Dal tradimento non poteva che nascere sottosviluppo e disperazione

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Dal tradimento non poteva che nascere sottosviluppo e disperazione

Messaggio  Admin il Mer 16 Gen 2013, 21:33


Assistiamo in questo inizio di campagna elettorale ad una furibonda ripresa della battaglia antifascista malamente celata attraverso l’attacco ad un non ben identificato populismo. Si osservi a tal proposito che, dopo sessantottoanni, fra tutti i Paesi sconfitti nell’ultima guerra mondiale, soltanto l’Italia continua a dar vigore a questa contrapposizione. In occasione delle elezioni del 24/25 febbraio, giornalisti stranieri, non mancano di esprimere il loro stupore nel vedere i partiti italiani, il governo, la radiotelevisione di Stato, impegolati in questioni vecchie di mezzo secolo e dimentiche dei problemi concreti dell’Italia d’oggi, frutto dell’attuale “democrazia” rappresentativa.
Tuttavia, il <<rigurgito antifascista, individuato nel populismo>> è assurdo soltanto in apparenza. Il realtà, esso rappresenta il tentativo logico di dar risposta ad una esigenza dei gruppi politici che in questi anni si sono spartiti il potere; un tentativo disperato, di fare dimenticare il fenomeno del malcostume delle ruberie e della sempre cronica crisi economica che, al tempo stesso, giustificano.
Per comprendere tutto ciò, occorre incominciare col rendersi conto che il massimo problema di cui soffre l’Italia non è solo il problema economico ma, la crisi dell’autorità.
Una crisi che in taluni Paesi è rimasta nei limiti della debolezza, mentre nel nostro, è arrivata addirittura al disfacimento. dall’arrivo della “democrazia” rappresentativa viviamo in una Italia in cui nessuno sa più comandare, né obbedire.

Il regime parlamentare, essendo stato resuscitato e ricostruito ad immagine e somiglianza di quello ottocentesco che il fascismo aveva sepolto, conosce la stessa crisi che già lo travagliava alla fine del secolo scorso, quando Sonnino scriveva sulla Nuova Antologia: <<Senza dubbio alcuno, il parlamentarismo, quale si esplica in Italia, è ammalato … L’interesse generale dello Stato non è identico, giorno per giorno, con la somma di tutti gli interessi particolari, individualmente e soggettivamente considerati, e tanto meno lo è con la somma di un aggregato variabile di quegli interessi sufficiente a costituire una maggioranza fuggevole di una metà più uno delle forze politiche che li rappresentano. In un Governo fondato quasi totalmente sull’elezione, manca nell’alta direzione della cosa pubblica la rappresentanza dell’interesse generale e collettivo … Accade in questi tempi del cosiddetto parlamentarismo quel che accade con il Governo assoluto, nel periodo in cui durava ancora è già l’opinione generale in Europa ne contestava la legittimità e l’utilità. Potrebbe venir rovesciato a un tratto, e nessuno alzerebbe un dito per difenderlo, o lo rimpiangerebbe estinto>>. Parole del 1897, che si adattano perfettamente alla situazione attuale.

Ora, perché nell’Italia d’oggi, economicamente distrutta, il disordine cresce ogni giorno? Perché il Governo non è più capace di farsi rispettare? Perché lo Stato, dopo aver rinunciato ad essere <<il carabiniere>> (come dicevano Giolitti e Mussolini), dopo aver tentato di essere <<il funzionario della società>> (secondo il concetto maurrasiano applicato dai partiti antifascisti nel primo decennio del dopoguerra), ha finito addirittura col rinunziare ad essere?
Perché non ci può essere sviluppo se c’è lo Stato senza autorità, e non esiste autorità senza una fonte legittima. L’autorità si conquista, si difende, si afferma, ma non si usurpa; caratteristica dell’usurpatore è la debolezza, che il popolo fiuta all’istante.

