Coraggiosi o venduti, questi gli uomini che dal Fascismo approdarono al Movimento Sociale (Le prime elezioni, Il primo congresso).

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Coraggiosi o venduti, questi gli uomini che dal Fascismo approdarono al Movimento Sociale (Le prime elezioni, Il primo congresso).

Messaggio  Admin il Mar 28 Giu 2011, 19:39


La grande paura con cui l’Italia arcaica vive il drammatico appuntamento elettorale del 1948, in cui tutti i benpensanti e i nonpensanti sono spinti ad arroccarsi attorno al baluardo che appare più sicuro, lascia poco spazio alle destre e ai <<moto-sociali>>. Le elezioni del 18 aprile divengono uno scontro di blocchi frontali: il socialcomunismo da una parte e il partito cattolico dall’altra. La DC, identificata come l’argine più efficace contro la marea rossa, riesce a convogliare dietro la sua barricata sanfedista le greggi delle parrocchie e la borghesia, i ceti della piccola proprietà che fremono per i loro riconquistati privilegi e una gran parte delle stesse masse diseredate, soggiogate nell’incultura.
A delegare al partito di De Gasperi questo ruolo di salvatore contribuisce tutto il potente ingranaggio di persuasione della stampa industriale e gran parte degli stessi fogli para-fascisti preoccupati che la dispersione dei voti torni a vantaggio del nemico mortale.
Lo stesso <<Candito>> di Guareschi, che ingaggerà più tardi una ostili battaglia contro il leader cattolico finendo addirittura in prigione, in questa occasione spezza lance in suo favore affermando che il momento permette solo il meno peggio. Comunque, questo clima di crociata in cui si combatte una battaglia vitale contro il comunismo, contribuisce a dare definitivamente diritto di cittadinanza ai Fascisti unici veri anticomunisti. Solo il Fascismo infatti – essi affermano – aveva saputo costruire veramente una diga contro il comunismo, spazzando via la sovversione materialista e atea e la volontà d’imporre un ordine collettivista al paese. La DC – affermano i Fascisti – si era macchiata dell’onta di collaborazione con comunisti e socialisti nella <<lotta antitaliana della resistenza>> e dopo, coi governi del disordine e della lotta fratricida.

Il MSI si presenta invece agli elettori con << le manipulite>>. La Giunta Esecutiva del partito lancia un proclama agli ITALIANI: <<Dopo un triennio di dispotismo democratico, siete finalmente chiamati a fermare col vostro voto i responsabili del pauroso disordine, della miseria e della speculazione politica, uomini che hanno annullato ogni sforzo di rivincita nazionale. Promulgando leggi persecutorie che paurosamente dividono l’Italia.
<< ITALIANI! Si tratta ormai di un atto di coraggio. Dovete scuotervi. Vincere la paura che facilita chi intende completare la vostra rovina; reagire a chi si è rassegnato al trattato di pace, che mutila e offende il Paese, strappando le città e le terre, sacre al nostro sangue e necessarie al nostro lavoro. Italiani! Mentre il comunismo avanza, sfruttando cinicamente il rancore che nasce dalla miseria e dall’ignoranza, vi è ancora chi si balocca in piccole furberie, o che si trincera dietro la muraglia degli egoismi più sciocchi… per lunghi anni avete dovuto ascoltare la voce di interessi stranieri. E’ tempo di dar voce all’Italia>>.

Il Movimento Sociale scende in lizza, nasce per l’occasione il primo vero giornale di partito, <<L’Ordine Sociale>>, di cui è direttore Mirko Giobbe, ex responsabile durante la RSI de <<La Nazione di Firenze>>. Il quotidiano va ad affiancare <<la Rivolta Ideale>> di Tonelli. La parte organizzativa del Movimento è affidata ad Achille Cruciali, fino a poco tempo prima una specie di segretario della delegazione per l’Alta Italia e come tale incaricato di far da demiurgo mediatore fra le diatribe complesse delle formazioni clandestine e dell’apparato legale. Anche per l’abilità organizzativa del Cruciali il MSI riesce a presentarsi, alla meno peggio, in tutte le circoscrizioni, con la sola eccezione di Trento-Bolzano e della Valle d’Aosta.
Risulta difficile invece l’organizzazione dei collegi senatoriali, il movimento riesce a presentarsi solo in 30 collegi su 237 e solamente al Sud: dieci collegi in Sicilia, sette in Campania, quattro nelle Puglie, due nel Molise e inoltre otto nel Lazio. Nel Nord non riesce a mettere piede, tentativi di condurre una campagna elettorale scateneranno contro i missini terremoti di socialcomunisti. Almirante, che conduce la campagna con il solito frenetico attivismo e con testarda invadenza presentandosi a parlare in tutte le circoscrizioni del Sud, quando tenta di parlare in Toscana viene messo in fuga dal blocco bolscevico. Solo a Lucca riesce ad improvvisare un comizio, negli altri capoluoghi ne è impedito con forza. A Firenze un imponente schieramento antifascisti lo costringe a rifugiarsi a Palazzo Vecchio (Municipio) dove è protetto dal sindaco Fagiani. In Emilia, Roberto Mieville viene scacciato a furor di popolo, Nino De Totto viene pestato a Treviso e a Udine. Nel Sud e a Roma invece, sia pure con qualche contrastata tensione, il Movimento riesce a trovare un suo uditorio.

