciò nell’animo degli italiani un senso di rimorso e di rimpianto, mentre diventò l’argomento più valido per sostenere la politica disfattista, meschina e antitaliana dei sovversivi.
Il nuovo ministero del marchese Di Rudini firmò la pace col Governo del Negus ad Addis Abeba e immiserì completamente ogni nostro prestigio africano, mentre l’Inghilterra con Cassala e la Francia con la ferrovia Abbis Abeba – Gibuti si sostituirono a noi tagliandoci fuori da ogni rapporto da ogni rapporto con L’Etiopia.
Nel 1911 scoppiò la guerra con la Turchia per il possesso della Libia e ne segui la nostra travolgente vittoria di Sciara Sciat e l’occupazione del Dodecanneso con rodi, come contropartita al fatto che i turchi ci avevano scatenato gli arabi contro in una << guerra santa >>.
Alla pace di Losanna (1912) che ci assegnò la Libia e il diritto di occuparci di Rodi e il Dodecanneso sino alla sua completa pacificazione, seguirono la conquista di Gadames, di Murzuch e di Gat.
Il conflitto 14 -18 e la debolezza dei governi del subito dopo guerra ci fecero abbandonare quasi tutti i territori africani i quali, solo più tardi e dopo l’avvento del fascismo al potere, poterono essere riconquistati e pacificati.
La debolezza manifestata dai governi in decenni di tentativi coloniali diede una percezione errata dei valori dell’esercito italiano in guerra agli abissini, i quali continuarono a tenere nei nostri confronti atteggiamenti di tracotanza provocatoria che si richiamava continuamente alla sconfitta di Adua.
Il 5 dicembre 1934, appena un mese dopo l’attacco al consolato italiano di Gondar da parte di un gruppo di abissini armati, le bande del disertore Samantar, incoraggiate dall’atteggiamento di alcuni ufficiali inglesi, assalirono il forte di Ual Ual. L’attacco venne valorosamente respinto dagli ascari somali che presidiavano il posto, ma l’incidente diede la misura esatta del pericolo che correvano l’Eritrea e la Somalia soggette ad essere travolte dalle orde etiopiche prima ancora che l’Italia potesse provvedere a difenderle con le sue truppe.
Fino a quel periodo il Governo Fascista, pur accarezzando sogni di preminenza sul territorio etiopico, non si era mai preoccupato di preparare un piano di conquista perché mirava a risolvere il rapporto definitivo italo – etiopico con azioni diplomatiche. Anzi, a dimostrazione della sua pacifica intenzione, aveva poco tempo prima riconfermato, unitamente all’altra parte, la validità del patto italo – etiopico del 1928, sebbene questo fosse stato infranto più volte dalle razzie ai danni dei nostri coloni, al rifiuto da parte del Governo di Addis Abeba di delimitare i confini e dal potenziamento dell’armamento abissino. Certamente non valse a niente la reciproca dichiarazione di fedeltà al patto e di non aggressione se le truppe abissine, incoraggiate dall’atteggiamento protettivo dalla Gran Bretagna, attaccarono nel novembre il Consolato di Gondar e nel dicembre Ual Ual.
Questi fatti rappresentano ormai la barbara decisione abissina di intensificare sempre più le provocazioni, spinsero il Governo di Roma a sostituire il piano difensivo. Sull’eventualità di una guerra etiopica, il più accanito avversario fu il Capo di S. M. Gen. Badoglio che scartava ogni possibilità di successo a causa delle difficoltà logistiche, a suo parere, insuperabili. Mussolini incaricò il generale Fidenzio Dall’Ora, tecnico di grande capacità, il quale dopo aver fatto dei sondaggi sul posto, relazionò che le difficoltà prospettate da Badoglio potevano essere superate benissimo.
Intanto che il Negus Hailè Selassiè scartava ogni possibilità di comporre pacificamente la vertenza, rifiutando le richieste italiane delle riparazioni per le vittime dell’aggressione abissina e di riprendere i lavori, sospesi nel 1910, per la delimitazione del confine, e appellandosi alla Società delle Nazioni completamente influenzata dall’Inghilterra, Mussolini, senza trascurare il suo normale lavoro negli altri settori dalla vita nazionale, predisponeva, unitamente alla preparazione militare, un’adeguata preparazione diplomatica. Firmava un accordo con la Francia nel quale questa si impegnava a lasciarci campo libero in Etiopia e realizzava, il convegno di stresa ove la Gran Bretagna, accogliendo con alquanta indifferenza la precisazione del Duce che il patto si riferiva alla sola pace europea, lasciava pensare ad un tacito accordo.
Al verificarsi di altri incidenti alla frontiera somala, il Governo di Roma mise subito in pratica attuazione il piano strategico, tattico e logistico per la conquista d’Etiopia, preparato con scrupolosa attenzione in tutti i suoi minimi particolari, ed inviò oltre mare due divisioni di soldati, tre battaglioni di camice nere e materiale e mezzi di ogni tipo.
Il risoluto ed energico intervanto di Mussolini provocò un più acceso allarme negli ambienti britannici, mentre in Italia suscitò un clamoroso entusiasmo che colmò in centinaia di migliaia di richieste di arruolamenti volontari per le zone di combattimento.
I ricordi del passato affiorarono in quell’atmosfera di entusiasmo e le vecchie sconfitte, subite dall’Italia di altri tempi, ritornarono con tutto il peso delle patite mortificazioni per dare al popolo la convinzione che bisognava aspettare oltre per regolare al più presto i conti con il Governo Abissino.
Ormai gli argomenti di tutti e di ogni ora erano la sovrapopolazione che aveva bisogno di un posto al sole per lavorare, le materie prime di cui tanto necessitavamo e per le quali il bilancio nazionale subiva enormi vessazioni in acquisti esteri, la necessità di proteggere le nostre colonie dagli attacchi abissini, il ricordo della defraudazione coloniale operata ai nostri danni dagli alleati dopo Vittorio Veneto, gli accordi italo – franco – inglesi del 1906 e del 1925 che ci assicuravano il diritto di preminenza sull’Etiopia, il Trattato di Uccialli distrutto da Menelich, e tutto quanto era stato per l’Italia motivo di sopportazione e di umiliazione.
Tutti questi argomenti fecero del popolo italiano un granitico blocco disposto a qualsiasi privazione pur di realizzare la conquista africana e lo spinsero ad accentuare il suo spirito di sacrificio quando la Gran Bretagna, vittima del suo complesso di superiorità, coalizzò la Chiesa Anglicana, i laburisti, i liberali, i conservatori, i militari, i colonialisti contro l’Italia, accusandola di azione aggressiva.
