Politica estera.

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Messaggio  Admin il Sab 27 Feb 2010, 22:57

POLITICA ESTERA 1922 – 1925
Benito Mussolini, Presedente del Consiglio e Ministro degli Esteri del primo Governo fascista italiano, subito dopo l’avvento al potere, partecipò alla Conferenza di Losanna per discutere con Poincarè e Lord Curzon la situazione derivante dalla sconfitta della Grecia.
Mussolini aveva trattenuto per sé il ministero di politica estera perché cosciente delle difficoltà in cui si trovava la situazione europea. Aveva certamente il quadro esatto delle condizioni in cui si era venuto a trovare il Continente nell’immediato dopo guerra e volle perciò operare in maniera tale da convogliare tutti i suoi sforzi al ristabilimento dell’equilibrio di forze in Europa a alla rivalutazione dello stato italiano nella considerazione straniera.
Due compiti alquanto difficili che richiedevano l’esperienza, l’acume e la calma di un consumato ed astuto uomo politico, mentre Mussolini non aveva ancora quarant’anni ed era Capo del Governo italiano da appena pochi giorni. Ciononostante superò benissimo la prova e si impose subito all’attenzione del mondo. Sorretto dalla convinzione che, per assicurare la pace, bisognava ricostituire il compenso di forze tra gli stati Europei e che, per arrivare a tanto, era necessario innalzare l’Italia al ruolo di grande potenza, tutti i suoi interventi sul piano internazionale furono ispirati a raggiungere tali scopi.
Perciò mentre provvedeva a riordinare le cose interne per dare una consistenza ed una coscienza nazionale al popolo italiano che ancora risentiva della delusione della vittoria, del caos civile e della degradazione dei deboli governi, si preoccupava di risolvere nel miglior modo possibile i rapporti di forze europee che, con la Germania piegata e distrutta, l’Austria-Ungheria spezzettata e la Russia declassata dalla rivoluzione bolscevica, erano stati compromessi, consentendo alla Francia e all’Inghilterra di operare a loro piacimento nel Continente europeo. L’isolazionismo dell’america favorì moltissimo il prestigio di assoluto dominio franco-inglese, prestigio che si rivelava sempre più un costante pericolo per la pace d’Europa e che costituiva un’assillante preoccupazione per Mussolini che della pace del Continente si era proclamato il difensore.

Convinto come era che la pace dell’Europa stava nell’equilibrio delle forze e nella equa distribuzione del benessere, fin dall’inizio della sua politica estera mirò alla realizzazione di tale programma che comprendeva principalmente la riabilitazione morale e bellica della Stato italiano.
Il primo atto di assoluta dignità in politica estera Mussolini lo compì a Territet dove si fermò prima di arrivare a Losanna e dove pregò i rappresentanti della Francia e dell’Inghilterra di raggiungerlo per stabilire, con speciale comunicato, che la Conferenza avrebbe avuto carattere di perfetta uguaglianza per tutti gli Stati partecipanti. Alcuni immemori italiani, in contrasto con gli stranieri, considerarono esagerato questo atteggiamento, ma non Mussolini che conservava ancora l’amara esperienza della conferenza di Parigi per la questione d’Oriente, nella quale l’Inghilterra e la Francia avevano escluso l’Italia, incapace di imporsi. Quel fatto servì a confermare quanto il Capo del Governo italiano aveva detto alcuni giorni prima alla Camera e cioè che era disposto a rispettare i trattati e ad essere solidale con gli alleati, solo a condizione che questi manifestassero delle prove concrete d’amicizia per l’Italia.
A Losanna Mussolini, nell’interesse dell’Europa, fu solidale con la Francia, mentre nei giorni successivi, durante la Conferenza di Londra, nella discussione delle riparazioni tedesche, si batté in favore della Germania contro il progetto di Poincarè di occupare la Ruhr, e per sgravarla dagli onerosi impegni, dopo aver denunciato il pericolo che rappresentava per l’Europa tutta il crak della economia tedesca ottenne di discutere in unica soluzione i debiti e le riparazioni e propose una sospensione di due anni dei pagamenti.
Fin dai primi mesi di Governo si rivelò equilibrato, non rinunciando tuttavia al tono decisivo, e seppe in certe circostanze ripiegare dai principi di partenza senza dare alcuna dimostrazione di sottomissione o di vane rinunce. Così, pur non approvandoli, fece ratificare gli accordi navali di Washington e le convenzioni di Santa Margherita per avere la possibilità di chiudere definitivamente con gli errori del passato, liberarsi dalla schiavitù dell’Adriatico, regolare i rapporti con Zara ed aiutare economicamente Fiume.
Anche in occasione dell’occupazione della ruhr da parte francese, avvenuta contro la decisione italio-inglese, si comportò sensatamente non rompendo con la Francia e assicurandosi la continuazione del rifornimento di carbone in riparazioni dalla zona occupata.
La sagace ed intelligente condotta del Governo di Mussolini fece risalire l’Italia ad un alto livello nella scala dei valori politici continentali.
In omaggio e questo nuovo stato di cose e a comprova della grande influenza dello Stato italiano nei rapporti europei, molti uomini politici vennero a Roma per discutere e accordarsi con Mussolini.
Il cancelliere Seipel giunse da Vienna per comunicare che voleva ricostituire lo Stato absburgico onde scongiurare il pericolo dell’Anschluss; in agosto arrivò Benes da Praga per regolare alcuni importanti questioni economiche e per pregare Mussolini di non approvare la ricostituzione dello Stato suddetto. Il presidente del Consiglio italiano s’incontrò anche con il Capo del Governo ungherese e con il ministro degli Esteri Greco e a Milano con i ministri degli Esteri del Belgio e della Polonia.
I rapporti con la Francia e con l’Inghilterra erano sensibilmente cordiali, improntati quasi sempre sulla continua gelosia che dominava l’Inghilterra se l’Italia si avvicinava un po’ troppo alla Francia e la Francia se qualche avvenimento aumentava la cordialità tra Italia e Inghilterra. In maggio, accolto da spontanee manifestazioni di simpatia, Re Giorgio V d’Inghilterra venne nel nostro paese.
L’energico atteggiamento di Mussolini per i fatti di Corfù compromise le relazioni italo-inglesi e nel contempo aumentò il prestigio dello Stato italiano, in seguito all’accanita ostilità anglo-francese manifesta in occasione dell’eccidio di Giannina, Mussolini, resosi conto che questi due Governi intendevano la cordialità con l’Italia solo a condizione che questa rimanesse succube della loro influenza, decise di allagare i rapporti con altri Stati, e di praticare una politica più autonoma, indipendente dai desideri o dalle esigenze della Francia e della Gran Bretagna. Firmò vantaggiosi trattati commerciali con la Spagna, con la Francia, con la Cecoslovacchia, con il Canada, la Svizzera, l’Austria e la Turchia.
Avvicinò Pasic e lo spinse a trattare direttamente con l’Italia nel reciproco interesse; mandò il generale Giardino a Fiume in qualità di Governatore; osteggiò le ambizioni di Poincarè che voleva allargare l’occupazione sul territorio tedesco e invitò gli Stati interessati a fare qualcosa per la Germania la cui situazione finanziaria diventava sempre più disastrosa, vessata dalle tremende imposizioni del trattato di Versailles.
In novembre, unitamente ai Sovrani d’Italia, ricevette a Roma i reali di Spagna e Primo de Rivera.
Infine, con un acume ed un senso di previsione che sono privilegi solo dei grandi uomini politici, avviò negoziati con la Russia, già risorta dopo il caotico periodo della rivoluzione, e si dichiarò disposto a riconoscere de jure la repubblica bolscevica.
Nel gennaio del 1924 concluse brillantemente, con la definitiva sistemazione della difficilissima situazione fiumana, l’azione diplomatica intrapresa con la Jugoslavia. Convinto che con la mediazione franco-inglese non avrebbe mai raggiunto nessun pratico risultato, perché tanto la Francia quanto l’Inghilterra avevano tutto l’interesse di non risolvere la questione, Mussolini, servendosi del generale Bodrero, molto amico di Re Alessandro di Jugoslavia, diresse le trattative che ben presto ebbero ottimi risultati. Pasic e Nincic vennero a Roma e firmarono il Patto col quale riconobbero la sovranità italiana sulla città di Fiume e sul suo porto. Si firmò anche un patto di amicizia e di collaborazione che stabilì l’impegno da parte delle due nazioni di prestarsi reciproco aiuto e collaborazione per il rispetto dei trattati con l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria.
L’altro fatto che suscitò una grande impressione negli ambienti diplomatici mondiali furono gli accordi dell’Italia fascista con la Russia. Tali accordi comprendevano un trattato di commercio e di navigazione, il riconoscimento de Jure del governo di Mosca e la ripresa dei rapporti diplomatici e consolari. Con questi accordi l’Italia ottenne una vittoria commerciale perché riuscì a superare le concorrenti Germania e Inghilterra, una vittoria marittima perché ottenne facilitazioni circa la navigazione nel mar nero, ed infine una vittoria diplomatica in quanto superò tutti gli altri Stati, tra cui anche quello inglese che ne rimase il più risentito, nella corsa al riconoscimento giuridico del governo di Mosca.
Sempre più preoccupato di allargare i rapporti diplomatici, il Governo fascista, intanto che i Reali d’Italia restituivano la visita all’Inghilterra e alla Spagna, stipulò un trattato di commercio con la Germania, intervenne nella qualità di mediatore alla Conferenza del piano Dawes a Londra tra Francia e Germania, si accordò con la Jugoslavia per il rispetto dell’indipendenza albanese e del governo rivoluzionario di Fan Noli, firmò un nuovo trattato di commercio e di navigazione ed una convenzione ferroviaria relativa al traffico di Fiume e stabilì con la Svizzera un concordato che demandava ogni problema di carattere giudiziario e di onore nazionale alla Corte dell’Aja.
Nel luglio si concluse a Roma un patto con Benès, massimo rappresentante della Triplice danubiana, venuto appositamente da Praga. Il 15 luglio finalmente il governo laburista inglese, visti vani tutti i tentativi per farci abbandonare il Dodecanneso e di fronte alle decise richieste di Mussolini, fu costretto a consegnarci l’Oltregiuba, che servì ad attuare il tremendo colpo dell’Immigration Bill, la legge sul ‘immigrazione degli Stati Uniti, la quale colpiva particolarmente l’Italia per la quota molto bassa rispetto a quella assegnata ad altri Stati.