<<In nome dell’Italia e dell’onore dichiaro aperta la campagna elettorale del Movimento Sociale Italiano>>.
Con queste parole Roberto Mieville presenta a Roma, in piazza Lucina, il primo comizio del partito, domenica 7 marzo. Presenzia al comizio una folle eterogenea composta soprattutto di giovani studenti e combattenti che riemergono, non placati, alla vita quotidiana, <<molti con all’occhiello il distintivo di mutilati>>.
Vi è anche una piccola partecipazione di contadini e qualche operaio. E’ una folla <<che vuole ritrovare la Patria e se stessa nella Patria>>. E chi si propone di fargliela ritrovare è Giorgio Almirante. E’ lui naturalmente il primo oratore della giornata che Mieville ha solennemente introdotto. <<Son trascorsi cinque mesi dalla indimenticabile serata di Piazza Colonna>> esordisce il segretario che passa subito a metter l’accento sulla tempesta di vane minacce che si è addensata da allora sul partito: <<Essi vorrebbero scioglierci perché sanno che noi scioglieremo loro>> dichiara Almirante con <<virile decisione>>. Un brivido d’estasi percorre la folla ma Almirante sinuoso precisa, a scanso di nuove tempeste: <<Non con la violenza ma come il sole discioglie la nebbia, come la verità scioglie l’errore. Avverrà se ne avvertono già i primi segni, un fenomeno di decantazione politica>>. E poi il leader passa a confutare l’accusa, che si fa al MSI, di essere un partito di nostalgici. I nostalgici sono loro, dice Almirante, nostalgici del mito marxista e del mito liberale di un mondo squalificato e sorpassato senza possibilità di ritorno. << In realtà gli altri ci odiano e ci avversano perché il nostro partito è l’avvenire, perché il nostro partito è un movimento di giovani. Si nei discorsi che terremo – avverte il capo “sociale” noi parleremo molto di giovani, useremo di frequente la parola “giovani” e “gioventù”: siamo orgogliosamente convinti di essere un movimento di giovani, anzi, il “ Movimento della Gioventù”. Ogni città d’Italia sentirà parlare questi giovani e finalmente li conoscerà per quello che sono. Non saremo noi ad aver paura degli altri ma gli altri, grazie a Dio, a temerci. Del resto, quali sono le novità di questi altri? Parlamentarismo, partitocrazia e lotta di classe. <<Non valendo davvero la pena di farci liberare per queste norme.
Ma chi siamo noi?, si domanda retoricamente, e poi si risponde: <<Noi siamo coloro che intendono costringere l’Italia nell’unico modo possibile, e cioè un Italia sociale, perché noi soprattutto “ rappresentiamo il mondo nuovo”. Noi chi? si chiede l’oratore. E si risponde: <<l’orientamento politico che noi rappresentiamo>>. E prosegue, facendo salire dalla piazza <<calde ondate di entusiasmo>>. E poi, sfoggiando la sua <<acuta ironia>> l’oratore smonta le varie accuse mosse al movimento mettendo in risalto i veri valori che lo contraddistinguono: <<il nostro amor di Patria il nostro senso dell’onore, il nostro concetto di dignità nazionale>>. <<Cose anacronistiche>>. Commenta divertito Almirante, <<bisogna proprio riconoscere che siamo gente impossibile… i nostro avversari ci avrebbero volentieri accolto nei loro partiti e sarebbero stati cosi lieti di educarci alla democrazia ( beninteso la loro) diseducandoci all’Italia.
E’ invece li abbiamo duramente delusi>>. No, non tutto è caduto nell’Italia: <<Molte volontà si sono irrigidite combattendo disperatamente contro la vergogna e la bruttura! … vuole Iddio che il popolo italiano ci ascolti e ci segue>>. Dopo di lui prende la parola Mieville. Egli è <<il rappresentane di Bir El Gobi>> e come tale parla, tutto il suo discorso è un’esaltata e appassionata rivalutazione del combattentismo italiano: <<Noi siamo i giovani volontari sopravvissuti… noi siamo veramente l’idealismo la rivolta dei giovani>>. Si richiama ai <<valori che la guerra ha consacrato e nessuno ha il diritto di insultare nemmeno da Montecitorio>>. Le sue parole alla folla dove, ai militi eterni sempre con l’elmo sul cervello si mescolano commossi i parenti dei caduti in cui la ferita è ancora aperta in modo acritico ma comprensibile. L’emozione sincera dell’oratore si comunica a loro, molto alta nel testo, con patriottico istrionismo: <<Ma se la nostra gioventù sa ancora piangere quando passa la Bandiera, sa anche combattere ancora, per l’Italia>>.
Tra le acclamazione della folla la madre di un caduto si fa largo, si avvicina al giovane ex sottoufficiale e gli mette tra le braccia un fiori a nome dei congiunti caduti in guerra.

