Firenze: Gianluca Casseri, le bugie dell'informazione.

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Firenze: Gianluca Casseri, le bugie dell'informazione.

Messaggio  Admin il Mer 14 Dic 2011, 12:53


Fin quanto si contribuisce silenziosamente alla crescita del capo tutto è accettato, basta una qualsiasi azione che lo danneggi, e l’uomo, le sue idei i suoi contributi vengono disconosciuti. Questo ha fatto Casa Pound.

68 anni di persecuzione “democratica” dei servi del capitalismo ha spinto un Camerata ad un azione disperata.
In questi anni, si è trasformato il pensiero dell’anticapitalismo Fascista in antiebraismo, il pensiero contro l’immigrazione in razzismo. Nulla di più falso, gli informatori, asserviti al sionismo non dicono al popolo la verità, e per questo, in cambio possono permettersi lussi che il popolo ignora, dalle grandi ville, a cospicui conti in banca, allo sfruttamento degli immigranti, resi loro servi.

Stranamente, i giornalai, non scrivano delle protezione che l’amministrazione comunale, (l'assessore comunale Massimo Mattei, dice ai neri: "Siamo tutti con voi") di Firenze garantisce ai clandestini, scordando molte volte i disaggi dei poveri di quella città. Il ragioniere Gianluca Casseri, vilmente descritto dall’informazione con simpatie neonaziste, pagane, antisemite, con in solo ed l’ignobile obbiettivo di collegare l’accadimento di Firenze con quello avvenuto ad Oslo (Norvegia), omettendo di ricordare che il 32enne Ander Behring Breivik era un massone, e che il Fascismo oltre che contro il liberalismo è soprattutto contro i massoni.

Questa “democrazia”, sottopone sempre più alla limitazione della libertà il suo popolo, con continui controlli, attraverso la video sorveglianza, la tracciabilità dei pagamenti, ed ancora attraverso il controllo dell’uso d’internet e dei telefonini.
In questa triste occasione, secondo quanto riferito dai carabinieri, un passante ha ritratto l'uomo che ha sparato e anche l'auto con la quale è giunto sul posto, proprio utilizzando un telefonino.

Questa “democrazia”, dittatura della maggioranza, opprime il suo popolo e ancor più la minoranza, specie se quest’ultima è posta fuori legge costituzionalmente.

Gianluca Casseri, era un oppresso, con conoscenze letterarie dei vari, Nietzsche, Jung e Evola, e proprio per questo, negli anni aveva tentava di esprimesi con mezzi propri, fondando la rivista “La Soglia” della quale vengono pubblicate appena otto numeri, nel 2010 aveva scritto insieme con Enrico Rulli un romanzo dal titolo “La Chiave del Caos”, editato da Punto d’incontro, un altro scritto lo aveva dedicato allo scrittore e Camerata Adriano Romualdi.

Lo Stato e la sua “democrazia” si è ancora una volta dimostrato incapace di far fronte agli accadimenti, le forze di polizia oltre a nascondere il vero motivo della sparatoria avvenuta in piazza Dalmazia ( non è escluso un regolamento di conti), dove hanno perso la vita due ambulanti neri, ha lasciato a disposizione di Casseri un paio di ore per agire una seconda volta in piazza San Lorenzo, dove è rimasto ferito un altro nero, per finire col celare la vera causa della morte di Casseri, considerate le affermazioni delle forze di polizia, le quali lo hanno trovato (sereno) dentro la sua auto nel parcheggio sotterraneo del mercato centrale nel pieno centro storico della città di Firenze.
Si dice che Gianluca, si è suicidato vedendosi braccato.

Gianluca Casseri, aveva voluto aprire il suo scritto con una massima di Ernst Junger: «Proiettili e libri hanno il loro destino. Un proiettile può decidere una battaglia, una battaglia può decidere una guerra. Un libro può trasformare un uomo, un uomo può trasformare il mondo».

GIANLUCA CASSERI, HA SBAGLIATO IL BERSAGLIO!

Il problema razziale nel ventennio fascista è sorto solo dopo la conquista dell’Impero, a tutela del popolo italiano.

