MUSSOLINI: Il DISCORSO DI UDINE 20 SETTEMBRE 1922.

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MUSSOLINI: Il DISCORSO DI UDINE 20 SETTEMBRE 1922.

Messaggio  Admin il Ven 04 Mar 2011, 23:37


L’unità della Patria
Non attendetevi la commemorazione del XX settembre, certo, l’argomento sarebbe tentante e lusingatore. Ci sarebbe ampio materiale di mediazione riesaminando per quale prodigio di forze imponderabili ed attraverso quali e quanti sacrifici di popoli e di uomini, l’ITALIA ABBIA POTUTO RAGGIUNGERE LA SUA NON ANCORA TOTALE UNITA’, perché di unità totale non si potrà parlare fino a quando Fiume e la Dalmazia e le altre terre non siano ritornate a noi, compiendosi con ciò quel sogno orgoglioso che fermenta nei nostri spiriti.
Ma vi prego di considerare che anche nel Risorgimento ed attraverso il Risorgimento Italiano, che va dal primo tentativo insurrezionale che si verificò a Nola in un reparto di cavalleria, e finisce con la breccia di Porta Pia nel 1870, due forze entrano in gioco; una è la forza tradizionale, la forza di conservazione, la forza necessariamente un po’ statica e tardigrada, la forza della tradizione sabauda e piemontese; l’altra, la forza insurrezionale e rivoluzionaria che veniva su dalla parte migliore del popolo e della borghesia; ed è solo attraverso la conciliazione e l’equilibrio di queste due forze che noi abbiamo potuto realizzare l’unità della Patria. Qualche cosa di simile forse si verifica oggi e di ciò mi riprometto di parlare in seguito.

ELEVIAMO IL PENSIERO A ROMA!
Ma perché (ve lo siete mai domandato?) perché l’unità della Patria si riassume nel simbolo e nella parola di Roma? Bisogna che i fascisti dimentichino assolutamente, perché se non lo facessero sarebbero meschini, le accoglienze più o meno ingrate che avemmo a Roma nell’ottobre dell’anno scorso, e bisogna avere il coraggio di dire che una parte di responsabilità di tutto ciò che avvenne là si dovette a taluni elementi nostri che non erano all’altezza della situazione. E non bisogna confondere Roma con i romani, con quelle centinaia di cosiddetti profughi del Fascismo che sono a Roma, a Milano ed in qualche altro centro d’Italia e che fanno naturalmente dell’antifascismo pratico e criminoso. Ma se Mazzini, se Garibaldi tentarono per tre volte di arrivare a Roma, e se Garibaldi aveva dato alle sue camice rosse il dilemma tragico, inesorabile di <<Roma o Morte>>, questo significa che negli uomini migliori del Risorgimento italiano Roma ormai aveva una funzione essenziale di primissimo ordine da compiere nella nuova storia della nazione italiana.
Eleviamo, dunque, con animo puro e sgombero da rancori il nostro pensiero a Roma che è una delle poche città dello spirito che ci siano nel mondo, perché a Roma, tra quei sette colli cosi carichi di storia, si è operato uno dei più grandi prodigi spirituali che la storia ricordi, cioè si è tramutata una religione orientale, da noi non compresa, in una religione universale che ha ripreso sotto altra forma quell’imperio che le legioni consolari di Roma avevano spinto fino all’estremo confine della terra. E noi pensiamo di fare di Roma la città del nostro spirito, una città, cioè, depurata, disinfettata da tutti gli elementi che la corrompono e la infangano, pensiamo di fare di Roma il cuore pulsante, lo spirito alacre dell’Italia imperiale che noi sogniamo.
Qualcuno potrebbe obbiettare: Siete voi degni di Roma, avete voi i garretti, i muscoli, i polmoni sufficientemente capaci per ereditare e tramandare le glorie e gli ideali di un impero? Ed allora i critici arcigni s’industriano a vedere nel nostro giovane ed esuberante organismo dei segni di incertezza.

