25 aprile 2013: Traditori in piazza

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25 aprile 2013: Traditori in piazza

Messaggio  Admin il Gio 25 Apr 2013, 08:46


Venticinque aprile 2013, mentre il sudiciume rosso scende in piazza, e una parte degli italiani approfitta della giornata per recarsi fuori porta, per i Fascisti è la 68° giornata di LUTTO NAZIONALE. ll 25 aprile del 1945, non si libero l’Italia, si consegno mani e piedi allo straniero, in nome di un antifascismo posto in essere da fuoriusciti e vili comunisti.

In questo 68° anniversari, a differenza degli altri anni, riportiamo, affinché gli Italiani liberi apprendano per cosa si battevano i traditori del nostro popolo, che oggi vedremo sfilare per le vie, in alcune città senza alcuna vergogna, figli e nipoti di quegli assassini rossi, che all’epoca chiedevano l’istituzione del Soviet anche nel nostro paese.

Leggerete parte del Codice Sovietico del Lavoro, che come scritto, i sovversivi, miravano ad istaurare in Italia con la violenza già prima dell’evento del fascismo (1922). Traditori prima, e dopo la grande guerra, traditori, dopo il voto del 25 luglio 1943, espresso dai servi del vile monarca, che consegnarono il nostro Sacro Suolo agli eserciti stranieri

La legislazione sovietica era caratterizzata da un’assorbente prevalenza del potere e dell’iniziativa dello Stato sui diritti e sull’iniziativa dell’individuo.
Tale carattere fondamentalmente era senza giro di parole definito dallo stesso legislatore allorché, nelle disposizioni generali del codice civile, dichiarava che i diritti civili sono largiti ai cittadini <<in quanto non ne facciano un uso contrario alla loro destinazione economica e sociale>>. Il che significava che era lasciato nel completo arbitrio dello Stato il limitare o sopprimere i diritti civili che nelle legislazione Fascista erano considerati come prerogative sacre e inviolabili della personalità.
E’ evidente che, tale essendo l’impronta del diritto sovietico, l’indirizzo verso un intervento totalitario dello Stato non poteva non manifestarsi con tutta la sua intensità nel campo del rapporto di lavoro, specie se si consideri che lo Stato sovietico aveva la sua base per l’appunto su una organizzazione di lavoratori (operai e contadini) e dalle masse dei lavoratori ripeteva la sua autorità. Sarebbe quindi ingenuo pretendere che nella disciplina dei rapporti di lavoro il legislatore sovietico poté avere qualche punto di contatto con altre legislazioni, il sistema di accentramento nello Stato di tutti i poteri di disciplinare, dirigere, modificare, non solo le condizioni generali di lavoro, ma altresì le disposizioni particolari contenute nelle convenzioni collettive e individuali riducendo lavoratore e datore di lavoro al rango di semplici funzionari del potere pubblico.
Per una esatta comprensione dello spirito informatore di quella che era la legislazione del lavoro sovietica, occorre riassumere per sommi capi il suo processo formativo attraverso le varie fasi iniziatesi con la rivoluzione bolscevica. La prima fase della rivoluzione fu caratterizzata da questo motto: <<La terra ai contadini e le fabbriche agli operai>> ma il tutto si limito alla determinazione di organi quali il Commissariato del popolo al lavoro e l’Ispezione per gli operai e i contadini.
Nei fatti la situazione politico-economica con il comunismo divenne peggiorata allorché fu elaborato il Codice del Lavoro del quale ecco le caratteristiche principali.
In primo luogo la conferma del servizio del lavoro obbligatorio, già introdotto con legge l’11 dicembre 1918, in forza della quale tutte le persone di età dai 16 ai 50 anni viventi di redditi non derivanti dal lavoro, o che non avevano occupazioni determinate o non erano iscritte alla Borsa del lavoro, erano tenute, in primo luogo, al servizio del lavoro. Tale servizio era destinato all’attuazione di grandi lavori nell’interesse dello Stato.
Di fronte all’obbligo del lavoro, il codice proclamava il <<diritto al lavoro>>, il diritto cioè di ciascun cittadino valido a ottenere di lavorare secondo le attitudini riconosciute dallo Stato, dietro pagamento di una remunerazione.
Il campo lasciato alla liberà contrattualità fu oltremodo ristretto: il datore di lavoro non aveva alcuna facoltà di scegliersi la mano d’opera, ma era tenuto a passare per il tramite della Borsa del lavoro, la quale gliela forniva: non poteva stabilire le condizioni del lavoro, perché queste erano già tassativamente determinate dalla legge: non poteva licenziare il lavoratore Se non nei casi di scioglimento dell’azienda, arresto del lavoro per una durata di oltre un mese, ecc.. Gli stessi vincoli venivano imposti al lavoratore, il quale non poteva lasciare il lavoro che con l’assenso del Comitato di fabbrica e per seri motivi e difficilmente poteva cambiare il proprio posto con un altro.
A questa severa limitazione della libertà individuale, sia nei confronti del datore di lavoro che del prestatore d’opera non corrispondeva però una somma di vantaggi tale da compensare quest’ultimo del sacrificio impostogli. Infatti il promesso controllo operaio delle fabbriche, sempre in nome della classe dei lavoratori non venne affidata ai comitati di fabbrica, ma alle organizzazioni sindacali, le quali si sono gerarchicamente sovrapposte ai predetti comitati e che erano riuniti in Comitato centrale di portata nazionale. Lo Stato aveva assunto, per mezzo dei suoi organi, il controllo politico ed economico del mercato del lavoro, e il lavoratore, detentore di una quota parte della proprietà dell’impresa si è trasformato in uno strumento della grande organizzazione burocratica dello Stato.
L’attuazione della nuova politica economica, che doveva entro certi limiti determinare il ritorno all’iniziativa privata, non ebbe alcun riflesso, la legislazione del lavoro rimase ancorata al sistema di accentramento e di burocratizzazione già istituito dalle leggi precedenti. Il Codice sovietico del lavoro rispecchiava il disegno dello Stato di riunire sotto il proprio controllo tutte le forze economiche, evitando che potesse risorgere, attraverso il potere dei comitati di fabbrica, una tendenza autonomistica che sottraesse allo Stato una parte della sua autorità favorendo l’avviamento verso un regime decentrato. L’indirizzo del legislatore sovietico era, quindi, anche in questo campo, ispirato da motivi essenzialmente politici.

