I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

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Re: I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

Messaggio  Admin il Dom 18 Mar 2018, 18:36

(Segue) Anno - 1924

Roma, 11 novembre 1924: MUSSOLINI in Parlameto dice il Governo e maggioranza parlamentare

Il 25 giugno 1924, MUSSOLINI aveva parlato alla maggioranza parlamentare. A cinque mesi di distanza, l'undici novembre 1924, la maggioranza parlamentare si riuniva nuovamente in Roma, nella Sala Borromini.
Nel frattempo, il 12 settembre 1924, in un tram di Roma un sovversivo aveva ferito mortalmente il deputato fascista Armando Casalini.
Erano presenti 328 deputati (35 assenti giustificati) MUSSOLINI tenne il seguente discorso che riassume in sintesi tutta l'attività svolta in quel breve, ma intensissimo, periodo:

Signori!
Eccoci giunti dopo cinque mesi di intervallo — ricchi, all'interno e all'estero, di vicende su alcune delle quali mi soffermerò diffusamente fra poco — alla vigilia della riapertura della Camera. Come potete constatare, il Governo ha mantenuto le promesse reiteratamente fatte: la Camera si riapre nei termini di tempo consuetudinari.
Il mio discorso odierno vuole sostituire quelle famose dichiarazioni del Governo che erano una specie di pezzo d'obbligo ad ogni ripresa di lavori parlamentari. Questo discorso, dopo quelli pronunciati al Cova e in altri siti, non deve apparire superfluo. Mi riprometto di approfondire taluni argomenti e che altrove ho necessariamente soltanto prospettati e soprattutto intendo documentare quanto verrò ad affermare.
Comincio dalla situazione interna. Malgrado una comprensibile inquietudine delle masse lavoratrici — non escluse quelle iscritte alle corporazioni — che ha dato luogo a qualche movimento salariale, qua e là sboccato in iscioperi rapidamente e felicemente composti, malgrado gli sporadici incidenti sommamente deplorevoli da chiunque provocati, avvenuti nella ricorrenza del 4 novembre; malgrado le premeditate campagne periodiche del giornalismo di opposizione pregiudiziale, il fatto è che l'ordine non è stato seriamente turbato, né vi sono state interruzioni di sorta nei grandi servizi pubblici. La Nazione ha continuato a vivere e lavorare nel suo accelerato ritmo gagliardo.
L'orribile crimine consumato su Armando Casalini — alla memoria del quale mando il mio e il vostro reverente saluto — fu la prova del fuoco della disciplina del Partito Fascista. Alcuni avversari in buona fede lo hanno poi, lealmente, riconosciuto. Il punto saliente dell'avviamento alla normalità è dato dal giuramento della Milizia — compiutosi come cerimonia culminante del secondo anniversario della Marcia su Roma. La Milizia ha giurato fede al Re e si è presentata al pubblico dopo appena sedici mesi di vita, come un organismo solidamente inquadrato ed efficiente dal punto di vista militare. Solo un grande spirito idealistico può spiegare questo fenomeno di volontarismo in grande stile, unico esempio in tutto il mondo. Dopo questo giuramento, la riapertura della Camera è un altro passo verso la normalità.
Non la sola riapertura, ma i problemi posti all'ordine del giorno sono del più alto interesse nazionale ed io vi prego, Signori, di porvi allo studio di questi problemi, in modo che le soluzioni siano le migliori possibili. Dopo aver liquidato l'arretrato dei decreti legge — magari ricorrendo se necessario a sedute mattutine — sarà dato inizio alla discussione dei singoli bilanci, il che non si faceva più da dodici anni, mentre la legge sulla stampa, l'elettorato femminile amministrativo e i provvedimenti che riguardano la difesa della Nazione saranno immediatamente presentati dinanzi alla Camera.
Posto per fermo — come risulta non dalle parole, ma dai fatti — che il Governo intende marciare speditamente ed ininterrottamente sulla strada della normalità, mi sia concesso di dire un'ultima parola sulla cosiddetta «normalizzazione». Ormai è chiaro — come dissi al Cova — che cosa gli avversari del Governo intendono specificare con questa parola. «Normalizzazione» significa questo: una semplice crisi ministeriale. Significa cioè il ritorno alla paralisi parlamentare che fu tanto deprecata e condannata prima della Marcia, su Roma. Secondo le fantasie centriste, il Governo dovrebbe essere messo in minoranza da un voto che dovrebbe raccogliere le sinistre estreme, e poiché questa «grande armata» non basterebbe, nemmeno dal semplice punto di vista numerico, alla bisogna, una frazione della maggioranza si dovrebbe prestare all'uopo, gentilmente e gratuitamente.