LA DISCIPLINA FASCISTA
Ci si parla del fenomeno dell’autonomismo fascista:
dico ai fascisti ed ai cittadini che questo autonomismo non ha nessuna importanza. Non è un autonomismo di idee o di tendenze. Tendenze non conosce il Fascismo.
La tendenze sono il triste privilegio dei vecchi partiti che sono associazioni comiziali diffuse in tutti i paesi e che non avendo niente da fare e da dire finiscono per imitare quei sordidi sacerdoti dell’oriente che discutevano su tutte le questioni del mondo mentre Bisanzio periva.
Gli scarsi, sporadici tentativi di autonomia fascista o sono liquidati o sono in via di liquidazione perché rappresentano soltanto delle rivalse di indole personale.
Veniamo ad un altro argomento: la disciplina. Io sono per la più rigida disciplina. Dobbiamo imporre a noi stessi la più ferrea disciplina, perché altrimenti non avremo il diritto di imporla alla Nazione. La disciplina deve essere accettata. Quando non è accettata deve essere imposta. Noi respingiamo il dogma democratico che si debba procedere eternamente per sermoni, per prediche e predicozzi di natura più o meno liberali. A un dato momento bisogna che la disciplina si esprima, nella forma, sotto l’aspetto di un atto di forza e di imperio. Esigo, quindi, e non parlo ai militi della regione friulana che sono – lasciatemelo dire – perfetti per sobrietà e compostezza, austerità e serietà di vita, ma parlo per i fascisti di tutta Italia, i quali se un dogma debbono avere, questo deve portare un solo chiaro nome: disciplina! Solo obbedendo, solo avendo l’orgoglio umile ma sacro di obbedire, si conquista poi il diritto di comandare. Quando il travaglio sia avvenuto nel vostro spirito, potete imporlo agli altri. Prima, no. Di questo debbono rendersi ben conto i fascisti di tutta Italia. Non debbono interpretare la disciplina come un richiamo di ordine amministrativo o come un timore dei capi che possono paventare l’ammutinamento di un gregge. Questo no, perché noi non siamo capi come tutti gli altri, e le nostre forze non possono portare affatto il nome di gregge. Noi siamo una milizia, ma appunto perché ci siamo data questa speciale costituzione dobbiamo fare della disciplina il cardine supremo della nostra vita e della nostra azione.

IN TEMA DI VIOLENZA
E vengo alla violenza. La violenza non è immorale.
La violenza è qualche volta morale. Noi contestiamo a tutti i nostri nemici il diritto di lamentarsi della nostra violenza, perché paragonata a quelle che si commisero negli anni del ’19 e del ’20 e paragonata a quella dei bolscevichi di Russia, dove sono stati giustiziati due milioni di persone e dove altri milioni di individui giacciono in carcere, la nostra violenza è un gioco da fanciulli. D’altra parte la violenza è risolutiva, perché alla fine di luglio e di agosto in quarantotto ore di violenza sistematica e guerriera abbiamo ottenuto quello che non avremmo ottenuto in quarantotto anni di prediche e di propaganda. Quindi quando la nostra violenza è risolutiva di una situazione cancrenosa è moralissima, sacrosanta e necessaria. Ma, o amici fascisti, e parlo ai fascisti d’Italia, bisogna che la nostra violenza abbia dei caratteri specifici, fascisti. La violenza di dieci contro uno è da ripudiare e da condannare. La violenza che non si spiega deve essere ripudiata. C’è una violenza che libera ed una violenza che incatena; c’è una violenza che è morale ed una violenza che è stupida ed immorale. Bisogna adeguare la violenza alla necessità del momento, non farne una scuola, una dottrina, uno sport. Bisogna che i fascisti evitino accuratamente di sciupare con gesti di violenza sporadica, individuale, non giustificata, le brillantissime e splendide vittorie dei primi di agosto. Questo attendono i nostri nemici i quali da certi episodi e, diciamolo francamente, da certi ingrati episodi come quello di Taranto, sono indotti a credere ed a sperare ed a lusingarsi che la violenza essendo diventate una specie di secondo abito, quando noi non abbiamo più un bersagli su cui esercitarla, la eserciteremo su di noi o contro di noi o contro i nazionalisti. Ora i nazionalisti divergono da noi su certe questioni, ma la verità va detta ed è questa: che in tutte le battaglie che abbiamo combattuto li abbiamo avuti al nostro fianco.