Il portavoce del combattentismo si fa avanti a presentare il terzo oratore che è anche una terza voce positiva del movimento. Russo Perez, proveniente dal qualunquismo siciliano, da poco passato, con Mario Marina, dal partito di Giannini al Movimento Sociale. Perez comincia affermando che, ha apprezzato le parole dei due giovani precedenti oratori, gli anziani potrebbero anche ritirarsi: <<Sapremmo di affidare l’Italia in buone mani>>. Dall’infiammata oratoria patriottica di Mieville si passa quindi a un clima cordiale di intrattenimento. Perez usa il tono pacato di bonario padre di famiglia. Una famiglia in cui nasce però qualche contrasto, come è naturale in ogni nucleo con più generazioni. I giovani infatti creano qualche interruzioni quando Perez garantisce della piena democraticità delle intenzioni dell’America; un giovane del movimento grida:<<Gli americani hanno le stesse intenzioni dei russi!>>. Perez appiana l’incidente ---- mostrandosi molto malleabile; timoroso di essere compromesso con l’uditorio. Si, ammette l’oratore, non è affidandosi a paesi stranieri e a bandiere che non siano quella italiana che si possono risolvere i problemi, compreso quello delle enormi disparità delle condizioni sociali. Proprio per questo, dice, ho aderito al MSI.
Altri comizi si tengono nello stesso giorno in tutto il Sud: a Napoli, Salerno, Pescara, Tarando, Bari, Catania, dove assieme a Gianni Roberti, segretario provinciale della giunta per la Campania, a Nicola Foschini a all’organizzatore sindacale Ugo Clavenzani, il MSI trova i suoi oratori e i suoi candidati pescando fra i combattenti, i decorati al valore, i redici dalla Russia, tutti genericamente unanimi nell’invitare a raccogliere la bandiera della riscossa e della resurrezione.

Fin da questa prima sortita elettorale il MSI mostra di saper far leva su un motto sentimentale, il giornale de <<l’Ordine sociale>>, del 9 marzo dichiara che il programma del MSI non intende esaudire lo scibile umano ma soltanto proporre soluzioni sane ed oneste ai problemi della società italiana>>. Un editoriale, si propone di spiegare che cosa vuole il MSI, l’editorialista afferma, <<lo dice chiaramente il titolo di questo giornale: vuole ”l’ordine sociale”. Cioè, non soltanto l’ordine senza aggettivi, l’ordine pubblico la tranquillità della vita nazionale non turbata da violenze collettive o singole non soltanto l’ordine mantenuto dalle forze incaricate di far rispettare la legge, ma un ordine più alto, più armonioso, meno costruttivo, quello che risulta dal dovere del lavoro e dal diritto al pane, per tutti; dalla collaborazione di tutti gli italiani alla ricostruzione nazionale dalla eliminazione delle sperequazioni che, oggi più di ieri, mostrano l’inumano contrasto fra la ostentata ricchezza e la nascosta miseria, la cessazione dello sfruttamento del lavoro altrui e l’equa remunerazione di tutti i fattori della produzione>>.
Ma dove si colloca il MSI?
Accusano il MSI di andare troppo a destra – dice Almirante l’11 marzo in piazza Mignanelli a Roma – e lo dicono in buona fede perché furono presi in giro e temono di esserlo ancora.
Ma siano tranquilli, <<la nostra è la Rivolta Ideale dei sempre turlupinati di ieri>> Ne è vero che il MSI sia troppo a sinistra: questa accusa nasce dal timore che il Movimento possa anche lui scendere a patti. Questo non sarà, improvvisando la formula, particolarmente profonda già usata da Giannini e che Fanfani riprenderà pari pari nel 1973 per spiegare cos’è la DC, Almirante annuncia: <<Bisogna capire che il MSI non è a destra né a sinistra, ma avanti>>.
Dal canto suo Giovanni Tonelli, il fondatore di quella <<Rivolta Ideale>> <<che è stata la prima scintilla dalla quale è divampato il MSI, fiamma di passione e di amore per l’Italia>> spiega che cosa il movimento esprime: Noi del Movimento Sociale Italiano esprimiamo il senso epico e lirico della <<razza>> annuncia a Cosenza il 10 aprile. E poi, mentre dagli altoparlanti piovano le note dell’Inno a Roma egli inonda quella folla meridionale, tormentata da problemi alimentari drammatici, di altre roboanti spiegazioni: <<Noi siamo l’Italia proletaria, l’Italia di Mazzini e di Cavour, del Piave e di Vittorio Veneto siamo l’Italia di Giarabub e di Bir El Gobi… Siamo l’Italia che da oltre un secolo combatte per la sua fede e per il suo amore a Roma, sintesi di quella terra cristiana i cui confini furono segnati da Dio… siamo l’Italia di quei combattenti che hanno donato tutto se stessi all’ideale della Patria: che hanno solcato in eroici voli gli oceani e le Ande, che hanno violato gli armatissimi porti di Bucari e di Pola, di Gibilterra, di Alessandria e di Malta; di quei combattenti che hanno abbeverato i loro cavalli nelle acque del Guadalquivir, del Dniepr, del Don; di quei combattenti tutta anima che, a piedi – poiché invece di benzina i traditori mandavano acqua - sono giunti in una corsa oltre El Alamein fin nei sobborghi di Alessandria d’Egitto, portando nella terra dei Faraoni per la prima volta dopo 2.000 anni, le gloriose insegne di Roma>>. E cosi via, Giovanni Tonelli lanciato continua a correre.

