Lettura di un libro su l’Etiopia.

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Lettura di un libro su l’Etiopia.

Messaggio  Admin il Ven 25 Feb 2011, 23:01


Fra Etiopia, Eritrea, Somalia, Kenia e Uganda, regioni simili e con gli stessi caratteri demografici, se si vuole astrarre dalla profonda differenza di vita fra le nostre Colonie e le terre non ancora redente, si misurano, a est della lunga striscia latitudinale del Sudan Anglo-Egiziano, circa due milioni e mezzo di chilometri quadrati, comprendenti, nel sottosuolo,i quattro quinti delle specie minerali del globo (in qualità); e al sole, le migliori specie di cotone, caffè e cereali del continente africano.
Ho letto il volumetto <<Etiopia>>, edito dalla Confederazione dei Lavoratori dell’Agricoltura un anno prima della elaborazione del piano sessennale.
L’Etiopia comprende 1.150.000 chilometri quadrati dei quali circa cento milioni di ettari sono coltivabili. La sproporzione fra l’estensione terriera e la popolazione di soli dieci milioni di abitanti, è evidente. Se questi dieci milioni fossero tutti abili al lavoro, la porzione di dieci ettari che toccherebbe a ciascuno sarebbe sempre eccessiva. Ma in Etiopia su dieci milioni di abitanti, un solo milione era idoneo al lavoro, e due terzi di questo vivevano di rapine e di razzie.
Cosi, la maggior parte dei terreni era abbandonata alle colture naturali. Il caffè vi nasce spontaneamente, ma la mancanza di vie di comunicazioni rendeva impossibile il raccolto e la valorizzazione commerciale di ciò che la natura offre gratuitamente all’uomo. L’oro, il platino, l’argento, il piombo, il ferro, popolano il sottosuolo, ma la maggior parte dei filoni non ha mai sentito il piccone. La palma e l’albero di cocco originari del centro e dell’ovest, danno
Qua e là abbondanti grassi vegetali, ma le popolazioni indigene non sanno fare il sapone. Né si deve credere che nel Kenia, soggetto a mandato temporaneo dell’Inghilterra e del Belgio, l’agricoltura e l’industria vi siano sviluppate, e il commercio sia libero e sicuro.
Lo scambio è curato dalla cooperazione fra gli agricoltori, i quali non sono mai sicuri di ritrovare le derrate dove le hanno depositate.
Gli abissini si dividevano in due grandi categorie: quelli che seminavano e quelli che consumavano.
Quando tutto il processo della produzione della ricchezza rurale era compiuto; quando il vecchio aratro rudimentale, che non era diverso da quello che Romolo usò per fare il solco delle mura di Roma, aveva rimosso le zolle, e la mano grinzita del negro aveva sparso il sudato seme, e le donne avevano poi legato le messi, nessuna garanzia pubblica veniva data dall’Imperatore al lavoratore per il godimento dei frutti delle sue fatiche, giungeva, come folgore, il predone a carpire, con l’arma in pugno, i frutti della fatica dei migliori.
Forse, il geografo, l’esploratore, il colonialista, ci avranno dato più profondi ragguagli sulle condizioni dei territori e delle popolazioni etiopiche, ma questa umana, realistica e commovente disamina del problema sociale, ce la doveva dare l’ente che inquadra i contadini italiani.
Basterebbe questa ragione della inanità della fatica dei lavoratori, per giustificare l’azione dell’Italia fascista nell’Africa Orientale. Il Fascismo pose alla base delle sue teorie e delle sue conquiste sociali ed economiche interne ed esterne, il rispetto codificato dei diritti del lavoro. L’azione bellica del Fascismo è pienamente consequenziale dove ci siano diritti del lavoro umano da rivendicare; e nessuna menzogna potrà far travisare questa santa missione, perché vi è nel fondo delle masse una segreta ammirazione per la forza che va al soccorso del sudore umano misconosciuto e umiliato.


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