Ora io ho troppa stima dei deputati della maggioranza da qualunque parte politica provengano, per pensare che essi possano accedere a questo meschino gioco di vana politica parlamentare. Credere possibile il cosiddetto sfaldamento della maggioranza su questo terreno significa mancare di rispetto verso i deputati della maggioranza stessa, i quali ripudiano atteggiamenti di slealtà politica, dannosi all'educazione morale della Nazione e sterili di risultati concreti. La situazione non cambierebbe anche se, per avventura, Romani quello che si può chiamare l'indistinto politico della maggioranza attuale, si enucleasse in alcuni distinti gruppi politici. Questi gruppi — per la loro origine elettorale, per le loro idee, per semplice criterio di probità politica e per la situazione obiettiva reale — non potrebbero far blocco in nessun caso coll'opposizione, anche perché all'opposizione è stato impresso un carattere pregiudiziale e fondamentale, d'ordine morale che investe tutti noi e ciascuno di noi. Poiché le cose stanno in questi termini, avevo perfettamente ragione di considerare come tendenziose le voci, secondo cui si pensava di invitare le opposizioni alla Camera. La cosa è di un assurdo evidente. La Camera può funzionare e funzionerà malgrado gli artificiosi atteggiamenti degli avversari. Voi dovete prendere questo solenne impegno di fronte alla Nazione, di fronte alla Storia. Gli assenti hanno e avranno torto, perché mentre hanno l'aria di sostenere il rispetto della costituzionalità hanno preso un atteggiamento anticostituzionale. Comunque, essi si sono autosegregati e con una motivazione ostile alla maggioranza. Non è questa che ha l'obbligo di lanciare appelli e inviti, i quali, inoltre, se raccolti, valorizzerebbero gli invitati, se non raccolti diminuirebbero l'autorità morale e politica della maggioranza stessa.
Poiché seri motivi di critica non vengono avanzati su tutti gli altri rami dell'attività, complessa e continuativa del Governo, si ritorna all'accusa di antinormalizzazione per via del rassismo, dell'illegalismo.
La «pressione» del partito è assai attenuata.
Il cosiddetto «rassismo» che costituirebbe il fenomeno culminante della «pressione» fascista è in evidente declino. Già da parecchi mesi il Partito si è dato una diversa costituzione. L'autorità non discende più per investire dall'alto, ma si esprime dal basso, attraverso organi elettivi di diversi gradi. C'è in tutta la compagine del Partito un travaglio di selezione, di coordinazione, di adattamento ai nuovi compiti. Gli inadatti scompaiono. Sono eliminati o se ne vanno. Sintomo di questo cambiamento è il fatto che a Bologna sorge il primo grande istituto di cultura universitaria fascista. Bisogna aiutare questo aspro travaglio di trasformazione e di assimilazione, non vessarlo, non irriderlo, non risospingere verso le azioni della violenza gli animi che si dirigono verso altre più nobili e pacifiche manifestazioni della vita.
L'illegalismo, cioè le azioni sporadiche di violenza, sono in diminuzione. Spesso in taluni gesti di violenza amplificati dalla cronaca, di «politico» non c'è nulla o quasi. Comunque l'illegalismo, anche se fascista, non solo non è tollerato, ma è severamente punito. Lo dimostrano le cronache giudiziarie di questi ultimi tempi. Lo dimostra la statistica che io ho chiesto ai Prefetti con circolare 22-137 in data 11 ottobre 1924. Dalla statistica divisa per provincie risulta che 5305 sono i fascisti sottoposti a procedimento penale, dei quali ben 845 sono detenuti nelle carceri. Queste cifre gravi smentiscono in pieno coloro che parlano di una specie di tolleranza tacita che il Governo fascista accorderebbe ai gregari del suo Partito. La verità invece è che la spada repressiva scende sui fascisti come su tutti coloro che violano le leggi. Lo constato con profonda amarezza per i fascisti e per gli antifascisti, i quali ultimi talvolta farneticano di vincere colla soppressione fisica di tutti i fascisti. Notevole e in un certo senso confortante è tuttavia il fatto che i fascisti restano fedeli al Partito e al Governo, poiché comprendono che sono soprattutto essi i quali, più degli altri, devono prestale ossequio alle leggi.