Il MSI non manca di far riverenze pubbliche alle gerarchie della Chiesa, occhieggiando all’elettorato cattolico. Il giornale del partito trova il modo di raccontare le giornate in Vaticano di Pio XII e di riportare l’ordinanza della Santa Congregazione Concistoriale che ha deciso che è peccato mortale non votare. Contemporaneamente il MSI cerca di ingraziarsi i lavoratori, parlando un linguaggio convincente, ma restano gli ex <<combattante>> i migliori seguaci. L’i, il linguaggio in qualche modo funziona, gli inventori del patriottismo di ieri fanno a gara nel contendersi quelli che nell’anima sono ancora rimasti in divisa, brandendoli ed esaltandoli. Cosi, ad esempio, il generale Messe va nel Sud sulle piazze e sui balconi ad accomunare nell’elogio dei fatti d’Italia anche le Camice nere che, pure loro, si sono eroicamente comportate. e il candidato del MSI Luigi Palmeri che è stato combattente e prigioniero in Russia, gli replica che si, questo riconoscimento merita applausi, ma che egli trova <<molto strano che da certi altari siano celebrate… certe messe>>.
Il soldato viene blandito con il settore Combattenti un Comitato d’Onore del Combattentismo Italiano << che vuol essere l’albo dell’eroismo e del sacrificio>>. Entrano a far parte di questo Comitato <<tutti quei combattenti di ogni guerra e di ogni fronte che, inquadrati in formazioni regolari delle FF. AA. sono stati protagonisti di episodi di particolare valore, con sublime abnegazione e sacrificio di sangue>>. Il comitato pretende d’esser simbolo di pacificazione << intendendo riunire nei due nomi di Patria e di umano coraggio, che non hanno colore di parte, tutti i migliori>>, riesce a convogliare insieme al generale Medaglia D’Oro Ugo Pizzarello, <<eroe leggendario dell’Ortigara>>, o il colonnello Persichelli M.O. grande invalido e difensore di Cheren, il comandante Mario Arillo M.O. <<eroe dei mezzi d’assalto della Marina>>, il generale Carlo Melotti, il generale Nazzareno Scattaglia, Piero Operti e quel generale Alessandro Porzio Broli che costituirà una testa di ponte del rinato partito fascista all’interno degli alti vertici dell’esercito repubblicano che gli ha dato carica di alta responsabilità.

La campagna elettorale del Movimento si conclude a Roma, dove i fascisti si sono conquistati gli spazzi necessari per fare politica, l’ostilità non viene dagli antifascisti ma dal ghetto ebraico, tanto da spingere i giovani missini a inneggiare alle camere a gas. Il 14 aprile duecento giovani del MSI appaiono all’improvviso, di sera, dinanzi alla Sinagoga e si fermano per orinare sulla lapide che ricorda i martiri, ebrei, delle Fosse Ardeatine, di Dachau e di Buchenwwald. Da lì invadono il ghetto urlando <<abbasso gli ebrei>>, cantando <<Giovinezza>> e bastonando quelli che incontravano.
Gli ebrei sempre più protetti, reagiscono venendo fuori dalle case, scontrandosi con grida pugni e calci e seggiolate. I coraggiosi missini, sopraffati corrono a ripararsi nella loro sede. Tutta la zona di piazza Argentina è ingorgata dai tumulti, piena di folla urlante e inferocita. I fascisti ancora una volta aprono spazzi a loro preclusi al costo di finire all’ospedale. A tarda ora l’agenzia ANZA in mano ai democristiani da cosi la notizia: <<Vivaci incidenti si sono verificati in alcune zone fra estremisti ed elementi appartenenti al MSI>>. A poche ore dall’acceso nel ghetto, i combattenti missine cercano di conquistare un altro spazio di libertà, intervenendo nel quartiere popolare di San Lorenzo dove giungono su due camion al canto di inni fascisti. Nascono nuovi e violenti scontri.

Il 16 aprile il MSI chiude la campagna elettorale con un comizio di Almirante e Michelini a Piazza di Spagna. Al termine della manifestazione la folla di fascisti improvvisa una fiaccolata e si porta verso il corso tentando di tornare in quella piazza del Parlamento da cui erano stati scacciati alcuni anni prima. Vogliono dimostrare a loro stessi e a tutti che, il loro ideale sta riprendendosi il consenso popolare. Sulla loro strada incontrano una colonna di democristiani reduci da un loro comizio. E allora i giovani del corteo fascista li irridono, si ha uno scontro di inni ma nient’altro, i fascisti occupano la zona a lungo mentre i democristiani sfilano via rapidi. L’Inno a Roma si leva alto per alcune ore al centro della città. La polizia non interviene. <<Il 10 ottobre è largamente ricompensato>> gioiscono i fascisti.