Il 1924 si chiude con la riunione a Roma del Consiglio della Società delle Nazioni, prova palese dell’aumentato prestigio dell’Italia fascista, il che consentì a Mussolini di incontrarsi con Nincic per stabilire il non intervento della Jugoslavia in Albania dove era in corso l’azione di Ahmed Zogu, voluta ed aiutata dal fascismo, mirante a scalzare il governo Fan Noli.

Un altro incontro valido, conseguente alla riunione a Roma della S.d.N., fu quello Mussolini – Austen Chamberlain, ministro degli Esteri britannico, nel quale per la prima volta, si parlò, con risultato per noi soddisfacente, della partecipazione dell’Italia al governo internazionale di Tangeri.

Nel 1925 la politica estera del governo italiano ebbe un più spiccato carattere di autonomia. I problemi più importanti che dominarono Mussolini furono la situazione del Mediterraneo e le condizioni del popolo italiano. Il mediterraneo era cosparso di basi navali inglesi, francesi, greche e jugoslave le quali, col loro dispositivo, immobilizzavano l’Italia, accerchiata com’era; mentre il popolo che aumentava in uno spazio troppo ristretto e in una terra con poche materie prime, mortificato e danneggiato dall’Imgration Bill, reclamava sempre più una possibilità di vita migliore. Per la prima volta Mussolini, all’Augusteo, durante il Congresso Nazionale Fascista, parlò con termini precisi della necessità di un posto al sole. Firmò con l’Inghilterra un accordo che si richiamava a quello tripartito franco-italo-britannico del 1906 col quale si rinnovò il diritto di influenza dell’Italia sull’Etiopia. Si dichiarò favorevole all’ingresso della Germania alla società delle Nazioni e il 15 ottobre firmò il patto di Locarno che comprendeva l’impegno, da parte della Francia, della Germania e del Belgio, di non violare le frontiere, e da parte dell’Italia e dell’Inghilterra quello di garantire che tale impegno venisse rispettato.

Mussolini, con il patto di Locarno, manifestò indiscutibilmente tutta la sua forte volontà di mantenere la pace in Europa. Pur di creare un’atmosfera di pace nelle relazioni franco-tedesche, superò la riluttanza che in quegli ultimi tempi lo dominava per i problemi germanici e causa della violenta propaganda tedesca ed austriaca per le rivendicazioni in Alto Adige e firmò la garanzia a favore dei tedeschi.
Ancora una volta Mussolini si impose all’ammirazione del mondo per questo suo atto di generosa e cosciente adesione che, mentre metteva l’Italia su un piano di assoluta parità con l’Inghilterra nella sfera delle grandi potenze, diceva chiaramente come il Capo del Governo italiano, da grande uomo politico, sacrificava i suoi risentimenti patriottici al bene e alla pace del Continente europeo.
Il 1925 si chiude con il trionfo del Fascismo. La vittoria sui suoi nemici i quali, dopo il delitto Matteotti, (un dei fatti più tragici che avesse mai colpito Mussolini) specularono vergognosamente per ottenere quello che la loro inettitudine non era riuscita ad avere, e cioè la caduta del Governo, era ormai un fatto decisivo.
L’Italia aveva raggiunto il ruolo di una grande Potenza, era riverita e rispettata da tutti gli Stati.
Trionfava la dimostrazione delle capacità diplomatiche e della costante volontà di pace dell’Uomo che l’aveva risvegliata dal lungo letargo, e ciò fu dimostrato dal fatto che regnanti, legislatori, statisti ed artisti portavano a Roma il contributo delle loro visite, e dal fatto che il Consiglio delle S.d.N. volle la sua sede nella Capitale d’Italia.
Se oggi Roma è la meta e il sogno ambizioso di ogni straniero, ciò rimarrà la conseguenza di quanto Mussolini creò, restituendola, dopo 2000 anni alla convergenza mondiale della Caput Mundi.
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Messaggio  Admin il Sab 27 Feb 2010, 23:00

POLITICA ESTERA 1926 – 1935
Nel 1926 la politica estera del Governo fascista incominciò a subire un lento e radicale mutamento d’indirizzo.
Lo schieramento di alcune Potenze europee contro l’Italia, in occasione di Corfù e contro il Fascismo in seguito al delitto Matteotti, diede a Mussolini la convinzione che la collaborazione fattiva, leale e cordiale tra le potenze europee da lui sognata e propugnata era pressoché irrealizzabile e, di fronte alle assidue, costanti ostilità straniere fatte di menzogne e di malafede, si decise ad attuare sempre più una politica nazionalistica.
Il problema dell’Alto Adige fu quello che maggiormente travaglio l’attività della politica estera del governo di Mussolini nei primi mesi dell’anno. Mentre il ministro delle finanze Volpi era a Londra per concludere un accordo sui debiti di guerra con L’Inghilterra, la propaganda antitaliana degli austro-tedeschi, esternata e professata con sistemi e linguaggi di estrema violenza, si accentuò esageratamente, tanto che Mussolini, il 6 e il 10 febbraio, si vide costretto ad adottare energiche misure.
In quella occasione dichiarò solennemente, prima alla Camera e poi al Senato, in risposta ai discorsi del cancelliere tedesco Stresemann e del presidente del Consiglio di Baviera Held, che << il confine del Brennero era stato segnato dalla mano infallibile di Dio >>, che le controversie per l’Alto Adige erano state chiuse definitivamente col trattato di San Germano, che agli allogeni veniva applicata la stessa legge alla quale sottostavano tutti gli italiani e che tenevano in gran conto i loro bisogni, che non giudicava una minoranza nazionale gli alloglotti bensì una << reliquia etnica >>, che il popolo italiano intendeva essere amico col popolo tedesco ma che non gli avrebbe mai consentito prepotenze o pretese di superiorità e che, infine, non avrebbe mai permesso interventi o consigli stranieri nelle questioni interne della sua nazione. Discorsi molto decisi ed altrettanto necessari sia per frenare l’azione di protesta di Held, il quale, ad ogni minima occasione, denunziava immaginarie violenze italiane in Alto Adige e rinfocolava l’aspra campagna della stampa tedesca e austriaca contro la politica interna del Governo fascista, e sia per ridimensionare le velleità di Stresemann che rivendicava il diritto del Reich alla protezione delle minoranze tedesche fuori dei confini germanici.
Ed era stato proprio per proteggere i tedeschi dell’Alto Adige che Mussolini aveva creato la provincia di Bolzano scindendola da quella di Trento, onde evitare che i trentini, in una azione di rivalsa, avessero fatto ai tedeschi quello che questi facevano loro prima della sconfitta germanica. L’energica risposta di Mussolini fece sì che Stresemann denunziasse le menzogne della propaganda antitaliana e invitasse le associazioni e i giornali del suo paese a moderare il linguaggio e da astenersi da ogni azione contro l’Italia.
Il 16 settembre Mussolini, sempre desideroso di creare buoni rapporti con tutti gli Stati, firmò un patto di amicizia con la Romania.
Mentre però i rapporti con l’Inghilterra erano i più cordiali, tanto da giustificare il caloroso incontro di Mussolini con il Segretario agli Esteri inglese Austin Chamberlain , avvenuto nelle acque di Livorno alla Fine di settembre, le relazioni con la Francia assunsero nuovamente aspetti di contrasto. I motivi erano parecchi e tra questi la visita ed il discorso di Mussolini in Libia, il rifiuto del Governo francese di prendere provvedimenti contro i complotti antifascisti e contro i fuorusciti che avevano organizzato l’attentato di Porta Pia mandando espressamente l’anarchico Lucetti, nonché le gelosie suscitate nel Governo di Parigi dall’incontro Mussolini-Chamberlain. Le reazioni di Mussolini contro la Francia, espresse con l’accusa di << tolleranze colpevoli e inaudite d’oltre frontiera >> erano più che giustificate poiché i francesi, col pretesto della democrazia e della libertà d’opinione, ignorando volutamente che anche il Governo americano, senza dubbio il più democratico, aveva reagito energicamente contro gli anarchici dopo l’assassinio di Re Umberto, mantenevano e fomentavano congiure antifasciste, manifestando cosi in un continuo atto di sfida la loro invidia per il crescente prestigio italiano. Non erano invece giustificate le gelosie che essi esternavano per i rapporti di cordialità italo-inglese. Perché, come giustamente ebbe a rispondere il ministro Chamberlain ad alcune dichiarazioni francesi che indicavano l’incontro di Livorno come un controgesto all’incontro franco-tedesco di Thoiry, essendosi l’Italia e l’Inghilterra alla Conferenza di Locarno assunto il compito di garantire i buoni rapporti tra Francia e Germania, ogni loro cordiale avvicinamento non poteva suscitare alcun risentimento densì vivi rallegramenti.
L’attività della politica estera del Governo fascista continuò ad essere svolta prevalentemente per la realizzazione di buoni rapporti con quanti più Stati possibile; infatti era riuscita a concludere patti, accordi e trattati con tutti i paesi europei, col Siam, col Guatemala e con lo Yemen. Ma la evidente affermazione dell’Italia incominciava ad adombrare un po’ tutti e per prima l’Inghilterra ed i paesi della sua costellazione.
Alla conclusione dell’alleanza protettiva tra Italia e Albania che porta il nome di Patto di Tirana, l’Inghilterra, pur conoscendo che quell’alleanza era legittima in quanto l’Italia aveva già investito enormi capitali in Albania e pur sapendo che non poteva assolutamente nuocere agli interessi del suo paese, manifestò il suo dissenso e allentò i rapporti con la nostra nazione. La Jugoslavia dal canto suo reagì più energicamente ed accusò l’Italia di volersi impadronire dell’Adriatico. Accusa che Nincic lanciò, nonostante il patto di amicizia tra i due paesi, nonostante gli accordi di Nettuno, nonostante la solidarietà politica per l’Anschluss e per il Patto di Locarno.
Anche la Francia accentuò di più il suo rammarico e, a giustificazione della sua campagna di stampa antitaliana, aggiunse ai noti motivi l’invidia per l’influenza dell’Italia nei balcani, per i rapporti di amicizia tra Italia e Spagna e per il trattato di amicizia e di arbitrato tra Italia e Germania.
Con la Russia i rapporti mutarono in peggio dopo la pubblicazione di un energico manifesto del partito fascista che giudicava responsabile il Governo di Mosca del fatto che la Terza Internazionale comunista si era schierata contro la Carta del Lavoro.