Il campo nel quale più chiaramente si rivela la fisionomia caratteristica della legislazione sovietica, è quello dei contratti collettivi di lavoro. Nel regime comunista il sistema dei contratti collettivi ha avuto il suo periodo di massimo sviluppo con l’adozione della N.E.P. (nuova politica economica); ed è appunto con l’inizio della N.E.P.(1922) che coincideva l’emanazione del Codice del lavoro. Questo corpo di leggi che lasciavano per ciascun ramo dell’industria alla regolamentazione a mezzo di contratti collettivi. Questi venivano stipulati sia rispetto a singole imprese.
Nella Russia sovietica la contrapposizione di interresi non si presentava, dato che l’imprenditore privato non esisteva, almeno nelle grandi aziende, e quindi i contratti collettivi, costituivano degli accordi sulle reciproche obbligazioni dei lavoratori e dell’amministrazione della impresa, in cui le parti contraenti erano unite da interessi e fini di classe comuni.
Il meccanismo dei contratti collettivi era, in sintesi il seguente: Le finalità essenziali e le direttive generali dei contratti collettivi da stipularsi venivano determinati dal Consiglio centrale dei sindacati professionali che concludevano degli accordi di carattere generale con le amministrazioni centrali dei diversi rami dell’industria, diretti a stabilire i compiti assegnati a ciascuna impresa nel campo dell’economia e della produzione, il rendimento del lavoro, il livello medio dei salari, l’ammontare delle somme destinate alla costruzione di alloggi, alle iniziative di carattere sociale e culturale e alla protezione del lavoro. Finalmente sulla base dei suddetti accordi, il comitato di fabbrica di ogni singola impresa stipulava un contratto collettivo con la direzione dell’impresa medesima. La stipula del contratto era preceduta da incontri per informare gli operai, circa i nuovi compiti assegnati alla produzione e le altre clausole del contratto collettivo
Il contratto collettivo trovava un limite nella legge e costituiva a sua volta un limite nei confronti dei contratti individuali. Esso, infatti, non poteva derogare alle norme generali contenute nella legislazione del lavoro, in quanto con le sue disposizioni venivano a porre il lavoratore in una posizione meno favorevole di quella risultante da dette norme; e d’altra parte prevale sul contratto individuale in quanto quest’ultimo conteneva disposizioni meno favorevoli al lavoratore di quelle contenute nel contratto collettivo stesso.
Il controllo da parte degli organi dello Stato sulle disposizioni dei contratti collettivi era esercitato mediamente registrazione dei contratti stessi presso gli organi ad esso preposti, i quali potevano omologare o meno, o anche negare l’omologazione per alcune parti o clausole dei contratti sottoposti a registrazione.

Come si è constatato dai cenni che abbiamo dato sul carattere del contratto collettivo nella Russia sovietica, si può ricavare la conclusione che esso si differenziava nettamente dal sistema di regolamento delle condizioni di lavoro adottato nel campo politico ed economico, infatti differisce dal sistema sindacale o corporativo d’entità Fascista, in quanto eliminava ogni contrapposizione di interessi fra le parti contraenti – contrapposizione che non aveva più ragion d’essere con la scomparsa dell’imprenditore privato – e costituiva piuttosto un mezzo di adattamento delle condizioni di lavoro all’attuazione del piano economico elaborato per ciascun ramo, secondo un metodo di economia diretta e pianificata.

