Immigrazioni: La nostra opposizione non è razzismo

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Immigrazioni: La nostra opposizione non è razzismo

Messaggio  Admin il Mer 20 Apr 2011, 01:30


Ridare all’Italia un governo credibile per fermare l’Europa del capitalismo e della finanza.

Dopo il responso del consiglio dei Ministri europei è in gioco una scelta culturale e civile che riguarda anche le generazioni future, con il provvedimento della Comunità europea si allontana l’Italia dall’Europa.

Proprio perché la nostra nazione ha percorso il drammatico cammino dell’esodo, non vogliamo vedere altre popolazioni sulla stessa strada.

Potemmo cominciare con una constatazione sottolineata molto nella stampa, in questi giorni: c’è un ‘enorme confusione, sotto il cielo governativo, a proposito di immigrazione. Con gli sbarchi avvenuti in questi mesi a Lampedusa, abbiamo visto – e sentito – quello che mai, prima, si era visto o era stato sentito.

A questo punto della <<telenovela>>, originata, decisa, abbozzata, discussa, comunque certamente presa in esame ma, non meno certamente, esaminata, discussa o abbozzata nella più totale confusione delle intenzioni, degli orientamenti.

La confusione dei vari Paesi della Comunità Europea, che ipocritamente si dicono aperti alla solidarietà, ma nei fatti si vanno via via orientato verso una politica ben diversa, verso la politica del <<blocco>> delle immigrazioni, dei <<visti>> e del <<contingentamento>>, verso quella che lo stesso presidente francese Sarkozy ha definito come una vera e propria <<soglia di tollerabilità>> di questo fenomeno.

La sinistra europea dovrebbe pur sapere che questa non è la linea dell’Accordo di Schengen fra Francia, Germania e Belgio che hanno espresso il fermo tentativo di bloccare l’immigrazione illegale sui propri territori, ponendo in atto, con molteplici misure e annunciando una serie di nuove leggi.

L’Italia della politica delle quote e da tempo fallita, mentre quella dei visti provvisori risulta sconfessata dall’Europa, i nostri soci della Comunità Europea rimproverano l’Italia di essere governata da uomini incapaci.

Non è appiccabile, la scelta dei visti provvisori a meno che l’Italia, da sola, riesca a convincere gli altri ventisette membri Comunitari a rivedere la legislazione europea, rovesciando tendenze e orientamenti che sono stati assunti dopo polemiche laceranti – soprattutto all’interno della Comunità Europea, che dopo aver constatato nel proprio tessuto sociale di quanti guasti e di quali pesanti conseguenze, fosse causa il proprio l’atteggiamento che ora si impedisce d’applicare in Italia.

La verità è che quei Paesi, tutti quei Paesi, hanno, in vario modo e misura ma univocamente, cambiato atteggiamento, perché, come è stato scritto a più riprese, si sono accorti di essere giunti quasi sull’orlo del baratro; un baratro la cui china è costellata da ghetti metropolitani, dal degrado di tante città-satellite, di tante periferie e anche di <<città nuove>> sorte intorno ai centri maggiori; da scontri e disordini che hanno riempito le cronache in tante occasioni, da fenomeni di RAZZISMO ESPLICITO o STRISCIANTE ma comunque diffuso, spesso nelle zone più povere o presso gli strati meno abbienti delle rispettive comunità nazionali.

Ecco perché, e ci sembra di avanzare un’interpretazione corretta, un Presidente, quello francese è arrivato ad insistere sulla <<soglia di tollerabilità>>; il che significa appunto, o dovrebbe significare, anche per la destra italiana, non rilasciate visti agli immigranti, anche se temporanei.