Nelle <<elezioni del terrore>> che segnano, col trionfo della DC, l’arresto definitivo, per lunghi anni, del processo democratico, le destre passano la mano al partito cattolico. Il Blocco liberal-qualunquista arriva a fatica a un milione di voti contro il milione e mezzo che i liberali avevano, da soli, ottenuto nel 1946. I monarchici mantengono le loro posizioni che sono però poco incisive, ottenendo 729.000 voti. Altri 150.000 voti vanno dispersi fra i vari gruppetti di bandiera nazionalista: tra essi ha esito fallimentare anche il Movimento nazionale di Patrissi che ottiene solo 56.000 voti e nessun deputato.
Il Movimento sociale alla sua prima prova su scala nazionale riscuote poco più di mezzo milione di voti: 525,498 voti con una incidenza che non raggiunge il 2 per cento. Nei senatoriali ottiene 244.646 voti, pari all’1 per cento. Sette delegati fascisti entrano comunque nel Parlamento italiano, sei alla Camera (Giorgio Almirante eletto a Roma, Luigi Filona eletto in calabbria, Arturo Nichelini eletto a Roma, Roberto Mieville nel <<collegio nazionale>>, Gianni Roberti eletto a Napoli e Giorgio Russo Perez eletto in Sicilia) e uno al Senato, dove è stato eletto solo Enea Franza.
Anche se il MSI <<è una forza nascente che non vede in Montecitorio la sua meta, ma soltanto, un mezzo per raggiungere la più alta aspirazione della rinascita italiana…>>, i gerarchi del movimento guardano a quell’ingresso in Parlamento come a un traguardo denso di ogni possibilità di sviluppo. I voti sono venuti dal Sud e da Roma (che ne ha fornito 50.000): al Nord; dove il MSI ha lavorato in terreno ostilissimo senza potere, a volte, in molti luoghi, non riuscire ad affiggere neppure un manifesto, l’entità dei suffragi è risibile.
La risposta dell’elettorato è stata disastrosa: i voti raccolti in tutto il settentrione sono in totale inferiore perfino a quelli della sola zona del Lazio. Però, promette il MSI, i minuscoli nuclei che si son preannunciati qui e la in territorio nemico <<costituiranno altrettanti focolai di irradiazione della fiamma… l’opulenta Democrazia Cristiana, l’irato “fronte” e i seguaci di Saragat ostentano di confondere il MSI fra i vari “partitini”, ma questa cecità offrirà loro in avvenire un risveglio impensato. Ossessionati dalla forza del numero, essi non possono comprendere la spiritualità delle nostre cifre, per ora assai basse, ma avranno modo di constatare come esse non costituiscano che un lievito destinato a ben più vaste espansioni fra il popolo italiano, il quale incomincia ad aprire gli occhi e finirà col vedere sempre più chiaro. E’ appunto questa la nostra grande meta: aprire gli occhi a questo popolo, che è stato vittima di tanti tradimenti e mistificazioni… i voti al MSI (specie per il fenomeno della corsa alla DC) sono voti di fedeli, di apostoli
di un’Idea immortale; ogni nostro elettore sarà d’ora in poi un propagandista per le lotte future e per la formazione nel popolo italiano di una salda coscienza nazionale. Di questi apostoli dell’idea nazionale e sociale sappiamo ora che ne esistono oltre mezzo milione e, considerata sotto questo aspetto la cifra è di un’imponenza tale che non dovrebbe sfuggire neppure ai più ciechi avversari, soprattutto ove si tenga presente il fascino che il MSI esercita su tanta gioventù che oggi non ha ancora diritto al voto>>.
Cosi mentre ostenta soddisfazione per il successo spirituale del collaudo, il MSI si prepara a lavorare per la grande meta.


Entrati in Parlamento i missini vi svolgono all’inizio un ruolo poco incisivo. La DC dopo il traboccante successo gestisce autorevolmente il monopolio dell’anticomunismo. Ai deputati missini non resta che una presenza di disturbo. La prima esibizione parlamentare di Almirante di cui si occupano le cronache cade nell’ottobre del 1948, quando Togliatti per la prima volta parla alla Camera dopo l’attentato che lo ha colpito. Il leader comunista interviene nel dibattito sul bilancio del ministero degli Interni. Sta dicendo che nell’Emilia è morta la legalità costituzionale e repubblicana perché coloro che han combattuto nelle formazioni partigiane ed hanno dato il loro sangue per la salvezza del paese sono in carcere. A questo punto Almirante lo interrompe e lancia un grido contro i partigiani. Ma mal gliene incoglie: subito dalla sinistra una lorda banda di deputati si alza per irrompere sulla fila dei sei camerati schiaffeggiandoli tutti. Almirante, viene preso per il collo e quasi strozzato. Anche Franza, l’unico rappresentante del MSI al Senato si fa notare in una circostanza del genere. Il 15 dicembre del 1949, dopo che i fascisti, a Collalto, hanno fatto saltare il monumento ai 420 partigiani della zona, c’è un’interrogazione al Senato, con relativo <<saluto ai caduti>>dopo la discussione. Al momento del <<saluto ai caduti>>, Franza non si associa. Richiesto di <<ritirare l’insulto>> si rifiuta e viene espulso dall’aula. Sono
cerimonie e incidenti che rivelano tutto il controsenso e l’assurdo della situazione. Dopo pochi mesi dall’entrata in vigore di una Costituzione che esclude esplicitamente la legittimità della riorganizzazione <<sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista>> si erano insediati sui banche del Parlamento uomini di un partito che si richiama senza possibilità di dubbio al fascismo e alla sua appendice della repubblica sociale.