Ma devono immediatamente comprendere la urgente necessità di orientare l'attività pratica del Partito su queste linee:
1°) Bisogna sostare colle cerimonie, adunate e sagre. La frequenza di queste manifestazioni le spoglia di ogni solennità. Il Partito deve dimettere, per così dire, gli abiti della festa e del fasto, per darsi tutto alle opere umili quotidiane, concrete, disinteressate, attraverso le quali si determina il consapevole consenso delle moltitudini. Il popolo è un po' stanco di cerimonie. Anche in questo caso vale la formula: rare e solenni. Quanto alla «camicia nera» essa non è fatta per tutti i giorni e per tutte le occasioni. Ho dato ordine tassativo alle autorità competenti di arrestare senz'altro quanti individui (isolati o in gruppi) portino abusivamente la camicia nera.
2°) Bisogna senza remissione ripulire non il Partito, ma taluni elementi che vivono in margine al Partito — elementi spesso raccogliticci e irresponsabili — che sfuggono ai controlli gerarchici, e che riescono — troppo dì frequente — con azioni avventate — a compromettere il prestigio del Partito, e quindi di riverbero quello del Governo.
3°) Bisogna sentire e raccogliere il desiderio di tranquillità delle popolazioni.
Vi è un bisogno diffuso di distendere i nervi, dopo che per dieci lunghi anni furono tesi fino allo spasimo. Bisogna cercare di realizzare — non l'abbracciamento universale che è mera utopia — ma un minimo e se è possibile un massimo di convivenza civile e di concordia nazionale, come il Sovrano — di cui oggi ricorre il fausto genetliaco — ebbe ad auspicare. Non v'è dubbio, che la Nazione a poco a poco, ma fatalmente, ripudierà coloro che restano sordi a questo grido erompente dalle vaste profondità dell'animo collettivo. I fascisti che vengono dal popolo e che la Patria amano soprattutto, si renderanno conto di questa necessità, pur rimanendo vigili per impedire una resurrezione o una ripresa di quelle minoranze che furono battute nell'ottobre 1922 e che sarebbero, in ogni caso, nuovamente battute dalla forza morale e materiale del Governo.
Con queste precisazioni intendo chiudere la polemica d'ordine interno e passare all'esame di altri concreti e assillanti problemi e dell'opera compiuta, nei loro confronti, dal Governo.
Comincio dal caro-viveri.
L'aumento dei prezzi di tutti i generi di più esteso consumo e in particolare dei generi alimentari, aumento che porta necessariamente un sensibile inasprimento nel costo della vita, non è caratteristica di questo o quel paese; ma ha portata generale e dipende da cause complesse alle quali nessun paese, neppure tra quelli più favoriti perché largamente provvisti ed esportatori di derrate alimentari, ha potuto sfuggire. Vediamo infatti che l'aumento dei prezzi non ha colpito solamente paesi, come il nostro, a cambio sfavorevole e costretti ad importare quantità considerevoli di prodotti alimentari, bensì anche gli stessi paesi più ricchi, e fortemente esportatori, come gli Stati Uniti d'America e i mercati sud-americani, che sotto la pressione crescente della richiesta di quasi tutti i paesi d'Europa, soprattutto di grano e di carne, registrano, per questi generi, aumenti notevolissimi.
Degno particolarmente di nota è il fenomeno del rincaro negli Stati Uniti d'America, dove il numero indice compilato dall'«Agenzia Dun» segna un aumento per il mese di settembre di uno e 1/8 per cento, sul mese di agosto. Il numero indice per questo paese segnava al 1° ottobre 190.878 in confronto di 183.821 col 1° giugno; si è avuto, cioè, un aumento di circa il 4 per cento in soli quattro mesi.
Ciò posto, non può far meraviglia se in Italia dobbiamo registrare un aumento di circa il due per cento al 1° settembre in confronto del 1° gennaio di questo anno, aumento non diverso né di molto superiore a quello verificatosi nello stesso periodo in Francia e notevolmente inferiore a quello avutosi in Austria e in Germania per non parlare di altri paesi minori.
Anche per l'Inghilterra e per la Svizzera, nonostante che gli indici di variazione segnino per lo stesso periodo una diminuzione di circa il due per cento, sono tuttavia in forte aumento le derrate di più largo consumo. Basti considerare che il prezzo del pane dal gennaio ad oggi è aumentato in Inghilterra di cinquanta centesimi, mentre in Italia l'aumento fu soltanto di quaranta centesimi.
Così per le carni fresche l'aumento di prezzo nel nostro paese, che dal 1° gennaio ad oggi può calcolarsi di lire 1,80 circa per la carne di bue e di 0,50 per quella di vitello, sempre per i prezzi all'ingrosso, non sorpassa che di poco i prezzi registrati per la Francia.