Noi non abbiamo intenzione di insistere oltre misura sulla confusione che ha imperversato in campo governativo, perché siamo i più convinti di tutti, se possibile, che questo è un scontro per sua natura difficilissimo, che esso affronta un problema drammatico, un problema di enorme spessore e rilievo, di fronte al quale nessuno, crediamo, può presentarsi con la facilità degli schemi precostituiti; perché è problema umano e sociale tale – per sua natura, almeno noi cosi lo sentiamo e non abbiamo difficoltà alcuna a dirlo qui pubblicamente – da suscitare tormento nell’animo e nell’intelligenza. Perché chiama in campo, inevitabilmente non solo sociologia ed economia, ma anche storia e cultura, ma anche, come vedremo, radici e tradizioni; comporta prospettive di lungo periodo e postula scelte che, una volta effettuate, non saranno, in alcun caso, facilmente reversibili, e che peseranno a lungo, incideranno sulla sorte delle future generazioni, sul tipo di vita e di società che ad esse lasceremo, anche e soprattutto con queste scelte, con <<questa>> scelta.
Noi lo vediamo, noi lo sentiamo questo problema – di coscienza e di intelligenza insieme; di cultura e civiltà, nello stesso tempo – come <<il>> problema fondamentale di tutta l’Europa nei prossimi anni, ci sembra corretto e inevitabile situarlo là dove va posto, e cioè nel contesto del più generale problema del rapporto tra il Nord e il Sud del Mondo.

Già da anni – superando non poche polemiche, che ci hanno accompagnato, e continuano ad accompagnaci - NOI FASCISTI, andiamo sostenendo che si sta sostituendo il rapporto tra il Nord e il Sud del Mondo.

Sconfitta la Russia comunista, che esce dalla storia contemporanea e dalla vita politica internazionale; resta quale superpotenza uno Stato (gli Stati Uniti) che si allontana dai ruoli che aveva precedentemente personificato, riempito, enfatizzato e affronto i suoi specifici problema, spesso problema di natura interna, che stanno emergendo in modo virulento nella <<gestione>> civile e sociale; e per noi appare un singolare, rivelatore contrappunto quello che vede, da un lato, l’aggressione alla Libia da parte dei paesi occidentali, dall’altro si trascura, di contrastare i
narcotrafficanti, e di impegnarsi a fronteggiare gli enormi fenomeni di delinquenza e di degrado che imperversano in molte aree metropolitane dei loro Paesi.

Comunque, ormai si parla sempre meno mentre emerge quel <<rapporto>> al quale ci riferivamo prima: tra Nord e Sud ; tra un Nord industrializzato e già proiettato nel postindustriale e un Sud sempre più preda della fame e del sottosviluppo; tra un Nord sempre più spopolato, in piena crisi demografica e un Sud straripante di giovani, oltre che il problemi irrisolti e di una miseria sconvolgente, incontenibile.

Ecco il primo punto che noi vorremmo fissare, anche per portare questa discussione al suo più alto livello possibile; un primo punto che attiene alle dimensioni quantitative del fenomeno di fronte al quale ci troviamo: dimensioni che non possiamo far finta di non vedere, che non possiamo ignorare.
Eccole, queste dimensioni, nell’area che più direttamente ci riguarda e che quasi ci <<investe>>; umanamente e socialmente, con la sua miseria e con la sua spinta demografica; la curva decrescente della natalità nell’Europa dei ventisette nei prossimi anni farà si che la popolazione dell’intera Comunità aumenterà di 7 milioni di persone mentre i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, cresceranno di 139 milioni. <<Nel 2013 l’area del dei 13 paesi del nordafricana (più la Turchia) avranno entrambe circa 588 milioni di abitanti, al contrario i 27 paesi europei dopo uno processo di flessione demografica cominciata nei decenni scorsi che condurrà gli abitanti europei al disotto dei 450 milioni>>. Viceversa, i paesi del “sorpasso” subiranno una nuova accelerazione, che li porterà ad avvicinarsi a quota 650 milioni entro il 2020 >> << e ancora: con l’affollamento e la povertà crescerà in modo proporzionale la forza lavoro delle nazioni in via di sviluppo e in modo meno che proporzionale la pressione migratoria verso l’Europa. Attualmente nei soli paesi del Nordafrica, la popolazione in età lavorativa (15- 64 anni ) è di 187 milioni di persone. Nei prossimi 25 anni, ci sarà un incremento ulteriore di 80 milioni >>.

