6 maggio 2013: finalmente c’è l’ha fatta, Giulio Andreotti è MORTO, è vissuto 94anni di troppo!

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6 maggio 2013: finalmente c’è l’ha fatta, Giulio Andreotti è MORTO, è vissuto 94anni di troppo!

Messaggio  Admin il Mar 07 Mag 2013, 15:49


Giulio Andreotti, dopo il Fascismo, divenuto uno dei più ossequiosi servitori delle potenza d’occupazione, affermava: “È inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene”. Ottemperando a questo principio divenne uno degli uomini più temuti nello scacchiere politico nazionale, a cui per salvarlo dalle tante malefatte nel 1991, l’allora presidente della Repubblica Cossiga lo nominò senatore a vita.

Uno che per seguire il potere (come tanti) divenne antifascistissimo, tanto da avere dato il suo avallo di Ministro della Difesa al <<connubio>> tra Forze Armate e organizzazioni partigiane comuniste ma, Giulio Andreottti fu, a suo tempo, un esaltatore del Fascismo. Tanto che nell’ottobre del 1942 lo troviamo impegnato a redigere per la Rivista del Lavoro (anno XI, n7/8 dell’ottobre-novembre 1942 –XXI) un articolo che, prendeva spunto dai lavori della <<Società italiana per il progresso delle scienze>>, riunita a Roma in coincidenza con il <<ventennale>> della Marcia su Roma.
L’Italia era, a quel tempo, in piena guerra: e questo fatto, sommato al ricordo della marcia su Roma, suscitava in Giulio Andreotti uno stato di contenuta esaltazione, che lo induceva a scrivere cosi:

<<La perfetta sintonizzazione di questa raccolta di studiosi con l’atmosfera di guerra, resa facile da un programma in cui larga parte avevano le scienze militari e le discipline ad esse in qualche modo connesse, è stata chiaramente rilevata da Mussolini nel suo breve discorso alla seduta di scienze giuridiche alla quale ha voluto partecipare attivamente, seduta che rimarrà memorabile, nella storia della SIPS e nel ricordo di tutti i presenti. <<’Importante’, – ha detto Mussolini, - è il fatto che la riunione si svolge nel tempo di questa guerra che impegna tutto e tutti per la vittoria. E io conto sull’opera degli scienziati italiani, non solo in un senso che vorrei dire qualitativo. Trovare, escogitare tutto ciò che è possibile trovare ed escogitare per rendere più rapida e più trionfale la nostra vittoria: questa è la consegna che io do agli uomini della scienza italiana. Mussolini stesso rilevava poi come fosse significativo che la riunione coincidesse con la celebrazione del primo ventennio e scompiaceva interpretare questa coincidenza come il riconoscimento, da parte degli studiosi, degli sforzi sistematici che il fascismo ha compiuto a favore della scienza e degli scienziati italiani>>.

Naturalmente, l’Andreotti Fascista non era diverso dal <<divino Giulio>> che tutti abbiamo conosciuto. Anche allora, egli si preoccupava di ricercare la fonte dell’autorità in Vaticano; ed infatti, subito dopo la citazione di Mussolini, l’articolo conteneva la convalida papale delle tesi esposte, presentate in questi termini:

<<E l’attualità della manifestazione trovava poi una nuova augusta attestazione nel discorso che ai congressisti ha rivolto, in una particolare udienza loro accordata da Pio XII, che ha affermato: “il noto detto, Iter arma silent Musae ha oggi un senso più che mai relativo, poiché la moderna condotta della guerra si fonda in larga misura sulla scienza e la pone ad suo servizio” aggiungendo che “l’assidua attuazione della massima vitam imprendere vero (juvenal. Satir. 4,91), la infaticabile dedizione al servizio della scienza, la lotta per la conquista di sempre più perfette esigenze della vita, non solo materiale ed economica, ma altresì etica e religiosa, costituiscono una missione alla quale le classi dirigenti nel campo scientifico non possono sottrarsi senza irreparabili danni per il Paese e per il popolo”>>.