IL NOSTRO SINDACALISMO
Può darsi che tra di loro vi siano dei dirigenti, dei capi che non vedono il Fascismo sotto la specie con la quale lo vediamo noi, ma bisogna riconoscere e proclamare e dire che le camicie azzurre a Genova, a Bologna, a Milano ed in altre cento località furono a fianco delle camice nere. Quindi gradevolissimo è l’episodio di Tarando ed io mi auguro che i dirigenti del Fascismo agiranno nel senso che rimanga un episodio isolato da dimenticarsi in una riconciliazione locale ed in una affermazione di simpatia e di solidarietà nazionale.
Altro argomento che si può prestare alle speranze dei nostri avversari: le masse. Voi sapete che io non adoro la nuova divinità: la massa. E’ una creazione della democrazia e del socialismo. Soltanto perché sono molti debbono avere ragione. Niente affatto. Si verifica spesso l’opposto, cioè che il numero è contrario alla ragione.
In ogni caso la storia dimostra che sempre delle minoranze, esegue da principio, hanno prodotto profondi sconvolgimenti nelle società umane. Noi non adoriamo la massa nemmeno se è munita di tutti i sacrosanti calli alle mani ed al cervello ed invece portiamo nell’esame dei fatti sociali delle concezioni, degli elementi almeno nuovi nell’ambiente italiano. Noi non potevano respingere queste masse. Venivano a noi. Dovevamo forse accoglierle con dei calci negli stinchi? Sono sinceri? Sono insinceri? Vengono a noi per convinzione? O per paura?
O perché sperano di ottenere da noi quello che non hanno ottenuto dai social-pussisti? Questa indagine è quasi oziosa perché non si è ancora trovato il modo di penetrare nell’intimo dello spirito. Abbiamo dovuto fare del sindacalismo. Ne facciamo. Si dice: <<il vostro sindacalismo finirà per essere in tutto e per tutto simile al sindacalismo socialità; dovrete per necessità di cose fare della lotta di classe>>.
I democratici, una parte dei democratici, quella parte che sembra avere il solo scopo di intorbidare le acque, continua da Roma (dove si stampano troppi giornali, molti dei quali non rappresentano nessuno o niente) a manovrare in questo senso.
Intanto il nostro sindacalismo diversifica da quello degli altri perché noi non ammettiamo lo sciopero nei pubblici servizi per nessun motivo. Siamo per la collaborazione di classe, specie in un periodo come l’attuale di crisi economica acutissima. Quindi cerchiamo di fare penetrare nel cervello dei nostri sindacati questa verità e questa concezione. Pero bisogna dire, con altrettanta schiettezza, che gli industriali ed i datori di lavoro non debbono ricattarci, perché c’è un limite oltre al quale non si può andare, e gli industriali stessi ed i datori di lavoro, la borghesia per dirla in una parola, la borghesia deve rendersi conto che nella nazione c’è anche il popolo, una massa che lavora, e non si può pensare alla grandezza di nazione se questa massa che lavora è inquieta, oziosa, e che il compito del Fascismo è di farne un tutto organico con la nazione per farla domani, quando la nazione ha bisogno della massa, come l’artista ha bisogno della materia greggia per forgiare i suoi capolavori.
Solo con una massa che si sia inserita nella vita e nella storia della nazione noi potremo fare una politica estera.