Il fenomeno, pur essendo grave, non presenta quindi caratteristiche più accentuate per il nostro paese né può destare eccessivi allarmi. Il fatto, facilmente documentabile, dell'aumento notevolissimo del consumo sta a dimostrare che più elevato è il tenore di vita delle nostre classi lavoratrici, il che rappresenta un vantaggio e non un danno per il paese. Né è da temere che il rincaro, ove pure, il che non è improbabile, dovesse ancora accentuarsi, possa, incidendo sui salari, determinare un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Le statistiche della nostra disoccupazione, rassicurano completamente su questo punto.
Date le cause dell'attuale rincaro, la principale delle quali è la sproporzione tra produzione e consumo, è chiaro come l'intervento dei Governi non possa in tal campo esercitare che modesta influenza e debba in ogni caso essere quanto mai prudente e meditato. Ammaestra in tal campo l'esperienza fatta durante la guerra attraverso le requisizioni, gli approvvigionamenti di Stato e i prezzi d'imperio, coi risultati disastrosi per la economia generale dei paesi che a quei sistemi vollero o furono costretti a ricorrere.
D'altra parte è innegabile che condizioni particolari, creando un ambiente più favorevole agli speculatori, determinando dannosi monopoli, possono artificiosamente, e spesso in notevole misura aggravare il rincaro con danno soprattutto delle classi che attingono a redditi fissi i mezzi per far fronte alle necessità della vita.
Posso affermare con piena cognizione di causa che l'azione del Governo in questo campo non fu né timida né tarda.
Ricordo come tra i primi provvedimenti dell'attuale Governo sia da annoverare quello di liberare gradualmente da un regime vincolistico insopportabile la proprietà edilizia urbana per incoraggiare e stimolare le costruzioni edilizie, come alla stessa preoccupazione si inspirino la riforma della legislazione sulle case popolari ed economiche, i provvedimenti emanati per il credito edilizio e in particolare la costituzione, recentemente deliberata, di un Istituto nazionale per le case degli impiegati statali, allo scopo di risolvere in modo organico e completo il problema degli alloggi per gli impiegati dello Stato.
Gli effetti di questa politica sono evidenti dovunque, dovunque l'incremento dato alle costruzioni edilizie è tale che si lamenta ormai l'assoluta mancanza di mano d'opera disponibile per far fronte alla richiesta.
Mi piace ancora ricordare come, nonostante i risultati eccezionalmente favorevoli dei raccolti dell'anno decorso, il Governo non abbia trascurato di preoccuparsi del problema di assicurare all'Italia il massimo del suo fabbisogno di grano. Sono opera del Governo attuale i recenti provvedimenti diretti alla intensificazione delle colture, attraverso le bonifiche e le trasformazioni fondiarie, non meno che quelli in corso di attuazione per agevolare il credito di esercizio agli agricoltori.
Ma provvedimenti di carattere anche più immediato stanno a dimostrare come il Governo vigili sulle condizioni annonarie del paese e intenda affrontare il problema almeno entro quei limiti in cui una oculata azione di Governo può attenuare le asprezze del rincaro dei generi e frenare gli eccessi della speculazione.
Sono infatti già in corso di attuazione i deliberati del Consiglio dei Ministri del 15 ottobre, coi quali veniva regolata e disciplinata la questione del pane, prescrivendo una più completa utilizzazione di tutta la parte farinosa del grano, così da permettere la fabbricazione di un tipo igienico e meno costoso per le classi meno abbienti. Contro gli eccessi della speculazione sono costituite Commissioni provinciali col compito di accertare i costi e di proporre eventualmente al Governo le necessarie sanzioni.
Un Comitato centrale annonario, e una Commissione di tecnici per le farine, debbono assistere e fiancheggiare l'azione del Governo sia nell'agevolare l'approvvigionamento del Paese e dei singoli centri per il grano e la carne congelata, sia nello studio di misure atte a contenere gli aumenti delle altre derrate di prima necessità.
Furono aboliti temporaneamente i dazi doganali sulla farina di frumento, sul semolino e sulla pasta di frumento. Fu vietata la esportazione del granturco giallo. Le franchigie doganali deliberate sin dall'anno scorso per alcuni generi di prima necessità — carne congelata, grassi, olii, ecc. — hanno alleggerito di ben 80 milioni il carico dei consumatori.
Si è poi provveduto alla riduzione di lire 100 dell'imposta interna di fabbricazione e della corrispondente tassa di confine sullo zucchero destinato alla lavorazione delle frutta.
