Lampedusa: le democrazie producono migrandi.

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Lampedusa: le democrazie producono migrandi.

Messaggio  Admin il Mar 22 Mar 2011, 18:17


LE RIVOLTE ARABE TRASFORMANO LAMPEDUSA IN UN ISOLA SENZA PACE

L’ITALIA, IERI HA SOFFERTO L’EMIGRAZIONE DI MILIONI DI MERIDIONALI VERSO IL NORD, OGGI STA SUBENDO L’IMMIGRAZIONE DI LAVORATORI NON APPARTENENTI ALLA COMUNITA’ EUROPEA, DUE FACCE DI UNA STESSA MEDAGLIA.
IL MODELLO DI SVILUPPO IMPOSTO DAL CAPITALISMO SI E’ SEMPRE FONDATO SULLO SFRUTTAMENTO E LO SRADICAMENTO DEI POPOLI – VEDIAMO COME

Il mostro, noi, lo mettiamo in evidenza. E senza alcuno scrupolo, tanto meno ideologico, visto che, per noi, è il vero nemico.
Parliamo delle responsabilità immense e profonde del capitalismo nel prodursi del fenomeno dell’immigrazione.
Anzi, delle immigrazioni. Perché di immigrazioni in Italia ve n’è più d’una. Non intendiamo qui parlare, ora, di quella comunitaria per la quale non abbiamo ancora compreso quali siamo, se ve ne siano, le <<regole del gioco>>. Non perché ci sia da parte nostra una valutazione negativa in ordine alla libera circolazione nel territorio Cee delle persone e delle professioni. Tutt’altro. Ma un minimo di procedure e di norme, grazie alle quali gli italiani professionalmente qualificati non debbano vedere annullato il peso dei sacrifici che hanno sofferto in nome di un <<egualitarismo europeo>> che non può non presupporre uguali livelli qualitativi, lo vorremmo; da quello che sappiamo, invece, vi sono comparti professionali – ci vengono a mente in questo momento le infermiere i medici e le guide turistiche – che risultano largamente sacrificati. Né parliamo di un’altra immigrazione nei cui confronti abbiamo la più ampia disponibilità ed il più profondo rispetto: i perseguitati politici e religiosi, verso i quali l’Italia non fa affatto tanto quanto dovrebbe.
Parliamo invece del <<doppio piano>> di altre immigrazioni dal quale emergono le molteplici responsabilità del capitalismo sul piano economico, culturale e politico: lungo l’asse Sud-Nord l’immigrazione è un fenomeno che riguarda sia il movimento delle popolazioni dal mezzogiorno d’Italia che quello dai paesi africani: aree entrambe – è questo il dato comune - contrassegnate dal sottosviluppo e dalla dipendenza da quelle opulente, senza che da decenni la condizione socioeconomica sia cambiata ed il genocidio culturale si sia arrestato.
Nessuno ci toglie dalla testa la convinzione che nel Mezzogiorno d’Italia come nei paesi africani la condizione di sottosviluppo sia stata e sia tuttora strettamente funzionale a chi gestisca lo sviluppo. In Italia dal 1860 al 1922 e dal 1945 ad oggi abbiamo assistito prima al fenomeno impetuoso dell’emigrazione meridionale – stroncato dal Fascismo – e poi, nel dopoguerra, al ravvivarsi della deportazione all’estero con il contemporaneo svilupparsi della deportazione interna, capitalistica, come di Stato. Di questo Stato dove lo stesso capitalismo governa le scelte politiche egemoni.
Ai milioni sono partiti in questi cinquant’anni dal Sud, diretti alle regioni centrosettentrionali – non per libera scelta ma perché costretti dalla fame – i cittadini meridionali. Mentre l’opulenza del sistema capitalistico settentrionale richiedeva la forza delle loro braccia per sviluppare se stesso ed accumulare profitti, nelle periferie di Genova, di Torino, di Milano, e di tante altre città del Nord pullulava la povertà meridionale, ammassata in squallidi tuguri, soffrendo inauditi disagi sociali e la più piena segregazione civile, e pagato altissimi costi umani: né più né meno di quanto sta accadendo agli immigrati di colore sospinti dalla fame a varcare, clandestinamente o ufficialmente, i confini dello Stato italiano.
Cosi come nei territori meridionali italiani il trasferimento a Sud di miliardi di miliardi (dall’unità d’Italia ad oggi) non sono serviti (perché non dovevano servire) a recuperare elementari condizioni produttive, socioeconomiche di vita, egualmente è accaduto, ed accade, nell’Africa (Terzo e Quarto Mondo), nonostante gli <<aiuti>> internazionali.
Il capitalismo infatti ha subito compreso come, in Italia e laggiù, il problema <<vero>> non fosse quello di rispettare e valorizzare le risorse e le vocazioni territoriali ma di realizzare un sostanziale spazio di mercato, uniformando – per il resto – il modello di sviluppo da perseguire nel Sud come in Africa perché anche le strutture produttive da allocarvi, per salvare la faccia, restassero, con i profitti, di proprietà degli imprenditori capitalisti che le realizzavano. Magari, con fondi pubblici. E non venisse minimamente intaccato da produzioni locali del tutto autonome il loro mercato, vi fosse una stretta dipendenza nella realizzazione del prodotto finale da segmenti produttivi che risultavano largamente ancorati nelle aree di produzione capitalistica, specie in termini di alta tecnologia la cui mancanza – è noto – è uno degli elementi caratterizzanti del sottosviluppo, <<opportunamente>> mai rimossa da oltre un secolo.
Ma la spregiudicata operazione aveva bisogno anche di altro: il genocidio culturale. Non è certo un caso che marxismo, socialismo e capitalismo abbiano identità di vedute sulla necessità di una società <<Mondiale>>, il <<mundialismo>> appunto, caratterizzato dalla negazione delle specificità culturali, storiche ed etniche, che andrebbero tutte cancellate o, al più, ricondotte in un malinteso pluralismo che renda però tutto omogeneo: è la morte delle identità e delle indipendenze nazionali che sono il vero ostacolo all’espansione capitalistica ed oligopolistica, produttiva e di mercato, delle multinazionali.
Da qui l’esigenza del genocidio culturale per riaffermare l’egemonia della <<cultura di massa>> del capitalismo: niente specificità, niente cultura e tradizioni locali, niente valori autonomi e distinti ma una spinta eccezionale ad omologare la domanda di mercato per poterla governare: non c’è di meglio che una cultura laico-progressista e liberalcapitalista nella quale vi sia un Grande Vecchio che decida cosa e quanto produrre perché ha precondizionato tipologia e dimensione della domanda di consumo, dopo aver cambiato gli stili ed i contenuti esistenziali.