A proposito dell’intervento del padre Gemelli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Andreotti scriveva:

<< Sulla scorta di numerosi esempi tratti da problemi di fisiologia e di psicologia del Lavoro, Padre Gemelli ha dimostrato che è necessario che fisiologi e psicologi, dopo avere determinato con precisione le leggi fondamentali dell’attività lavorativa dell’uomo, si trasferiscano dal loro laboratorio nell’ambiente sociale, per studiare l’uomo mentre attende al lavoro. Essi, tenendo presente la seconda dichiarazione della Carta del Lavoro, secondo cui il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche e manuali, è un dovere sociale, debbono esaminare in quale maniera l’uomo lavora, per determinare come la sua attività può essere resa più efficiente per l’individuo e per la Nazione, e quali sono le condizioni nelle quali il lavoratore deve essere collocato affinché risenta il minor danno possibile dal lavoro e non possa quindi venir minacciata l’integrità della stirpe. Fisiologi e psicologi raccoglieranno cosi esperienze e nozioni delle quali gli economisti e i giuristi si serviranno poi per la elaborazione di leggi intese ad assicurare vantaggi sociali attraverso la difesa degli interessi dei lavoratori, in questo quadro il problema attuale è quello della efficienza lavorativa. Al contrario di quanto avviene in regime liberale, nel regime della economia regolata la capacità di produzione diventa inferiore ai bisogni da soddisfare, la preoccupazione per trovare lavoro ai disoccupati è sostituita dalla preoccupazione di trovare braccia e teste per realizzare i progetti sempre più vasti a beneficio del popolo. Di conseguenza, perché questo, come taluno afferma, è un fenomeno né fortuito, né passeggero, si impone la necessità di aumentare la efficienza lavorativa [come si vede, in periodo Fascista Giulio Andreotti, alla scuola di padre Gemelli, aveva già capito che lo statalismo produce miseria, n.d.r.]. alle scienze del lavoro, fisiologia e psicologia, è chiesto di indicare la via da seguire per alimentare questa efficienza.
Ma anche qui una nota differenziale. Nelle mani di una Stato che regola il lavoro e l’economia e che si propone in primo luogo di provvedere al lavoratore per salvarne la dignità, gli interessi e l’avvenire nel quadro degli interessi collettivi della Nazione, all’aumento di efficienza lavorativa deve andare di pari passo non solo un miglioramento delle condizioni di vita del lavoratore, ma anche una tale trasformazione ed elevazione del tenore di vita che costituiscano di per se stesse un impulso a potenziare la produzione>>.

Ecco dunque indicati [annota qui entusiasticamente Giulio Andreotti] i nuovi compiti della fisiologia e della psicologia del lavoro.

<<L’organizzazione tecnica, i procedimenti di lavorazione sono senza dubbio il fattore precipuo di aumento di efficienza lavorativa. Per ciò che si riferisce alla mano d’opera, poiché non è possibile oltrepassare determinati limiti, dato che il rendimento individuale ha limiti fisiologici e psicologici, violando i quali interviene la malattia, l’infortunio, tutte le conseguenze dei danni derivanti dalla violazione delle leggi biologiche, ne segue che la sola via da seguire è di chiedere alle scienze biologiche che esse ci indichino come e dove può il lavoro umano essere più redditizio senza essere per questo nocivo all’uomo che lavora. <<Questa concezione politica>>, aggiungeva ancora Andreotti, <<ha un’importanza enorme nella impostazione delle ricerche sul lavoro, in quanto nell’attività sociale ed economica della Nazione viene collocato al primo posto il fattore umano il quale non può più essere considerato alla stessa stregua degli altri fattori che sono sfruttati a seconda dell’interesse di classe e d’individui, ma deve essere considerato in funzione del maggiore e migliore bene da procurare a tutta la Nazione; esso deve essere usato, come venne affermato dalla Carta del Lavoro, secondo il principio che gli obiettivi della produzione sono unitari, e si riassumono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale>>.