LA POLITICA ESTERA
E sono giunto al tema che è in questo momento di attualità grandissima. Alla fine della guerra è evidente che non si è saputo fare la pace. C’erano due strade: o la pace della spada o la pace della approssimativa giustizia. Invece sotto l’influenza d’una mentalità democratica deleteria, non si è fatta la pace della spada occupando Berlino, Vienna, Budapest e non si è fatta nemmeno la pace approssimativa della giustizia.
Gli uomini, molti dei quali erano ignari di storia e di geografia ( e pare che questi famosi esperti, che noi potremmo chiamare italianamente periti, ne sapessero quanto i loro principali, ed abbiamo scomposto e ricomposto la carta geografica di Europa) hanno detto: dal momento che i turchi danno fastidio all’Inghilterra, sopprimiamo la Turchia. Dal momento che l’Italia, per diventare una potenza mediterranea, deve avere l’Adriatico come un suo golfo interno, neghiamo all’Italia le giuste rivendicazioni di ordine adriatico. Che cosa succede? Succede che il trattato più periferico naturalmente va in pezzi prima degli altri. Ma siccome tutto consiste nella costruzione di questi trattati, per cui tutti sono in relazione tra di loro, cosi il disgregamento, il frantumamento del trattato di Sèvres riconduce alla eventualità il pericolo che anche tutti gli altri Trattati facciano la stessa fine. L’Inghilterra, a mio avviso, dimostra di non avere più una classe politica all’altezza della situazione. Infatti voi vedete che fin qui, da quindici anni, un solo uomo impersona la politica inglese. Non è stato ancora possibile di sostituirlo. Lloyd Gorge, che a detta di coloro che lo conoscono intimamente è un mediocre avvocato, rappresenta la politica dell’impero inglese da ben tre lustri! L’Inghilterra anche in questa occasione, rivela la mentalità mercantile di un impero che vive sulle sue rendite e che aborre da qualsiasi sforzo che sia suo proprio, che gli costi del sangue.
Fa appello ai Dominions alla Jugoslavia ed alla Romania. D’altra parte, se le cose si complicano in questa senso, voi vedete spuntare l’eterno ed indistruttibile cosacco russo che cambia di nome ma che non cambia mai anomo. Chi à armato la Turchia di Kemal pascià?
La Francia e la Russia. Chi può armare la Germania di domani? La Russia. E’ grande fortuna al fine della nostra politica estera, è grande fortuna che accanto ad un esercito che ha tradizioni gloriosissime, l’esercito nazionale, vi sia l’esercito fascista.

UNA <<CARTA>> FORMIDABILE
Bisognerebbe che i nostri ministri degli Esteri sapessero giocare anche questa carta e la buttassero sul tappeto verde e dicessero: - Badate che l’Italia non fa più una politica di rinunce o di viltà, costi che costi!
Mentre negli altri paesi si comincia ad avere una chiara coscienza della forza rappresentata dal Fascismo italiano anche in tema di politica estera, i nostri ministri sono sempre in atteggiamento di uomini che soggiacciono. Ci domandano quale è il nostro programma. Io ho già risposto a questa domanda, che vorrebbe essere insidiosa, in una piccola riunione tenuta a Levanto davanti a trenta o quaranta fascisti e non supponevo che avrebbe potuto avere una ripercussione cosi vasta il mio breve discorso, il mio famigliare discorso.