I missini poi dal canto loro devono giustificare a se stessi quel loro stare al gioco di un Parlamento che in privato dichiarano apertamente di disprezzare e di voler distruggere. Con il loro inserimento parlamentare i fascisti hanno infatti messo in piedi uno strumento politico necessariamente <<riformista>, ma i militi della base scalpitano, ancora infervorati di passione come nel clima della RSI. Se negli atti pubblici adottano un doppio linguaggio, in privato i termini sono ancora perentori. Il MSI punta al potere attraverso la rivoluzione. L’inserimento si è reso necessario in primo luogo per l’enorme difficoltà di controllare <<le masse dei fedeli>> con organismi clandestini e per evitare poi che esse diventino facile preda di altri partiti. I capi assicurano che l’accettazione apparente delle regole parlamentari non significa smobilitare il bagaglio ideale, il vertice non perderà di vista neppure per un momento l’atmosfera carica di <<tensione mistica e di certezze ideali>> che anima gli uomini della guerra civile. <<Quello che conta è ciò che si trova dentro la bottiglia e non la bottiglia o la sua etichetta>> ripete come in un ritornello uno dei gerarchi. Gli elementi che soggiacciono meno alle suggestioni emotive della RSI, come Michelini e Russo Perez, tessono però fin dall’inizio altre tele che fanno sobbalzare le intemperanze dei <<veroniani>>, ostili ad ogni ripiego e ad ogni tatticismo e pronti all’attivismo più spinto e alle battaglie più infiammate.
La lotta interna è cosi particolarmente febbrile, nel direttorio, fin dalle origini; il dissidio fra intransigenti e <<molli>> si riapre di continuo e raggiunge toni particolarmente violenti ogni volta che si ripete il tentativo di alcuni <<senatori>> di aprire le porte del Movimento ai traditori del 25 luglio. Se ne riparla anche durante il periodo elettorale del 1948: alcuni sostengono che essi darebbero al partito il prestigioso apporto della loro consumata esperienza e che il loro nome funzionerebbe come esca di richiamo per masse più vaste; per gli altri, per i <<puri>>, il loro ingresso nel partito
coprirebbe invece di infamia il nascente movimento.
Almirante, si oppone sempre con particolare decisione a questo progetto che viene continuamente accantonato e continuamente affiora. Altre tensioni nascono al momento di decidere con quali alleanze il MSI debba presentarsi al collaudo elettorale dinanzi al paese intero. Vari schieramenti germinati dal dissolvimento del partito qualunquista che si va disfacendo intorno a Giannini in gruppi e gruppetti, tentano di nuovo di ricomporsi e saldarsi tra loro. All’interno del MSI alcuni propongono anche l’alleanza con i monarchici, ma l’idea incontra netta ostilità di estesi settori di ambedue i partiti; altri tentano nuovamente un incontro con il Movimento nazionale di democrazia sociale di Patrissi che gode tra i fascisti di una qualche popolarità per aver definito sciacalli i fuorusciti e i partigiani in piena Costituzione. Per giunta Patrissi dispone di un quotidiano con discreta diffusione, <<l’Ora d’Italia>>. Anche stavolta prevale la tesi di chi vuole che il MSI scenda in lizza da solo, come è gia accaduto per le amministrative di Roma. La sinistra del partito protesta infatti che attraverso i Russo Perez, i Marina, e ora i Patrissi, si vuol consegnare il movimento fin dal suo nascere ai capitalisti e ai proprietari terrieri. Essi sostengono che il Msi deve taglia fuori da subito gli uomini legati ai gruppi che boicotterebbero la socializzazione. Inoltre il MSI deve credere in se stesso e nelle sue possibilità. Alleandosi con altri gruppi spurii della destra rischierebbe di devitalizzare la propria natura. Senza esitare deve invece proporsi come punto di riferimento inequivocabile. Nascono diatribe anche sull’impostazione da dare alla campagna elettorale che gli intransigenti vorrebbero caratterizzata da una totale rivendicazione del diritto di essere fascisti alla luce del sole. Almirante si presenta in privato ai <<puri>> come strenuo alfiere dell’integralismo <<sociale>> missino e sostenitore di una battaglia frontale. Contro di lui si levano i fautori della linea duttile, ma anche alcuni dei <<Duri>>. Pino Romualdi lo attacca aspramente sul suo modo di gestire il partito e di farne un feudo per le sue ambizioni personali. Senonchè, la mattina di mercoledì 17 marzo, mentre si intrattiene con un amico in via Bocca di Leone, dinanzi alla sede della redazione de <<l’Ordine sociale>>, l’ex vicesegretario del partito fascista di Salò,su cui pende un mandato di cattura e perfino una platonica condanna a morte per le rappresaglie dell’Oltre torrente a Parma, si vede piombare addosso una decina di agenti armi alla mano che, nonostante la sua sdegnata resistenza, dopo una violenta colluttazione lo impacchettano e se lo portano via. In tal modo Almirante si vede togliere dai piedi, e per ben otto mesi, il suo maggior rivale. Subito, negli ambienti del rinascente partito, si spande la voce che a fare la spiata alla polizia sia stato lo stesso Almirante, e la voce non si spegne tanto facilmente. Ad alimentarla accor più vengono le indiscrezioni sussurrate a mezza voce dell’ufficio della Questura: il Romualdi, malvisto dagli stessi fascisti, è cascato nella rete dietro una denuncia degli stessi suoi camerati. circola perfino la voce che ci sia stata maretta tra Scelba e l’ufficio politico (dove c’è ancora qualche <<rumitiano>>) per quell’arresto che, cadendo alla vigilia elettorale, può risultare intempestivo e alienare alla DC le simpatie che conta di raccogliere nel campo fascista, ma la cosa finisce: lì. Manca un mese esatto alla giornata del voto.