Nonostante tutto ciò, arrivarono a Roma molti sovrani e uomini politici stranieri tra cui i re di Bulgaria e di Egitto, il generale Averescu dalla Romania, ministri e rappresentanti argentini, lituani e greci.
Comunque, alla fine del 1926, se la politica interna con l’instaurazione dell’autorità mussoliniana aveva neutralizzato partiti, giornali e uomini avversari creando le premesse per un lungo periodo di tranquillità nazionale, il panorama della politica estera si era fatto piuttosto sconcertante. Stresemann allontanava sempre più la Germania dall’Italia con il suo antifascismo palese e con la propaganda per l’Alto Adige e per l’Anschluss e si avvicinava, nonostante l’occupazione della ruhr, alla Francia, condividendo, contro il parere degli uomini di destra tedeschi, l’ostracismo francese.
Tutta la situazione generale, che non consentiva a Mussolini una politica di movimento perché tutte le volte che riavvicinava ad una nazione suscitava sospetti ed invidie in altre, lo convinse ad inserirsi nel settore danubiano-balcanico cercando di conquistare quanto più posizioni possibili e di rovesciare le posizioni altrui. Con questo spirito firmò nell’aprile del 1927 col conte di Bethen d’Ungheria e contro i desideri della Piccola Intesa un accordo dettato, dalla politica di revisione dei trattati, accordo che in seguito doveva avere particolare importanza per gli sviluppi diplomatici italiani.
In risposta la Francia di Briand firmò un trattato di alleanza unitamente a sei segreti accordi militari con la Jugoslavia che, incoraggiata da tale protezione, accentuò la propaganda antitaliano, inscenata quasi sempre con minacciose manifestazioni contro il nostro paese.
Mussolini reagì stipulando anche lui un’alleanza militare difensiva con l’Albania, fatto che provocò le ire feroci di Belgrado e nello stesso tempo la revisione dell’atteggiamento francese, seguita dalle dichiarazioni di stima e di amicizia di Briand. Anche l’Inghilterra rivide la sua posizione ed appoggiò, unitamente alla Spagna, la richiesta del Governo fascista per la partecipazione dell’Italia al Comitato di controllo che amministrava la zona a la città di Tangeri.
Mussolini non trascurava alcuna occasione per attrarre verso l’Italia le diplomatiche simpatie degli altri paesi. Cosi, mentre trasmetteva messaggi di compiacimento all’ambasciatore degli Stati Uniti per le trasvolate atlantiche compiute dagli americani Lindberg, Chamberlain e Levine, firmava un trattato di commercio col presidente del Consiglio lituano Valdemaras, riceveva in visita il re di Bulgaria, gli sceriffi di Londra, il ministro degli Esteri argentino, pittori, scrittori, poeti che oltrepassavano gli oceani e si recavano a Roma per rendere omaggio all’Uomo di cui tutto il mondo parlava.
Nel 1928, Mussolini, sorretto dai sorprendenti risultati nel campo produttivo, economico e finanziario che gli guadagnavano la fiducia e l’adesione completa della totalità degli italiani, continuò nella sua politica estera improntata al più rigido revisionismo con sempre più crescente soddisfazione dell’Ungheria e con sempre maggiore reazione della Piccola Intesa e della Francia.
L’enorme affluenza di Principi, uomini di Stato e alte personalità della cultura mondiale venuti a Roma solo per incontrarsi con Mussolini, che non usciva mai dall’Italia, disse chiaramente come il Capo del Fascismo fosse diventato una figura di primo piano alla ribalta politica mondiale e come un po’ tutti gli aggiudicassero la funzione di equilibratore intelligente e giusto tra le vivaci controversie che angustiavano l’Europa.
Nei primi giorni dell’anno ricevette le visite di un ‘ambasciatore straordinario dell’Uruguay, del re dell’Afganistan e del ministro degli Esteri romeno. E’ pure di quel periodo il lascito dell’ingente patrimonio della ricca signora egiziana Polacca Weillshoot, morta a Monaco, fatto a Mussolini perché ne disponesse come meglio credeva.
Mussolini, sorretto sempre dalla possente volontà di mantenere la pace in Europa, faceva di tutto per studiare, attraverso questi contatti romani, le situazioni e i problemi che all’Europa interessavano, proponendosi di trovare le soluzioni atte a non compromettere le sorti del Continente. Per ciò Mussolini s’incontrò con il rumeno Titulescu, con il greco Micalacopulos, il turco Tewfil Rushdi, il polacco Zaleski, il tedesco Kohler e molti altri.
La Francia, sempre più irritata per la popolarità che Mussolini andava acquistando nella valutazione internazionale, inasprì ancora maggiormente i rapporti tra i due Stati e, nonostante i benevoli ed amichevoli discorsi di Mussolini, condannò a mitissima pena lo anarchico assassino di un console italiano, contrastò la proposta della riduzione degli armamenti e firmò un accordo segreto con l’Inghilterra a mezzo del quale Francia e Gran Bretagna si assicurarono rispettivamente l’egemonia militare terrestre e quella navale.
Mussolini propose allora una parità di armamenti, ma la proposta non venne accettata dal governo francese.
Il 30 maggio, sempre per il programma di estensione dei rapporti internazionali, firmò un trattato di amicizia italo-turco e successivamente un trattato di commercio con l’Ungheria, la stesura dell’accordo internazionale per Tangeri, un accordo con la Persia, un patto di amicizia italo-greco e un trattato con l’Etiopia.
Verso la fine del 1928 la Germania, che anche dopo la morte di Stresemann, era rimasta vicina alla Francia e al gruppo danubiano-balcanico esercitando una politica antitaliana, finalmente incominciò a dare ascolto alle richieste sostenute dalle camice brune di Hitler che auspicavano un riavvicinamento all’Inghilterra e all’Italia per creare l’equilibrio di forze ed evitare che il popolo tedesco restasse schiacciato dalla Francia e dalla Jugoslavia.
In Austria invece la situazione tendeva a peggiorare ancora per le continue violente manifestazioni irredentistiche relative all’Alto Adige e per il discorso di Seipel col quale pretese il diritto di occuparsi della questione degli atesini di lingua tedesca.
Ancora una volta Mussolini reagì energicamente richiamando a Roma l’ambasciatore italiano accreditato a Vienna e minacciando di sopprimere tutte le pubblicazioni in lingua tedesca che si stampavano in Alto Adige, se le autorità austriache non avessero provveduto a far smettere la campagna antitaliano.
Solo dopo tale minaccioso atteggiamento Seipel inviò un messaggio a Mussolini a mezzo del quale ammetteva che tutto quanto riguardava l’Alto Adige apparteneva alle questioni interne italiane e che perciò l’unica competente a studiarne i problemi era Roma.
Sempre nel 1928 Mussolini elevò a Regno la repubblica albanese incoronando Ahmed Zogu, fatto che inasprì maggiormente i serbi, i quali trovarono ancora un motivo per far causa comune coi croati e gli sloveni, già contro di noi per motivi irredentistici.
La Grecia, per la fattiva opera di mediazione di Mussolini si riavvicinò alla Turchia, mentre il governo italiano concludeva un patto con l’Abissinia, alla quale venne concesso il diritto di costruire una camionabile che dall’interno dell’Etiopia portava al porto di Assab, nel quale le venne riservata una zona franca.
Si chiudeva l’anno 1928 mentre i riconoscimenti stranieri verso il fascismo e Mussolini affluivano da tutte le parti del mondo.
<< Egli appartiene alla storia, anche se non dovesse costituire più di un episodio nella storia futura dell’Europa. Rimarrà il ricordo di una eruzione vulcanica, di una energia titanica, paragonabile solo a certi uomini del Risorgimento, ricordo scolpito a caratteri indelebili >>. << Il metodo Mussolini è semplice ed eterno >>. << Il popolo italiano ha riconosciuto in quest’uomo l’incarnazione delle sue speranze, dei suoi ideali, delle sue aspirazioni, e si è accorto di aver trovato, per la prima volta in un lungo periodo di tempo un capo disinteressatamente consacrato al suo paese ed al suo popolo >>. Questo gridavano i grandi di oltre frontiera.
Per l’anno 1929 la storia della diplomazia Mussoliniana e la cronaca della politica estera fascista registrano il più grande evento che abbia mai glorificato l’Italia dal 1870 in poi.
Contro le sette massoniche, contro i pregiudizi liberali, contro le beghe socialcomuniste, contro le avverse manovre degli anticlericali in genere, Mussolini condusse e realizzò quello che invano i più grandi uomini della storia d’Italia e della cattolicità, da Cavour a Crispi, da S. Giovanni Bosco a Vittorio Emanuele Orlando, avevano cercato di concludere: il Concordato tra Chiesa e Stato.
I Patti Lateranensi riconfermarono sempre più il crescente successo della politica fascista, innalzando Mussolini al ruolo di grande statista, soddisfecero i desideri e le aspirazioni del popolo italiano tradizionalmente cattolico, liberarono il Vaticano dalla sua situazione di disagio e riportarono l’Italia in seno al suo naturale livello di elevatezza religiosa.
Che l’evento fosse di universale importanza storica è documentato dal fatto che tutti gli aderenti del positivismo areligioso e anticattolico di ogni parte del mondo, superato il primo momento di stupore, cercarono con tutti i mezzi prima di farlo fallire e poi di comprometterne irreparabilmente gli accordi. Ma né loro, né parecchi ex popolari, cattolici professanti, che, pur di non riconoscere il merito di Mussolini, si schierarono contro il Concordato, videro avverarsi le catastrofiche previsioni che urlavano ai quattro venti.
Il prestigio di Mussolini riconosciuto nel mondo internazionale e la poderosa ascesa dell’Italia al ruolo di grande Potenza oscurarono i rapporti con gli Stati invidiosi e mentre Blum esortava i nazionalisti francesi a non dimenticare il pericolo del costante progresso italiano e incoraggiava l’attività terrorista dei fuorusciti, l’Inghilterra, con l’elezione del Governo laburista che sostituì quello conservatore, ancora una volta espresse l’odio più incontrollato al fascismo e al suo Capo.
Di contro Mussolini cercò di migliorare i rapporti con l’Austria, mantenendo un atteggiamento favorevole agli interessi di questa nazione in occasione della discussione del piano Young per le riparazioni alla conferenza dell’Aja. Il Cavaliere Schoher, successore di Seipel, sembrò gradire molto l’aiuto italiano e per un certo periodo ne fece motivo di distensione e di riconoscenza.