IL NOSTRO PROGRAMMA
LA CRISI DELLO STATO LIBERALE
Il nostro programma è semplice; vogliamo governare l’Italia. Ci si dice: programmi? Ma di programmi ce ne sono anche troppi. Non sono i programmi di esaltazione che mancano all’Italia. Sono gli uomini e la volontà. Non c’è italiano che non abbia o non creda di possedere il metodo sicuro per risolvere alcuni dei più assillanti problemi della vita nazionale. Ma io credo che voi tutti siate convinti che la nostra classe politica sia deficitaria. La crisi dello Stato liberale è in questa deficienza documentata. Abbiamo fatto una guerre splendida dal punto di vista dell’eroismo individuale e collettivo. Dopo essere stati soldati, gli italiani nel 1918 erano diventati guerrieri.
Vi prego di notare la differenza essenziale.
Ma la nostra classe politica ha condotto la guerra come un affare di ordinaria amministrazione. Questi uomini che noi tutti conosciamo e dei quali portiamo nel nostro cervello la immagine fisica, ci appaiono ormai come dei superati, degli sciupati, degli stracchi, come dei vinti. Io non nego nella mia obbiettività assoluta che questa borghesia, che con un titolo globale si potrebbe chiamare giolittiana, non abbia i suoi meriti.
Li ha certamente. Ma oggi che l’Italia è fermentante di Vittorio Veneto, oggi che questa Italia è esuberante di vita, di slancio, di passione, questi uomini che sono abituati soprattutto alla mistificazione di ordine parlamentare ci appaiono di tale statura non più adeguata all’altezza degli avvenimenti. Ed allora bisogna affrontare il problema come sostituire questa classe politica che ha sempre, negli ultimi tempi, condotto una politica di abdicazione di fronte a quel fantoccio gonfio di vento che era il social-pussismo italiano.
Io credo che la sostituzione si renda necessaria e più radicale, meglio sarà, indubbiamente il Fascismo che domani prende sulle braccia la nazione, quaranta milioni, anzi quarantasette milioni di italiani, si assume una tremenda responsabilità. C’è da prevedere che molti saranno i delusi poiché una delusione c’è sempre: o prima o dopo ma c’è sempre, e nel caso che si faccia e nel caso che non si faccia.
Amici! Come la vita dell’individuo quella dei popoli comparta una parte di rischio. Non si può sempre pretendere di camminare sul binario Decauville della normalità quotidiana. Non ci si può sempre indirizzare alla vita laboriosa e modesta di un impiegato del lotto, e questo sia detto senza onbra di offesa per gli impiegati delle cosiddette <<bische dello Stato>>. Ad un dato momento bisogna che uomini e partiti abbiamo il coraggio di assumere la grande responsabilità di fare la grande politica, di provare i loro muscoli. Può darsi che riescano. Può darsi che falliscono. Ma ci sono dei tentativi anche falliti che bastano a nobilitare e ad esaltare per tutta la vita la coscienza di un movimento politico, del Fascismo italiano.

LA QUESTIONE DEL REGIME
Io mi riprometto di fare il discorso a Napoli, ma credo che a Napoli avrò altri temi per esso. Non tardiamo più oltre, ad entrare nel territorio delicato e scottante del regime. Molte delle polemiche che furono suscitate dalla mia tendenzialità sono dimenticate ed ognuno si è convinto che quella tendenzialità non è uscita fuori cosi improvvisamente. Rappresentava, invece, un determinato pensiero. E’ sempre cosi. Certi atteggiamenti sembrano improvvisi al grosso pubblico il quale non è indicato e non è obbligato a seguire le trasformazioni lente, sotterranee di uno spirito inquieto e desideroso di approfondire, sempre sotto veste nuova, determinati problemi. Ma il travaglio c’è, intimo, qualche volta tragico. Voi non dovete pensare che i capi del Fascismo non abbiamo il senso di questa tragedia individuale, soprattutto tragedia nazionale. Quella famosa tendenzialità repubblicana doveva essere una specie di tentativo di separazione da molti elementi che erano venuti a noi soltanto perché avevamo vinto. Questi elementi non ci piacciono. Questa gente che segue sempre il carro del trionfatore e che è disposta a mutare bandiera se muta la fortuna, è gente che il Fascismo deve tenere in grande sospetto e sotto la più severa sorveglianza. E’ possibile – ecco il quesito – una profonda trasformazione del nostro regime politico senza toccare l’istituto monarchico? E quale è l’atteggiamento di massima del Fascismo di fronte alle istituzioni politiche?
Il nostro atteggiamento di massima di fronte alle istituzioni politiche non è impegnativo in nessun senso. In fondo i regimi perfetti stanno soltanto nei libri dei filosofi. Io penso che un disastro si sarebbe verificato nella civiltà greca se si fossero applicate esattamente, comma per comma, le teorie di Platone. Un popolo che sta benissimo sotto forme repubblicane non pensa mai ad avere un re. Un popolo che non è abituato alla repubblica agognerà il ritorno alla monarchia. Si è ben voluto mettere sul cranio quadrato dei tedeschi il berretto frigio, ma i tedeschi odiano la repubblica, e per il fatto che è imposta dall’Intesa e che è stata una specie di ersatz, trovano in Germania un altro motivo di avversione per questa repubblica. Dunque le forme politiche non possono essere approvato o disapprovate sotto la specie della eternità, ma debbono essere esaminate sotto la specie del rapporto diretto fra di loro, della mentalità, dello stato di economia, delle forze spirituali di un determinato popolo. Questo in tesi di massima. Ora io penso che si possa rinnovare profondamente il regime, lasciando da parte la istituzione monarchica.
In fondo, e mi riferisco al grido dell’amico, lo stesso Mazzini, repubblicano, maestro di dottrine repubblicane, non ha ritenuto incompatibile le sue dottrine col patto monarchico della unità italiana. L’ha subito, l’ha accettato. Non era il suo ideale, ma non si può sempre trovare l’ideale.