Ma non si poteva limitare il discorso all’individuo; occorreva inquadrare l’uomo Fascista
<<nell’ordine politico e sociale moderno>>:e questo faceva appunto Giulio Andreotti, riportando con franca adesione (nonostante certe indulgenze per il nazismo) le tesi esposte dal professor Widar Cesarini-Sforza, dell’Università di Roma:

<<Tanto il concetto di nazione (Italia)>>, scriveva a questo punto Andreotti, <<che quello di comunità di sangue (Germania) risultano dall’identificazione (secondo una concezione più spiritualistica nel primo caso e più naturalistica nel secondo) degli elementi che in un determinato complesso sociale o popolo possono rappresentare la sua continuità e stabilità.

<<La società viene cosi concepita come un tutto, un corpo omogeneo, di cui lo Stato costituisce l’organizzazione giuridica trovando nelle finalità supreme della nazione o della razza la giustificazione perentoria della propria autorità, quella -giustificazione che è viceversa impossibile trarre dalla società, quando questa è concepita, liberalisticamente, come molteplicità di fini e di voleri. Poiché dunque l’unità, è quindi la giustificazione dell’autorità, ossia di un volere superiore ai voleri individuali, non può essere ricavata da questi ultimi, gli Stati totalitari la ricavano dall’edificazione della società come un tutto, il che permette di dare un ordine unitario alla molteplicità dei voleri e dei fini particolari, e fornisce un criterio di valore assoluto assolto per risolvere i problemi della convivenza sociale>>.

<<Questa chiarificazione teorica sullo spirito costituzionale vigente [annota Andreotti a conclusione] risultata quanto mai interessante e sentita>>.

A questo punto, fatalmente seguiva l’esaltazione della guerra combattuta dall’Italia Fascista e dei suoi fini: cosa che Giulio Andreotti puntualmente eseguiva, riferendo, in termini apologetici, la relazione del Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Roma, Leicht, sul tema << Grande spazio e spazio vitale>>. Leggiamo, nella prosa degli anni dimenticati, del fu, sette volte presidente del Consiglio dei ministri, otto ministro della Difesa, cinque degli Esteri e due delle Finanze, bilancio e industria. Infine passato anche per il Tesoro, l’Interno e le Politiche comunitarie.

<<Insito è nel concetto di guerra il desiderio finale di eliminare future cause di conflitto. Se il diritto internazionale sorse per agevolare lo stabilimento della pace, gli strumenti per giungere ad essa furono falsati nella loro fusione perché le potenze dominanti se ne servono unicamente per i loro interessi; di fronte a tutti i castelli in aria del passato stanno invece oggi due nuovi concetti, in stretta relazione con due fondamentali bisogni: il primo è quello di creare un regolamento dei rapporti internazionali che offra al mondo nel limite del possibile, condizioni favorevoli al mantenimento della pace; il secondo è quello che ad ogni nazione sia dato, nel miglior modo compatibile con la necessità di convivenza con le altre, la possibilità d’espansione necessaria per il soddisfacimento delle sue necessità di vita.
Al primo bisogno corrisponde il principio dei grandi spazi, al secondo quello degli spazi vitali. Dopo aver illustrato le origini di tali concetti, il prof. Leicht si è chiesto quali saranno i confini di questi grandi spazi e in particolare del grande spazio spettante all’Europa continentale, per la quale è evidente che esso deve estendersi ben oltre i confini geografici di questo vecchio continente e dovrà comprendere vasti territori sia dell’Africa che dell’Asia. Contestate quindi le obiezioni sollevate contro la teoria dei grandi spazi, ha successivamente posto in rilievo il fatto che il grande spazio si appoggia su un’altra concezione di non minore importanza se anche di minor ambito: cioè sulla nozione di spazio vitale. Il grande spazio è formato dall’unione degli spazi vitali dei popolo che lo formano, e sono bisogni di varia natura che spingono i popoli dotati d’energie espansive a costituire i loro spazi vitali: motivi d’indole politica, strategica, economica: gli scrittori italiani inoltre mettono in particolare evidenza, secondo le necessità imperiose del nostro Paese, il motivo demografico. Per le diverse nazioni ciò si realizza per mezzo di trattati, di convenzioni, di accordi: così si passerà dalla teoria alla pratica ed in questi accordi troverà il suo regolamento questa giusta posizione di spazi vitali di potenze diverse.
L’Eccellenza Leicht ha concluso la sua esauriente esposizione affermando che la possibilità di una pace giusta e duratura più che da sistemi, dipende dalla buona volontà degli uomini, ma il tentativo di togliere cause profonde di dissidio e di malessere che è contenuto nel disegno dei due spazi offre motivo di sperare che avvenuta cosi una sistemazione generale delle zone di espansione dei vari Stati e gruppi di Stati, si possa avere finalmente quella distensione di rapporti che invano fu cercata nel periodo successivo alla grande guerra mondiale passata>>.