La fonte legittima dell’autorità fu collocata per molto tempo nel mondo dell’inconoscibile. Le grandi società del passato si svilupparono, perché si confondeva il monarca con la divinità e i sacerdoti con gli uomini di governo. Fu la Grecia ad infrangere questo mito, indicando la fonte legittima dell’autorità nella comunità organizzata dei cittadini; ma soltanto Roma riuscì a portare il concetto fuori dei limiti della polis greca, la città, per arrivare all’idea di Nazione, e di Potenza.
Poi, sotto l’influenza dell’Oriente, anche Roma finì col piegarsi all’idea della <<fonte divina>> dell’autorità e successivamente la Chiesa cattolica modello su questo concetto d’idea universale del potere. Per lunghi secoli, Papi, Re e Imperatori si identificarono con lo Stato in nome di Dio; comandarono e furono obbediti in nome di Dio. Un nome e un’idea troppo grandi, perché il concetto della “democrazia” parlamentare potesse sostituirli. E quando la rivoluzione francese ebbe tolto al Sovrano il diritto di dire <<lo Stato sono io>>, cominciò quel declino dell’autorità, di cui noi oggi vediamo in Italia l’aspetto addirittura patologico.

Per quale motivo il nostro Paese soffre più degli altri di questo fenomeno?
Per una serie di ragioni, di carattere storico e istituzione. Ne soffre, perché la nostra unità nazionale, alla fine dell’Ottocento, non fu una conquista cosciente e collettiva, ma il regalo di un Re, considerato da moltissimi un usurpatore. Ne soffre, perché questo Re, giusto alla logica conclusione del Risorgimento, dovette accettare il condominio nella capitale con il Paese. Ne soffre, perché la sconfitta del 1943 venne usata come pretesto per demolire le istituzioni dello Stato unitario. Ne soffre, perché la Repubblica chiamata a sostituire la Monarchia nacque come creatura appoggiata e voluta dal Vaticano, in nome di un ritorno al tempo del <<Papa Re>>, finito con Pio XII. Ne soffre, perché oggi anche il papa, in Vaticano, non sa più farsi obbedire, né rispettare.
In breve: nel giro d’un secolo o poco più, l’Italia ha vissuto un processo accelerato di dissacrazione dell’autorità: prima il Papa, Poi il Re, quindi ancora il Papa, infine la Repubblica, tutto è crollato, nel periodo che va dal 1870 al 2013.
Ne risulta che gli uomini della classe oggi al potere in Italia, vivono nella tragica condizione di chi vorrebbe esercitare l’autorità (perché lo vorrebbero: nell’intimo, anche i più <<progressisti>> fra loro sono tutti sbirri mancati), ma non vi riesce, perché non trae la sua forza da una fonte autentica di legittimazione. Finito il Re; reso democratico il Papa; rinnegata la Nazione, cosa resta agli attuali <<padroni>> d’Italia per giustificare la loro presenza al vertice dello Stato? Da chi possono trarre autorità costoro, che, oltre tutto, sono giunti ai posti attualmente occupati non per merito personale, ma per la vittoria delle armi straniere?
Ed ecco, allora, il <<rigurgito antifascista>>. Ecco che il ritornello della <<Repubblica nata dalla resistenza>>, si spiega: non è il risultato della fissazione senile di Napolitano, ma il disperato tentativo di legittimare un potere che non esiste già più. Si illudono che basti dire <<in nome della resistenza>>, cosi come gli ultimi Sovrani assoluti si illudevano che per restare sul trono bastasse continuare a proclamarsi Re <<in nome di Dio>>. E non si capisce che questa Repubblica italiana <<nata dalla resistenza>> si trova nelle condizioni in cui si trovava, alla vigilia d’essere cancellata: <<potrebbe venir rovesciata ad un tratto>>, direbbe Sonnino, <<e nessuno alzerebbe un dito per difenderla, o rimpiangerebbe l’estinta>>.