Il Governo fascista, in occasione della venuta di Venizelos e di Tewfik Rushdì a Roma, si operò validamente perché cessassero i motivi di contrasto tra Grecia e Turchia.
Peggiorarono invece i rapporti con la Jugoslavia, soprattutto per gli omicidi, le vessazioni, le aggressioni armate, le rapine, gli incendi dolosi e lo spionaggio di cui si resero responsabili i delinquenti della banda Orjiuna che operavano, col pretesto del nazionalismo slavo, nella Venezia Giulia.
Nel 1930 fallì a Londra la Conferenza navale tendente a stabilire, secondo la proposta della delegazione italiana che esprimeva il caloroso desiderio di pace del Governo fascista, la riduzione degli armamenti e l’equilibrio delle forze tra Stati Uniti, Inghilterra, Giappone, Francia e Italia.
L’Italia, che nel 1921 a Washington aveva ottenuto la parità per le grandi navi da battaglia, ora, a completamento del rapporto di parità con la Francia, chiedeva che le venisse data anche per il naviglio leggero. La Francia, col pretesto delle sue maggiori esigenze per la protezione dei possedimenti coloniali oltre il Mediterraneo, non volle accordare la parità all’Italia, si espresse contro il disarmo e determinò il fallimento della riunione.
Ogni altro tentativo per armonizzare i rapporti europei doveva fallire sempre per la malafede della Francia.
In quel periodo, a conclusione dei lunghi contatti tra Mussolini e il capo delle Hemwebren nazionaliste austriache, principe Starhemberg, si firmò a Roma col cancelliere austriaco schober un trattato d’amicizia italo-austriaco.
Nel settembre del 1930 il Governo fascista accettò subito la proposta di Briand per la federazione europea, a condizione che si considerasse un sistema di precisa cooperazione che lasciasse ad ogni Stato la più assoluta sovranità e indipendenza politica e concedesse a tutte le Potenze aderenti parità di diritti e di doveri in un clima di assoluta eguaglianza politica e giuridica, senza tener conto di nessuna distinzione tra vinti e vincitori. Unica sola condizione, da richiedere agli Stati per l’ammissione alla federazione, la osservanza degli impegni di disarmo contratti nel patto della S.d.N..
Il Governo di Mussolini propose anche di invitare alla discussione la Russia e la Turchia al fine di assicurare all’Europa un accordo più sicuro. Ma di fronte alle proposte concrete italiane di una pace basata sul disarmo e sull’eguaglianza si opposero quelle francesi fatte di armamenti e di privilegi che tendevano a perpetuare le ingiustizie tra gli Stati.
La politica del Governo italiano ebbe molti consensi negli Stati Uniti, in Inghilterra e perfino in Francia dove parecchi si chiedevano il perché il Governo di Parigi rifiutasse sistematicamente ogni buona proposta italiana. Per la verità, molti francesi, tra i quali parecchi antifascisti, non condivisero la linea di condotta del loro Governo, cui rimproveravano la rigida avversione a discutere i problemi italiani di Tunisia, dei confini occidentali della Libia e della parità navale. La condanna per le offese arrecate all’Italia, per le preferenze che la Francia accordava ai tedeschi piuttosto che a noi e per la complicità alle azioni terroristiche dei fuoruscitismo italiano, che da questi uomini saliva al Governo di Parigi, compensò, qualche volta, l’amarezza che ci veniva dall’assurdo atteggiamento della sorella latina.
L’anno 1930 si chiude meno felice degli anni precedenti. La crisi economica, di origine americana, imperversava per il mondo, mietendo vittime tra gli Stati più deboli. L’Italia e per l’avvenuta rivalutazione della lira, e per spontanea disciplina del popolo, e per i provvedimenti adeguati che il suo Governo seppe prendere, l’affrontò con meno danno.
Mussolini, sebbene il mondo continuava ad elargirgli sempre con crescente entusiasmo attestati di fiducia, di stima e di ammirazione, vide la fine dell’anno nella più grande amarezza fatta di dolore per la morte del nipote Sandro e di delusioni per l’accentuarsi del contrasto con la Francia e per il trionfo della tesi degli armamenti.
Mussolini aprì il 1931 con un gesto di alta e sana diplomazia, che venne tanto apprezzato oltre oceano. Per il nuovo anno trasmise, tramite radio e in lingua inglese, un messaggio augurale al popolo americano. In esso, tra l’altro, rassicurò il popolo degli Stati Uniti circa la situazione economica dell’Italia rispetto alla crisi, confermò la reciproca stima tra i due popoli, deprecò l’ipotesi di una guerra che avrebbe colpito militari e civili e messo in pericolo tutta la civiltà, dichiarò che la preparazione della gioventù italiana mirava ad educarla all’autocontrollo, alla responsabilità, alla disciplina e a rinnovarla fisicamente senza alcuni scopi guerrieri e si proclamò come sempre antagonista del bolscevismo.
Il 15 gennaio, l’alto prestigio che l’Italia fascista aveva raggiunto venne ancora una volta riconfermato dall’accoglienza trionfale che i brasiliani tributarono a Itali Balbo e agli altri piloti italiani quando, a compimento del primo volo transatlantico in grossa formazione, ammararono a Rio de Janeiro. Mentre in Brasile si gridava che il nome italiano era sinonimo di ardimento e di vitalità, Mussolini a Roma firmava un patto d’amicizia italo-greco con Venizelos.
Nei primi di marzo alla proposta della tregua degli armamenti, fatta fare da Mussolini alla Società delle Nazioni per mediazione dei ministra inglesi Henderson e Alezander, seguì un accordo tra Italia e Francia per gli armamenti navali, accordo che ebbe poca vita perché la Francia a Londra avanzò nuove inaccettabili pretese, respinte subito dall’Italia e dalla Gran Bretagna.
Sempre in quel periodo, Mussolini, inseguito alle offensive dichiarazioni fatte dal delegato tedesco a Ginevra, ritirò, unitamente alla Francia e all’Inghilterra, l’appoggio che aveva già promesso per l’unione doganale dell’Austria e della Germania. La questione dopo Ginevra venne sottoposta alla corte internazionale dell’Aja che la giudicò una violazione dei trattati di Versailles.
Qualche mese più tardi Mussolini accettava la proposta di Hoover e concedeva alla Germania una moratoria sulla questionerei debiti, ciò per far fede ai suoi principi sulla sanatoria generale anche se, in quel triste momento di crisi, tale concessione rappresentava per l’italia un enorme sacrificio, in quanto avrebbe dovuto ricevere dai tedeschi più di quanto doveva ai suoi creditori.
Per tutta la primavera e l’estate di quell’anno gli antifascisti ritornarono a fare affidamento sullo sfaldamento del partito fascista, anzi per alcuni la caduta di Mussolini era addirittura questione di giorni.
Tale ottimismo trovava origine nella polemica sorta tra Partito e Azione Cattolica per le abusive attribuzioni di quest’ultima circa l’educazione dei giovani, polemica ben presto degenerata in azioni incontrollate e violente di alcuni fascisti contro sede e soci di circoli giovanili cattolici. La reazione pontificia ebbe la stessa violenza, sebbene di natura diversa, tanto da far credere ai nemici del fascismo che Mussolini stesse per soccombere sotto i colpi del Papa. Invece Mussolini ancora una volta uscì dalla lotta completamente vittorioso, riuscendo a far valere il suo principio circa la educazione dei giovani.
In quella occasione eminenti cattolici e gran parte del clero furono solidali col fascismo e disapprovarono l’eccessiva reazione del Papa, a cui ricordarono tutto quanto il fascismo aveva fatto per la Chiesa e come in Italia non si prospettasse, nemmeno per assurdo, la tragica situazione che in quel momento la Chiesa e i Cattolici stavano subendo in Spagna, nel Messico e in Lituania dove le persecuzioni avevano di già fatto parecchie vittime.
Per tutto quell’anno la crisi economica universale si fece più dura e più preoccupante in ogni Stato. Mussolini lodò in più occasioni il popolo italiano che nonostante le gravi difficoltà per l’esportazione e l’importazione, per la crescite disoccupazione e il disagio economico, si mantenne rigidamente ossequiente alle disposizioni dallo Stato, al quale manifestò la più illimitata fiducia in occasioni dell’emissione di quattro miliardi di buoni del tesoro novennali al quattro per cento, che non solo vennero coperti nello stesso giorno del lancio, ma addirittura maggiorati di altri tre miliardi che il Governo rifiutò.
In quel periodo Mussolini, di fronte ai grandi problemi internazionali, scaturiti dal fallimento della politica di Ginevra sempre più asservita all’Inghilterra, era preso dall’assillante idea di sviluppare un’azione comune con altri Stati, capace di assicurare un lungo periodo di tranquillità e di pace al mondo.
I suoi pensieri si fermavano maggiormente ai principi, parecchie volte enunciati, della collaborazione di classe e della difesa dei valori spirituali nello Stato forte, principi che avrebbero voluto estendere in altre nazioni armonicamente riunite in una unione europea capace di lanciare la piena autonomia ad ogni Stato e di non adottare discriminazioni tra vinti e vincitori. Lo assillava soprattutto la necessità di fermare la pressione slavo-comunista e in questa azione giudicava indispensabile la collaborazione tedesca.
Il 7 agosto ricevette a Roma le visite del Cancelliere tedesco Bruning e del ministro degli Esteri Curtius che furono seguite, a breve distanza, da quella di Grandi a Berlino. Nel mese di ottobre Mussolini rifece inutilmente il tentativo per sistemare i rapporti italo-francesi e per definire i compensi coloniali spettanti all’Italia dal patto di Londra.
Una nota del Dipartimento di Stato americano, pubblicata verso la fine dell’anno in occasione della visita del ministro Grandi a Washington, portò a conoscenza di tutti i popoli l’atmosfera di amicizia esistente tra lo Stato italiano e quello americano e i consensi e il plauso che quest’ultimo manifestava per la politica di pace dell’Italia fascista.
Anche il mahatma indiano Ghandhi volle dichiararsi ammiratore di Mussolini e a conferma di ciò, mentre era di passaggio a Roma, seguito dalla inseparabile capretta, non trascurò di andarlo a visitare.
Nel 1931 si chiuse con una tragedia per Mussolini: la morte del fratello Arnaldo. Tutto il popolo italiano, il papa, il clero, il re e principi, personalità politiche, militari e artistiche si associarono al suo dolore.
L’immatura fine di Arnaldo fu una grave perdita per l’Italia e per il popolo italiano.