C’è stato un incontro ad alto livello, a Tunisi, qualche tempo fa, tra i ministri degli Interni, dove si sono verificate, appunto, queste cifre, queste proiezioni statistiche.

Riferendoci al <<futuro demografico, alle migrazioni e alle tensioni etniche>> che riguarda il mondo arabo, l’Italia e l’Europa, è esposto uno scenario al quale ci sembra davvero strano che non si sia fatto riferimento durante tutti questi anni.

In base ai dati che abbiamo a disposizione, abbiamo in Italia meno di 500 mila nascite l’anno, con un tasso di fecondità dell’1,1 per donna, un tasso che è il più basso del mondo.

Attenzione, abbiamo quello che i demografi definiscono un <<giovane>> ogni cinque persone; abbiamo un ultrasessantacinquenne – per i demografi un << anziano >> - ogni sette e, presto, ogni sei persone, e un ultraottantenne ogni quaranta.

Siamo alla crescita zero; siamo diventati una Nazione <<vecchia>>.
Andando avanti di questo passo – e qui ci riferiamo alla tendenza che ormai resiste da anni - non muterà, <<è inevitabile leggere nel futuro, ovvero tra oggi e il 2025, un calo di popolazione di 8 milioni e il rapporto tra mortalità e natalità salirebbe sino a poco più di tre a uno>>. Si dirà: è scenario lontano; da qui al 2025 ne potranno succedere di cose. E’ un errore gravissimo ragionare cosi, perché la demografia agisce ed opera secondo le regole e le leggi inesorabili di quelli che la scuola storiografica de <<Les Annales>> e tutto l’insegnamento del Le Goff hanno definito <<i tempi lunghi>>, gli inesorabili tempi lunghi della storia più profonda dei popoli, alla quale attiene e si riconnette anche, e soprattutto, l’andamento demografico.

Questo tipo di fenomeni, quando si stabilizzano, diventano difficilmente reversibili nei tempi brevi e anche se adesso, all’improvviso, il numero delle nascite raddoppiasse in Italia – il che è, evidentemente, del tutto impossibile – le conseguenze di ciò che da anni sta accadendo si farebbero egualmente sentire nei prossimi venti o trent’anni. Avremo in più 600.000 ultraottantenni, e da due a quattro milioni di giovani in meno ed una relativa stazionarietà della popolazione lavorativa, che tutta via, <<perderebbe>> da cinque a sette milioni di unità>> negli anni successivi. Concludiamo questa parte dell’analisi con una considerazione; si dice che <<l’ultimo fotogramma delle proiezioni al 2025, se confrontato con la realtà attuale, offre dunque un quadro che è forse più sconvolgente di quello maturato negli ultimi cento anni di storia demografica della popolazione italiana>>.

Dall’altra parte, si prevedeva che sulla base di una presenza di stranieri valutabile nel 2010 in 4.563.000 di persone, e con un flusso annuale calcolabile in 300 mila unità, si sarebbe arrivati a 12 milioni di <<presenze>> entro il 2025. E, invece, le cifre che stanno emergendo in queste settimane ci dicono che il traguardo del 2025 è praticamente dietro l’angolo; anche perché le analisi serie evidenziano un dato da non dimenticare; quando si parla di percentuale di stranieri rispetto alla popolazione, ci si riferisce, statisticamente, al complesso della popolazione; e allora, siamo al 11 per cento ma se ci si limita, come si deve correttamente fare, alle fasce di età direttamente confrontabili, tra i 20 e i 30 anni, allora già siamo a più del 18% della popolazione. Talune conseguenze sono già in atto nel tessuto sociale e nelle stesse strutture portanti della nostra comunità nazionale; e sottolineiamo una notizia che, stranamente e passata sotto silenzio, benché riguardi un settore a cui tutti dovremmo essere particolarmente sensibili. Le previsioni demografiche hanno spinto il comando delle Forze Armate a chiedere ai Governi che si sono succeduti di trasformare il reclutamento della leva alla modalità degli arruolamenti a livello professionalità.