Ma anche un altro motivo esiste, per spiegarci il perché del presente <<rigurgito antifascista>>: ed è che i <<padroni del potere>>, oggi, in Italia sanno benissimo che l’unica fonte legittima dell’autorità è la Nazione, cioè qualcosa che essi non capiscono ed alla quale si sentono estranei. Degli attuali esponenti politici italiani si potrà dire, forse, qualche lode in seno partitico (<<buon socialista>>, <<egregio pidiellino>>, <<perfetto comunista>>, democristiano convinto>>), o in seno culturale (<<grande economista>>, <<profondo conoscitore del diritto>>); si potrà fare anche qualche lode sul piano di governo, buon amministratore; ma di nessuno si potrà certo dire: <<fu un patriota>>.
Di qui la crisi in cui si dibatte questa classe dirigente che ha portato l’Italia al disastro, in un mondo in cui tutti, all’Occidente e ad Oriente, in Asia e in Africa, si aggrappano ogni giorno di più all’idea nazionale. Di tutte le rivoluzioni, ideologiche e politiche, seguite alla distruzione del principio d’autorità realizzata dalla rivoluzione francese, quella nazionale è l’unica valida. Scomparso il sovrano assoluto, il suo posto non l’ha preso, né il popolo, né il Parlamento, né la democrazia, ma la Nazione. Se la Francia, che perse la guerra come noi, si è salvata dopo il 1945, ciò si deve al fatto che De Gaulle si appello alla Nazione per legittimare la sua autorità. Se la Germania, che ha perso la guerra come noi, no sta arrivando come noi ai limiti del collasso, ciò si deve al fatto che oggi più di ieri si sia richiamata alla Nazione ma, entrambi costretti ad obbedire alla scelta filoamericana.

La stessa America che può permettersi di essere da sempre in guerra in varie parti del mondo, superando al tempo stesso crisi interne colossali, ciò si deve al fatto che la Nazione americana è una realtà viva nella grande maggioranza dei cittadini. e non parliamo, poi, di quel che avviene in Cina o in Israele.
Ovunque si afferma l’idea nazionale, là esiste l’ordine, là esiste una autorità che riesce a farsi rispettare e a garantire prosperità economica, mentre invece, se l’idea nazionale è combattuta, è negata, è contestata, l’autorità non esiste più, o si sfalda si diviene servi di chi si affida ai valori della Nazione. Oggi soltanto si vede quanto fosse esatta l’intuizione di Martinetti nella sua Democrazia futurista: <<Lo Stato deve essere l’amministrazione di una grande azienda che si chiama Patria appartenente a una grande associazione che si chiama Nazione>>. Che respinge la Patria come <<concetto retorico antiquato >> e ammette l’idea di Nazione soltanto per proporsi di <<superarla>>, ha già liquidato lo Stato.
E i promotori del <<rigurgito antifascista>> si rivolgono contro, proprio perché sanno che la nostra forza si identifica con la Nazione: cioè con la sola fonte legittima dell’autorità.
Perché è giusto dire che la Nazione siamo noi e non altri? Per due motivi, semplicissimi.
In primo luogo, perché soltanto noi non ammettiamo salti di continuità nella storia d’Italia: una Nazione non può vivere, quando si pretende di cancellare vent’anni della sua storia.
O si capisce che tutto il passato appartiene a tutti gli Italiani, nel bene e nel male, e allora si vive nella Nazione; o si pretende di cancellare una parte del passato e di erigersi a giudici degli italiani, o d’una larga parte di essi, per quel periodo, e allora ci si colloca al difuori della Nazione.
In secondo luogo perché la ricchezza di una Nazione non si realizza attraverso lo scontro delle classi, secondo la concezione propria del capitalismo da un lato e del marxismo dall’altro, bensì nel segno latino, romano, della concordia. <<Con la concordia crescono le piccole fortune, con la discordia vanno in rovina le più grandi>> , ammonisce Sallustio.

E’ questo il concetto del Fascismo; ed è talmente vero, che perfino i Paesi comunisti, dalla Russia alla Cina, sono stati costretti a piegarvisi, sotto la pressione di grandi avvenimenti, hanno dovuto abbandonare le illusorie teorie del marxismo per difendere e potenziare i rispettivi Stati.

Il voto del 24/25 febbraio 2013, non restituirà all’Italia l’autorità e lo sviluppo persi col tradimento, per questo insistiamo nell’invitarvi all’astensione e alla lotta, è questo il primo passo verso la riconquista dei valori perduti.


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