LA MONARCHIA E LA RIVOLUZIONE FASCISTA
Noi, dunque, lasceremo in disparte, fuori del nostro gioco che avrà altri bersagli visibilissimi e formidabili, l’istituto monarchico, anche perché pensiamo che se si andasse fino a quel punto avremmo forse da separatismo regionale perché succede sempre cosi. Oggi molti sono indifferenti di fronte alla monarchia. Domani sarebbero, invece simpatizzanti, favorevoli e si troverebbero dei motivi sentimentali rispettabilissimi per attaccare il fascismo che avesse colpito questo bersaglio.
In fondo io penso che la monarchia non ha alcun interessa ad osteggiare quella che ormai bisogna chiamare la rivoluzione fascista, non è nel suo interesse perché se lo facesse diventerebbe subito bersaglio e se diventasse bersaglio è certo che noi non potremmo risparmiarla perché sarebbe per noi questione di vita o di morte. Chi può simpatizzare per noi non può ritirarsi nell’ombra. Deve rimanere nella luce. Bisogna avere il coraggio di essere monarchici. Perché noi siamo repubblicani? In certo senso perché vediamo un monarca non sufficientemente monarca. La monarchia rappresenterebbe, dunque, la continuità storica della Nazione. Un compito bellissimo, un compito di una importanza storica incalcolabile. D’altra parte bisogna evitare che la rivoluzione fascista metta tutto in gioco. Qualche punto fermo bisogna lasciarlo perché non si dia la impressione al popolo che tutto crolla, che tutto deve ricominciare, perché allora alla ondata di entusiasmo del primo tempo succederebbero le ondate di panico del secondo e forse ondate successive che potrebbero travolgere la prima. Ormai le cose sono molto chiare. Demolire tutta la superstruttura socialistoide-democratica.

LO STATO CHE VOGLIAMO NOI
Avremo uno Stato che farà questo semplice discorso: lo Stato non rappresenta un partito, lo Stato rappresenta la collettività nazionale, comprende tutti, supera tutti, protegge tutti e si mette contro chiunque attenti alla sua imprescrittibile sovranità.
Questo è lo Stato che deve uscire dall’Italia di Vittoria Veneto. Uno Stato che non dà localmente ragione al più forte; uno Stato come quello liberale che in cinquat’anni non ha saputo attrezzarsi una tipografia per fare uscire un suo giornale quando vi sia lo sciopero generale dei tipografi., uno Stato che è balia della onnipotenza, della fu onnipotenza socialista; uno Stato che crede che i problemi siano risolvibili soltanto dal punto di vista politico perché le mitragliatrici non bastano se non c’è lo spirito che li faccia cantare. Tutto l’armentario dello Stato crolla come un vecchio scenario di teatro da operette, quando non ci sia la più intima coscienza di adempiere ad un dovere, anzi ad una missione. Ecco perché noi vogliamo spogliare lo Stato da tutti i suoi attributi economici. Basta con lo Stato ferroviere, con lo Stato postino, con lo Stato assicuratore, Basta con lo Stato esercente a spese di tutti i contribuenti italiani ed aggravante le esauste finanze dello Stato. Resta la polizia che assicura i galantuomini dagli attentati dei ladri e dei delinquenti; resta il maestro educatore delle nuove generazioni:resta l’esercito che deve garantire la inviolabilità della Patria e resta la politica estera.
Non si dica che cosi svuotato lo Stato rimane piccolo. No! Rimane grandissima cosa perché gli rimane tutto il dominio degli spiriti, mentre abdica a tutto il dominio della materia.
Ed ora,o amici, io credo di avere parlato abbastanza e questa mia opinione ritengasi condivisa da voi.