Il popolo italiano volle coscientemente sfidare gli stati che interferivano col loro ostracismo e con la loro avversione e sopra tutto l’Inghilterra, la sola che non avrebbe dovuto parlare di aggressione, lei che si era appropriata arbitrariamente di quelle terre dove, per disgrazia, si era scoperta una qualche ricchezza; lei che, negli ultimi cento anni, aveva aggiunto ai suoi vasti domini (India, Malesia, Ceylon, regione del Capo, Canada, Caraibi, Australia, Nuova Zelanda, Cafri, Natal, Adenc, Singapore) il protettorato dell’Indocina con l’occupazione di Perù, Hong-Hong, Egitto, Sudan egiziano, Cipro, Kenia, Belucistan, Birmania, Figi, Tonga Cook, Salomone, Wei-hai-Wei, Rodesia, Stati Boeri, Orange, Transwaal, Tongo e Camerum occidentali, Africa Tedesca dell’est e del sud ovest, e Nuova Guinea, realizzando quasi sempre con aggressioni proditorie, sanguinose e ingiustificate, il più ricco impero del mondo.
Intanto continuava il lavoro preparatorio in italia e l’entusiasmo del popolo, nonostante i necessari sacrifici impostigli, cresceva.
Né il patto di Stresa, annullato dall’accordo della Francia con la Russia e da quello dell’Inghilterra con la Germania, né la venuta a Roma di Eden, latore di una pazzesca proposta, né le voci dei benpensanti francesi e inglesi che diffidavano i loro governi a non compromettere la pace in Europa osteggiando una grande potenza marittima e terrestre quale era l’Italia, da secoli legata con vincoli di sincera amicizia all’Inghilterra e alla Francia, per proteggere l’impero selvaggio e schiavistico di Hailè Selassiè, né la proposta inglese di applicare le sanzioni economiche e finanziarie all’italia, né meno le varie composizioni dei comitati dei cinque e dei tredici, servirono ad appianare la vertenza e a risolverla pacificamente dall’Inghilterra che voleva a tutti i costi mortificare il nostro popolo inchiodando l’Italia al nulla di fatto.
E niente di intentato lasciò la Gran Bretagna per realizzare questo suo egoistico disegno, dal concentramento della Home Fleet nel Mediterraneo alla corruzione operata presso la commissione d’inchiesta per l’incidente di Ual Ual che, nel suo responso, giudicò l’Italia responsabile quanto l’Abissinia; dal ricatto politico consumato nei riguardi della Francia perché la seguisse sulla scia delle sue decisioni come infatti avvenne, all’imposta applicazione delle sanzioni economiche contro l’Italia da parte della Società delle Nazioni; ma ogni subdola azione s’infranse contro la volontà, la tenacia e lo spirito di sacrificio del magnifico popolo italiano.
Alla mobilitazione dell’esercito abissino e al concentramento di truppe sulla frontiera, Mussolini, deciso più che mai a condurre fino in fondo l’azione, inviò oltremare tecnici, lavoratori, soldati, materiale di guerra e materiale di costruzione.
Contro la titubanza di alcuni generali e nonostante i sacrifici che si prevedevano, aveva deciso, fermamente convinto di riuscirvi, di conquistare all’Italia il suo posto al sole. Era cosciente delle difficoltà di una guerra coloniale condotta contro un nemico selvaggiamente guerriero, in una terra remota, mentre tutti gli Stati di Ginevra cercavano di affamarlo con le sanzioni, ma era anche così forte la fiducia che riponeva nel suo popolo che mai gli venne meno la certezza della vittoria.
Il 2 ottobre il Duce chiamò a raccolta su tutte le piazze d’Italia il popolo ed annunciò il conflitto africano. L’indomani 3 ottobre i reparti dell’esercito coloniale, guidati da De Bono in Eritrea e da Graziani in Somalia, iniziarono le operazioni che si conclusero nella prima fase con l’occupazione di Adua e di Dolo.
Fallita l’iniziativa di Hoare per una pacificazione, le truppe di Badoglio, che aveva sostituito De Bono, immobilizzate sulla linea Adigrat.Axum-Adua e quelle di Graziani a Gorahei, poterono riprendere le operazioni. Lo scatenarsi delle grandi offensive da nord e da sud ci portò una successione vertiginosamente rapida di vittorie da farci concludere tutte le operazioni in appena sette mesi, sul fronte sud Graziani, nonostante il parere negativo del Comando Supremo in Eritrea, da Dolo-Neghelli lanciò l’offensiva contro le forze di Ras Destà Dantù, disperdendole.
Dal Tigré la colonna Starace marciò su Gondar e conquistò il Lago Tana.
Sul fronte nord Badoglio, da Makallè e attraverso Endertà, Tembien, Sciré Amba Alagi, Lago Asciughi e Dessié, dopo cinque epiche battaglie e dopo aver distrutto i principali eserciti etiopici, giunse alle porte di Addis Abeba.
Concluse le operazioni un’azione violenta e decisiva del Generale Graziani che, con le truppe motorizzate, sopraffacendo le fortificatissime posizioni dell’Ogaden attraverso Sasaabanech, Dagabur, e Giggica, si scatenò sull’Harar terrorizzando l’imperatore etiopico il quale, preoccupato di non poter più utilizzare l’unica via d’uscita, che era proprio la ferrovia di Harar, si precipitò oltre i confini raggiungendo il regno inglese e determinando così la fine delle ostilità.
Il 5 maggio venne occupata la Capitale dell’Impero etiopico.
Nello stesso giorno il Duce dal balcone di palazzo Venezia, annunciò al popolo la fine della guerra in Africa.
L’entusiasmo raggiunse le vette più alte e tutti in Patria e all’estero si sentirono orgogliosi di essere italiani e di vivere quell’ora di vera potenza. E c’era veramente da essere orgogliosi se, nella situazione più difficile, mentre l’Italia combatteva la battaglia diplomatica contro l’Inghilterra e la Società delle Nazioni, mentre sopportava la stretta delle sanzioni economiche e finanziarie che cercavano di piegarla per fame, il popolo, incurante dei sacrifici, aveva realizzato una così incredibile vittoria.
Per la conquista dell’Etiopia vennero utilizzate 25 divisioni di cui 18 mobilitate in Italia e il resto formate di truppe locali. Tra le truppe inviate oltremare fecero parte sette divisioni di volontari della milizia, comandate in parte da generali dell’esercito, ed una composta di italiani all’estero, venuti appositamente per arruolarsi. La tesa situazione internazionale richiese la mobilitazione precauzionale in Libia, nell’Egeo, Sulle Alpi e nelle isole dove vennero armate 19 divisioni. Migliaia di operai vennero inviati in Africa per costruire strade, ponti e tutto quanto le difficoltà logistiche richiesero. Dall’Italia vennero inviati oltremare, a mezzo di 563 viaggi di piroscafi assommati a 4.200.000 tonnellate di naviglio, 21.000 ufficiali, 443000 sottufficiali e truppe, 9.700 operai, 82.000 quadrupedi e 92.000 tonnellate di materiale.
