IMMIGRATI: UN AFFARE PER IL CAPITALISMO

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IMMIGRATI: UN AFFARE PER IL CAPITALISMO

Messaggio  Admin il Mar 22 Mar 2011, 18:31


Pubblicata in Usa una <<guida allo sfruttamento>>
Noi Fascisti negli anni abbiamo voluto definire la nostra posizione sull’immigrazione in modo che non lasciasse adito ad equivoci o a strumentalizzazioni. Lo hanno fatto in particolar modo per denunciare il cinico sfruttamento operato da parte di un certo <<sottobosco>> del sistema produttivo italiano sulle centinaia di migliaia di uomini <<importati>> (come se si trattasse di banane e di ananas!) per farli lavorare a costi minori di quelli dei cittadini italiani.
Scaricando poi sulla Nazione, e sugli altri lavoratori italiani, gli oneri finanziari dell’assistenza sociale (sanitaria, abitativa, educativa) richiesti dagli <<importati>> i quali non sono <<materie prime>> inerti e privi di anima e di vita, ma uomini con tutte le loro legittime esigenze esistenziali e civili.
Insomma, si <<privatizzano>> gli utili derivanti dal lavoro e dallo sfruttamento economico degli immigrati e si <<socializzano>> i costi ad essi inerenti, secondo una ben nota <<legge>> non scritta del neo- capitalismo.

In altri termini, l’immigrazione è un <<affare>>: ed è <<razzista>> chi si permette, come noi, di ostacolarlo denunciando gli occulti meccanismi finanziari ed economici che stanno dietro a queste emotive suggestioni dell’opinione pubblica (alla quale, per esempio, non è detto dall’informazione controllata dagli industriali che in Italia sono vigenti leggi che prevedono l’esenzione per i datori di lavoro degli immigrati dei contributi previdenziali e sanitari)?

Tuttavia, è dalla stessa patria del capitalismo internazionale che ci giungono degli studi che confermano ed addirittura <<teorizzano>> la tesi esposta da noi Fascisti in materia di immigrazione. La casa editrice nordamericana Basil Blackwell ha da tempo pubblicato un’opera del prof. Julian L. Simon, dell’ università del Matyland, intitolata proprio <<Le conseguenze economiche dell’immigrazione>>, la quale è dedicata all’analisi degli effetti economici dell’immigrazione negli Usa, impiegando metodologie di analisi economiche e statistiche.

Cosa risulta da questo studio? La tesi fondamentale è che, essendo gli immigrati generalmente giovani ed in buona salute, presentano un tasso di attività maggiore degli autoctoni, anche perché non soggetti alle normative giuridiche e sindacali dei loro colleghi di lavoro. Di conseguenza richiedono meno servizi sociali e, pertanto, <<una famiglia di immigrati è un eccellente investimento (sic!)>>.
Dal punto di vista sociologico, il prof. Simon ha riscontrato che – contrariamente a quello che si crede – gli immigranti, mediamente, hanno una buona preparazione scolastica e sono spinti verso nuovi Paesi, oltre che dal bisogno di lavorare, dal desiderio di un diverso tipo di vita e di conseguire una posizione economica migliore di quella che potrebbero raggiungere in Patria.
Il prof. Simon conclude, a proposito degli Stati Uniti a cui la sua indagine essenzialmente si riferisce, che <<validi giovani emigranti sono una risorsa necessaria per mantenere i traguardi economici finora raggiunti>>.

In tutta l’analisi elaborata dal professore del Maryland, non vi è alcuna considerazione di tipo sociale e culturale: la concezione economicistica e produttivistica della società (analoga, da questo punto di vista, a quella di pianificazione marxista) non evidenzia le <<ricadute>> negative dell’immigrazione sia verso i paesi di origine, impoveriti delle sue forze più audaci e più capaci, sia verso le popolazioni dei paesi di accoglienza, turbate dalla convivenza forzata ed a volte conflittuale con culture diverse ed a volte opposte nella concezione della vita e del mondo.
Ma tutto ciò, per gli economisti, non vale. Ciò che sta fuori della fabbrica è un problema di altri, dello Stato, della Chiesa, della società in termini lati: il profitto, il <<libero mercato>>, non deve occuparsene, secondo le ferree leggi dell’accumulazione capitalistica.

Del resto, questa analisi è stata condivisa ed illustrata anche da un noto giornalista e scrittore che, su <<un importante quotidiano nazionale>> scriveva un <<commento>> intitolato se scoppia il razzismo…: <<Il circolo vizioso e perverso dell’immigrazione consiste nel fatto che il lavoro che questa Italia offre realmente agli immigrati può stare nel nostro mercato solo se è fuori dal mercato legale, solo se è lavoro nere: e quindi non può essere lavoro qualificato, perché il progresso tecnologico e l’organizzazione del lavoro esigono una manodopera con cultura industriale>>. Pertanto, gli immigrati sono destinati inevitabilmente all’emarginazione, anche produttivistica. E l’ipocrisia dell’informazione pubblica <<fa finta di non sapere che gli immigrati trovano lavoro da noi perché li paghiamo poco e perché non interessa se crepano>>.
Terminando la sua analisi, cita proprio la destra Fascista, osservando che la sua tesi <<nazional-populista>> trova, rispetto al problema degli immigrati, udienza presso i romani ed i milanesi senza casa o che abitano in cinque o sei in due stanze; presso il << i disoccupati (che forse possono rivedere le loro idee sul lavoro manuale; presso i <<5 milioni di italiani che lavorano all’estero e che ritengono un loro diritto tentare di rientrare in Italia>>.

Insomma, la questione immigrazione è strettamente legata al modello di sviluppo neo – capitalista che si è esteso anche nel nostro Paese.

La manodopera extracomunitaria a buon mercato espelle dal processo produttivo i lavoratori italiani, fa realizzare più elevati livelli di profitto, contribuisce all’omologazione delle culture ed alla realizzazione del grande supermercato mondiale del consumismo.
La logica, invece, consiglierebbe di esportare risorse finanziarie, che per definizione sono privi di anima, anziché gli uomini, legati alle loro radici culturali e dotati di sentimenti. Ma, come ha scritto il prof. Simon, del Maryland e come ha ribadito l’importante quotidiano della sinistra italiana, è molto più comodo aumentare i profitti senza realizzare investimenti ma solo riducendo una componente di costo, quella del lavoro.
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