Questo articolo dimostra che, settantuno anni or sono, in certe cose credevano un po’ tutti: dal Papa ai luminari della scienza, da Giulio Andreotti agli altri, innumerevoli, che successivamente sono riapparsi nelle file della DC, del PCI e di tutti gli altri partiti italiani.

Ecco, ad esempio, l’esposizione dell’idea corporativa, fatta nell’ottobre 1942, sempre al Congresso della SIPS, dal professr Menegazzo, dell’Università di Bari. Giulio Andreotti, evidentemente approvandola, definiva allora l’intervento del professor Menegazzo <<una impostazione a largo respiro e feconda, dei più ampi sviluppi teorici e pratici>>.
Dopo di che, ne riassumeva la sostanza in questi termini di piena adesione:

<< L’economia nuova viene attuata da tre soggetti – l’individuo, l’azienda, lo Stato – che operano in un definito ordine gerarchico in cui la personalità umana risulta, in tutti i suoi riflessi, autonoma e potenziata; la azienda opera in condizioni di maggiore sicurezza e sviluppo; lo Stato, da ultimo, raggiunge il controllo del mercato economico-finanziario interno e la possibilità di una libera manovra nel mercato internazionale.
Questa tripartizione di funzioni e di competenze non esclude le figure dei Sindacati del lavoro e del capitale, che rientrano nel quadro economico come necessarie forme di collegamento e di disciplina delle accennate sfere di azioni dei diversi soggetti. E a questa coordinazione gerarchica soggettiva fa riscontro una identica coordinazione oggettiva: la dinamica finanziaria della popolazione, secondo criteri di orientamento etico-politico>>.


Soprattutto fra le cose in cui si credeva settantuno anni or sono, cera la concezione di un <<ordine nuovo>>, esposta da Giulio Andreotti in prima persona, quale frutto del suo pensiero e non come sintesi delle esposizioni altrui:

<<L’ordine nuovo non segnerà una livellazione egualitaristica delle categorie sociali, sogno ormai sconfessato dalla stessa esperienza storica, né vorrà elevare smisuratamente le possibilità economiche delle classi operaie, contribuendo (sia pure inconsciamente) al loro progressivo materializzarsi: dovrà invece far leva su una generale coscienza sociale, ridestata in ogni ceto con i potenti elevatori del nazionalismo, della missione storica di ciascuna nazione, della gerarchia dei valori, insostituibili perché fondata sulle stesse leggi della natura. Visto cosi il problema diventa umano e il processo rinnovatore da attuarsi viene a postulare delle basi morali, su cui sia possibile costruire con garanzie di cosciente stabilità. L’operaio è in tal modo rivalutato e gli è assicurata una posizione sociale delle caratteristiche insostituibili di normalità, di sicurezza, di omaggio alla realtà naturale>>.


Questi concetti, sono pur sempre validissimi. E popolari, oltre a tutto: come sapeva bene Giulio Andreotti, tanto è vero che ha sempre alimentato intorno a sé un certo equivoco para-nostalgico, anche quando faceva l’antifascista e il resistenzialista.

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