In Italia per la mobilitazione precauzionale e oltremare si ebbero gli spostamenti di 480.000 militari, 80.000 quadrupedi, 470.000tonnellate di materiale con l’impiego di 73.000 vagoni formati 9.700 treni.
E’ ancora oggi motivo di vanto per molti italiani il comportamento appassionato, responsabile ed eroico che il popolo manifestò in quel periodo di fantastica leggenda.
Allo spettacolo pietoso ed infamante che diedero alcuni fuorusciti italiani capeggiati da Pietro Nenni e da Modiglioni, i quali caldeggiarono l’applicazione delle sanzioni economiche all’Italia, presso la Società di Ginevra, all’ostracismo prepotente ed insensato della Gran Bretagna e di altri cinquanta Stati, il popolo italiano rispose stringendosi calorosamente attorno a Mussolini, accettando con entusiasmo ed orgoglio tutte le restrizioni e tutti i sacrifici che culminarono nel gesto grandiosamente sublime della << Giornata della Fede >>. Che vide tutte le mamme d’Italia offrire gli anelli nuziali d’oro in cambio di quelli d’acciaio, per comperare materiali dai Paesi non aderenti alla Società di Ginevra. Mai il popolo d’Italia si era sentito così granitico. Dinanzi ai centri di raccolta, uniti dallo stesso entusiasmo, affratellati dall’umile, magnifica e formidabile offerta, sfilarono i fascisti e gli antifascisti, i ricchi e i poveri, gli umili e gli orgogliosi in un vero, sentito plebiscito. Di fronte a questo alto spirito nazionale, alla ferma decisione e alla concordia del nostro popolo, s’infransero miseramente tutte le insidie miranti a far inginocchiare l’Italia, fiaccola eterna di inoscurabile civiltà, dinanzi ad Hailè Selassiè.
Va ad onore e vanto di molti inflessibili antifascisti italiani il gesto da loro compiuto nel mettersi a disposizione della Patria e del Fascismo in quella circostanza di superba lotta.
Molti stranieri, di fronte a tanta abnegazione, corressero ed alcuni addirittura capovolsero il giudizio negativo già espresso sul popolo italiano, ed incominciarono a considerare il rigido atteggiamento della Gran Bretagna non come il rispetto dei principi della Società delle Nazioni, ma come l’espressione più nefanda dell’egoismo nazionale di un popolo imperialista per eccellenza che non ammetteva e non concedeva possibilità di vita ad una Nazione povera. Tra gli altri in Francia ci manifestarono la loro simpatia Pètain e Castel Noux, Croix de Feu e Daudet, Berant, Maurras e in Inghilterra Garvin, Rothermere, Beaverbrook, Lothian, Chamberlain, Churchill e Kipling.
La tracotante arroganza dei nemici d’Italia s’inchinava di fronte all’eroico sacrificio del popolo nostro mentre Mussolini, incurante delle campagne antitaliane imposte dalla Francia e dall’Inghilterra, certo che il conflitto non si sarebbe allargato in quanto la Gran Bretagna non era sufficientemente armata per una guerra, si preoccupò solo di completare la conquista nel più breve tempo possibile alfine di evitare che la sanzioni economiche avessero peso sulle condizioni di vita del popolo italiano.
Ancora una volta le sue previsioni avevano trovato un perfetto riconoscimento nelle capacità del popolo. Erano infatti passati appena sette mesi dall’inizio delle ostilità e la conquista dell’Abissinia era un fatto compiuto.
L’impero etiopico con le sue ricchezze minerali, con le sue immense pianure, avrebbe costituito, nel prossimo avvenire, fonte di benessere per il popolo italiano, il quale con una sana e virtuosa civilizzazione, avrebbe fatto di quelle terre prive di ogni comodità e regolamento sociale, dove ancora si praticava nel modo più mostruoso lo schiavismo. Il centro della civiltà del continente nero.
In sette mesi, in così poco tempo, l’Esercito italiano unitamente alle camice nere aveva realizzato la più grande conquista di tutti i tempi. Con una rapidità leggendaria e con un coraggio che non trova riscontro in nessun altro popolo che abbia operato in situazione così difficili una conquista africana, aveva percorso l’accidentato, immenso territorio etiopico, aveva affrontato, combattuto e distrutto le armate de Ras Destà Damtù, di Ras Cassa, di Ras Mulughietà, di Sejum Mangascià, di Ras Nasibù e di ras Immrù, travolgendo e annientando il terribile esercito abissino, orgoglio giustificato di Hailè Selassiè e aveva riscattato l’onore dei precedenti insuccessi africani.
Il mondo ammirò stupito tanto incredibile trionfo e l’impresa, che alcuni giudicavano irrealizzabile ed altri lunga di parecchi anni e difficile, si era compiuta solo ed esclusivamente per merito della volontà inesorabile, dell’intuito politico, della diplomazia e dalla moderazione di Benito Mussolini. Il suo merito fu universalmente riconosciuto e la sua fama toccò in quel periodo lo zenit della gloria.
Il 9 maggio Mussolini convocò in tutte le piazze gli italiani, orgogliosi e entusiastici: << Il popolo italiano – disse con voce commossa – ha creato col suo sangue l’impero, lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema, levate in alto, legionari, le insegne il ferro e i cuori, a salutare dopo 15 secoli la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma >>.

Intervento militare in SPAGNA
L’intervento militare dell’Italia mussoliniana alla guerra spagnola è considerato dai denigratori di Mussolini e della sua politica il tallone di Achille del partito fascista. In merito molto si è detto non sempre con criteri obiettivi e, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, quasi sempre con perfetta malafede.
E’ noto come i Governi italiani emersi dalla disfatta, per servire le nuove direttive dell’invasore e per far piacere alle forze di sinistra, abbiano rinnegato e misconosciuto il valore e il sacrificio delle truppe italiane in Spagna, mentre, per spirito di assurda rivalsa politica, dovuta soprattutto a manifesto servilismo, hanno esaltato i pochi antifascisti e fuorusciti italiani che combatterono nelle Brigate internazionali rosse agli ordini del generale russo Kleber.
Si è detto e si continua a dire che Mussolini commise un grave errore politico quando decise di inviare aiuti a Franco; si è detto e si dice ancora che i legionari furono costretti a partire dalle energiche coercizioni esercitate dal partito fascista e che il loro comportamento << fiacco e meschino >>. Manifestato in terra di Spagna, è dovuto alla poca convinzione che regolava i loro atti e alla mancata disposizione di combattere una guerra che non sentivano.
Meschine menzogne che trovano la loro ragion d’essere nella aberrazione completa di certi cervelli corrosi dal venefico acido della propaganda comunista.
Quello di mussolini non fu assolutamente un errore, come vedremo.
