20 settembre 1870 / 2010: Da Cavour a Napolitano

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20 settembre 1870 / 2010: Da Cavour a Napolitano

Messaggio  Admin il Mar 21 Set 2010, 21:29


Il presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano si è unito al segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone e al sindaco della capitale, Gianni Alemanno, per celebrare il 140essino della Breccia di Porta Pia.
Un presidente, per anni scomunicato dalla Chiesa Cattolica, perché professava l’ideologia liberticida e assassina del comunismo, si è detto <<contento>>, mentre il Cardinale ha sottolineato come la presenza di un’autorità ecclesiastica alle celebrazioni <<rappresenti un riconoscimento dell’indiscussa verità di Roma capitale d’Italia anche come sede del successore di Pietro>>.
Bertone nel ricordare il 20 settembre 1870 - che doveva segnare la fine del potere temporale e completare il processo di unificazione nazionale e fare di Roma la capitale dell'Italia - ha evidenziato che, la celebrazione del 140° anniversario delle breccia è: «la ritrovata libertà del pastore e della Chiesa universale e anche la ritrovata concordia tra la comunità civile e quella ecclesiale che insieme lavorano a vastissimo raggio per il bene del popolo italiano». Questo prelato cosi come tutta la Chiesa fa confusione, scordando, che la libertà al pastore della Chiesa Universale è stata concessa nel 1929, con la firma dei Patti del Laterano.
Noi Fascisti, non ci scandalizziamo per l’ulteriore (servile) passo verso la Santa Sede, compiuto congiuntamente da due ex, uno comunista, sconfitto dalla storia, l’altro post-fascista, che ha rinnegato la sua storia; dopo l’imbarazzante inno pontificio suonato mercoledì dai bersaglieri, e il convegno svolto ieri, dedicato a Pio IX, il Papa che si dichiarò «prigioniero dello stato italiano» e che era avvezzo a torture e pena di morte; falsano la Storia raccontandone un'altra. Facendo della verità merce di scambio politico-religiosa.
In queste ore solo un manipolo di esponenti radicali hanno sentito il bisogno di contestato questa confusione di ruoli, urlando «Vaticano e partitocrazia serve una nuova Porta Pia».
La partitocrazia che vuole far scordare i veri martiri italiani, che dopo 52 di falsa unità, edificarono un vero Stato unitario, facendolo grande. Liberarono le istituzioni da massoni e porporati, nonostante che, ancor prima dell’unificazione, istituzioni porporati e massoni erano una sola cosa.
Considerando che nell’epoca rinascimentale in Italia liberali, mazziniani e garibaldini agitano la penisola: da essi c’è tutto da attendere e da temere, a seconda dell’abilità con cui saranno guidato; i sovrani dei piccoli Stati tremano e inferociscono sui troni malfermi; la Curia Romana si trincera dietro il principio dell’<<inalienabilità del potere temporale>>, come se con ciò si fosse potuto fermare la storia.
Napoleone in fondo non ha torto ad essere scontento di Cavour. Sia o no a conoscenza dei maneggi del ministro, l’Imperatore comprende bene che come il fervore unitario che agita la penisola non trovi nel Conte uno spettatore indifferente o platonico: l’acuirsi dei moti nell’Italia centrale, le non dissimulate aspirazioni su Roma capitale vanno al di là dei propositi di Napoleone III, anzi li attraversano in più punti.
Dopo la campagna lombarda, l’Imperatore dei francesi agli occhi dell’Europa appare, come il garante della buona condotta del Piemonte.
Ma Cavour conosce il suo uomo e lo tiene a bada, agitandogli innanzi agli occhi lo spauracchio dell’anarchia e della rivoluzione.
Non v’è cancelleria europea cui manchino informazioni sul vivo malcontento che serpeggia negli italiani specie di quelli del pontificato. I moti liberali, che avevano qui trovato ottimo terreno, ormai hanno preso ovunque tanto vigore da far ritenere imprudente ignorarli e impossibili reprimerli; una saggia politica impone al governo del Piemonte di mettersi alla testa del movimento per frenarlo, evitando ogni eccesso.
Verso i liberali bisogna adoperare accortezza, i vari agitatori, mentre costituiscono una forza preziosa, rappresentano nello stesso tempo una preoccupazione e un pericolo sia per la difficoltà di controllarli, sia perché, con un atto prematuro, essi potrebbero far crollare, in un minuto, il frutto del paziente lavoro durato mesi.
L’ostacolo da superare sta a Roma, dacchè, profilatosi il pericolo della politica piemontese, la fervida propaganda, organizzata in tutto il mondo a favore della temporalità del potere papale, riesce a trovare aderenti e sostenitori.
In un’atmosfera cosi ostile e su un terreno cosi insidioso deve Cavour affrontare la questione romana.

