Lampedusa: Il governo dei vili promette il paradiso, ma è l’inferno.

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Lampedusa: Il governo dei vili promette il paradiso, ma è l’inferno.

Messaggio  Admin il Ven 01 Apr 2011, 21:58



I “democratici” asserviti al capitalismo, aggrediscono Stati sovrani per sottometterli al sistema delle multinazionali, se si ribellano vengono sottoposti ad azioni di guerra, azioni che producendo ciclici esodi verso l’Europa delle banche e dello sfruttamento.

E’ opinione comune che, dopo anni bui della colonizzazione, i Paesi del Terzo Mondo si siano avviati, pur tra mille difficoltà, verso una strada di relativa libertà ed autodeterminazione, incolonnandosi disciplinatamente nella magnifica marcia verso il progresso dell’umanità. Nel caso specifico del continente africano, diretto interlocutore dell’Europa nel rapporto Nord/Sud, siamo stati costretti ad assistere al trionfo della retorica umanitaria nell’esaltazione di qualche trattato di cooperazione e di infinite “operazioni-bontà” in favore di Capi di governo, a sostegno dello sviluppo dei popoli da essi condotti.

Oggi abbiamo accertato che la verità, purtroppo, è un’altra; ed è una verità che balza subito agli occhi proprio osservando gli strani confini che i colonizzatori dettero alla grande Africa, troppo tagliati, troppo netti e geometrici per non ricordare la spartizione di una torta, con petrolio, uranio,oro, e diamante a fare da ciliegina. Un impero invisibile, il più borghese, illuminato e progressista degli imperi, quello delle multinazionali, detta legge nel sistematico saccheggio di questi spicchi di materie prime, appoggiandosi agli stessi Capi di Governo compiacenti e di facciata.

Per decenni molti Paesi Arabi sono stati governati – ed in parte continua ad esserlo – da biechi ex sottufficiali, iscritti sui libri paga di questo o quel colosso minerario, per anni si sono travestiti da internazionalisti marxisti, e dal 1989 pur di mantenere lo stesso appannaggio, si sono venduti ai nuovi padroni occidentali.
Gente che del potere aveva bisogno per confermare od affermare un feroce predominio tribale, pronta a scambiare concessioni minerarie e persino il denaro ricevuto dai vari fondi mondiali per lo sviluppo con armi moderne, per massacrare clan rivali ed oppositori. E’ la storia di Bokassa, di Amin, di Menghistu, di Gheddafi e di tanti altri. Storie di eccidi, torture, guerre, carestie, in una enorme fetta di pianeta asservita e condannata a morte dal supercapitalismo mondiale.
Ogni nuovo giochino della società dei consumi, nasce dalle risorse espropriate da quest’immenso campo di sterminio, i cui abitanti si moltiplicano grazie alla scienza dei bianchi che, a quelle latitudini, aiuta a nascere, ma non da nulla per vivere.

Un abisso di ingiustizia e di sofferenza rappresenta la premessa delle massicce migrazioni verso il Nord da parte delle popolazioni di africane; milioni di uomini in marcia verso la sopravvivenza, schiavi legati da catene invisibili vengono in Italia ed in Europa, condannati ad un destino di umiliazione, di sfruttamento, di inevitabile ghettizzazione, almeno fino a quando la loro crescita demografica non gli consentirà di prendere il sopravvento, sui popoli europei. Tuttavia il tema merita di essere studiato ed approfondito, rifiutando la contrapposizione – invero del tutto fittizia – fra amici e nemici del povero Zio Tom. Il vero problema è difendere la specificità culturale tanto degli europei quanto dei popoli africani, intervenire, creando aree europee di influenza politica e non solo commerciale, nei Paesi in via di sviluppo, dando la priorità all’autosufficienza alimentare, contribuendo alla selezione di classe dirigenti più credibili e responsabili, rispettando, per quanto è possibile, i modelli culturali e sociologici preesistenti alla (imposta) “civilizzazione”. Poiché poi, a belvedere, anche quel termine, in via di sviluppo, nasconde profonde ambiguità e contraddizioni. La tragedia è cominciata proprio quando si è preteso di imporre un tipico schema ideologico illuminista, un modello ispirato ai criteri dello sfruttamento capitalista, spazzando via tutti gli altri equilibri preesistenti. In nome della libertà del progresso e dello sviluppo si sono innescati i meccanismi di una immane catastrofe, che potrebbe assumere carattere di irreversibilità se si proseguisse lungo le direttrici fin qui battute. I danni arrecati all’ecosistema dai Paesi “ ricchi” sono tali, secondo uno studio presentato dal Worldwaten Institutte di Washington, da rendere problematica l’abitabilità del pianeta già entro i prossimi cinquant’anni. Figurarsi cosa potrebbe accadere se il modello di sfruttamento capitalistico riuscisse davvero ad affermarsi anche nel resto del pianeta. E’ perciò tutto il rapporto tra Nord e Sud che deve essere ripensato su basi culturali radicalmente diverse dalla logica predominante, quella degli Stati Uniti D’America, oggi, unico Stato egemone.

Un compito – con i connotati della “ missione epocale” – alla portata solo dell’Europa, non tanto per motivi geopolitica, ma per le antiche consapevolezze, pre-storiche o addirittura mitiche, della spiritualità europea rispetto agli esiti ultimi della corsa verso la decadenza che si nasconde dietro il mito del progresso. Non è del resto casuale il frequente richiamo alla società multirazziale statunitense (asservita al capitalismo) da parte dei sostenitori delle tesi che individuano nell’immigrazione un’ inevitabile conseguenza del progredire umano, ignorando deliberatamente le reali dimensioni del problema e con esse il rischio, per l’Italia e per l’Europa, di essere letteralmente sommersa, stante l’attuale squilibrio demografico, da una migrazione di proporzioni bibliche.

In queste prospettiva è necessario chiudere le frontiere alle masse di immigrati, e affrontare il problema alle sue radici – cioè costruendo delle alternative credibili all’emigrazione -, senza pensare di poter arginare un fiume con un fuscello.

Una volta di più difendere l’identità europea vuol dire liberarsi della subcultura contrattualistica – nordamericana, dei suoi modelli, già dimostratisi barbari ed alienanti nel Nuovo Mondo e del tutto improponibili in casa nostra, per tornare ad operare nel solco di un grande progetto di Civiltà. In caso contrario la vecchia Europa conoscerà i giorni dell’odio e dell’intolleranza razziale, lo scontro tra culture non integrabili che si annulleranno a vicenda, fino a quando tutti, neri e bianchi non avranno pagato lo spaventoso costo esistenziale della devastazione delle loro radici.
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