I legionari partirono volontari tutti, compresi Vittorio e Bruno Mussolini e Galeazzo Ciano, rispettivamente figli e genero di Mussolini. Combatterono tutti, nessuno escluso, da prodi e fin dai primi giorni s’imposero all’attenzione e all’ammirazione non solo degli spagnoli, bensì del mondo intero. La stupenda azione dello squadrista bolognese Arconovaldo Bonaccorsi che con un riuscitissimo colpo di mano liberò l’isola di Maiorca dai comunisti e la consegnò ai nazionalisti, diede la prima misura dell’ardimento italiano.
Dalle centinaia di migliaia di lettere che i volontari inviarono ai loro familiari risalta evidente che tutti avevano la completa coscienza del perché combattevano e ogni accenno a sacrifici e a pericoli è fatto subordinatamente alla convinzione di dover salvare la civiltà occidentale e la religione cattolica, schiacciando il comunismo dalla terra iberica.
E che sia stato così è documentato dalle epiche e vittoriose battaglie decisive di Santander, dell’Ebro e del Levante e dalla eroica e accanita resistenza nella battaglia perduta di Guadalajara.
Le perdite del C. T. V. hanno inequivocabilmente registrato al nostro attivo nel libro << mastro >> della storia, l’alto spirito combattivo e il coraggio del legionario italiano e non sarà certo l’insulsa propaganda comunisteggiante ad annullarne il valore.
Nel 1931, per subdole manovre della Francia e dell’Inghilterra, a mezzo della massoneria che esercitava la più assoluta autorità negli ambienti governativi spagnoli, e in netto contrasto con la volontà del popolo, dichiaratasi a stragrande maggioranza nelle ultime elezioni, era stata creata la << repubblica democratica spagnola dei lavoratori di ogni classe organizzati in un regime di libertà e di giustizia >>. Tale repubblica, riconosciuta dal Governo sovietico nel 1933, aveva avuto, dal 1931 al 1936, ben 28 ministeri e il conseguente disastro dell’economia e della disciplina spagnola aveva consentito ai comunisti di scalzare il Governo democratico-massonico e di assidersi alla direzione del Paese col preciso intendo di governarlo agli ordini di Mosca.
Nel 1933 la vittoria elettorale dell’opposizione di destra aveva scatenato un’onda di rivolta e di dimostrazioni sanguinosi prevalentemente in Catalogna e nelle Asturie, tanto da costringere nel1936 il Presidente Zamora ad indire nuovamente le elezioni che, condotte in pieno clima di terrorismo, avevano dato la maggioranza ai rossi. La vittoria elettorale era stata seguita subito dalla nomina di un rosso a presidente della Repubblica, dalla estromissione dell’opposizione dal Parlamento, dall’arrivo di specializzati dirigenti politici e sobillatori moscoviti e dalla preparazione per la proclamazione della Repubblica Sovietica Spagnola.
Un mare di sangue aveva invaso la Spagna e le distruzioni, le atrocità, le profanazioni, le nefandezze e le sopraffazioni dei rossi avevano sparso un brivido di raccapriccio per le strade del mondo.
Dopo l’assassinio del deputato di destra, ex ministro Calvo Sotelo, era scoppiata la rivolta del grosso dell’esercito e delle truppe del Marocco. A Tetuan il gen. Francisco Franco Bahamonde aveva assunto il comando delle truppe spagnole in Marocco, il gen. Emilio Mola Vidal aveva mobilitato i Battaglioni della Navarra e il Movimento Nazionale Sociale << Falange spagnola >> aveva inquadrato i volontari a Vallodolid.
Di contro per il governo rosso continuavano ad affluire in Spagna, fin dal 20 luglio, grossi quantitativi di materiale bellico e numerosi tecnici e piloti dalla Russia, e dalla Francia le truppe organizzate a mezzo dell’Internazionale comunista.
Questa la tragica situazione della Spagna nel 1936, cioè quando Mussolini, considerando il pericolo che costituiva per il nostro paese uno Stato agli ordini di Mosca in pieno Mediterraneo, decise di intervenire in aiuto di Franco.
Il movimento insurrezionale poteva restare circoscritto alla Spagna se la Russia, la Francia, L’Inghilterra, la Cecoslovacchia, il Belgio e la Svezia non avessero deciso di appoggiare i rossi con uomini, materiale bellico e di ogni genere, con denaro e con una abilissima propaganda. Infatti Mussolini per ben due volte rifiutò l’aiuto a Franco e si decise solo quando seppe che altre nazioni aiutavano i rossi. Questi, che comprendevano, oltre le milizie regolari e irregolari spagnole, le truppe internazionali formate da francesi, inglesi, americani, tedeschi, polacchi, australiani, olandesi, norvegesi, canadesi, jugoslavi, cechi, argentini, svizzeri, italiani, danesi, irlandesi e cinesi, tutti fanatici del credo comunista e dalla fede anarchica, venivano continuamente rinvigoriti da nuovi arrivi che colmavano i vuoti provocati dalle operazioni di guerra.
Senza l’intervento dell’Italia, subito seguita dalla Germania e dal Portogallo, le truppe rosse avrebbero avuto ragione delle forze falangiste ed avrebbero instaurato in Spagna la repubblica sovietica spagnola.
Ignorare la tragedia del popolo spagnolo significava per noi italiani addossarci la responsabilità della complicità nella bolscevizzazione dell’Europa.
Il 5 agosto 1936 segnò la data della partecipazione italiana in Spagna. Infatti, lo stesso giorno, il gen Franco, protetto dall’aviazione italiana, sbarcò col grosso delle truppe spagnole del Marocco a Cadice e Algesiras, iniziando subito la riorganizzazione dell’esercito e le conseguenti operazioni di guerra.
I nostri legionari, tutti provenienti dall’Esercito e dalla Milizia, nel complessivo raggiunsero il numero di circa 50.000. I primi vennero inquadrati nel << Tercio Legionario >> e si distinsero eroicamente durante l’avanzata verso il nord, ma, in seguito, nel febbraio del 1937, con l’arrivo di altri, costituirono una intere brigata, reparti specialisti e due brigate miste italo-spagnole, che al comando del gen. Roatta, parteciparono con brillanti operazioni all’occupazione di Malaga.