E’ questa, per noi, la chiave autentica di lettura per comprendere il duplice fenomeno dell’immigrazione italiana, dal Sud e dall’estero.
Per capire anche quali siano le armi con le quali combattere i fenomeni perversi dell’immigrazione meridionale nel centro-nord come di quella extracomunitaria in Italia: abbiamo visto che si tratta in entrambi i casi – ecco la singolare analogia – di una fuga, certamente non spontanea, condizionata dall’esistenza di un permanente sottosviluppo nelle aree di origine e da una perversa strategia di sradicamento culturale delle popolazioni dalle comunità e dai territori di origine.

Occorre allora intervenire per battere finalmente il perverso disegno capitalista che in Italia, come nel Mondo, è persino assistito dalla sinistra sempre più marginale salvo che nella sua ottusa miopia.
Perché al capitalismo è perfettamente funzionale il sottosviluppo anche in termini di braccia. Già nel Mezzogiorno l’immigrazione interna dei meridionali è ora indirizzata nell’alveo militare e nella pubblica amministrazione del centro-nord dove i cervelli e le braccia del Sud, con enorme costi umani, sono stati deportati con fantomatici e sempre violati vincoli temporanei di sede, per sostenere il funzionamento dell’apparato pubblico che senza di loro si sarebbe fermato. Dinanzi alla spaventosa crescita della disoccupazione meridionale, non altre soluzioni erano state proposte dal potere politici, asserviti in Italia al potere economico, che queste due: una nuova ondata emigratoria e migratoria dal Sud. Con il conseguente terribile peso dello sradicamento sociale, culturale ed affettivo – e l’introduzione di gabbie salariali che consentissero, come la Confindustria vuole, assolutamente vuole, retribuzioni ridotte e affievolimento di tutte le garanzie, da collocamento, all’igiene ed alla sicurezza dell’ambiente di lavoro.

La confindustria, è espressamente favorevole ad una liberalizzazione dell’accesso degli immigranti extracomunitari, e dalla richiesta di adozione di regole <<morbide>> che evidentemente devono consentire agli imprenditori capitalisti di poter legalizzare un nuovo <<lavoro nero>> con l’indulgenza normativa e retributiva necessaria al reclutamento schiavistico.

Per parte nostra, ed intendiamo parlare a nome della componente politica nella quale ci riconosciamo, quella Fascista e <<nazionalpopolare>>, riteniamo che il rapporto con gli immigrati interni cosi come quelli extracomunitari non si risolve con il <<razzismo>> e tantomeno con numeri chiusi o programmati (rispetto a chi ed a cosa non abbiamo proprio capito) in un’Italia dove clandestinità e lavoro nero la fanno da padroni. Serve invece una precisa strategia: che consiste in una profonda revisione del modello di sviluppo e di intervento nelle aree di origine, nel quadro di una ricostruzione della specialità, dell’identità e dell’indipendenza nazionali e nel rispetto delle vocazioni e dalle risorse dei territori.
E combattendo i pesantissimi condizionamenti che il sistema capitalistico, occidentale e statunitense, anno imposto alla qualità della vita ed a quelli della politica e dell’economia, per realizzare l’autentico nuovo imperialismo delle multinazionali.
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