Perché diciamo queste cose, perché le sottolineiamo: perché questo è il nodo del confronto, questa è la scelta di fronte alla quale ci troviamo, per la prima volta nella storia d’Italia. Negli anni 2009-2010 l’occupazione indigena ha perso oltre unmilione di posti di lavoro, mentre i lavoratori immigratine hanno occupato ulteriori 500.000 raggiungendo un totale di oltre 2.800.000 nell’ottobre 2010.

Di fronte ad un Sud, ad un bacino mediterraneo dove è in atto quel fenomeno demografico, la scelta dell’immigrazione senza controlli, senza remore, senza un minimo di programmazione, senza visti, senza contingenti o quote o comunque si vogliano definire questi <<strumenti>>, porterà inevitabilmente ad un afflusso massiccio di immigrati, che via via faranno sentire le conseguenze del nostro calo demografico, probabilmente in pochi anni potrà raggiungere dieci e forse più milioni di presenze.

E d’altronde questo è lo scenario al quale si trova tutta l’Europa e ancora più vastamente l’intera Europa occidentale: accogliere altre decine di milioni di immigrati, se davvero imbocchiamo questa strada una volta imboccata, si sappi, dobbiamo percorrerla sino in fondo, sino alle sue estreme ma logiche conseguenze.

Qualcuno potrebbe obiettare a questo punto che noi stiamo tentando di <<Calare>> nel confronto tutta una problematica che spazia ben oltre i contenuti di questa ulteriore sanatoria a situazione esistente.

Non è cosi.
Le nostre censure, le nostre osservazioni, le nostre contestazioni, intendono evidenziare l’incapace comportamento di chi ha governato il nostro Paese in tutti questi anni.

Inoltre, intendiamo attenzionare il rilascio dei visti provvisori da parte dell’attuale governo, questo tipo di intervento che noi definiti appunto di sanatoria, incide in ogni settore e su ogni versante sociale, avviene sempre più spesso che essi sanano situazioni pregresse – che, in questo caso, significa anche il clamoroso fallimento di tante strutture dello Stato, incapaci di fronteggiare un afflusso illegale, clandestino, che è diventato addirittura torrenziale all’inizio di quest’anno, un afflusso di migliaia di persone, improbabile, assurdo, in uno Stato che fosse appena appena e decentemente ordinato e funzionante! – non solo non sanano, dicevamo, la vita precedente, ma innescano una spirale di comportamenti analoghi luogo la stessa linea di tendenza.

Infatti, noi contestiamo questa ulteriore sanatoria, a dimostrazione che nessuna legge ha funzionato secondo le previsioni, nessuna sanatoria ha eliminato l’arrivo di altra immigrazione, come è stato già ricordato precedentemente. Subito dopo, si sono formate, sono cresciute, si sono ingigantite nuove aree, nuove sacche di immigrazione, aree e sacche sempre più estese, sempre più dense e torbide di problemi umani, sociali, civili.

E allora: deve venire il dubbio, almeno un dubbio: che questo tipo di intervento nell’immigrazione sono del tutto insufficienti, che essi configurano il rincorrere affannoso di un problema enorme con strumenti del tutto inadeguati? E che ci vuole una risposta organica, a questo problema, una risposta da costruirsi nella base di una valutazione complessiva del fenomeno, che spazi nelle sue origini, che lo analizzi nelle sue dimensioni, nei suoi contenuti, che non rifugga dall’affrontare – serenamente ma coraggiosamente – i nodi anche di fondo che esso veicola, che si spinga sino all’approfondimento delle conseguenze alle quali si va incontro, ove ci si limiti, soltanto a rincorrerne periodicamente le ricadute, i flussi umani che esso provoca verso l’Italia, sanandoli uno dopo l’altro, senza mai avere una politica, senza capire verso dove si cammina, senza sapere a quale punto di <<compatibilità>>, a quale <<soglia di tolleranza>> ci si intende fermare, senza idee precise sull’entità numerica del problema, né piani né programmi e neanche uno straccio di soluzione razionale.

