Solo quando si invecchia (come il vino), sul Fascismo si dice la verità!

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Solo quando si invecchia (come il vino), sul Fascismo si dice la verità!

Messaggio  Admin il Mer 26 Giu 2013, 22:23


Quanti nonostante tutto continuano a professarsi Fascisti, ancora una volta possono vantarsi d’essere dalla parte della ragione, tanti sono stati i momenti ideali che li hanno ricompensati, dall’autodistruzione dell’impero sovietico, alla crisi del capitalismo internazionale che, purtroppo vede il potere Usa ancora preminente a discapito dell’Europa asservita ad essa da governi sempre più corrotti.
Con l’invecchiamento, alcuni  uomini di successo, smentiscono l’ignobile traditore G. Fini-(to),  i quale solo dopo aver fatto le proprie fortune politico-economiche, ebbe la spudoratezza di definire il fascismo “Male assoluto”-, a farlo, a distanza di pochi anni, troviamo alcuni dei più convinti antifascisti.

A dare inizio alla revisione del proprio giudizio era stato l’antifascistissimo Carlo Lizzani, autore di alcune delle più triviali pellicole politiche degli anni ’70,  che ha confessato «nel Fascismo la cultura non subiva tagli, anzi era valorizzata al massimo dal regime anche con risultati a volte davvero straordinari. Basti pensare alla Mostra del Cinema di Venezia e anche all’attuale Centro Sperimentale di Cinematografia. L’equazione Fascismo uguale reazione è sbagliata perché fa pensare a un’impossibilità di recupero e invece i processi messi in moto dal Fascismo erano di modernizzazione. Per noi ragazzi si aprirono le porte di pubblicazioni come Primato, con BOTTAI e altri gerarchi che offrivano la possibilità ai giovani di scrivere per le principali riviste. Il Centro sperimentale di cinematografia, un’invenzione Fascista, proiettava i film sovietici. Ci sentivamo promossi come nessun’altra generazione prima di noi. LE PAROLE D’ORDINE ERANO  “LARGO AI GIOVANI” e “la borghesia la seppelliremo”, mentre i nostri padri venivano da società gerontocratiche, bloccate. I Littoriali erano grandi gare giovanili che davano ai diciottenni l’opportunità di viaggiare, uscire di casa, sentirsi autonomi rispetto alla famiglia e ai canoni borghesi».
A seguire il ripensamento di Lizzani, è stato Andrea Camilleri, un altro antifascista, già convinto comunista, il quale a sorpresa innanzi ad un platea di giovani con cui stava dialogando faceva affermazioni di questo tenore: «All’epoca ero molto più libero di voi oggi. L’unica cosa che posso dirvi è di farvi condizionare il meno possibile da una società che finge di darti un massimo di libertà e che in realtà ti sottopone a un massimo di condizionamenti. Potrà sembrare un paradosso ma ai miei tempi, sotto il Fascismo, si era molto più liberi di oggi».
Altro ripensamento, dopo aver vissuto la propria vita, da convinta antifascista, lo ha espresso l’astrofisica Margherita Hack, più volte candidata in liste comuniste.
Nel 2005, alle regionali in Lombardia, nella lista del partito dei comunisti italiani. Dopo la  sua elezione ha ceduto il seggio. Nel 2006, si schierò nuovamente con il partito dei comunisti italiani, candidandosi in molteplici circoscrizioni della Camera, eletta, ancora una volta rinuncia al seggio. Nel 2010, si presentata nelle file della Federazione delle sinistre, eletta nel Lazio nella Circoscrizione Roma. Nella prima seduta si dimette lasciando il seggio al successivo candidato, più votato, della lista. Alle ultime elezioni politiche si  è candidata con “Democrazia Atea”, uno dei tanti partiti che non ha superato lo sbarramento.  
Dopo tanto impegno antifascista la Hack, in una recente intervista ha riabilitato l’ormai lontano ventennio Fascista. Infatti, sorprendendo tutti ha affermato: «Il marxismo voleva inquadrare tutti, a me non va bene. Il sovietismo è stato una dittatura vergognosa. Il mio socialismo persegue la giustizia sociale. Le conquiste sociali fatte sotto il fascismo oggi ce le sogniamo, il che è tutto dire. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo. Le dirò, in un certo senso il fascismo modernizzò il paese. Nei confronti del nazismo fu dittatura all’acqua di rose: se Mussolini non avesse firmato le infamanti leggi razziali, sarebbe morto di morte naturale come Franco. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo».

Il tardivo, ripensamento della Hack, non ci sorprende, esso corrisponde al pensiero dei Fascisti che, ritenuti dei nostalgici continuano a credere in quei valori universali, capaci in un tempo non lontano a sconfiggere il vero nemico dei popoli, il liberalismo, il quale, per mezzo di governanti corrotti ingrassa la finanza internazionale, impoverendo i popoli e i loro territori.

A questo proposito la Hack, ci permetta, contraddirla su quelle che ella ritiene infami, leggi razziali, non con lo spirito contraddittorio ma, per essere chiari. Intanto è necessario ricordare che quelle leggi interessavano soprattutto i popoli  (alcuni, liberati dalle catene dello schiavismo, tollerato in quei territori dal governo inglese), dell’appena conquistato Impero, e poco più di trentaseimila cittadini presenti in Italia di razza ebraica, (mentre l’America fu razzista, con il suo popolo, fino agli inizi degli anni 70) che, all’epoca godevano privilegi del tutto estranei agli italiani. La Hack, abbi l’onestà di ricordare ai nostri giovani che i veri problemi per la comunità ebraica sono iniziati dopo il 25 luglio 1943. Nel 1938, il Fascismo contrario ad ogni ideologia di tipo internazionalistica si schierava contro lo stolto, egualitarismo che parificava l’Europeo all’Africano o l’Australiano, era anche contrario a qualunque classificazione, per quanto, all’epoca, legittimissima in sé (come quella di leali e sleali, di coraggiosi e vili, di onesti e disonesti, ecc.) che, camuffandosi da classificazione razziale, poteva aiutare a smussare la sensibilità razziale, e sospingere gli uomini verso il sogno d’un Superstato Mondiale dove gli <<Uomini di Razza>> ( Leali, Fedeli e Onesti) governassero, agli altri, cioè quelli della cosiddetta <<antirazza>>. Simili miti e utopie venivano ritenute distruttive, senza poi riuscire a ricostruire.
Il razzismo del <<Manifesto>>  fu ben altra cosa: esso mirava a rafforzare, ripetiamolo, l’unità nazionale, ed il santo orgoglio ad essa connesso.    

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