Ora che cosa si è fatto negli altri paesi?
Le notizie che finora si hanno per la Francia e per l'Inghilterra, non meno che per la Germania e per l'Austria, per la Svizzera e per la Cecoslovacchia, accennano più che altro a provvedimenti di studio confermando la difficoltà di affrontare e risolvere con provvedimenti di Governo un problema di indole essenzialmente economico, come quello che ha determinato l'attuale rincaro.
La sola Francia, per quanto mi consta, ha emanato disposizioni in materia, prescrivendo in ogni dipartimento la creazione di Comitati di commercianti, cooperative di consumatori per l'accertamento delle cause determinanti il caro-vita e per la vigilanza ed il controllo sui produttori ed intermediari; presso il Ministero di Agricoltura è stato istituito un «Ufficio dei cereali panificabili», di cui è capo il Ministro di quel dicastero, per lo studio delle questioni concernenti l'approvvigionamento del Paese in cereali panificabili indigeni ed esteri. È ora in corso di attuazione un progetto di legge per la repressione delle speculazioni illecite.
Comunque, dichiaro che il Governo è pronto ad accogliere ed attuare tutti quei provvedimenti che la Camera e altri Enti vorranno suggerire, provvedimenti che siano in grado di attenuare il fenomeno, non escluso un aggravamento di penalità per coloro che si danno all'incetta e alla speculazione.
In questi mesi l'attività della nostra politica estera fu particolarmente intensa.
Mi limito alla semplice elencazione degli atti, che è abbastanza eloquente di per se stessa, e trascuro di aggiungere le convenzioni minori che sono state numerose e importanti con molti Stati.
Addì 5 luglio è stato firmato a Roma il Patto di collaborazione cordiale fra l'Italia e la Cecoslovacchia.
Nell'interesse della pace e desiderosi di collaborare in comune per la restaurazione economica dell'Europa, i due Paesi hanno stipulato questo importante atto, che vuole essere anche sicura garanzia del rispetto dell'ordine giuridico e politico internazionale stabilito dai Trattati di pace.
Il 14 luglio fu stipulato a Belgrado il nuovo Trattato di commercio e navigazione fra l'Italia e lo Stato S. H. S. Esso viene a disciplinare in maniera stabile i rapporti economici e commerciali fra i due Stati, fino allora regolati in via provvisoria dalle disposizioni generali del vecchio trattato italo-serbo del 1907, ponendo le basi per lo sviluppo dei traffici reciproci e per la realizzazione, anche nel campo economico, di quei principi di cordiale cooperazione che, dal punto di vista politico, furono nello scorso gennaio solennemente affermati con il patto di amicizia fra i due Paesi.
Insieme col Trattato ora detto vennero concluse con lo Stato S. H. S. la Convenzione per le comunicazioni ed il transito per ferrovia e la Convenzione concernente il tratto di rete dell'antica Sudbahn sul territorio di Fiume. Circa un mese dopo, e precisamente il 12 agosto, furono da noi concluse con lo Stato medesimo, altre dieci minori convenzioni.
Il 15 luglio è stata firmata a Londra tra l'Italia e la Gran Bretagna la Convenzione per la cessione dell'Oltre Giuba.
La questione, com'è noto, traeva le sue origini dalla applicazione dell'art. 13 del Patto di Londra del 1915 che garantiva all'Italia l'attribuzione di compensi coloniali. Le richieste italiane all'Inghilterra per la cessione del territorio del Giubaland rimontano al maggio 1919, e, da quell'anno in poi, furono proseguite, senza alcun risultato positivo, trattative col Governo Britannico che incontravano seri ostacoli tanto di ordine politico quanto di ordine tecnico locale, per la difficoltà di risolvere delicati problemi inerenti soprattutto alla sistemazione delle popolazioni nomadi delle regioni poste in prossimità delle nuove frontiere. Il Governo Nazionale poté felicemente superare gli ostacoli di ordine politico che avevano fino allora ritardato la conclusione dell'accordo. Una volta chiarita la situazione, anche le difficoltà di ordine tecnico poterono essere eliminate, giungendosi così alla stipulazione di un accordo che tiene nel maggior conto possibile gli interessi delle due Alte Parti contraenti e delle popolazioni locali per quanto concerne le questioni della trasmigrazione, dei pascoli, dei pozzi e delle abbeverate.
Appena compiute le formalità inerenti all'approvazione ed alla ratifica di questo accordo, ciò che confido avrà luogo al più presto, le autorità locali britanniche e italiane collaboreranno cordialmente per la migliore applicazione dei patti stipulati.