Un concetto va precisato da parte nostra, a questo punto: ed esso riguarda il motivo di fondo della nostra opposizione. Non è per razzismo che noi ci opponiamo ma perché, andando avanti di questo passo, noi provocheremmo l’afflusso massiccio di immigrati extracomunitari in Italia ed allora ci troveremmo di fronte ad un fenomeno enorme di sradicamento di quella gente dal loro contesto naturale.
E’ strano che, specie da sinistra, non si guardino le cose da questo punto di vista: l’immigrazione per lavoro, quando viene effettuata in massa, configura un vero e proprio genocidio culturale.

Ci rifacciamo ad un’esperienza che abbiamo già sottolineato altre volte, l’immigrazione colpisce le categorie disagiate in favore di quelle agiate; infatti sono le periferie già tristi ad accogliere le decine di migliaia di uomini, donne e di bambini di colore che vanno ad aggiungendosi alla popolazione indigena, popolando le povere case e sciamando ovunque.
A differenza dei servi del capitalismo noi ci chiediamo: ma che ci fanno, qui, questi uomini, queste donne e questi bambini? Lontani dalla loro terra, dai loro usi e costumi, dai loro cieli e dal loro clima, lontani da tutto ciò che costituisce il retroterra del vivere comunitario. Quali costi esistenziali pagano queste famiglie?

A chi serve, a chi giova, ma chi la vuole e chi la provoca questa emigrazione di massa?

I costi maggiori li pagano le famiglie degli immigrati; costi terribilmente alti; costi dolorosi, umanamente e socialmente.
Il fatto è che la stragrande maggioranza di questi immigrati se appena appena potessero trovare un lavoro decente nella propria terra, tra la propria gente, tornerebbe volentieri nei Paesi d’origine, a vivere con la propria famiglia. Se non lo fa e perché i paesi di provenienza e soprattutto l’Africa, sono flagellati e devastati dalla miseria, dalla fame, dalle infinite conseguenze negative di quel che s’usa definire sottosviluppo e che è poi causato dai <<meccanismi>> finanziari delle multinazionali.

Troviamo, poi, i costi esistenziali, l’alta percentuale dei detenuti stranieri, per lo più giovani; la tristissima statistica della droga, della prostituzione, delle più gravi malattie anche psichiche.

E allora, dicendo <<no>> ad ogni ulteriore emigrazione di massa, noi diciamo <<no>> allo sradicamento di massa di quelle popolazioni; dicendo <<no>>, noi difendiamo anzitutto e soprattutto la loro specificità, sociale e culturale; e sosteniamo che questo fenomeno, tanto più quando diventa di massa – le cifre le abbiamo indicate; ma le prospettive statistiche sono sotto i nostri occhi! – tanto più non risolve i problemi della miseria e del sottosviluppo dell’Africa e complica terribilmente i nostri problemi.

La situazione è divenuta quella che minacciava di diventare, e cioè un baratto con centinaia di migliaia di immigrati, con conseguenze per noi gravissime, senza neanche sperare che i problemi dei Paesi d’origine siano risolti.
Abbiamo città <<ghetti>>; che spingendo il nostro popolo <<disagiato>> a tentazioni di razzismo e di odio etnico; avremo decenni di criminalità in aumento e <<costi esistenziali>> terribili sia per la nostra comunità che per le comunità altrui.

Non abbiamo né vinti ne vincitori, cosi come non ce ne sono in tutte le città francesi olandesi, inglesi o tedesche dove l’afflusso massiccio delle immigrazioni extracomunitarie ha creato problemi giganteschi di degrado, disordini talvolta sanguinosi, situazioni di cronica intolleranza reciproca. In quelle città nessuna integrazione è stata possibile, non si è potuto puntare ad una società autenticamente multirazziale.