Altri volontari e altro materiale, nella primavera del 1937 a Vallodolid, consentì la formazione del corpo di truppe volontarie ( C.T.V. ) che comprendeva quattro divisioni, due brigate miste italo-spagnole, due gruppi di battaglioni autonomi camice nere, e un raggruppamento di armi speciali. In seguito, le grandi perdite della battaglia di Guadalajara, - dovute non alla viltà del volontario italiano, bensì all’affrettato calcolo di alcuni comandanti in fregola per riscattare la sconfitta di Jarana e del Manzanares dell’esercito nazionalista – che il C.T.V. subì perché mancante quasi completamente di artiglieria e di aviazione, indusse i responsabili a rivedere l’armamento e l’ordinamento del Corpo Truppe Volontarie. Da allora comprese due forti divisioni, un raggruppamento camice nere, uno di carristi, uno di artiglieria e reparti vari del genio. Il C.T.V. partecipò valorosamente alla conquista della fortificatissima Bilbao e, da solo, dopo una furiosa battaglia condotta eroicamente, eseguì la quasi impossibile conquista di Santander.
L’artiglieria e l’aviazione italiana si distinsero soprattutto nella cruenta battaglia di Teruel durata 70 giorni.
Nella primavera del 1938 il C.T.V., con una serie di vittoriosi combattimenti, partecipò alla battaglia dell’Ebro, in conseguenza della quale le truppe di Franco poterono raggiungere il Mediterraneo, alle battaglie del Levante, di Ternel, di Sagunto, di nuovo sull’Ebro e a quella, durata un mese, di Catalogna ch’egli consentì di entrare per primo a Barcellona. Infine, completò l’opera di conquista espugnando Albacete e catturando i residui dell’esercito rosso.
Il primo aprile del 1938 il gen. Franco annunziava la disfatta dell’esercito comunista e la fine della guerra.
Il contributo italiano fu decisivo e sì riassume nei seguenti dati: 108 battaglioni rossi vinti e dispersi dal C.T.V., 908 apparecchi nemici abbattuti e 45 distrutti al suolo dall’aviazione italiana che registro una perdita di 86 apparecchi, lire 10 miliardi in materiale da guerra; 3.327 morti 11.227 feriti; e, oltre al materiale di ogni tipo, 1600 cannoni in dotazione dell’artiglieria italiana, 95 natanti, uno stormo da bombardamento pesante, uno da bombardamento veloce, uno stormo da caccia, una squadriglia d’assalto, un gruppo da osservazione e altri gruppi da bombardamento e da caccia dislocati alle isole Baleari.
Contrariamente a quanto si va affermando oggi, la rivoluzione spagnola si rivelò subito di grave e preciso interesse internazionale. L’Italia ha il merito di aver intravisto con immediatezza il pericolo dalla bolscevizzazione spagnola, mentre altre Nazioni, le quali vantano secoli di previggente politica, non solo non se ne resero conto, ma addirittura alcune di loro, come la Francia e l’Inghilterra, dopo averla voluta e potenziata, unitamente alla Cecoslovacchia, il Belgio e la Svezia la difesero alla Società delle Nazioni. I Governi franco e inglese, pur di scongiurare il pericolo che la Spagna uscisse dalla loro influenza, da parecchio tempo operante, e cadesse sotto quella dell’italia e della Germania, preferiscono ignorare le stragi e le crudeltà che decimavano il popolo spagnolo nella illusoria speranza di sgretolare la consistenza della penisola iberica e sperderne le province rendendole schiave ai diversi stati interessati. Cosi operando per poco non realizzarono il sogno della Russia comunista che, presente nei governi rossi spagnoli con il suo personale tecnico-politico, inviato col preciso compito di iniziare la bolscevizzazione dell’Europa, e col terrorismo bolscevico, stava distruggendo con la Spagna la più utile muraglia anticomunista del continente europeo.
Se la rivoluzione fosse stata vinta dai rossi avrebbe cambiato, nella forma più disastrosa per l’Italia in particolare e per l’Europa in generale, l’equilibrio di forze nel Mediterraneo. Perciò l’Italia aveva l’interesse che la Spagna restasse indipendente, forte e unitaria, in contrasto con quanto volevano i franco-inglesi ai quali, nella sua posizione geografica, uno Stato spagnolo con politica indipendente appariva pericoloso per la egemonia.
Il popolo italiano non approvò nella totalità, come era avvenuto per la conquista dell’Etiopia, l’intervento in Spagna. Da certi ambienti circolarono varie critiche non del tutto giustificate.
Ai responsabili di questi ambienti, allora nella comoda veste di critici in sordina, oggi nell’altrettanto comoda fisionomia di demo-sovversivi, consigliamo la lettura della lettera collettiva, firmata dal Cardinale. Isidoro Gomà y Tomas e da 52 vescovi non ancora massacrati dalle forze rosse, inviata dalla Spagna a tutto il mondo il 1° luglio 1937.
Solo dopo aver preso visione di tale raccapricciante documento, in piena coscienza possono stabilire, se Mussolini aveva ragione. Oggi a distanza di 74 anni possiamo affermare che aveva ragione, infatti ha ritardato di 20 anni la bolscevizzazione di mezza Europa, la quale ha sofferto per oltre 44 anni l’oppressione comunista.

Intervento militare in ALBANIA
L’occupazione dell’Albania si svolse tranquillamente e la mancata reazione del popolo indigeno non meravigliò nessuno.
Gli albanesi da sempre hanno considerato l’Italia una seconda patria. E a ben ragione, perché i rapporti esistenti da secoli fra i due popoli sono stati sempre improntati ad una spassionata protezione e alla più doverosa riconoscenza.
Fin dai tempi dello Stato romano e delle Repubbliche marinare gli italiani seppero meritarsi tale riconoscenza prodigando al disgraziato popolo protetto, in svariate occasioni, l’aiuto più incondizionato. E infatti, nel 1487, dopo la morte di Skanderberg, gli albanesi cristiani, che in seguito alla feroce persecuzione dovettero abbandonare il loro paese, si rifugiarono proprio nella seconda patria creando le colonie albanesi di Venezia, Napoli, e Sicilia. Le stesse colonie che, servendosi dell’appoggio e dei mezzi italiani, riaccesero la fiaccola delle rivolte le quali nel 1913 con il patrocinio dell’Italia alla Conferenza di Londra realizzarono l’indipendenza albanese. E nel 1918 fu ancora l’intervento caloroso dell’Italia che non permise la divisione del territorio albanese tra Jugoslavia e Grecia. Dal 1921, cioè dopo che la Conferenza degli Ambasciatori riconobbe la prevalenza degli interessi italiani in Albania, i nostri Governi intensificarono gli aiuti e le concessioni di larghe sovvenzioni per equilibrare l’economia albanese.
In seguito i due Paesi si avvicinarono sempre più tramite la costituzione della Banca d’Albania con capitali italiani nel 1925, il Trattato di amicizia nel 1926, il Trattato di alleanza che stabiliva, tra l’altro, il diritto da parte dell’Italia di mandare truppe per ristabilire l’ordine del paese nel 1927, ed infine nel 1928 con la elevazione alla dignità del regno del notabile albanese musulmano Ahmed Bey Zogoli che prese il nome di Zog I.