Nei secoli tutte le nazioni coloniali, hanno dovuto registrare e disciplinare, in modo più o meno relativo e nel senso che ai vari legislatori se
Sia nel <<nuevo mundo>> come nell’Africa australe, gli Spagnoli e gli Olandesi furono, naturalmente, portati agli ibridismi quasi per forza stessa di cose. Nell’America meridionale e centrale, i <<conquistadores>> si trovarono di fronte e di contro popolazioni aventi civiltà e cultura paragonabile, nelle grandi linee, a quella europea, - gli Atzechi, i Maja, gli Incas, - ed a queste dovettero logicamente avvicinarsi, dopo averle vinte, assimilando, da loro, quanto trovarono o lasciarono di assimilabile. Ed ancora, la mancanza di donne <<bianche>> a fianco dei <<conquistadores>>; il senso di necessità, oltre che fisica, logica, anche morale, che spinge l’uno verso l’altro sesso; il fascino dell’esotico, che faceva breccia nei cuori dei più ardenti hidalghi (si ricordi, a tale proposito, la soave figura di dona Marina con Cortès); la necessità di aumentare il coefficiente semi-europeo nella immensità delle distese centro-meridionali dell’America, furono tutti fattori, come riconoscono, con noi, eminenti scrittori, che aiutarono e potenziarono il fenomeno del meticcio nelle terre americane di Spagna.
Per quanto, al contrario, si riferisce agli Olandesi, essi, pur non potendo paragonarsi le popolazioni e le tribù con le quali vennero in contatto con quelle incontrate dagli Spagnoli, vennero costretti all’ibridismo dalla posizione eccentrica nella quale si trovava la loro felicissima colonia; dalla necessità di attrarre nella loro sfera razze lontanissime dalla bianca come mentalità, fisiologia, carattere per le esigenze stesse della vita dei primi <<boers> stabilitisi sulle terre occupate dal Van Riebeck nel 1652; dalla loro religione che, in un primo tempo, e per diversi decenni, mai contrastò le unioni dei bianchi con le donne indigene. Questi connubi, ibridismi nel più completo senso della parola, diedero origine a quella famosa razza degli <<Afrikanders>> che costituì, anche passata la colonia nelle accoglienti e previggenti braccia di Gran Bretagna, il nucleo centrale della popolazione, che si serrò tutta intorno al Kruger ed agli altri suoi capi all’epoca della guerra anglo- boera.
Mentre in America, al soffio delle correnti ideologiche sgorgate dalle rivoluzioni americana e francese, Bolivar, Sanmartin, ed altri capi più o meno importanti insorsero rendendosi, con l’elemento locale, e cioè con la minoranza spagnola e con la maggioranza meticcia (si ricordi la figura di Iturbide), indipendenti dalla Madre Patria, nel Sud-Africa i novi dominatori – siamo, all’incirca, agli stessi anni delle rivoluzioni americane – con la loro <<forma mentis>>, con i loro sistemi coloniali, col loro spirito puritano. Si opposero con tutte le forze, all’ibridismo giungendo – ed i casi non furono rari – a veri e propri atti di feroce repressione.
Naturalmente il Belgio come la Germania, nei secoli scorsi, stabiliranno tutta una serie di disposizioni relative al meticciato, e ciò allo scopo, oltre che di assicurare alla razza bianca, colonizzatrice, una posizione di predominio, di rispetto, anche per non far degenerare ed indebolire le loro popolazioni attraverso una serie di ibridismo troppo complessi e luoghi.
E’ tutta una completa azione in profondità che viene compiuta da questi stati, nelle varie colonie, ed in diversi anni, per frenare, legiferando, il fenomeno dell’ibridismo umano, in modo da aver sempre ed in ogni momento, netta, la demarcazione. Se, a queste salutari disposizioni, da noi accennate, ma non esaminate, si è qualche volta, ed in particolari momenti, contravvenuto, non è nostro compito esaminare e studiare; si deve prendere atto di tali fatti, pur tenendo sempre presente che quasi tutte le Madri Patrie hanno compiuto, per ovviarli, quanto era in loro potere.
Per noi, come affermava il camerata Gayda, la politica per il rispetto delle razze ha la sua origine dall’Impero e dalla sua storia mondiale. L’Impero del popolo mise di fronte masse bianche di Italiani e masse nere di indigeni. Si sentì il bisogno di fissare una netta linea della divisione nella quotidiana convivenza. Problema novo e senza precedenti per l’Italia; la Francia e la Gran Bretagna non lo conobbero, perché esse erano rappresentate in colonia non già con masse, ma con piccoli quadri dirigenti di aziende e di burocrazia. La Francia lasciava libera la via alle confusioni, con la sua politica dell’assimilazione preoccupandosi, solo, di avere al suo seguito il numero degli uomini, senza badare alla loro qualità.