L’accenno che abbiamo fatto or ora alle organizzazioni professionali ci porta a stabilire un confronto fra quella che era la funzione degli organi sindacali nella Russia sovietica, nella disciplina delle condizioni di lavoro, e quella di detti organi nell’Italia Fascista.

La funzione delle associazioni professionali nella Russia comunista non poteva non adeguarsi a quella che era la nota fondazione dell’ordinamento sovietico; l’accentramento nello Stato del supremo potere di dirigere secondo piani prestabiliti l’economia nazionale allo scopo di consolidare l’indipendenza dell’U.R.S.S. e la sua capacità di difesa.
Pertanto il sindacato non era più lo strumento di una lotta di classe, lotta che era cessata con l’unificazione di tutte le classi nello <<Stato socialista degli operai e contadini>>, ma era solo un mezzo per far partecipare delle masse operai alla produzione, per farle cooperare al funzionamento della grande macchina statale, infondendo in essa la coscienza del loro ruolo decisivo nello sviluppo dell’economia nazionale. La funzione del sindacato è quindi del tutto diversa da quella prevista nell’ordinamento Fascista, se mai per il suo contenuto prevalentemente politico si avvicina alla funzione che aveva nella Germania nazista il Fronte del lavoro.
L’iscrizione al sindacato non era obbligatoria, ma il sindacato trattava e concludeva le convenzioni collettive vincolando tutta la categoria rappresentata.
Abbiamo già detto precedentemente quale era la funzione del sindacato nella formazione dei contratti collettivi, e come le direttive date dal Consiglio centrale dei sindacati venivano poi applicate alle organizzazioni sottoposte.
Il solo caso in cui il sindacato professionale conservava ancora in parte il ruolo originario di tutela dell’interesse del lavoratore nei confronti del datore di lavoro era quello in cui il sindacato era chiamato a negoziare le condizioni di lavoro con un imprenditore privato. Ma anche in questa ipotesi, che aveva un campo di applicazione piuttosto ristretto, dato che le imprese private erano assai limitate nel numero e nella mole, la sfera delle trattative era circoscritta a quelle sole materie che non formavano oggetto della regolamentazione legislativa del lavoro, assai vasta e dettagliata, o di contratti collettivi applicabili a tutto il ramo dell’economia nel quale l’impresa privata rientrava.


In Italia, la legislazione sindacale Fascista, concedeva all’associazione professionale il suo riconoscimento ufficiale dello Stato; tale riconoscimento veniva dato a una sola associazione di lavoratori e a una sola associazione di datori di lavoro per ciascuna categoria dell’attività economica. L’associazione professionale riconosciuta acquistava per questo fatto la rappresentanza ex lege di tutti gli appartenenti alla categoria, iscritti e non iscritti all’associazione, e per conseguenza li vincolava tutti con la stipulazione di convenzioni collettive di lavoro. Le associazioni professionali erano poi tutte inquadrate in organismi locali e nazionali, di datori di lavoro e di lavoratori, e in fine, fusi insieme nelle corporazioni, alle quali era demandato un compito di coordinazione, nella sfera di ciascun ramo di produzione o di scambio, inteso a finalità soprattutto economiche. Lo stato, cosi come interveniva a dare vita alla associazione professionale con il suo riconoscimento, continuava a esercitare il controllo, dell’attività dell’associazione mediante la partecipazione dei suoi funzionari agli atti più importanti da essa compiuti, disciplinando i rapporti economici e di lavoro alla direzione del Ministero delle Corporazioni.