Il Governo fascista volle la costituzione del regno albanese sperando nel contributo di re Zog I per una più immediata affermazione della pacificazione e dell’ordine in Albania. E, appunto per facilitargli il compito, l’Italia erogò ingenti somme per la trasformazione del Paese; costruì strade, ponti, aeroporti, ospedali, scuole, acquedotti e diede un grande impulso all’industria e alla agricoltura; assorbì tutta l’esportazione albanese e tutta l’importazione; ospitò gratuitamente gli studenti nelle nostre università; guidò l’amministrazione del paese, la politica estera e le Forze Armate con commissioni italiane di specializzati e di tecnici ad ogni anno colmò il deficit del bilancio con larghi contributi.
Nel 1939, di fronte all’atteggiamento ambiguo di Zog I nei confronti dell’Italia, i Governi dei due paesi decisero di rafforzare la loro alleanza, concordo, unitamente alle più autorevoli personalità albanesi, un progetto di patto di alleanza che fu sottoposto al re d’Albania. Questi cercò di temporeggiare e quando la Legazione italiana chiese telegraficamente una risposta positiva o negativa, rispose chiedendo una proroga.
Nella notte tra il 6 e il 7 aprile dello stesso anno le truppe italiane nel numero di cinque divisioni sbarcarono a Santi Quaranta, a Valona, a Durazzo e a S. Giovanni di Medua. Non vi furono scontri sanguinosi, qualche colpo di fucile e una decina di morti dalle due parti. Né l’esercito, né il popolo opposero resistenza all’avanzata delle truppe italiane.
La mattina del 7 re zog I lasciava l’Albania portandosi dietro il tesoro dello stato e il 12 un assemblea costituente di notabili decideva di offrire la corona d’Albania al re d’Italia.
Resta di fatto però che lo sbarco in Albania non fu una vera e propria azione di conquista, poiché il carattere internazionale dei rapporti fra i due Paesi rimase di due stati alleati. Gli albanesi continuarono a comandare nel loro paese, ad avere il loro esercito e la piena ed assoluta autonomia dei servizi esteri.
Con una formula indovinatissima, scelta e voluta da Mussolini e sancita tramite gli accordi intervenuti fra i due paesi: subito dopo lo sbarco delle truppe italiane, l’Albania rimase uno Stato indipendente, l’unione italio-albanese nella sovranità di re Vittorio Emanuele.
Tutti gli Stati , senza porre alcuna difficoltà, riconobbero la nuova situazione giuridica dell’Albania.
Ufficialmente si addebitò l’azione in Albania all’atteggiamento ambiguo del re Zog I nei riguardi dei patti di alleanza, ma in realtà lo sbarco fu determinato dai seguenti motivi: l’espansione della influenza germanica sui balcani, particolarmente sulla Jugoslavia e sulla Romania, specie dopo l’Anscluss, giustificata da Hitler come potenziamento dell’asse Roma-Berlino e che invece costituiva uno svantaggio politico per l’Italia; le manifeste mire dell’Austria sull’Albania, ripetutamente incoraggiate da re Zog I; ed infine, non meno importante l’azione di accerchiamento della Germania e dell’Italia attraverso la protezione elargita a vari Stati (Polonia, Ungheria, Grecia etc.) che l’Inghilterra aveva iniziato e che avrebbe potuto estendere sull’Albania.
Praticamente Mussolini con quell’occupazione volle evitare che l’Albania ci sfuggisse, con la conseguente perdita di tutto quanto in essa avevamo investito per arricchirla, come era avvenuto precedentemente con la Tunisia; volle sottrarla alle ambizioni della Gran Bretagna; e soprattutto volle ristabilire l’equilibrio con la Germania circa l’influenza sui Balcani.


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INTERVENTI MILITARI

Messaggio  Admin il Ven 19 Feb 2010, 22:58

Intervento militare: SECONDA GUERRA MONDIALE
Voler a tutti i costi riversare su Benito Mussolini l’accusa di aver preparato e voluto la seconda guerra mondiale equivale a tentare di capovolgere completamente la storia degli ultimi settant’anni, a falsare la cronaca italiana dello stesso periodo ed infine a dimostrare di avere una concezione errata dell’intelligenza, del fiuto politico e dell’equilibrio mentale di Mussolini e del Fascismo.
L’Italia fascista anche se, per ragioni politiche, appariva armata e disposta a scendere in guerra alla prima provocazione, si sforzò, sempre, di svolgere i suoi uffici, e gli atti diplomatici ne fanno fede, per creare l’equilibrio di forze in Europa ed assicurarle la pace.
Ogni gesto, ogni atto di Mussolini è dedicato con la più grande energia e consapevolezza a questa sua magnifica aspirazione.
A nulla serve voler capovolgere, oggi, i suoi pensieri e la sua volontà per presentarlo come un criminale assetato di sangue, pervaso da una pazza volontà di distruzione. La storia ha già bollato i veri responsabili del conflitto e Mussolini, il quale, in mille circostanze, rese noto, a italiani e soprattutto a stranieri, che una guerra avrebbe messo in giuoco tutte le realizzazioni dell’Italia, avrebbe provocato forse la fine del fascismo, Mussolini che ammonì ripetutamente i capi degli Stati europei a non tendere troppo la corda perché una nuova guerra avrebbe rappresentato la distruzione della Potenza europea a beneficio del comunismo russo e dell’economia americana, Mussolini che non si stancò mai di offrire cordialità e amicizia a tutti e che, in più occasioni, ebbe a dichiarare che l’Italia aveva bisogno di pace e di lavoro per consolidare e civilizzare il suo Impero, Mussolini, tra tutti i capi di stato e di Governo dell’epoca, e l’unico che si salva dalla tremenda accusa di aver voluto la guerra.
Abbiamo visto sin dalla sua ascesa al potere chiese, inascoltato, la revisione del trattato di Versailles, causa unica, come i fatti hanno provato, del secondo conflitto mondiale. Nel 1927 prevede gli anni cruciali del 1935-40 e invitò tutti gli Stati a colmare gli squilibri internazionali al fine di ristabilire l’armonia del Continente. Alle conferenze di Locarno, di Losanna, a quelle di Londra, alle successive di Roma, Ginevra, Londra, Parigi, Stresa, Monaco e coi patti, accordi trattati, maggioranza da lui escogitati e voluti, Mussolini manifestò sempre la sua energica volontà di pace.
Se tutti coloro che oggi giudicano Mussolini responsabile del conflitto, sfuggissero per un solo attimo alla suggestione della polemica politica e risalissero negli anni in un onesto esame retrospettivo degli atti del Governo italiano, vedrebbero scaturire da una vasta ed inoppugnabile documentazione, la validissima conferma di quanto affermiamo: il costante e perfetto equilibrio che guidò sempre il capo del governo di allora non dà adito a nessuna incriminazione.