Mediante scambio di note, sono state regolate il 16 luglio fra l'Italia e l'Austria alcune questioni di carattere tecnico ed economico che si trascinavano da tempo.
Il 6 agosto scorso l'Italia, l'Inghilterra e il Giappone hanno depositato presso il Ministero francese degli Affari Esteri le ratifiche del Trattato di pace firmato a Losanna il 24 luglio 1923 fra l'Italia, l'Impero britannico, la Francia, il Giappone e la Romania da una parte e la Turchia dall'altra. L'Italia aveva ratificato quel Trattato fin dal gennaio scorso, e precisamente con il regio decreto-legge 31 gennaio 1924, n. 343.
Essendosi così verificata la condizione prevista dall'articolo 143 del Trattato di pace anzidetto, e cioè che esso sarebbe entrato in vigore quando la Turchia e le altre parti contraenti, o almeno tre di esse, avrebbero depositato le proprie ratifiche, trattato e convenzioni connesse sono entrati in vigore appunto il 6 agosto 1924.
Poiché cori l'entrata in vigore del trattato anzidetto veniva anche definitivamente regolata la situazione giuridica dell'Italia nel Dodecanneso, è stato necessario sistemare l'attribuzione dei poteri del Governatore.
Addì 20 agosto è stato conchiuso colla Germania un accordo per il regolamento in via amichevole e transazionale delle istanze di risarcimento di danni subiti da italiani in Germania.
Il 27 agosto è stata firmata fra l'Italia e la Jugoslavia la Convenzione consolare, atto questo che anche dal punto di vista giuridico ed amministrativo ha non poca importanza, grazie ai nuovi principi che sanziona.
Il 20 settembre 1924 poi è stato stipulato colla Svizzera il Trattato di conciliazione e di regolamento giudiziario che ha lo scopo di risolvere in via pacifica tutte le controversie, niuna esclusa, che potessero sorgere tra i due Paesi. Le questioni sono deferite ad una Commissione di conciliazione di cinque membri, preventivamente costituita. Ove essa non emetta la sentenza nel termine prescritto, o una delle Parti non creda di accettarne le decisioni, questa può chiedere che la controversia sia deferita alla Corte permanente di Giustizia Internazionale dell'Aja. Quest'accordo merita particolare rilievo perché dà alla procedura di conciliazione e di arbitrato la più larga portata finora raggiunta nelle controversie fra due Stati; è ispirato dalla speciale situazione internazionale della Svizzera e intende consolidare i legami di amicizia, di mutua fiducia e di buon vicinato esistenti fra i due Paesi.
Addì 23 ottobre u. s., è stato firmato un Trattato di Commercio e di Navigazione fra l'Italia e la Finlandia. È questo il primo Patto che l'Italia conclude con la giovane Repubblica. Esso stabilisce su salde basi le relazioni commerciali fra i due Paesi e contiene le norme essenziali perché i traffici commerciali e marittimi possano svolgersi colle necessarie garanzie e svilupparsi in conformità al reciproco interesse. Il Trattato è indubbiamente destinato a contribuire in modo efficace a rendere più intensi i rapporti fra l'Italia e la Finlandia e a consolidare i vincoli di simpatia e di amicizia fra essi esistenti.
Ometto di citare altri atti di minor momento e di ricordare altresì come nel breve periodo di tempo di cui si tratta si sia proceduto allo scambio di ratifiche di numerosi Patti internazionali anche di data anteriore, fra i quali alcuni molto importanti, come la Convenzione addizionale del 10 marzo 1924 al Trattato di Commercio e di Navigazione italo-cecoslovacco del 23 marzo 1921.
Il 16 agosto fu firmato il Protocollo di Londra, di cui l'opinione pubblica di tutti i paesi ebbe così largamente ad occuparsi. Prendendo a base il cosiddetto rapporto Dawes sulle riparazioni germaniche, il Protocollo di Londra rende esecutive ed opportunamente integra le molteplici disposizioni che quell'atto contiene. Esso fissa le cifre dei pagamenti che la Germania ha l'obbligo di fare agli alleati nei prossimi cinque anni e stabilisce le regole secondo cui si deve ricostituire la unità fiscale ed economica di quello Stato.
Si può dire in genere che, pur non risolvendo il grosso problema delle riparazioni, il Protocollo di Londra ne avvii in modo notevole la soluzione, se le Parti interessate continueranno a professare quello spirito di conciliazione che, è giusto riconoscere, prevalse durante la Conferenza di Londra ed ha seguitato a prevalere nell'applicazione che l'atto stesso ha avuto finora.