Per quanto si riferisce, al nostro Paese, ritornando a ciò che abbiamo scritto precedentemente, può dirsi che, a causa della esiguità delle nostre colonie, fino al 1936 (XIV anno dell’Era Fascista), il fenomeno dell’ibridismo non rivestiva importanza degne di essere ricordata in modo peculiare. Pur tuttavia il legislatore italiano di esso si è occupato già prima dell’avvento del Fascismo e, precisamente, nel 1912, con la legge del 13 giugno, n. 555 sulla cittadinanza italiana: essa, dal Governo Fascista, è stata aggiornata e completata con la legge del 6 luglio 1933, n. 999, sull’Ordinamento organico per l’Eritrea e la Somalia e dal R. Decreto Legge I° giugno 1936, n. 1019, sullo Ordinamento ed amministrazione dell’Africa Orientale Italiana.
Oltre alle menzionate, si dovrebbe ricordare anche il R. D. 10 dicembre 1914 n. 1510 il quale, pur non parlando della questione <<ibridismo>>, nel senso di risolverla o di regolarità nell’uno o nell’altro senso, è nettamente sfavorevole e contrario a far partecipare l’elemento meticcio al personale della carriera coloniale dell’Eritrea. L’art. 9 di tale R. D. prendeva nettamente posizione, affermando, al capoverso a), che, per essere nominati aspiranti agenti coloniali, occorreva essere cittadino italiano e <<non meticcio>>. Tale precisa disposizione si poteva ritenere, in specie dopo la legge sulla cittadinanza del 1912 (che vedremo per quanto interessa specificamente l’argomento) che sia stata emanata da ragioni sociali locali, in quanto che i meticci, specie in Eritrea, <<si sono veduti non di rado respinti o mal tollerati dagli indigeni, che li consideravano intrusi, mentre dai bianchi erano reputati di razza inferiore>>. Naturalmente e questo malgrado i migliori intendimenti della legge del 1912, era impossibile, per l’autorità stessa che tali agenti, nei confronti di bianchi e di indigeni, dovevano rivestire, investire di poteri di comando individui non bene accetti, se non squalificati, dai nativi stessi.
Chiusa la parentesi – che abbiamo ritenuto dover fare – del R. D. del 1914, si può dire che, mentre la legge sulla cittadinanza si è mostrata, con la successiva del 1933, assai favorevole ai meticci, con il R. D. L. del giugno 1936, legge <<fondamentale>> dell’Impero, le disposizioni favorevoli non vengono menzionate, né riportate, in modo da doversi queste considerare, anche in funzione del R. D. L. 19 aprile 1937, abrogate.
A base delle disposizioni italiani sulla cittadinanza essendo lo >>jus sanguinis>>, i primi due articoli della legge del 1912 statuivano, dal lato e dall’aspetto giuridico, che era cittadino italiano l’ibrido:
a) nato dall’unione legittima di un cittadino con una indigena;
b) nato dall’unione legittima di una cittadina con un indigeno;
c) nato dall’unione illegittima di cittadina con indigeno (noto od ignoto per la legge è la stessa cosa), salvo se riconosciuto dalla madre;
d) nato dall’unione illegittima di un cittadino con una indigena, nel caso che era riconosciuto dal padre (od anche da entrambi i genitori); a questo proposito se il meticcio cosi nato era riconosciuto soltanto dalla madre (indigena), egli diviene non già cittadino italiano, bensì suddito coloniale.
Per dar modo, inoltre, ai meticci nati da genitori ignoti di godere della cittadinanza o della sudditanza coloniale, tutti coloro che si trovavano in queste condizioni venivano riconosciuti siccome cittadini o sudditi coloniali, <<jure soli>>. Tale ultima agevolazione – che consiste nella fusione, nel miglior modo possibile, della cittadinanza jus sanguinis con quella jure soli, - si dovette alla relazione presentata dal senatore. Polacco al Senato e discussa tra il 20 giugno ed il 4 luglio. Tale relazione costituì, per il suo contenuto dottrinario e monografico, una pregevole opera sui principi giuridici che dovevano costituire il logico punto di partenza per ogni norma sulla complessa materia relativa alla cittadinanza.
La legge 6 luglio 1933, n. 999, riprendendo in riferimento le disposizioni precedenti in riferimento agli ibridi, emanò una serie di benevole e favorevoli disposizioni per i meticci, disposizioni contemplate nel II capo, e, precisamente, agli articoli 15, 18, 19: secondo tali disposizioni, sono sudditi eritrei o somali:
1) tutti gli individui che abbiano la loro residenza in Eritrea od in Somalia e che non siano cittadini italiani oppure cittadini o sudditi di altri stati;