Ci rediamo conto, allora che cosa significano queste nostre tesi, quali conseguenze esse comportano?
Perché la realtà è questa e non ammette scappatoie; il lavoro di un immigrante è competitivo, in termini di costo in favore del capitalista, in quando quel lavoratore si esclude dei diritti, e viene sfruttato; ma questa è una ingiustizia terribile dalla quale – e siamo tutti d’accordo – occorre uscire ma se a quell’immigrato si danno tutti i diritti – com’è giusto che accada – allora ecco che il costo della sua prestazione diventa meno competitivo; e se a quel costo aggiungiamo quello, altissimo, del tentato processo di integrazione nel suo complesso – le case, l’assistenza sanitaria, l’inserimento in scuole che dovranno essere omogenee ai bisogni di tante comunità diverse ed altre cose ancora, inevitabili negli anni a venire - ecco
che quel lavoro probabilmente resta conveniente per il capitalista ma è costosissimo per il restante corpo sociale.

Capitalisti e sinistra ci dicono: che abbiamo bisogno di questo afflusso di lavoratori, la nostra economia tutta intera ha bisogno di loro. E qui veniamo ad un altro nodo del problema, che si può sintetizzare in una tesi; ci sono lavori, in Italia, che si svelano ogni giorno di più indispensabili ma che continuano a venir retribuiti in modo bassissimo; e quindi richiamando manodopera straniera. Dobbiamo ridisegnare una mappa salariale nuova e diversa, prima di scegliere acriticamente la strada del ricorso a milioni di immigrati il cui costo sociale ed esistenziale va ben al di là del mero rapporto salariale che <<paga>> la loro prestazione d’opera. Non si può dire: nessun giovane italiano vuole fare l’infermiere e allora <<importiamoli>>, come se si trattasse di banane o ananas. Perché sono uomini, perché si lasciano alle spalle famiglie, perché li sradichiamo dalla loro terra e dalla loro gente; perché, superata una certa soglia numerica, tutto ciò crea fatalmente – come è accaduto e sta accadendo dovunque – problemi enormi e dolorosi.

Facciamo si, piuttosto, che si organizzino corsi di addestramento professionale per gli infermieri e paghiamoli molto di più di quanto accada oggi, e si vedrà che gli infermieri, li troveremo più agevolmente. Perché un italiano non può vivere, spostandosi dalla sua residenza e andando in un’altra città; mentre uno straniero ci vive solo in quanto rinuncia alla casa, ad un vitto decente, ad un vestiario normale; solo se si adatta a vivere con altri dieci o venti immigrati, in un tugurio e mangia e si veste come può.
La sinistra, avrà ragione, nella sua logica: gli immigranti hanno diritto <<anche >> alla casa; è giusto; ma come dar loro una casa se milioni di italiani la cercano invano e la attendono da anni? E se diamo le case agli immigrati, allora dove va a finire la <<convenienza>> economica del loro lavoro, la loro <<competitività>> con il lavoratore italiano?

La verità è che anche in questo caso, si segue una vecchia e cinica regola, che ha avuto tanta parte nella vita economica e sociale del nostro Paese: che si privatizzano egoisticamente i profitti – quelli di chi ingaggia e sfrutta l’immigrato e lo paga sottocosto – e si socializzano le perdite; si scaricano sulla collettività – in termini di costi finanziari ma anche civili e di edilizia, di scuola, di sanità, di ordine pubblico - i ben più alti costi che effettivamente comporta un’ondata migratoria di milioni di persone.