L’11 gennaio 1932 Mussolini riceveva ancora un attestato di stima e di simpatia da parte del papa Pio XI con il conferimento dello << Speron d’oro >>.
Intanto, sempre preoccupato della situazione internazionale, ritornò a proporre la revisione del trattato di Versailles e a denunziare i pericoli sempre esistenti delle impossibili condizioni poste alla Germania. tale atteggiamento dell’Italia, nonostante le pretese del Governo tedesco di definire la questione dell’Alto Adige in favore dell’Austria, determinarono relazioni di cordiali rapporti tra la Germania e l’Italia con palese soddisfazione dei nazional-socialisti di Hitler che costituivano già una forza non indifferente nel clima politico germanico.
L’Italia ormai si era inserita definitivamente nell’ambito delle grandi Potenze e doveva espletare la sua missione pacificatrice in tutti i modi. Mussolini non lasciò nulla di intentato pur di assicurare all’Europa e al mondo un periodo di serenità e di fattivo lavoro.
Nel gennaio del 1932, alla vigilia della conferenza di Losanna, Mussolini invocò il << colpo di spugna >> sulla delittuosa questione delle riparazioni e dei debiti di guerra. Nel febbraio propose ancora una volta il disarmo, e se le sue proposte non approdarono a niente di positivo, nonostante il benevolo entusiasmo americano, ciò si deve solo ed esclusivamente alle opposizioni franco-inglesi, l’11 febbraio, nel 3° anniversario della firma dei patti Lateranensi, si recò in visita al Vaticano dove si trattenne più di un’ora in colloquio col Santo Padre.
Sempre in febbraio ricevette la visita del presidente del Consiglio bulgaro Muscianov.
Nel marzo, alla conferenza itali-franco-anglo-tedesca di Londra, Mussolini, per proteggere gli accordi commerciali, già esistenti con l’Austria e l’Ungheria, e gli investimenti in Albania, si oppose all’accordo economico interdanubiano che nascondeva la possibilità per la Francia di controllare politicamente i Paesi danubiani e balcanici.
Il 12 maggio firmò con il presidente del Consiglio Ismet pascià la proroga del trattato d’amicizia italo-turco.
Intanto le continue esortazioni di Mussolini avevano ragione sulla caparbietà francese e il 9 luglio a Losanna finalmente veniva accettata la sua tesi lanciata e sostenuta fin dalla conferenza di Londra del 1922, cioè la liquidazione dei debiti di guerra verso gli Stati Uniti, che annullava l’obbligo delle riparazioni tedesche.
Il 17 ottobre riceveva una delegazione ungherese, guidata dal ministro De Pekar, che gli fece l’omaggio di 300 volumi contenenti due milioni di firme di ammiratori magiari. Dopo alcuni giorni riceveva ancora la visita del presidente del Consiglio ungherese Gombos.
Verso la fine del 1932 i rapporti con la Francia e l’Inghilterra furono ancora più compromessi e dall’accenno di Mussolini alla politica coloniale che doveva soddisfare le esigenze del popolo italiano privo di spazio vitale e dal fallimento della conferenza per il disarmo a Ginevra, e per la sempre più deliberata complicità che il Governo francese manifestava nelle azioni di antitalianità dei fuorusciti.
Per questo stato di cose e per la esplicita intenzione della Francia di rompere i rapporti cordiali italo-tedeschi cadde nel nulla la proposta di re Alessandro di Jugoslavia per l’alleanza antigermania.
Nel 1933 si aprì con la nomina di Adolfo Hitler a cancelliere del Reich. Fin dai primi mesi di potere il nuovo capo del Governo tedesco avverti il mondo politico che, se tutti i tentativi pacifici intesi a realizzare la revisione del trattato di Versailles fossero falliti, avrebbe con la forza riconquistato il diritto di uguaglianza con gli altri Stati e avrebbe riaggiustato i confini della Germania.
Si rivelarono subito più che giustificate le preoccupazioni revisionistiche che dal 1920 avevano ispirato il pensiero di Mussolini sulla politica estera. Eppure, nonostante questa nuova situazione, la Francia e l’Inghilterra invece di aderire alle richieste del Governo italiano tendente a bloccare le ambizioni tedesche, scioccamente aumentarono l’ostilità verso l’Italia e lasciarono diffondere notizie di guerre preventive contro l’Italia, di giuste riparazioni territoriali dovute al re Alessandro, di confini inevitabili tra Italia e Jugoslavia.
Il presidente del Consiglio francese Paul Boncour mentre forniva clandestinamente grossi carichi di armi, compresi cannoni Skoda, alla Jugoslavia e inondava l’Italia di spie francesi, inviava presso il nostro Governo l’ambasciatore straordinario De Jouvenel col pretesto di tentare una soluzione delle controversie, pur dovendo in realtà sondare l’intenzione di Mussolini nei riguardi della Germania.
La tensione internazionale si fece molto più grave e i rapporti tra l’Italia e la Francia furono irrimediabilmente compromessi dalla scoperta del traffico clandestino di armi e dall’arresto delle spie, l’uno e le altre operanti contro di noi e individuati dal nostro controspionaggio.
Fu pure di quel periodo il progetto di ispirazione francese che tendeva ad organizzare ed integrare la politica degli Stati della Piccola Intesa, i quali con delle clausole militari segrete si impegnava ad ostacolare ogni tentativo di revisionismo italiano e tedesco.
In marzo Mussolini, alla proposta di Henri De Jouvenel, inviato espressamente dalla Francia per concordare un’alleanza italo-francese di carattere antitedesco, rispose che un’alleanza del genere si profilava estremamente pericolosa per la pace del mondo e perciò la scartava decisamente, era invece favorevole ad un accordo intereuropeo tra diversi Stati, Germania compresa. Disse che la pace stava al revisionismo come la guerra al non revisionismo e che poteva accordarsi con la Francia, circa le frontiere della Libia, il problema degli italiani di Tunisia e la questione navale.
Nello stesso mese Mussolini, sempre più preoccupato di difendere la pace, ora più che mai minacciata dagli Stati della Piccola Intesa e dalla Germania di Hitler, presentò il progetto del Patto a Quattro. Mac Donald e Simon, rispettivamente capo del Governo e ministro degli Esteri inglesi, salvo poche modifiche, lo accettarono con entusiasmo, estendendo il loro plauso all’indirizzo di Mussolini che con quel progetto aveva saputo armonizzare gl’interessi di tutti gli Stati anche la Germania, l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria manifestarono il loro entusiasmo per quel piano che, se realizzato, assicurava decenni di pace al mondo.
Solo il Governo francese, vittima dell’antifascismo delle sinistre e degli industriali della destra conservatrice, manifestava la sua ostilità al Patto, considerandolo delittuoso per i Piccoli Stati, dispotico e nocivo per il suo Paese. Fece di tutto per farlo naufragare:modifiche, tagli e memoriali, per poco non fecero fallire l’iniziativa di Mussolini, ma infine dovette decidersi a firmare di fronte all’entusiastica approvazione dell‘Inghilterra e dell’ America. La presenza di Laval nel Governo francese ne facilitò di molto la firma.
L’opposizione al Patto a Quattro in seno alla Società delle Nazioni, di Benes che guidava i Piccoli Stati, diede il pretesto al Governo francese per rimandare la ratifica e quando la Germania, urtata per il mancato riconoscimento di parità e di riarmo, per protesta si ritirò dalla Società di Ginevra i francesi si rifiutarono di ratificare il patto.
Fu quello uno dei periodi più travagliati e più delicati della politica estera di Mussolini. Sempre più preoccupato per l’energico risveglio della potenza tedesca che conteneva il pericolo evidente di turbare l’equilibrio del Continente europeo, rifiutò l’appoggio ad Hitler per la costituzione di un Governo nazista in Austria e strinse più stretti rapporti con Dolfuss, rinnovando gl’impegni assunti per la protezione dell’Austria e per la sicurezza dell’Ungheria.
Da Roma la missione Goering-von Papen, che dopo aver giustificato il ritiro della Germania dalla S.d.N., chiedeva il consenso dell’Italia per il nuovo governo a Vienna, ripartì senza alcun risultato positivo, mentre Mussolini si affrettava ad invitare Dolfuss a Riccione.
L’accordo conclusivo in quei giorni con l’ungherese Gombos, venuto in Italia appositamente , allontanò il pericolo del ritorno dell’impero Absburgo e sventò la manovra della Piccola Intesa mirante ad attrarre, col pretesto di accordi economici, l’Austria e l’Ungheria nella loro orbita.
Nei primi di settembre, a Roma, Mussolini e Potemkin impegnarono in un trattato di amicizia, di non aggressione e di neutralità l’Italia fascista e la Russia sovietica. Molte critiche si alzarono verso Mussolini per quel patto, ed in Europa, in modo particolare, l’impressione che provocò fu enorme, ma Mussolini ancora una volta, superando ogni preconcetto anticomunista, con quell’accordo dimostrò come grande fosse la sua volontà di sminuire ogni divergenza e ogni motivo di ostilità a beneficio della pacificazione degli Stati.
Volgeva al termine anche l’anno 1933, anno di grandi emozioni, anno in cui oltretutto la crisi economica continuava a tenere in apprensione tutti i governanti del mondo. In Italia Mussolini era riuscito benissimo ad arginarla con la costituzione di consorzi obbligatori e dell’Istituto per la ricostruzione industriale, con la disciplina della produzione e col mantenimento della lira nel suo valore, e ciò mentre l’America svalutava il dollaro e mentre in Inghilterra falliva la conferenza riunita per fronteggiare la crisi e quattro milioni di disoccupati protestavano effettuando la << marcia della fame >>.
Ai successi politici si aggiungeva il trionfo della crociera atlantica. Balbo, unitamente agli altri piloti, ricevette al suo arrivo e sempre più gli emigrati italiani sentirono l’orgoglio di essere figli d’Italia.
Intanto che Mussolini e il Fascismo venivano esaltati sempre più all’estero e l’amministrazione e la stima dei più grandi uomini di quasi tutti gli Stati varcavano le alpi e gli oceani per consacrare la grandezza del partito e del suo capo al tempio della storia, si celebrava in tutte le città d’Italia l’undicesimo anniversario della << Marcia su Roma >>.