2) i nati da parte eritreo o somalo oppure, nel caso che il padre sia ignoto, da madre eritrea o somala;
3) i nati nell’Eritrea e nella Somalia, quando entrambi i genitori siano ignoti;
4) la donna maritata ad un suddito eritreo o somalo;
Inoltre, il nato nell’Eritrea o nella Somalia Italiana da genitori ignoti, quando i caratteri somatici ed altri indizi facciano fondatamente ritenere che uno dei genitori sia di razza bianca, può chiedere giunto al 18° anno di età, di assumere la cittadinanza italiana. Il giudice della colonia aderisce alla richiesta ed ammette il richiedente alla cittadinanza italiana disposizione l’iscrizione come cittadino italiano nei registri dello stato civile, dopo aver accertato che il richiedente stesso:
a) per i suoi caratteri somatici ed altri eventuali indizi sia da ritenere, con fondamento, nato da genitori di razza bianca;
b) non sia poligamo;
c) non sia mai stato condannato per reati importanti la perdita dei diritti politici;
d) abbia superato l’esame di promozione della terza classe elementare;
e) possegga una educazione perfettamente italiana.
Eguale facoltà, da esercitare nelle stesse modalità, avevano i nati dell’Eritrea.
Le stesse modalità, avevano i nati dell’Eritrea o della Somalia di cui era noto uno solo dei genitori suddito coloniale, quando i caratteri somatici ed altri indizi faccevano ritenere fondatamente che l’altro genitore era di razza bianca.
Infine, il nato dell’Eritrea o della Somalia fuori dal matrimonio era cittadino quando veniva legittimato o riconosciuto nei modi di legge da uno dei genitori che aveva la cittadinanza italiana.
Mediante questa serie di disposizioni si ritenne, nella legge del 1933, di poter ovviare a quella situazione di disagio nella quale venivano a trovarsi i meticci: questi, infatti, riconosciuti o meno da uno dei genitori, vivendo fra gli indigeni, venivano ad essere equiparati a loro; in tale condizione, tenuti distanti sia dagli indigeni come dai cittadini a dai sudditi coloniali, venivano resi incapaci – come bene affermava il Borsi - <<perché malcontenti e sfiduciati, di porre in valore quelle maggiori attitudini di perfettibilità ad essi derivanti dalla parziale origine bianca>>.
Tale stato di cose, poteva sussistere per la liberalità del legislatore italiano, ed in virtù della particolare situazione eritrea e somale, fino al 1935 (XIII anno dell’Era Fascista),
dall’inizio della felice campagna d’Abissinia, venne a mutare di colpo con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’impero, dal 1936. Da questo fatto- politicamente e socialmente di una importanza che andava sempre più ingrandendosi ed ampliandosi col passare del tempo – la colonizzazione italiana dell’Africa Orientale ebbe a subire una radicale trasformazione, trasformazione notata anche da eminenti personalità estere non malate di antifascismo, come, ad esempio, il Monheim, il quale ha scritto: <<Les autorites italiennes voient la colonisation un probleme de paix, de tranquillità, de travail poir un peuple de quarantedeux millions d’ames, en augmentation constant>>.
Gli articoli 28 e 30 della legge <<fondamentale>> dell’Impero fissavano, con chiarezza e spirito eminentemente fascista, quali dovevano essere considerati sudditi dell’A. O. I., questi sono:
1) tutti gli individui che abbiano la loro residenza in A. O. I. e che non siano cittadini italiani o sudditi di altri Stati;
2) i nati da padre suddito o, nel caso che il padre risulti ignoto, da madre suddita;
3) i nati nel territorio dell’A. O. I. quando entrambi i genitori siano ignoti;
4) la donna maritata ad un suddito;
5) l’individuo appartenente ad una popolazione africana od asiatica il quale presti servizio civile o militare presso la pubblica amministrazione nell’A. O. I. od abbia già prestato tale servizio e risiede nell’A. O. I.
come si vede, il Regime Fascista, con la costituzione dell’Impero, ha mutato nettamente rotta per le eventuali facilitazioni fino al 1936 concesse ai meticci eritrei e somali, costituendo dei precisi fondamenti alla interpretazione della politica coloniale fascista. Questo si deve, come il restante della legge fondamentale dell’Impero a Mussolini.
Conquistato, finalmente l’Impero, sacrato dal sangue di soldati e di legionari, <<posto al sole>> che spettava al pari degli altri Stati, al popolo italiano per civiltà, per storia, per tradizione, per necessità solare, dove potevano recarsi le famiglie italiane, sentendosi a casa loro.