Un’occasione favorevole per i primi sondaggi viene praticamente offerta al Conte del dottor Diomede Pantaleoni, valente medico romano che, a partire dal 7 aprile del 1859, comincia a informarlo, assai particolareggiatamente, sullo stato degli uomini e dell’amministrazione di Roma.
Ritornato al potere , dopo la parentesi del Gabinetto Nigra, Cavour riprende a interessarsi del grande problema, avviando a corte trattative con Parigi per ottenere il ritiro del presidio francese, la cui presenza in Roma, a tutela della Santa sede, in caso di agitazioni politiche e d’un conseguente intervento militare piemontese, determinerebbe fatalmente un conflitto con la Francia.
La realizzazione di questa parte preliminare dal vasto disegno politico di Cavour è ormai ritenuta cosi prossima che, in una confidenziale del 21 agosto 1860, il Pantaleoni previene lo statista sui mezzi necessari per fronteggiare la situazione che ne risulterebbe: <<Se i francesi avessero a ritirarsi da Roma, sarebbe indispensabile avere un reggimento di carabinieri reali per la polizia della città e per disarmare la sbirraglia e riformare la gendarmeria>>.
Però pochi giorni dopo – 10 settembre – il gabinetto francese, evidentemente informato delle segrete mire di Torino, notifica a mezzo del suo ambasciatore, Conte De Talleyrand, di essere deciso a rompere le relazioni diplomatiche se non verrà data assicurazione che l’armata sarda non attaccherà le truppe pontificie.

Nata la nuova Italia l’enigmatico Napoleone, verso la prima quindicina del dicembre 1860 invia a Torino un suo progetto sulla questione italo-romana.
<<Dare Roma all’Italia e il Pontefice a Roma>>, queste idee combaciano perfettamente con quelle di Cavour.
Fin dall’inizio delle trattative romane, egli infatti, ha avuto chiara la visione del grande problema in tutta la sua vastità: evitare a ogni costo una nuova Avignone e conservando al nascente regno il primato del cattolicesimo; regolare la vertenza fra l’Italia e la Chiesa solo mediante trattative diplomatiche; fondare i rapporti tra il potere civile e quello religioso sulla base della più completa indipendenza.
Son queste le convinzioni da cui scaturirà, il 14 marzo 1861, l’eloquenza dello storico discorso al Parlamento: <<Noi siamo pronti a proclamare in Italia questo grande principio: libera Chiesa in Libero Stato>>. Proposizione che suscitò tante speranze e fu il punto incrollabilmente fermo della politica romana di Cavour.
L’ampiezza del gioco diplomatico di Cavour assume in questo momento proporzioni inverosimili e si ha come l’impressione che egli goda di veder sorgere tanti ostacoli.
Olimpicamente sereno, spesso non disdegno di signorili arguzie, il Conte vigila, frena, esorta, incita, evita, afferma, con una prontezza e una sicurezza di decisione che hanno del miracoloso.
Cosi mentre raccomanda al Vimercati, ambasciatore a Parigi, di tener buono il Thouvenel , assicurandogli che a Torino si faceva caso immenso della sua abilità, gli ricorda di ripetere all’imperatrice che in Italia tutti la trovano assai graziosa. E in tanto la sua profonda devozione per Vittorio Emanuele non gli impedisce di celiare con bonomia sulle idee del Sovrano che non gli sembra <<forte in teologia>>.
D’altro canto, mentre si sforza di trarre alla causa unitaria il maggior numero di cardinali, si studia di fare in modo che il Pontefice non abbandoni l’Urbe, che Parigi si decida a chiamare il presidio francese da Roma e che l’Austria non possa sorprenderlo con una mossa improvvisa.
Cavour, sicuro del successo finale, non esita ad affrontare gli aspetti più pericolosi della crisi che si apre quando Vittorio Emanuele assume il titolo di Re d’Italia fra il tripudio della Nazione e quando interviene la rottura dei rapporti diplomatici con la Francia. Anzi, in tale frangenti, non esita ad esaminare l’eventualità di appoggiare l’irredentismo ungherese per scatenare contro l’Austria un’azione combinata su quattro fronti; ed avvalendosi dei rapporti ufficiosi con Parigi, non trascura risollecitare il ritiro da Gaeta della flotta francese, la cui presenza impedisce di assaltare da terra e da mare l’ultima piazza forte dei Borboni.
Intanto né le ansie del povero Thouvenel né la politica dilatoria del Cardinale Antonelli valgono a vincere l’<<implacabile>> serenità di quello sguardo fisso su Roma con una fermezza che sgomenta.

E il Papa?
Anima inquieta che nella storia della Chiesa assurge a grandezza altamente drammatica, Pio IX si dibatte fra l’altissima coscienza dei suoi doveri, che gli proibiscono ogni alienazione del patrimonio papale, l’influenza dei suoi ministri e l’amor di Patria di cui ha già dato prova con la spontanea elargizione della costituzione.
Che il Pontefice non fosse contrario alla causa italiana lo dimostra il fatto che un giorno egli s’era spinto a chiedere al teologo Passaglia <<se, in coscienza, un papa, a tenore dei suoi giuramenti, avrebbe potuto rinunziare allo stato temporale>>.
Intanto uomini di fede, di dottrina e principi della Chiesa si recano, in numero sempre crescente, a percorrere per questa nostra povera Italia.
E’ il teologo Passaglia che si reca dal cardinale Antonelli ad assicurare in nome del Conte <<Libertà piena per il ministero ecclesiastico e per ciò che è delle temporalità, quel tutto che era prudente richiedere e possibile consentire>>. E’ il dottor Pantaleoni il quale cerca di spingere le cose vero una soluzione favorevole con un ardore che non gli permette di indietreggiare neanche innanzi al decreto di esilio. E’ il cardinale Cantucci, seguito poi da altri porporati, che patrocina la causa italiana, la cui mancata soluzione può esser fonte di scisma in seno alla cristianità.