Per il bene del partito nella direzione missina tutto si ricompone, le calunnie vengono zittite; è il momento d’esser tutti compatti.

Per subito dopo le elezioni è previsto il primo congresso nazionale del partito. Prima di fissare la data, la direzione cerca di temporeggiare il più possibile adducendo difficoltà di ogni tipo, la necessità d’essere cauti e l’ancora fragile impalcatura delle organizzazioni, la realtà, il vertice del partito ha in corso tutta una serie di contrattazioni con la Democrazia Cristiana e per di più sta cercando di sondare le possibilità di alleanza con altri settori della destra. Tutti i parlamentari del Movimento sono stati eletti da Roma in Giù e la maggior parte di essi, cinque su sette, lavorano per l’integrazione del partito in apparati di potere locale fondato su alleanze ibride. Ma la base del Movimento e la cellule del Nord, in gran parte formate da attivisti ostili al sistema, premono per arrivare a un congresso chiarificatore: i <<puri>> temono che con l’assunzione in Parlamento dei sette rappresentanti l’intransigenza della linea politica legata all’idea venga a corrompersi. E alla fine il congresso viene indetto, perché i fiduciari periferici fanno pesare la pericolosità della protesta dei <<veroniani>>, che costellano in particolare i piccoli nuclei del settentrione.
Dopo un sommario lavoro organizzativo affidato alla segreteria di cui è dirigente il rappresentante della sinistra Ernesto Massi e vice dirigente Gian Luigi Gatti, e mentre la direzione tratta per il benestare del Ministero degli Interni, vengono convocati, là dove è possibile, i congressi provinciali e si fissa Napoli come sede della prima assise nazionale. I delegati vengono in verità nominati dai direttivi federali stessi e le loro deleghe sono basate sul conteggio dei voti ottenuti nelle varie province.
Il ministro degli Interni concede l’autorizzazione a patto che il congresso non venga pubblicizzato troppo e che non si facciano sfacciate apologie. Col pretesto che la polizia tiene gli occhi sul congresso vengono bloccate le velleità dei <<sinistri>> ed è la direzione del partito a designare i relatori. Il 27 giugno 1948, Almirante, in qualità di segretario della Giunta Nazionale apre il congresso <<in nome della Patria>>. Alfredo Cucco presenta un ordine del giorno che invita il congresso ad elevare il pensiero ai caduti e a dedicare ad essi la fatica. Poi, Almirante comincia la sua relazione. Dopo le tempestose diatribe che prima delle elezioni ha messo in discussione la sua gestione del partito, Almirante compie un primo envirement: dinanzi all’insistente domanda se sia o meno opportuno condurre la battaglia per vie legali o non sia invece più saggio tenere il Movimento come un velo di comodo per la preparazione di un moto insurrezionale, egli risponde <<categoricamente>>: legalità. A proposito della polemica fra i <<socializzatori>> e i <<corporativisti>> Almirante usa una formula che sembra dir tutto anche se non dice nulla: <<Non più soltanto andare verso il popolo, ma sentirsi popolo, esprimere direttamente la volontà del popolo>>. Sulla polemica dei <<giovani>> o degli <<anziani>> egli dice che il movimento non può isterilirsi in questa contrapposizione:<<Questi ragazzi sono i ragazzi di Bir el Gobi, di El Alamein, della San Marco e della Folgore… riaffermata la continuità delle generazioni, affermata la storicità del MSI, tutte le questioni anche in linea personale si chiariscono>>. Dopo la relazione il congresso ribolle, pieno di scontri passionali e di insulti, si prolunga per il 28 e il 29 giugno con relazioni di Gatti, di Foschini, di Palamenghi-Crispi, di Massi e di Oddone Talco e interventi di Cucco, Aldo Pini, Nicola Galdo, Luciano inganni. Gatti afferma che il mondo si trova di fronte a una crisi della civiltà che deve portarci a una nuova forma di ordinamento sociale e di concezione dello Stato: <<A queste esigenze doveva rispondere l’opera della Costituzione ma non ha risposto. Risponderà invece a questa esigenza l’opera e la battaglia politica del MSI>>. Ernesto Massi affronta il problema sociale ed economico dichiarando la <<sfiducia nell’individualismo del sistema liberale e capitalista e l’avversità al collettivismo marxista, entrambi incapaci di attuare la giustizia sociale>>. Interviene Giogio Bacchi e sottolinea i punti fondamentali di una non più rinviabile soluzione in senso socializzatore:
1) Riscattare il lavoro da ogni qualsiasi funzione strumentale;
2) Sollevare il lavoro a soggetto e protagonista della vita politica;
3) Respingere il capitale alla sua naturale funzione strumentale;
4) Fare del capitale una merce, negando la mostruosa equazione della merce salario>>.