Da quel momento il Governo fascista stabilì che nelle terre italiane d’Africa Orientale (come nelle altre terre africane) non si doveva più parlare del fatto <<ibridismo>>
Con l’impero, il clima fascista, è uguale nella Patria come nell’A. O. I., non si deve più udire menzionare il meticciato. La mistica fascista dalla quale debbono essere permeati tutti gli atti e le disposizioni dello Stato, ed in modo particolare quelli volti alla preservazione della razza, alla salvaguardia della popolazione che, <<doveva attingerà, nel solo territorio della Madre Patria, di cinquantamilioni>>, non poteva sogguardare, con occhio più o meno benevolo, il fenomeno del meticciato. Se questo, in altri stati coloniali a deficiente popolazione metropolitana ed in condizioni economiche favorevoli viene, se non favorito, in certo modo tollerato o permesso, in una Nazione proletaria e riccamente demografica come l’Italia non doveva sussistere.
Possiamo osare affermare, che il meticciato è completamente sconosciuto allo Stato Italiano Fascista; tale nostra convinzione è suffragata da quanto è stabilito dal R. D. L. 19 aprile XV, n. 880, relativo alle <<Sanzioni per i rapporti di indole coloniale fra cittadini e sudditi>>; nel suo unico articolo, tale R. D. L. stabiliva: << il cittadino italiano che nel Regno o nelle colonie tiene relazioni di indole coniugale con persona suddita della A. O. I. o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi e concetto giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’A.O.I., è punito con la reclusione da uno a cinque anni >>.
Quello che gli antifascisti additano come razzismo, era esclusivamente un atto in funzione della sanità e della battaglia demografica, per la potenza stessa dell’Italia del Littorio che, presi gli ordini da Mussolini, respinge e pone al bando, nell’Impero, il fenomeno dell’ibridismo.
Migliaia e migliaia di connazionali andarono nelle terre dell’A. O. I.; molti fra essi vi si stabilirono, ed il loro numero era destinato ad essere continuamente incrementato; quando delle regioni opime dell’Impero si volle fare, come è stato riconosciuto e promesso, campo di azione alla attività dei nostri coloni, avviandovi rurali d’ogni parte d’Italia, perché colà ripetendo i nomi delle loro apriche contrade d’origine diessero inizio ad una nova Italia, l’Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, non si può neanche discutere dell’ibridismo.
Dal lato sociale come da quello fisiologico, da quello morale come di sentimento; dal punto di vista dell’igiene come della sanità, il meticciato aveva fatto il tempo, nel clima fascista.
Le donne d’Italia trovavano ospitalità nella capitale dell’Impero, accolte da <<Nuovo Fiore>> come i nuovissimi e aulentissimi fiore della Madre Patria; quasi giornalmente, sia attraverso gli organi del Ministero dell’Africa Italiana come degli Enti sindacali, venivano avviate verso i centri di maggiore attività e densità etiopici donne italiane, maestre ed impiegate, rurali e professioniste: e tutto ciò, oltre l’afflusso delle mogli, delle figlie, delle sorelle dei funzionari e dei professionisti, dei rurali e degli ufficiali.
Nei primi mesi del 1939, una affluenza di donne italiane che raggiunse, nelle grandi linee, le diecimila anime. Poco, ancora, per la massa d’Italiani dell’Impero ma cifre considerevole constatato che solo da pochi mesi la tranquillità più assoluta – turbata solo rarissimamente da inani tentativi briganteschi – regna in tutto il territorio dell’Impero.
La tradizione coloniale delle donne d’Italia oltre che gloriosa, come dimostrano le luminose figure di Maria Brighenti e della signora Rocca, è arra sicura che anche nel nostro clima, temperate ed istruite dal Fascismo, esse erano degne della missione loro confidata dal Regime, affidata loro dalle esigenze familiari, dal Regime, dalla religione stessa.
In nome dell’etica religiosa e della mistica fascista donne ed uomini dell’Italia <<dura, volitiva, guerriera>> erano degni del loro compito coloniale, facendo fiorire, anche all’ombra dei sicomori e delle euforbie, non una minoranza ibrida, ma una maggioranza, una totalità di Italiani dell’Impero, degni continuatori di quelli che furono, sugli argini del Piave e sulle petraie del Carso come nelle assolate e dirupate ambe etiopiche, gli iniziatori ed i perpetuatori della nova Italia, rurale. Una maggioranza, una moltitudine che sentiva il prestigio d’essere italiano.


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