Il pontefice ascolta e dietro tutti costoro sente la presenza dell’uomo che li manda, ed esita e si rifugia nella preghiera.

Allora il Conte scrive : <<Quanto è possibile concedere, sarà concesso. Riusciremo, Santo Padre, e sarà cosa tanto bella che a pena oso sperarla>>.
Ma il Conte parla in nome dell’Italia, cioè in nome della rivoluzione, e quella parola gela sul nascere ogni fiducioso slancio.
Cavour però non disarma: nella sua incrollabile fermezza, sa che quando si difende una buona causa, si può anche aspettare.

Sorge cosi il 27 marzo e allora il Conte proclama solennemente dalla tribuna parlamentare: <<I negoziati che oggi non sono riusciti, riusciranno un giorno. E se ciò non avvenisse, quando noi avremo ciò operato, quando queste dottrine avranno ricevuto una solenne sanzione dal parlamento nazionale; quando non sarà più lecito di porre un dubbio quali siano i veri sentimenti degl’Italiani; quando sarà chiaro al mondo che essi non sono ostili alla religione, ma anzi desiderano e vogliono conservare questa religione nel loro paese, che bramano assicurarle i mezzi di prosperare e di sviluppare, abbattendo un potere, il quale fu l’ostacolo non solo alla riorganizzazione d’Italia, ma allo svolgimento del cattolicesimo, io porto speranza che la grande maggioranza della società cattolica assolverà gl’Italiani, e farà cadere su tutti coloro, a cui spetta, la responsabilità delle conseguenze della lotta fatale, che il Pontefice volesse impegnare contro la nazione in mezzo alla quale esso risiede. <<A rischio di essere accagionato di abbandonarmi alle utopie, io nutro fiducia che quando la proclamazione dei principi che ora ho fatta, e quando la consacrazione che voi ne farete saranno rese note al modo e giungeranno a Roma nelle aule del Vaticano, io nutro, dico, che quelle fibre italiane che il partito reazionario non ha potuto ancora svelare interamente dall’animo di Pio IX, queste fibre vibreranno ancora e si potrà ancora compiere il più grande atto che il popolo abbia mai compiuto. E cosi sarà dato alla stessa generazione l’aver risuscitato una nazione, ed aver fatta cosa più grande, più sublime ancora;cosa la di cui influenza è incalcolabile, l’aver cioè riconciliato il Papato con l’autorità civile, e aver firmata la pace tra la Chiesa e lo Stato, fra lo spirito di religione e i grandi principi della libertà>>.

Ma gli eccessi e i disordini, fatalmente connessi a ogni grande rivolgimento storico e politico, il risentimento per alcune nuove leggi sugli ordini religiosi, la convinzione errata della precarietà del nuovo regno allontanano, ancora una volta, la possibilità d’una soluzione conciliante.

Sorge cosi il fatale 6 giugno e si presenta al capezzale di Cavour infermo il sacerdote con l’Olio Santo. Il grande statista lo riconosce, gli stringe la mano e: <<Frate, libera Chiesa in libero Stato!>> Esclama, come a imprimere l’estremo suggello della sua volontà e dalla sua certezza alla propria opera.
Sono quelle le sue ultime parole.
L’immatura fine del grande ministro, che veniva a troncare lo svolgimento dell’impresa cosi felicemente avviata, fu certamente un male incalcolabile per l’Italia.
Altrimenti non avremmo avuto la breccia di Porta Pia né il quarantennio della Guarentigie, perché Cavour avrebbe saputo trovare ben presto eco generosa nel grande animo del Pontefice.




Anni dopo, gli Stati europei dettero a Vittorio Emanuele II il loro tacito consenso all’aggressione del pontificio Stato romano, militarmente inesistente.
La mattina del 20 settembre 1870 (intorno alle nove) l'artiglieria dell'esercito italiano, guidata dal generale Raffaele Cadorna, aprì una breccia di circa trenta metri nelle mura della città, accanto a Porta Pia, che consentì a due battaglioni (uno di fanteria, l'altro di bersaglieri) di occupare la città;

Ci vollero, invece quarant’anni e un eccelso uomo di Stato per poter risolvere il gravissimo problema e conchiudere l’opera iniziata nel lontano 1859.
Cosi a Palazzo del Laterano si poté dare l’ultimo colpo di pollice alla figura dell’Italiano nuovo: quello che, poco dopo (responsabile l’Inghilterra) ai piedi degli altari doveva deporre, in un elmetto di ferro, il suo anello nuziale per balzare di là, irresistibile, dietro la Croce e il littorio, verso la luce del secondo impero.


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