E ancora, per arrivare alla conclusione: cosi com’è, questa immigrazione massiccia è anche uno spreco dissennato di energie, di capacità, di competenze che viene commesso ai danni delle popolazioni dei paesi africani.
Per quanti affermano che gli immigrati africani, svolgono lavori umilissimi ma sono in possesso di titoli di studio qualificati e qualificanti. Ecco un altro nodo: a noi sembra una follia sperperare cosi competenze e capacità che ci vengono da quei Paesi e delle cui utilizzazione proprio i loro Paesi avrebbero bisogno, spesso disperato bisogno. Poi, magari, paghiamo un nostro <<cooperatore>> con otto dieci mila euro al mese, per inviarlo in quel Paese sottosviluppato a fare, mettiamo , il medico, l’ingegnere, il professore, mentre i loro medici, i loro ingegneri, i loro professori, qui da noi fanno i lavapiatti.

Bisogna invertire tutto il senso di questa marca, sbagliata e ingiusta al tempo stesso: occorre impegnarsi di più per creare fonti di lavoro stabili nell’Africa, perché è soltanto lì, che si vincerà o si perderà la battaglia contro il sottosviluppo; aiutiamoli a non diventare emigranti per fame per miseria, per disperazione; evitiamo di sradicarli dalle loro terre, dalle loro genti dalle loro tradizioni, dalle loro specificità culturali e sociali. Per questo, inascoltati, abbiamo proposto una conferenza internazionale in materia.

E stato ripetuto spesso che noi italiani dobbiamo capire questi immigrati, perché siamo stati un popolo di emigranti.

E’ vero: ma l’emigrazione italiana non è stata una festa è stata una vicenda amara durissima; per milioni di persone lo è stata; per i milioni che sono partiti e per i milioni di donne e di bambini che sono rimasti. Non vogliamo far pagare ad altri il costo altissimo che abbiamo dovuto pagare noi. Noi che tuttavia andavamo fra gente che nonostante le differenze economiche erano, in fondo, sostanzialmente affini, in territori quasi spopolati, dove fare fortuna o tentare di farla sembrare a portata di mano.
Venire in Europa, non è cosi, non è la stessa cosa;è infinitamente più duro, più difficile, più frustrante; è foriero di problemi enormi, per noi come per loro. Ma proprio noi che abbiamo conosciuto, specie al Sud, il dramma e il tormento dell’immigrazione massiccia che ha spopolato e svenato i nostri paesi, che li ha fatti vivere in modo spento perché popolati solo da donne, dalle <<vedove bianche>> di allora, da bambini e da vecchi, proprio noi ci opponiamo a vedere altre popolazioni percorrere la stessa strada. Non in nome della razza, ma in nome della nostra esperienza umana, sociale e civile, della nostra storia tormentata dalla quale ci viene una lezione: ogni sradicamento massiccio di popoli e di genti è qualcosa che si paga duramente, spesso drammaticamente, anche a distanza di decenni e decenni , si paga sulla pelle delle generazioni future.
La normativa che ha agevolato l’immigrazione nel nostro paese.
Legge n. 943 del 30 dicembre 1986
Legge n. 81 del 30 settembre 1988
Legge n. 39 del 28 febbraio 1990 (Legge Martelli)
Legge n. 98 del 9 aprile 1990
D.P.R. n. 136 del 15 maggio 1990
Decreto n. 237 del 24 luglio 1990
Legge n. 176 del 27 maggio 1991
Legge n. 423 del 23 dicembre 1991
Legge n. 91 del 5 febbraio 1992
Legge n. 390 del 24 settembre 1992
Legge n. 454 del 3 novembre 1992
Legge n. 205 del 25 giugno 1993
Legge n. 388 del 30 settembre 1993
Legge n. 50 del 18 gennaio 1994
Legge n. 203 del 8 marzo 1994
Legge n. 13 del 2 gennaio 1995
D.L. n. 489 1995
D.L. n. 447 1996
D.L. n. 60 del 20 marzo 1997
Legge n. 128 del 19 maggio 1997
Legge n. 40 del 6 marzo 1998
D.L.vo n. 286 del 25 luglio 1998 (Legge Turco-Napolitano)
D.L.vo n. 113 del 13 aprile 1999
D.P.R. n. 394 del 31 agosto 1999
Legge n. 198 del luglio 2002 (Legge Bossi-Fini)
Legge n. 222 del ottobre 2002
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