Con l’inizio del 1934 Mussolini intensificò la sua attività giornalistica sui giornali esteri. Circa le previsioni per l’anno che nasceva, scrisse su alcuni giornali americani che una guerra immediata non era possibile a causa dell’inadeguata preparazione bellica, suggerì la riforma della Società delle Nazioni per superare la crisi economica e politica che imperversava per il mondo, e consigliò il sistema corporativo e l’accentramento delle responsabilità in singoli uomini per ogni Stato se si voleva assicurare la pace all’umanità.
La stessa tesi venne condivisa dal ministro degli Esteri inglese Simon, venuto appositamente per cercare di eliminare o attutire la crescente tensione nelle relazioni franco-tedesche.
Sempre in gennaio l’ambasciatore del Brasile consegnò a Mussolini le insegne dell’ordine dalla Croce del Sud e la motivazione con la quale lo definiva <<grande araldo della pace >>.
Come conseguenza dell’incontro con Simon, Mussolini, il primo febbraio, presentò un piano di disarmo che comprendeva l’abolizione della guerra chimica, il divieto di bombardamento delle popolazioni civili e la limitazione delle militari. Ma ancora una volta la Francia non fu d’accordo e negli ultimi giorni di febbraio venne a Roma Eden che concordò con Mussolini di rimandare a tra cinque anni il disarmo e di concedere nel frattempo un limitato armamento alla Germania.
Mentre la Francia, gelosa dei contati italo-inglesi, ritornava a parlare di blocchi contrapposti, in netto contrasto con lo spirito del Patto quadripartito, Mussolini cercava di mettere in opera tutto il suo genio diplomatico per proteggere l’Austria dall’Anscluss, che, se effettuati, avrebbe portato la potenza tedesca ai confini d’Italia.
Nello stesso tempo si preoccupava di avviare rapporti più cordiali con la Germania, utile questa per gli eventuali sviluppi della politica coloniale dell’Italia.
Nel marzo si firmarono a Roma con l’austriaco Dolfuss e l’ungherese Combos gli accordi chiamati << protocolli di Roma >> che comprendevano l’obbligo di consultarsi per tutti i problemi europei, compresi quelli di carattere generale, di aumentare le trattazioni commerciali e di avviare i movimenti di transito verso i nostri porti adriatici.
Il 25 luglio, dopo circa un mese dal fallimento dell’incontro di ( - ) tra Mussolini e Hitler, dove non si poté raggiungere un accordo sulla questione austriaca, venne assassinato a Vienna il Cancelliere Dolfuss. Mussolini, temendo un colpo di mano tedesco sull’eventuale sconfinamento di truppe germaniche in territorio austriaco e telegrafò al principe Starhemberg che l’indipendenza dell’Austria sarebbe stata strenuamente difesa.
Fece coro all’atteggiamento di Mussolini tutta la stampa italiana che riprendendo ancora il tema del massacro di Rohm, scatenò una violenta campagna contro la Germania accusata di complicità coi congiurati. In quella circostanza tanto la Francia quanto l’Inghilterra si rifiutarono di appoggiare l’iniziativa del Governo italiano per reprimere la tracotanza tedesca. Si deve solo al pronto intervento di Mussolini se nel 1934 fu evitato l’Anscluss.
In seguito nuove complicazioni nella politica europea e nuovi orientamenti della politica italiana spinsero Mussolini a rivedere il suo atteggiamento.
Gli antifascisti, come sempre, cercarono di condannare il nuovo indirizzo della politica estera di Mussolini che contrastava in pieno con quello precedentemente stabilito, ma i fatti che lo determinarono ormai sono noti e valgono benissimo a giustificarlo.
Le reazioni negative al pronto intervento italiano manifestate da Praga, da Belgrado e dalla stessa Vienna, l’esplicita dichiarazione del cancelliere Schuschnigg, succeduto a Dolfuss nel Governo di Vienna, che non gradiva ingerenze di altri Stati nella politica austriaca, ed infine le pretese del principe Starhemberg, pretendente al trono austriaco, che minacciavano di dare il pretesto a Hitler per occupare l’Austria e turbare il già tanto difficile equilibrio europeo, furono ragioni più che valide. Per non parlare del rifiuto della Francia e dell’Inghilterra, dell’assassinio di Re Alessandro di Jugoslavia da parte di fuorusciti croati e della conseguente campagna antitaliana e di rivendicazioni delle terra italiane della Venezia Giulia, ed ancora degli incidenti di Gondar e di Ual Ual e le successive complicazioni etiopiche che richiesero l’attenzione di Mussolini che lo spinsero a non impegnare alcuna energia diplomatica o militare per aiutare una nazione che esplicitamente lo aveva diffidato dal farlo.
Nel 1935 la situazione internazionale si rivelò subito molto tesa a causa delle conseguenze degli incidenti d’Africa.
Alla nostra richiesta di soddisfazione e di riparazione per le vittime di Ual Ual, il Governo etiopico rispose appellandosi ad un tribunale arbitrale. L’Italia replicò scartando qualsiasi arbitraggio, non essendovi dubbi circa l’aggressione etiopica, e dichiarandosi pronta, pur di evitare un eventuale conflitto, a riprendere i lavori per la delimitazione delle frontiere italo-etiopiche, ma l’Abissinia portò la vertenza alla Società di Ginevra.
Mussolini, deciso ormai ad abbattere il costante pericolo delle aggressioni che pesano sulle nostre colonie, firmò a Roma, sempre nei primi giorni di gennaio, un patto con Laval che tra l’altro comprendeva la non ingerenza della Francia nella questione africana e la garanzia di proteggere l’indipendenza austriaca, obbligo che alleggeriva l’Italia dall’impegno assunto con Vienna. Subito dopo, portò a conoscenza di Londra il Patto di Roma e invitò il Governo della Gran Bretagna a trattare e concludere un accordo dello stesso tenore.
Intanto, i nuovi incidenti verificatisi alla frontiera somala e le entusiastiche adesioni del popolo italiano, spinsero Mussolini ad una azione più energica e forti contingenti di truppe italiane furono fatte affluire a Massaua. Contemporaneamente Mussolini nominò il generale De Bono alto commissario per l’Africa orientale, assunse personalmente il ministero delle Colonie, e, unitamente alla lotta diplomatica che andava sostenendo con l’Inghilterra e la Società delle Nazioni, con una serie di discorsi e con provvedimenti adeguati preparò il popolo italiano alla guerra africana e lo risveglio all’entusiasmo coloniale.
In quello stesso periodo la Gran Bretagna annunziò che una delle sue squadre navali si sarebbe piazzata nel porto di Gibilterra al ritorno dalla crociera atlantica.
Intanto, non tenendo conto delle proteste diplomatiche pervenute alla Wilhelmstrasse e delle continue visite a Berlino di Simon ed Eden, con la motivazione che Francia e Inghilterra avevano formulato piani di riarmo, Hitler denunziò le clausole militari di Versailles e annunziò al mondo di avere costituito l’Arma Aerea, organizzati dodici corpi d’armata su tre divisioni e ordinato la coscrizione obbligatoria.
Nel frattempo altri incidenti continuavano a verificarsi ai confini somali e Mussolini intensificò la preparazione offensiva rendendo più drammatica la vertenza con Ginevra. Ciononostante, data la nuova situazione che si era venuta a creare con la denuncia delle clausole militari di Versailles da parte della Germania, in aprile, Mussolini invitò a Stresa i rappresentanti della Francia e dell’Inghilterra, che parteciparono nelle persone dei Presidenti Mac Donald e Flandin e dei ministri degli Esteri Simon e Laval, che costituì il cosiddetto fronte di Stresa. In quella riunione chiese agli anglo-francesi libertà di azione per la sua impresa africana in cambio della solidarietà che avrebbe dato loro contro la Germania. la immediata approvazione di Laval e il tacito consenso di Mac Danald e di Simon convinsero Mussolini della loro non ingerenza nella vertenza africana.
Successivamente, sempre in osservanza al suaccennato fronte, l’Italia appoggiò a Ginevra il ricorso presentato dalla Francia contro la Germania. ma ben presto si accorse che il patto di Stesa veniva continuamente tradito dagli altri due Stati contraenti i quali, nonostante il pericolo tedesco, si preoccuparono solo di tentare di bloccare le aspirazioni dell’Italia in Africa.
L’Inghilterra viola le clausole militari di Versailles e i patti di Stresa consentendo alla Germania, con un accordo navale, la costruzione di sommergibili, e la Francia alterava l’equilibrio delle forze europee firmando un patto di mutua assistenza con la Russia bolscevica. Mussolini fece ancora qualche tentativo per salvare il fronte di Stresa, ma, vistolo definitivamente compromesso, e constatato che dello stesso patto restava solo la questione austriaca, nella quale l’Italia doveva sostenere il maggior peso, se non addirittura tutto come era avvenuto nel 1934, penso che l’avrebbe immobilizzata al Brennero facendole perdere l’amicizia della sola nazione europea che non aveva alcun interresse di ostacolare la conquista africana, perduta ogni speranza di comprensione e di solidarietà da parte franco-inglese, per non trovarsi tra due fronti ( Austria ed Africa), si avvicinò alla Germania, mettendo da parte il problema dell’Anschluss.
Intanto la vertenza africana si discuteva al Consiglio della Società delle Nazioni. Non c’era da sperar molto perché Ginevra esprimeva la volontà dell’Inghilterra, e questa certamente non era favorevole all’Italia. Infatti, mentre Mussolini continuava a mandare truppe, tecnici e materiali in Africa e la Commissione inglese incaricata stabiliva che la conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia non danneggiava gl’interressi inglesi in Africa, venne a Roma Eden, latore di una pazzesca proposta, che se accettata, avrebbe di molto peggiorato la nostra situazione coloniale. Proponeva una soluzione che avrebbe dovuto stabilire uno scambio di territorio inteso a dare all’Italia un pezzo di deserto e all’Etiopia un territorio che le avrebbe concesso lo sbocco a mare. Tale soluzione sarebbe stata a netto vantaggio dell’Inghilterra e dell’Etiopia e a preciso danno dell’Italia e della Francia, Mussolini non accettò.
Al suo rientro a Lontra, Eden scatenò tutto il suo odio contro l’Italia, servendosi dei mezzi più bassi, pur di orientare l’opinione pubblica contro di noi.
Subito dopo, su richiesta del Governo italiano, la S.d.N. concesse di affidare la soluzione della vertenza a una conferenza delle tre Potenze responsabili degli accordi del 1906 e del 1925.