Infatti essi vedrebbero in questa specie di film della edificazione nazionale, i seguenti fatti: per anni, pur di creare le condizioni favorevoli ad una pace duratura, Mussolini protesse la Germania, cercò di sgravarla dagli onerosi impegni imposti dai governi franco-inglese con il trattato di pace e fino a quando gli fu concesso dalle circostanze cercò di evitare l’occupazione della Ruhr da parte della Francia. E quando, dopo l’occupazione francese del territorio tedesco e la mancata revisione del trattato, dopo l’avvento al potere di Hitler e il successivo tentativo dello stesso di annettersi l’Austria, fallito solo per il tempestivo intervento delle truppe italiane, Mussolini si rese conto, specie in seguito alla denuncia da parte tedesca dell’articolo 5 del trattato di Versailles, che ormai la revisione non era più sufficiente per bloccare le ambizioni di Hitler, ideò, propose e firmò un accordo con Laval che, tra l’altro, comprendeva un’alleanza militare italo-franco-jugoslava capace di bloccare la Germania nel caso questa avesse voluto ripetere il colpo di mani sull’Austria.
Stretta dalla morsa italo-franco-jugoslava la Germania non sarebbe stata mai nelle condizioni di occupare l’Austria e di costituire un serio pericolo per la pace del mondo.
L’accordo non piacque all’Inghilterra, la quale con un trattato autorizzò la Germania a costruirsi una flotta, influenzo il Parlamento di Parigi che provocò la caduta di Laval e la mancata ratifica del patto italo - francese, e fece scatenare una meschina campagna antitaliana in Francia.
Poi venne il patto franco - russo che diede l’occasione alla Germania di occupare militarmente la riva del Reno. L’orientamento verso il comunismo della Francia di Blum spinse l’italia a concludere un patto con l’Inghilterra inteso a mantenere lo status quo nel mediterraneo. Ma nemmeno il << gentlemen’s agreement >> servì ad allontanare il pericolo della guerra, poiché, mentre Mussolini cercava di dedicare tutte le energie alla valorizzazione dell’Impero e al consolidamento della pace in Europa, la Gran Bretagna iniziava gigantesche opere di fortificazioni nel Mediterraneo e in Egitto.
Solo allora il Governo fascista, vistosi completamente isolato in Europa, preoccupato di conservare l’Impero africano, decise una politica musulmana e, per non restare completamente alla mercé di una Francia comunisteggiante e di una Inghilterra sempre più provocante, si appoggiò alla rinascente forza tedesca. Aderì al patto anticomintern, già esistente tra Germania e Giappone e permise l’occupazione dell’Austria da parte tedesca.
Sopraggiunsero i drammatici giorni di Monaco. l’umanità tremò di paura e quando Mussolini, con la sua mediazione, riportò la serenità in Europa, il mondo intero lo salutò salvatore della pace. In quella occasione Mussolini, per assicurare un lungo periodo di tranquillità al mondo. Propose la creazione di un direttivo capace di armonizzare le aspirazioni e gl’interessi degli Stati. Ma non fu possibile. E fallì anche, a causa del successo italiano in Spagna, la proposta di Mussolini intesa a creare il << patto Mediterraneo dei tre >> italio-franco-inglese.
Nel frattempo la Germania, approfittando dei dissensi fra cechi, slovacchi e ruteni, occupava la Boemia, annunciava il protettorato sulla Boemia e Moravia, creava una Slovacchia indipendente e se la faceva alleata, e faceva riannettere la Rutenia alla Ungheria.
Nemmeno questa nuova sconvolgente situazione europea servì a convincere i governi franco- inglese ad accettare l’intesa con Mussolini. Accecati dall’odio contro l’Italia, iniziarono la politica di accerchiamento dell’Italia e della Germania elargendo la loro protezione ai piccoli Stati della Polonia, Romania e Grecia. Fu cosi che, mentre la gran Bretagna con il decreto della coscrizione militare e con la firma del patto di mutua assistenza anglo - turco denunciava la sua volontà bellica, l’Italia il 22 maggio 1939 firmava il << Patto d’acciaio >> con la Germania. In esso, tra l’altro, si stabiliva: << la consultazione per tutti i principali problemi politici europei e se gli interessi di una delle due parti sono minacciati, l’altra deve fornirle il completo appoggio politico e diplomatico.
Se una delle due potenza si troverà trascinata in un conflitto, l’altra si schiererà al suo fianco e in caso di guerra vi sarà collaborazione integrale. E’ esclusa la pace separata >>.
All’atto della firma per espressa volontà del Governo italiano, si stabiliva anche che entrambe le nazioni firmatarie s’impegnavano a non turbare la pace in Europa, prima di tre o quattro anni dalla data della firma del patto.
Quando poco più tardi Hitler mise sul tappeto la questione dei confini polacchi e di Danimarca, tragico residuo degli errori di Versailles, Mussolini, sempre per scongiurare il conflitto, consigliò il Governo polacco di negoziare con Berlino. Disse Invano che, in caso di guerra, la protezione anglo-francese si sarebbe risolta a danno della Polonia. Ma questa, incoraggiata dalla garanzia inglese e dai consigli americani, rifiutò di trattare.
Quanti tentativi non fece Mussolini per risolvere la vertenza pacificamente!
Dopo un ennesimo rifiuto per raggiungere una pacifica distensione da parte della Germania e della Polonia, decise di comunicare a Hitler che non intendeva prendere parte ad un conflitto << non voluto né desiderato >>, ma sopravvenne il patto di non aggressione e di amicizia tra Berlino e Mosca.
Mussolini insistette ancora in favore dei negoziati e alla risposta negativa da parte tedesca, telegrafò che l’Italia mancava di materie prime e di materiale bellico. Su richiesta di Hitler, comunicò l’elenco del materiale mancante esageratamente portato a <<17 milioni di tonnellate da inviare immediatamente >>. Con tale assurda richiesta Mussolini voleva far temporeggiare, in attesa di una soluzione pacifica, Hitler, ma questi rispose che, rendendosi conto della situazione italiana, la invitava a mantenere un atteggiamento amichevole poiché era certo di sconfiggere la Polonia, la Francia e l’Inghilterra da solo.
Altri tentativi fece ancora Mussolini per evitare il conflitto. Il 31 agosto 1939 invitò ad una conferenza generale l’Inghilterra che si rifiutò; il 5 settembre invitò ancora Germania, Francia e Gran Bretagna a regolare le difficoltà sorte dal trattato di Versailles, ma anche questa volta rifiutarono eliminando ogni possibilità di soluzione pacifica.
Mentre le truppe tedesche continuavano ad avanzare in territorio polacco, Mussolini chiese ad Hitler ed ottenne di essere sciolto dagli impegni di alleanza.
Il 3 settembre 1939 l’Inghilterra alle ore 11 e la Francia alle 5 del pomeriggio diramarono le dichiarazioni di guerra alla Germania.