Francesco Palamenghi-Crispi, dopo aver stigmatizzato che il Parlamento italiano abbia respinto la proposta di decadenza delle leggi eccezionali , afferma che solo ristabilendo la giustizia si potrà attuare <<una vera e sincera pacificazione presupposto della ripresa e della ricostruzione>>. Augusto De Marsanich, l’ex sottosegretario alle Poste e Telegrafi del regime chiude quell’accomodante congresso presentando a nome del gruppo dirigente una mozione che raccoglie le firme della maggior parte dei convenuti:
<< 1) Non rinnegare e non restaurare, respingendo tanto le rivendicazioni totali quanto le condanne indiscriminate del passato… negare il passato significa svilire il presente e rinunciare all’avvenire…
2) Lanciare tra le generazioni che il dramma della guerra civile ha diviso, il ponte della concordia nazionale e della solidarietà sociale affinché giovani ed anziani ritrovino il senso delle rispettive missioni…
3) Esigere… che la Nazione sia ricondotta al suo naturale rango di dignità e d’onore…
4) Lottare ad oltranza contro l’interessata accentuazione delle sventure che hanno colpito la Patria e soprattutto contro gli abusi e le iniquità di una legislazione anticostituzionale e di una Costituzione spesso antinazionale… la revisione del testo costituzionale viene richiesta come necessaria e urgente, specie per quanto riguarda il sistema delle autonomie politiche regionali: vero e colpevole attentato alla unità della Patria.
5) …l’Idea corporativa è l’armonia finale degli elementi stessi della lotta umana, nella solidarietà vivente degli elementi naturali: individuo e nazione. A tale Idea si ispira la nostra dottrina dello Stato del Lavoro: nazionale e non nazionalista, sociale e non socialista.
6) attuare questa Idea nella socializzazione delle imprese attraverso la compartecipazione del lavoro, manuale e direttivo, agli utili dell’azienda, e la corresponsabilità dei lavoratori alla gestione di essa.
7) Dare al Sindacato, espressione giuridica della categoria produttrice, personalità e poteri di diritto pubblico e il compito di stipulare i contratti collettivi di lavoro aventi efficacia di legge; e alla Magistratura del Lavoro il compito di dirimere le controversie che sorgono nei rapporti di lavoro. Deplorando il presente asservimento del Sindacato ai Partiti che se ne giovano per fini di disintegrazione nazionale, affermare il concerto unitario del Sindacato perché attraverso di esso le masse lavoratrici entrino nello Stato come elemento determinante della politica nazionale>>. A parte il piccolo sfogo concesso ai <<veroniani>>, su temi che resteranno lettera morta, i gerarchi hanno avuto in pratica partita vinta e si sono guadagnati una fruttuosa patente di buona condotta. La base reagisce male, accusa i capi di mantenere una servile linea prudenziale nei confronti della classe politica conservatrice e di farsi pagare il cervello dagli Armenise, i Marzatto, i Cini, i Vaselli, tutta l’oligarchia finanziaria che ha già tradito una volta il fascismo dopo essersene servita per ingigantire il proprio potere. La direzione, mentre continua a lavorare per l’inserimento, si sforza di blandire gli arrabbiati intransigenti con la scusa che il tono tenuto al congresso era un tono obbligato e, quel che importa, conveniente.
Ma se gli anziani e il gruppo direttivo legato ai finanzieri e agli ambienti di Curia fanno di tutto per essere <<accettati>> dal sistema, i giovani e gli intransigenti portano il loro slancio sulle piazze scombussolando i piani del vertice. Racconta Caradonna, animatore e promotore di tante tumultuose scorribande: <<L’azione giovanile in questa prima fase, era imperniata su autentiche squadre d’azione, che operavano conservando ciascuna la propria autonomia, in gara continua per ottenere il miglior risultato: viveva in loro lo spirito dei legionari fiumani,che esaltava i giovani nella certezza di una rivolta radicale contro una società decadente. I “Dubat” avevano adottato lo stendardo delle truppe africane e la “”Cucaracha”, il canto della rivoluzione popolare di Pancho Villa; l’”asso di Bastoni” aveva assunto la più trasparente delle denominazioni>>.

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