Ma anche la conferenza di Parigi non approdò a niente in quanto la proposta di affidare alla Società delle Nazioni o all’Inghilterra, Francia e Italia un mandato collettivo sull’Etiopia per civilizzarla, avanzata dalla Gran Bretagna e dalla Francia che, nel frattempo, dimentica degli impegni assunti coi patti di Roma, si era accodata al volere britannico, venne giustamente ritenuta umiliante e offensiva per la nazione italiana.
Dopo il rifiuto del Governo italiano la vertenza ritornò al Consiglio della Lega. E intanto che l’Inghilterra proponeva le sanzioni economiche e finanziarie alla Società delle Nazioni, il Negus mobilitava il suo esercito e la commissione d’inchiesta per gl’incidenti di Ual Ual, inquinatamene inglese, attribuiva le responsabilità in uguale misura e all’Italia e all’Etiopia, Mussolini inviava un memoriale a Ginevra col quale diceva che l’Abissinia quale paese aggressivo, schiavistico e barbaro non poteva invocare il Covenant.
Il Comitato dei Cinque, nominato da Consiglio di Ginevra, ribadì la proposta del mandato collettivo e dello scambio dei territori che l’Italia non accettò. A questo secondo rifiuto l’Inghilterra fece annunziare dal suo ministro che sarebbe uscita dalla Società delle Nazioni se non si fossero subito e integralmente applicate le sanzioni all’Italia e mentre si affrettava a stipulare patti di reciproca assistenza con la Francia, Spagna, Grecia, Turchia e Jugoslavia, mandava , a scopo intimidatorio, la sua flotta nel Mediterraneo.
A tale notizia, comunicatagli con una certa aria dall’ambasciatore inglese Drumont, come questi scrive nel rapporto al suo Governo, Mussolini rispose << so, signor ambasciatore, che la Home Fleet è entrata nel Mediterraneo, ma so anche che dipende da noi se ne uscirà >>. Questa frase che gli antifascisti hanno giudicato una sciocca vanteria, aveva la sua ragione in una informazione segreta poi confermata dallo stesso Presidente inglese Baldwin, che ebbe ad ammettere che la Home Fleet aveva a bordo le munizioni sufficienti solo per un’ora di fuoco.
E intanto che il << Comitato dei tredici >>, incaricato successivamente al fallimento del Comitato dei Cinque, studiava il sistema per applicare il Covenant all’Italia, Mussolini, deciso più che mai a chiudere definitivamente la questione africana, seguito da tutto il popolo italiano che senza alcuna distinzione di colore politico, in un mirabile entusiasmo di solidarietà si strinse attorno a lui, il 2 ottobre diede l’ordine di iniziare le ostilità. Nella stessa data fece consegnare al Governo inglese un messaggio col quale dava tutte le garanzie per la tutela degli interessi inglesi in Africa e si dichiarava disposto ad una reciproca smobilitazione nel Mediterraneo.
L’Inghilterra, che continuava a soffiare sul Consiglio di Ginevra, rifiutò la proposta e il 9 ottobre fece votare dal Consiglio dei tredici l’applicazione delle sanzioni. Le sole due nazioni che si astennero furono l’Austria e l’Ungheria.
Di fronte alla risoluta volontà di Mussolini, alle continue eroiche vittorie dell’Esercito italiano, alla costante solidarietà del popolo e preoccupati di perdere irreparabilmente l’appoggio dell’Italia contro le pretese tedesche, Laval e Hoare presentarono al Governo di Roma un progetto di accordo di molto diverso a più vantaggioso per l’Italia, accordo che venne subito accolto da Mussolini ed energicamente rifiutato dal Negus.
Le dimissioni di Hoare dal Governo inglese e la successiva sostituzione con Eden distrussero ogni possibilità d’intesa, e, mentre la stampa franco-inglese accentuava sempre più l’accanita campagna denigratoria contro l’Italia, il popolo italiano dava prova del suo senso di responsabilità e di amore alla Patria offrendo, in un compatto slancio nazionale, gli anelli nuziali al pubblico erari.
Per la prima volta nella storia d’italia un Governatore era riuscito a fare del popolo italiano una massa concorde mirante solo ed esclusivamente al bene della Patria.


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Messaggio  Admin il Sab 27 Feb 2010, 23:01

POLITICA ESTERA 1936 – 1945
Nel 1936, un pò per la prolungata sosta nelle operazioni africane, un pò per la sempre più manifesta ostilità della Società di Ginevra, l’attività della politica estera di Mussolini si rivelò della massima energia e della più idonea tempestività. Al giornalista francese Le Crix, inviato personalmente da Laval a Mussolini per raccomandargli una certa distensione necessaria al mantenimento della sua carica al ministero degli Esteri francese, rispose che non intendeva tornare indietro. E alla formula lanciata da Ginevra << che non bisognava premiare l’aggressore >> ribadì che lo stavano di già premiando fornendo agli abissini le pallottole dum dum fabbricate dalla Ely Brothers di Londra.
Intanto mentre il Congresso americano, negando le sanzioni, riconferma la neutralità degli Stati Uniti, e quasi tutti i paesi sanzionisti offrivano sottomano le loro merci all’Italia, il 3 marzo Flandin telegrafava a Mussolini per sollecitarlo ad accettare di discutere un nuovo piano di accordo da lui stesso proposto a Ginevra.
Anche il Negus Ailè Salassiè fece pervenire direttamente a Roma una proposta di accordo, ma già le truppe italiane avanzavano trionfalmente in territorio africano e Mussolini credette utile temporeggiare.
In quei giorno Hitler, approfittando della firma di un trattato franco-russo che violava i patti di Locarno, denunciò gli stessi patti e occupò militarmente la Romania.
In marzo Mussolini firmò a Roma con Schuschnigg e Gombos nuovi accordi che tra l’altro prevedevano la consultazione reciproca permanente. Nello stesso periodo firmò un accordo finanziario con l’Albania.
Completata la conquista dell’impero, la posizione dell’Italia divenne ancora più delicata, presa come era dal proteggere i doppi interressi alpini e mediterranei. Perciò Mussolini mentre da un canto, per reazione all’atteggiamento ostile di Eden e del Governo britannico, si avvicinava alla Germania, dall’altro dichiarava al giornalista inglese Ward Price che auspicava un riavvicinamento anglo-italiano per il mantenimento dell’equilibrio politico europeo.
In giugno Mussolini nominò ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, mentre in Inghilterra Eden si dichiarava sconfitto, e a Ginevra la Società della Nazioni aboliva le sanzioni all’Italia. Seguì il ritiro della << Home Fleet >> dal mediterraneo e l’offerta di riprendere la sua collaborazione con la Lega di Ginevra da parte di Mussolini.
La guerra civile in Spagna portò ad un maggiore avvicinamento italo-tedesco, in quanto tutt’e due le nazioni considerarono pericoloso alla loro politica e all’avvenire dell’Europa la creazione di uno Stato comunista nella penisola iberica. L’ostilità franco-inglese, sempre più manifesta con il non riconoscimento << de jure >> dello Impero italiano, e la convergenza degli interessi italo-tedeschi in terra di Spagna, spinsero l’Italia ad accettare la proposta di Hitler intesa a stringere i rapporti tra i due Stati e dopo uno scambio di visite fra diplomatici di ambo i paesi vennero buttate le basi dell’Asse Roma-Berlino.
Col discorso di Milano, in ottobre, Mussolini dichiarò che tutta la politica dei paesi democratici si era rilevata sbagliata e non offriva alcuna sicurezza di pace. Disse che la società di Ginevra doveva rinnovarsi, che bisognava rendere giustizia all’Ungheria, che l’Italia voleva amicizia duratura con la Jugoslavia, con la Francia e con l’Inghilterra, che l’Asse Roma.Berlino mirava ad assicurare la pace all’Europa e invitò tutti alla collaborazione, ed infine che il Mediterraneo, mentre per la Gran Bretagna era la via, per l’Italia era la vita.
In novembre l’Italia partecipò alla Conferenza italo-austro-ungherese di Vienna, ricevette il reggente Horthy a Roma e iniziò le discussioni con il Capo del Governo Jugoslavo Stojadinovic per un accordo politico.
L’anno si chiuse con il riconoscimento << de jure >> dell’Impero italiano da parte della Germania.
La firma del << gentlemen’s agreement >> avvenuta nei primi di gennaio tra Roma e Londra salutò il nuovo anno e sembrò apportare una effettiva distensione nei rapporti diplomatici tra Italia e Inghilterra. Comunque non si ebbe il riconoscimento dell’Impero che la Gran Bretagna rifiutò prendendo a pretesto l’intervento italiano in Spagna.
Ancora una volta Mussolini, sebbene fosse ormai convinto della inevitabilità dell’Anschliss, non volle dare il consenso a Goering, venuto appositamente a Roma per la soluzione della questione austriaca.
Il 23 marzo firmò con la Jugoslavia l’accordo di Belgrado che consentì all’Italia la possibilità di rafforzare la sua posizione in Oriente.
Sempre nel marzo Mussolini si recò in Libia dove venne accolto col più grande entusiasmo e gli fu consegnata la spada dell’Islam. In quella occasione Mussolini, con un discorso controllato, offrì la collaborazione a quegli Stati che, come l’Italia, aspiravano a vivere in pace con tutti.
Tornato in Patria fece rispondere da Grandi alla richiesta di Blum e del Comitato di Londra mirante ad ottenere il ritiro dei legionari italiani dalla Spagna, che era dispostissimo a farlo a condizione che tutti i volontari stranieri venissero allontanati dal territorio spagnolo.
Intanto l’Inghilterra ritornava ad appesantire le relazioni con l’Italia per aver invitato, nella qualità di imperatore d’Etiopia, il Negus all’incoronazione di Giorgio VI e per aver consentito diffamazioni a mezzo stampa contro i legionari italiani di Guadalajara. I laburisti inglesi e le sinistre francesi, in modo particolare, si scagliarono con tanta violenza contro l’Italia, e in più circostanze ebbero a dichiarare che si sarebbero alleati con la Russia pur di abbattere l’Italia e la Germania, da costringere Mussolini a cercare in tutti i modi di accaparrarsi l’amicizia dei paesi balcanici.
Verso la fine di giugno venne eletto al potere Neville Chamberlain che subito scrisse a Mussolini, il quale accettò immediatamente, per avere un colloquio e cercare di chiarire i malintesi esistenti tra i due paesi.
In settembre Mussolini si recò in Germania dove venne ricevuto trionfalmente e da dove ritornò impressionato dalla forza degli armamenti e dalla disciplina del Reich hitleriano.