Il Codice del Lavoro sovietico, disciplinava il contratto individuale con norme imperative nei confronti del lavoratore, il Codice conteneva delle disposizioni restrittive della liberta individuale, in quanto subordinava la sua remunerazione a delle norme di rendimento fissate tassativamente in accordi conclusi tra l’amministrazione dell’impresa e il sindacato interessato. Il mancato raggiungimento del minimo di rendimento fissato per il lavoratore, non imputabile a colpa di quest’ultimo, produceva una riduzione del salario fissato dalla tariffa pari a un terzo; se compensato secondo la quantità e la qualità del prodotto.
La meccanizzazione del lavoro umano si spiegava quanto era posta in relazione con il sistema di pianificazione che era a base di tutta l’economia sovietica.
In un regime economico, nel quale il rendimento di ciascun ramo dell’industria e della produzione in genere, era predisposto secondo norme rigide, in base a un piano integrale di produzione diretto dall’alto, non era possibile lasciare il lavoro manuale alla mercé di fattori imponderabili, di natura fisica o psicologica, ma era necessario che la capacità di produzione di ogni uomo fosse determinata e preventivata come la capacità di produzione di una macchina. Il legislatore sovietico ha operato su una materia estremamente plastica, la massa operaia socialista, che esso plasma e riduce nella forma che più conviene nell’interesse della produzione e quindi nell’interesse dell’economia nazionale.
Questa spersonalizzazione del lavoro, che del resto era facilitata dallo stesso temperamento slavo, portato naturalmente a tutte le forme collettive di estrinsecazione della vita materiale, si tradussero in altre disposizioni che sarebbero sembrate a un lavoratore italiano delle crudeli imposizioni e delle violazioni delle elementari libertà individuali.
Di tal natura è la norma dell’art 47/1del citato Codice, ai sensi della quale il lavoratore il quale, senza validi motivi, trascurava per un’intera giornata di presentarsi al lavoro, era licenziato dall’impresa o l’istituzione e dichiarato decaduto dal diritto di usufruire dell’alloggio messo a sua disposizione in un edificio dell’impresa o istituzione. Una disposizione di tal genere, in un contratto di lavoro stipulato nell’Italia Fascista sarebbe stato considerata come un indice di sfruttamento schiavistico.
Sempre nel novero delle limitazioni della libertà individuale, va citata la norma dell’art. 11 del Codice del Lavoro con la quale si stabilisce che, in casi eccezionali tutti i cittadini dell’U.R.S.S. potevano essere chiamati al servizio obbligatorio del lavoro. Gli articoli successivi stabilivano delle esenzioni in ragione dell’età, delle condizioni di salute, dello stato di gravidanza per le donne, ecc. . Il lavoro era considerato quindi come un obbligo civile, al pari del servizio militare. La legislazione comunista era stata la prima a sancire tale principio, il che del resto coincide con il concetto informatore della presente fase dello stesso Stato sovietico che è <<da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo il proprio lavoro.

Nell’Italia Fascista il lavoro obbligatorio fu tentato come misura straordinaria solo in pieno secondo conflitto mondiale.

Questa severa disciplina del lavoro, che era concepita non già come una libera esplicazione di un’attività umana, ma come un vero e proprio compito da svolgere al servizio dello Stato, secondo le regole precise e tassative da questo stabilite.

Peggio a fatto il legislatore sovietico nel tentativo di mettere a disposizione del lavoratore una vasta serie di misure assistenziali che, consistevano nell’assegnazione a speciali stabilimenti di rieducazione al lavoro e di insegnamento, in caso di disoccupazione, o nel ricovero in case di cura, in caso di malattia che producesse una invalidità temporanea.
Per i minori erano stabilite facilitazione di collocamento in istituti di educazione, e per i casi di parto era prevista la facoltà di prestare in natura gli oggetti necessari al neonato o alla puerpera.
Nello Stato Fascista l’assicurazione sociale doveva adeguarsi alle norme della Carta del Lavoro, mentre nello Stato sovietico più che di assicurazione è il caso di parlare di provvidenze della collettività in favore del singolo; il che rispondeva del resto allo stesso ruolo che aveva il lavoratore in quella società, ruolo di semplice strumento della produzione. Anche attraverso le provvidenze assicurative trapelava l’ingerenza politica dello Stato nella sfera individuale, laddove si dispone l’esclusione dal diritto alla pensione delle persone che non avevano diritto di voto nelle elezioni dei soviet (a causa della loro condizione sociale,perché hanno prestato servizio nel regime zarista o sotto governi bianchi o militato nelle armate bianche e nelle bande controrivoluzionarie o per essere al servizio di un culto): e veniva negato il diritto alla indennità di disoccupazione ai funzionari licenziati in seguito all’epurazione, (art. 51 e 52 della Legge sulla assicurazione sociale).

Per trarre una conclusione utile dal raffronto tra la legislazione del lavoro dell’Unione Sovietica e quella dell’Italia Fascista, dovremmo segnare quelle misure (tutte Fasciste) che, a nostro avviso, si rivelano più perfette e più favorevoli al benessere della collettività.
Ma, sarebbe assurdo pretendere di fare un paragone con un regime diametralmente opposto a quello all’epoca vigente nell’Unione sovietica, dei principi di legislazione del lavoro che aveva il presupposto nell’organizzazione totalitaria dello Stato sovietico, basato sulla nazionalizzazione della quasi totalità delle industrie e sulla più estrema riduzione della libertà e della iniziativa dell’individuo.

Queste erano le moderne disposizioni in favore dei lavoratori che dovevano sostituire la Carta del Lavoro deliberata dal Governo Fascista, e portare libertà e democrazia, in Italia.

PER NOI, IL 25 APRILE RESTA UN GIORNO DI LUTTO. IL GIORNO DEI TRADITORI!


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