Fallito ogni tentativo di ristabilire la pace, Mussolini, assistendo personalmente agli sviluppi della guerra, prese a considerare la possibilità o meno di un intervento italiano. E le considerazioni ideologiche, storiche e politiche lo portarono ad una sola conclusione: l’Italia non poteva restare fuori del conflitto pena la schiavistica imposizione delle altre potenze e la retrocessione al ruolo di debole Stato. Ciononostante volle temporeggiare, sperando in un improvviso fatto nuovo capace di riportare la pace in Europa, ed inaugurò il periodo della << non belligeranza >>.
Appartengono proprio a quel periodo la rapida costruzione del << Vallo littorio >> alla frontiera con la Germania per proteggerci da un eventuale attacco tedesco; il discorso di Ciano alla Camera con la seguente dichiarazione: << patto d’acciaio, sorto a causa delle sanzioni e dell’atteggiamento ostile franco - inglese, cessava di esistere per inadempienza tedesca in quanto negli accordi 6 - 7 maggio si era concordato e stabilito sulle necessità di dirigere ogni sforzo al fine di prevedere e consolidare la pace in Europa per un lungo periodo di tempo necessario ad ambi i paesi per perfezionare l’opera di ricostruzione interna e completare la preparazione militare >> e << che invece subito dopo la firma il Governo tedesco aveva tirato fuori la questione di Danzica e in contrasto a quanto stabilito dal patto d’acciaio aveva firmato un patto con la Russia con la quale aveva spartito la Polonia >>.
Si era alla fine del << patto d’acciaio >>, alla completa rottura dell’alleanza con la Germania, allo sganciamento assoluto di ogni responsabilità. Ma le cose dovevano andare così: l’Inghilterra, la Francia e l’America avevano da tempo decretato la distruzione del fascismo e con esso della Potenza italia. Il conflitto era stato predisposto e voluto solo per il raggiungimento di questo scopo, e fecero di tutto per coinvolgere l’Italia nella guerra.
Dichiarando la seconda guerra mondiale non vollero colpire la Germania, che loro stessi avevano aiutato a potenziarsi, bensì l’Italia. Ecco perché mentre Mussolini studiava con l’incaricato americano, sottosegretario di Stato, Summer Welles la possibilità di fermare Hitler da Roosevelt e di pacificare l’Europa con la federazione delle quattro Potenze interessate, l’Inghilterra ci provocava con restrizioni e prepotenze bloccando nel mediterraneo le nostre navi provenienti o dirette in Italia. Nel contempo da tutta la stampa “ democratica” si ritornò a parlare dell’Italia <<prostituta europea >> abituata a non rispettare i trattati e i patti sottoscritti, e sempre disposta ad offrirsi al migliore offerente >> e della << Nazione dei giri di valzer >>.
A nulla valsero gli sforzi titanici che Mussolini fece per riportare la serenità in Europa così come furono annullati tutti gli atteggiamenti che Mussolini assunse per restare fuori del conflitto.
Si trovò di fronte un potente schieramento di forze: demoliberali, plutocrati, comunisti, massoni esasperati dagli incontestabili successi dell’Italia fascista, avevano già deciso fin dalla conquista italiana dell’africa e dal trionfo legionario in Spagna di punire l’intraprendente giovane Stato italiano.
Alla risposta negativa di Roosevelt, il quale non voleva la pace bensì la distruzione delle potenze europee per impadronirsi dei mercati, mentre il concerto delle ingiurie e delle provocazioni continuava, Mussolini, sempre più preoccupato dell’avanzata russa che mirava a portare il comunismo al centro dell’Europa e di fronte agli impressionanti successi tedeschi, decise di entrare in guerra.
Il 31 marzo 1940, senza la minima obiezione, il re Vittorio Emanuele III e il maresciallo Pietro Badoglio approvarono la relazione di Mussolini che prevedeva la partecipazione al conflitto contro gli anglo-americani.
Intanto in giugno la situazione della guerra in corso era la seguente: la flotta britannica battuta dall’aviazione tedesca era costretta a ritirarsi; le truppe franco-inglesi cacciate dalla Novergia, mentre le divisioni norvegesi si arrendevano; sconfitte e quasi distrutte le truppe franco-inglesi permettevano l’occupazione dell’Olanda e del Belgio; l’esercito olandese si arrendeva, quello belga capitolava, le armate francesi battute ripetutamente, fuggivano; cadeva Dunkerque e l’armata inglese con gravi perdite si rifugiava il Francia; occupazione della linea Somne, sfondamento della invincibile linea Maginot, i tedeschi travolgendo ogni resistenza e ogni ostacolo marciavano verso Parigi.

L’11 giugno 1940 l’Italia entra in guerra.

Qui dovremmo parlare dei sacrifici del popolo, del grande popolo italiano che sofferse anni tremendi di miseria e di privazioni, di distruzione e di morte senza mai vacillare, senza mai piegarsi.
Dovremmo dire delle navi che venivano lasciate al largo per favorire il bersaglio ai nemici, della benzina che diventava acqua, di marescialli d’Italia che suggerivano agli avversari lo sbarco in Sicilia, per ottenere la fine del fascismo, di italiani degeneri che dietro la maschera del fuoruscitismo politico invocavano spaventosi bombardamenti sulle città della loro patria e sul loro popolo, di musicisti illustri che misero la loro opera al servizio dei nemici d’Italia, di sacerdoti che offrirono la loro gratuita collaborazione ai distruttori dell’abbazia di monte Cassino, dovremmo dire del collaborazionismo, dei sabotaggi, dei tradimenti e danno della nostra patria in guerra.
Vi rinunciamo. Di traditori ve ne sono in ogni paese.
Dovremmo parlare delle mille battaglie sostenute e condotte col più alto spirito di sacrificio dalle nostre truppe. Dovremmo dire delle sabbie roventi e delle nevi congelanti inondate di sangue italiano, dei pericolosi mari e dei cieli di fuoco che videro i più supremi olocausti, dire della gloriosa fine di centinaia di migliaia di figli d’Italia, parlare delle infinite croci sparse in tutte le terre e in tutti i mari, delle molte schiere di prigionieri che sempre tennero alto il nome d’Italia, parlare dei nostri eroismi che non sono più cronaca, non sono più storia perché l’arte internazionale li ha mutati in leggenda.
Parlare di tutto ciò? Noi siamo i vinti. La nostra è stata una guerra perduta.

Il 25 luglio 1943, dopo una tempestosa seduta al Gran Consiglio, Sua Maestà il re Vittorio Emanuele III, con un gesto anticostituzionale che ignorò l’immunità parlamentare, fece arrestare sulla soglia di casa l’onorevole Benito Mussolini e chiamò a succedergli al Governo nazionale il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

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