Nell’ottobre successivo aderì al Patto anticomintern tedesco-giapponese e trascurò volutamente la proposta di stringere un’alleanza italo-germanica fatta da Ribbentrop.
L’11 dicembre Mussolini decise di abbandonare la Società delle Nazioni.
Con l’accordo Hitler-Schuschnigg, avvenuto in febbraio, il 1938 si palesò subito un anno carico di eventi e faceva presentire i tristi giorni di Monaco, Mussolini, come contraccolpo e per approfittare anche dell’allarme che aveva causato l’accordo austro-tedesco negli ambienti inglesi, diede subito ordine a Grandi di riprendere le trattative con Londra per ottenere il riconoscimento dalla sovranità italiana sull’Etiopia ed avviare ad un definitivo miglioramento i rapporti italo-britannici.
Il momento appariva più che favorevole per la presenza a Capo del Governo inglese di Neville Chamberlain, ma Eden, che reggeva il ministero degli Esteri, si oppose energicamente e pretese in cambio del riconoscimento il ritiro dei legionari dalla Spagna e l’opposizione completa alla Germania nella questione dell’Anschluss. Il Premier britannico non condivise le richieste di Eden e lo costrinse a dimettersi dopo che iniziò le trattative con l’Italia.
Intanto Mussolini, allarmato dalla situazione austriaca, fece avvertire Hitler dei contatti con Chamberlain e lo invitò a non precipitare l’azione in Austria che avrebbe senz’altro compromesso ogni accordo con l’Inghilterra e rivalutata l’opposizione di Eden.
Hitler non tenne conto di tali avvertimenti o se ne tenne conto fu per agire completamente all’opposto, preoccupato che una intesa italo-inglese gli avrebbe fatto perdere l’occasione per impossessarsi dell’Austria.
Il 9 marzo improvvisamente le truppe tedesche occuparono Vienna. Chamberlain, nonostante l’opposizione di Eden e dei giovani conservatori, dei laburisti, di Attlee e di Churchill, non volle interrompere le trattative che si conclusero su un piano di perfetta parità, con gli accordi di Roma, firmati il 16 aprile.
La Francia, gelosa, cercò di inserirsi nell’accordo, ma le richieste furono talmente esagerate che Mussolini dovette rifiutarle.
Nei primi di maggio, accolto con spettacolari manifestazioni, giunse a Roma Hitler per restituire la visita di Mussolini a Berlino Ribbentrop rinnovò la proposta di un patto militare e Mussolini senza respingerla, chiese di rimandarla a dopo che la Gran Bretagna avesse comunicato il riconoscimento dell’Impero italiano a Ginevra.
In quel periodo Hitler, compreso e giustificato dall’Inghilterra e senza darne alcuna comunicazione all’Italia, sollevò la questione dei Sudeti della Cecoslovacchia. Solo più tardi Ribbentrop comunicò al Governo italiano che la Germania intendeva liquidare definitivamente e a qualsiasi costo la questione boema.
Per risolvere la vertenza Chamberlain s’incontrò con Hitler a Berchtesgaden e subito dopo convocò a Lontra Daladier e Bonnet ai quali comunicò la decisione del Fuhrer nel volere l’autodecisione per i tedeschi dei Sudeti. Insieme decisero di costringere Benès ad accettare, altrimenti lo avrebbero lasciato solo. Benès vistosi abbandonato dall’alleata Francia e osteggiato dall’Inghilterra, accetto, ma quando Hitler pretese l’immediata consegna dei territori totalmente o in maggioranza tedeschi respinse l’ingiunzione e ordinò la mobilitazione.
Giorni d’ansia e di paura; ogni Stato si mise sul piede di guerra, alla mobilitazione della Germania e della Cecoslovacchia seguì la preparazione bellica della flotta inglese, il richiamo di 300.000 uomini in Italia e le innumerevoli polemiche tra Chamberlain, fautore della pace e Churchill, Eden, Duff Cooper che volevano la guerra, in Inghilterra, mentre in Francia i sostenitori del conflitto Manoel e Reynaud attaccavano il pacifista ministro Bonnet.
Alcune ore prima che scadesse l’ultimatum della Germania, Chamberlain chiese a nome del suo paese l’intervento di Mussolini presso Hitler perché sospendesse per un giorno l’ultimatum.
Il Fuhrer accettò la proposta a condizione che Mussolini facesse da mediatore. Alla riunione di Monaco si raggiunse l’accordo quadripartito che venne comunicato il 30 settembre al Governo di Praga unitamente all’ingiunzione di accettarlo.
Scongiurato il pericolo del conflitto, Mussolini venne salutato da tutta la stampa internazionale il salvatore della pace e l’Italia riconvalidò l’alto suo prestigio.
Verso la fine dell’anno ancora una volta, sebbene fosse stato di già ratificato il riconoscimento dell’Impero italiano da parte del Governo di Londra, Mussolini rifiutò di concludere l’alleanza militare con la Germania e ci tenne a dichiarare che il suo programma si poggiava su una lunga pace, sulla duratura amicizia con le potenze occidentali pur rivendicando le aspirazioni dell’Italia nel Mediterraneo e per la protezione e il consolidamento dell’Impero.
La visita a Roma del Premier Neville Chamberlain e del ministro degli Esteri lord Halifax, avvenuta nei primi di gennaio del 1939, sembro convalidare l’ottimistico piano di pace duratura espresso da Benito Mussolini. Ma ben presto la realtà si rivelò diversa dalle aspirazioni.
Le smaglianti vittorie riportate dai legionari italiani in terra di Spagna e la fine del conflitto che si concluse in favore di Franco diedero un alto valore alla partecipazione dei nostri legionari ed aumentarono ancora il prestigio dell’Italia risvegliando nel contempo l’odio franco-britannico. Mussolini giudicò giusto il momento per firmare l’alleanza politica e militare con la Germania.
Intanto Hitler, il 15 marzo, con l’aiuto degli slovacchi insorti contro Praga, occupò la Boemia e la Moravia facendone un protettorato tedesco. L’Italia per ristabilire l’equilibrio nell’aprile occupò l’Albania mentre da parte anglo-francese continuava la politica di accerchiamento all’Italia e alla Germania con l’assicurazione di protezione alla Polonia, alla Grecia e alla Danimarca.
Il 22 maggio a Berlino venne firmato il << Patto d’Acciaio >> tra l’Italia e la Germania.
Negli anni che seguiranno la firma dell’alleanza italo-tedesca, Mussolini dedicò la politica estera del suo Governo prevalentemente ad allontanare l’eventualità di un conflitto in Europa e fino a quando gli fu possibile cercò di scongiurarlo, poi di fermarlo, poi ancora di circoscriverlo. Ma invano. Tutti i suoi tentativi si spezzarono di fronte alla irriducibile decisione degli Stati cobelligeranti.

Dopo le drammatiche vicende del luglio ‘943, ritornano a reggere le sorti dell’Italia non ancora occupata dagli anglo-americani, Mussolini nei tragici giorni dalla Repubblica Sociale Italiana, concentrò la sua politica estera in una serie di azioni diplomatiche tendenti ad annullare la sfiducia provocata dal gesto di Badoglio e a riconquistare una certa posizione di prestigio nei confronti dello alleato tedesco.
Le questioni che maggiormente travagliarono la sua esistenza in tutti i venti mesi di Repubblica furono quelli inerenti alla protezione delle terre italiane di confine, alla salvezza del patrimonio industriale, artistico e finanziario della nazione e all’aiuto per gli internati e prigionieri italiani in Germania.
Le frontiere vennero validamente difese dall’esercito della R.S.I. contro attacchi francesi e slavi e contro le aspirazioni degli stessi tedeschi che dopo il settembre badogliano, volevano a torto o a ragione, far da padroni.
Le industrie e gli oggetti d’arte rimasero in Italia e molti di quelli che avevano raggiunto la Germania prima che sorgesse la Repubblica fascista, ritornarono in patria, mentre per espressa volontà di Mussolini sparirono dalla circolazione i marchi tedeschi.
In quanto agli internati e ai prigionieri Mussolini non trascurò nessuna azione in loro favore. Si trattava di circa un milione di uomini comprendenti i lavoratori italiani che si trovavano in territorio tedesco per prestare la loro opera alla Nazione alleata, i deportati dall’Italia, e i soldati italiani prelevati dopo l8 settembre dalla Croazia, dalla Grecia, dalla Francia, dal Montenegro e da tutti i posti d’occupazione presidiati dall’Esercito italiano. Questi nostri connazionali, in maggioranza valorosi sodati e valenti operai specializzati, con il proclama di Badoglio e la conseguente fuga del re e del governo italiano nel sud sotto la protezione anglo-americana, avevano assunto la fisionomia di ostaggi nelle mani tedesche ed erano stati rinchiusi nei capi di concentramento, dove conducevano una triste e meschina esistenza alle prese continue di tutti i disagi dovuti alla loro condizione d’inferiorità, in quella nazione tanto provata dalla dura guerra e a corto di viveri.
In seguito alle persistenti, accorate, e a volte, anche energiche richieste di Mussolini vennero abbattiti i reticolati e si offrì loro la possibilità di restare in Germania nelle condizioni di liberi lavoratori, o di arruolarsi volontariamente nei corpi militari della R.S.I. o nel caso non si sentivano di accettare né l’una né l’altra di restare nei campi di prigionia di guerra coperti da tutte le garanzie delle leggi internazionali.
Per quelli che accettarono la terza possibilità, nonostante avessero manifestato con tale accettazione la loro avversità alla R.S.I., Mussolini continuò a preoccuparsi fino alla fine della repubblica e attraverso la Croce Rossa e gli enti assistenziali appositamente istituiti fece pervenire loro centinaia di convogli carichi di generi alimentari, di oggetti di corredo e di medicinali.
Per fare tutto ciò Mussolini dovette superare oltre che l’opposizione di alcuni suoi stretti collaboratori motivata con la scarsezza dei mezzi del nord Italia, il preconcetto astioso dei tedeschi che in ogni azione e per ogni richiesta si richiamavano al tradimento di Badoglio. Riuscì Mussolini ad imporre la sua affettuosa accorata tesi in aiuto dei connazionali che erano stati abbandonati dal Re e da Badoglio, e qualunque fosse il loro atteggiamento nei riguardi della repubblica fascista, continuò a considerarli sempre soldati e combattenti italiani e ciò in piena armonia con i principi di quella onestà e dignità nazionale che aveva ispirato la Repubblica Sociale Italiana.




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Re: Politica estera.

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