Il 6 ottobre è stato firmato a Madrid l'accordo internazionale per la esplorazione scientifica del Mediterraneo. Tale accordo, che non ha soltanto scopo scientifico ma anche pratico ed economico e nell'interesse della Navigazione e della pesca, consacra ufficialmente un precedente accordo del 1919. All'Italia è stato confermato il compito della esplorazione dei mari di Levante e del Mar Nero.
Un atto che particolarmente merita di essere ricordato è la proposta fatta a Ginevra per la creazione di un Istituto Internazionale con sede a Roma per la unificazione del diritto privato.
Nella V Assemblea della Società delle Nazioni, dove l'Italia fu degnamente rappresentata dalla delegazione presieduta dall'on. Salandra, il Governo ha proposto, a mezzo della propria Delegazione, di costituire, sotto gli auspici della Società stessa, un Istituto che attenderà agli studi necessari per unificare, coordinare ed armonizzare il diritto privato. L'offerta italiana, alla quale è connessa la dotazione annua di un milione di lire, è stata accolta colla massima simpatia, ed il Consiglio della Società delle Nazioni ha incaricato i delegati italiani di preparare lo statuto della nuova istituzione che sarà approvato nella prossima sessione che il Consiglio terrà appunto in Roma nel prossimo mese. Attualmente una speciale commissione, della quale fanno parte le più alte competenze, è incaricata dello studio e della compilazione dello statuto relativo.
Su altre questioni di fondamentale importanza dibattutesi a Ginevra — protocollo e conferenza per il disarmo — sulle quali il Governo non ha preso ancora definitive decisioni, mi riservo ulteriori dichiarazioni.
Per quello che riguarda l'emigrazione, mi riservo di parlare in sede di discussione di questo bilancio. Dirò soltanto che l'emigrazione totale nei primi mesi dell'anno in corso è stata di 270 mila individui superiore al corrispondente periodo del 1923.
Una parte della politica estera riguarda le convenzioni internazionali d'ordine sociale. In questo campo l'Italia governata dal Fascismo reazionario — è nettamente all'avanguardia. In data 9 settembre trasmettevo a Ginevra la ratifica delle seguenti convenzioni:
1°) Convenzione relativa alla indennità di disoccupazione in caso di naufragio;
2°) Convenzione relativa al collocamento della gente di mare;
3°) Convenzione relativa all'età di ammissione dei fanciulli nell'agricoltura;
4°) Convenzione relativa al riposo settimanale negli stabilimenti industriali;
5°) Convenzione relativa all'età minima di ammissione dei fanciulli a bordo delle navi quali stivatori e fuochisti;
6°) Convenzione relativa all'esame medico obbligatorio dei fanciulli ed adolescenti impiegati a bordo delle navi.
In data 18 settembre comunicavo alla Segreteria della Società delle Nazioni la ratifica della convenzione votata a Washington nel 1919 che fissa ad otto ore la giornata di lavoro.
Con questa ed altre precedenti il numero delle convenzioni sociali ratificate dal nostro paese è di 12. È da considerare che sino ad ora l'Inghilterra ne ha ratificate 7, il Belgio 4, Francia e Germania nessuna.
Quanto vi ho esposto vi dimostra che la politica estera del Governo si mantiene sulle linee direttrici fissate sin dall'ottobre 1922 e che consistono nell'effettuare una politica di pace, insieme con una ferma e incessante difesa degli interessi politici, economici, morali della Nazione.
Per quanto concerne la Pubblica Istruzione il Governo ha provveduto, con alacrità e con fede, all'attuazione delle molteplici riforme già emanate in questo campo. Tenendo fermo il vasto e complesso edificio già costruito, lo abbiamo integrato con nuove disposizioni, sia elaborando i regolamenti necessari per la compiuta e organica disciplina di alcune materie, sia studiando e concretando alcuni prudenti e ponderati ritocchi alle norme vigenti.
Per quanto riguarda l'istruzione superiore, il lavoro compiuto può così riassumersi: emanazione del regolamento per gli Istituti superiori di magistero; — ritocchi al decreto sull'istruzione superiore, nell'intento di renderne più agevole l'applicazione; — concessione della somma di 12 milioni per l'assetto edilizio dell'Università e della Scuola d'Ingegneria di Padova, cospicuo centro culturale delle Tre Venezie; — istituzione di speciali corsi di cultura tecnico-militare presso Università o Istituti superiori, che sono così chiamati, sotto nuova ed elevata forma, a collaborare per le supreme finalità della difesa nazionale; — emanazione di tutte le convenzioni e di tutti gli statuti universitari, lavoro questo di vasta mole e di particolare difficoltà, in quanto rappresenta la tangibile attuazione della concessa autonomia amministrativa, didattica e disciplinare ai nostri Istituti superiori: — studio di tutti i provvedimenti relativi alla sistemazione dall'antico al nuovo ordinamento.