AGLI AMICI ED AGLI AVVERSARI
Se non bastasse questa nostra mentalità, c’è il nostro metodo, c’è la nostra attività quotidiana che non intendiamo di rinnegare, pur vigilando a che non esageri, non trascenda e non danneggi il Fascismo. E quando dico queste parole le dico con intenzione, perché se il Fascismo fosse un movimento come tutti gli altri, allora il gesto dell’individuo o del gruppo avrebbe una importante relativa. Ma il nostro movimento è un movimento che ha dato alla sua ruota fior di sangue vermiglio. Di questo bisogna ricordarsi quando si fa dell’autonomismo e quando si fa della indisciplina. Bisogna pensare ai morti d’ieri soprattutto. Bisogna pensare che tale autonomismo e tale indisciplina possono solleticare anche i bassi miserabili istinti della belva social-pussista che è vinta, fiaccata, ma che cova ancora segretamente i propositi della riscossa; riscossa che noi impediremo con azione collettiva e col tenere sempre la nostra spada asciutta. In fondo i romani avevano ragione: se vuoi la pace dimostra di essere preparato alla guerra. quelli che non dimostrano di essere preparati alla guerra non hanno pace e hanno la disfatta e la sconfitta. Cosi noi diciamo a tutti i nostri avversari: non basta che voi piantiate troppe bandiere tricolori sui vostri stambugi e circoli vincoli. Vi vogliamo vedere alla prova. Sarà necessario tenervi un po’ di tempo in una specie di quarantena, politica e spirituale. I vostri capi, che potrebbero reinfettarvi, saranno messi nella condizione di non nuocere.
Solo cosi,evitando di cadere nel pregiudizio della quantità, noi riusciremo a salvare la qualità e l’anima del nostro movimento che non è effimero e transitorio perché dura da quattro anni, e quattro anni in questo secolo tempestoso equivalgono a quarant’anni. Il nostro movimento è ancora nella preistoria ed ancora in via di sviluppo e la storia comincia domani. Quello che il Fascismo finora ha fatto è opera negativa. Ora bisogna che ricostruisca . cosi si parrà la sua nobilitade, cosi si parrà la sua forza, il suo animo.
Amici, io sono certo che i capi del Fascismo faranno il loro dovere. Sono anche certo che i gregari lo faranno. Prima di procedere ai grandi compiti procediamo ad una selezione inesorabile delle nostre file. Non possiamo portarci le impedimenta; siamo un esercito di veliti, con qualche retroguardia di bravi solidi territoriali. Ma non vogliamo che vi siamo in mezzo a noi elementi infidi.
Io saluto Udine, questa cara vecchia Udine alla quale mi legano tanti ricordi. Per le sue ampie strade sono passate generazioni e generazioni di italiani che erano il fiore purpureo della nostra razza. Molti di questi giovani e giovanetti dormono ora il sonno che non ha più risveglio, nei piccoli, isolati cimiteri delle Alpi o nei cimiteri lungo l’Isonzo tornato fiume sacro d’Italia. Udinesi, fascisti, italiani, raccogliete lo spirito di questi nostri indimenticabili morti e fatene lo spirito ardente della patria immortale.
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