Per l'istruzione media, sono stati concretati tre importanti regolamenti: sullo stato dei presidi e dei professori, sui concorsi a cattedre per istituti medi e sull'abilitazione professionale all'insegnamento medio, sull'ente nazionale per l'educazione fisica. Mentre si arrecavano alcuni ritocchi al regolamento sugli esami, da valere solo pel decorso anno scolastico, e agli orari e programmi negli Istituti medi, suggeriti dal primo esperimento fatto delle relative disposizioni, si provvedeva all'elaborazione di norme speciali a favore degli insegnanti mutilati, degli ex combattenti e delle vedove di guerra.
Anche ai maestri elementari ex combattenti il Governo nazionale non ha mancato di attestare, con particolari provvidenze, la gratitudine del Paese per quanto essi hanno operato durante la nostra guerra.
Abbiamo proseguito con lena e con amore il restauro di molti edifici monumentali, insigni per l'arte e per la storia, che minacciavano rovina; ed ora ci proponiamo, a maggior decoro di Roma, di presentare disegni per l'escavazione e la sistemazione del Circo Massimo e pel miglior assetto dei nostri studi ed Istituti Archeologici.
Questa esposizione dell'opera intensa compiuta dal Governo in questi mesi, deve essere completata con qualche dato sull'opera legislativa d'ordine economico-finanziario.

Nel vasto campo dei finanziamenti i locali e delle opere pubbliche:
1°) Si è approvata la convenzione per l'impianto di una centrale termoelettrica nel Mugello che importa per quella regione una nuova produzione di 20 mila cavalli di forza, suscettibili di aumento.
2°) Si è autorizzata l'Amministrazione delle Ferrovie dello Stato ad assumere impegni per un importo di lire 50 milioni per la costruzione di materiale rotabile. L'aumentato traffico ferroviario impone un aumento di carri.
3°) Fu istituito un ufficio regionale per le strade della Calabria. Il decentramento di tale ufficio alla dipendenza del Ministro dei Lavori Pubblici assicurerà un rapido compimento delle opere stradali.
4°) Fu autorizzata la spesa di lire 9 milioni per opere marittime e stradali nella città di Fiume e nella provincia del Carnaro.
5°) Fu stabilito un finanziamento, fino a 40 milioni da parte dello Stato, dei lavori supplementari nel Porto di Genova, diretti principalmente alla costruzione del bacino di carenaggio di 250 metri di lunghezza per carenare i nuovi grandi transatlantici.
6°) Fu costituito l'Istituto nazionale per la casa degli impiegati destinato a risolvere il grave problema delle abitazioni per gli impiegati dello Stato, i quali si trovano in gravi condizioni finanziarie ad ogni trasferimento per promozione o per necessità di servizio. Indirettamente il provvedimento giova anche a tutti gli inquilini, a causa delle nuove abitazioni che saranno costruite a cura di tale Istituto.
7°) Si è provveduto alla sistemazione finanziaria del Pio Istituto di Santo Spirito ed Ospedali Riuniti di Roma. Si trattava di sanare un deficit che durava da anni e la cui sistemazione si rimandava sempre all'avvenire con grave danno dell'Istituto.
8°) Si sono adottati provvedimenti per Napoli. Le agevolazioni finanziarie per i vecchi mutui e le nuove concessioni fatte permetteranno al Comune di Napoli di risolvere i più urgenti problemi sanitari e stradali.
9°) Per il risanamento della Sardegna — finora dimenticata — è stato concesso un nuovo fondo di un miliardo ripartito in dieci quote annuali di 100 milioni ciascuna. La precedenza sarà data alle opere sanitarie (acquedotti, bonifiche, costruzioni di cimiteri, protezione malati, ecc.).

L'ordinamento gerarchico venne esteso e adattato al personale delle Nuove Provincie, al Commissariato generale dell'Emigrazione e al personale dell'Amministrazione delle carceri e dei riformatori; e nuovi provvedimenti furono presi:
1°) Per la sistemazione dei minorati di guerra che da almeno due anni prestano servizio di scritturazione presso i Corpi e gli Uffici dipendenti dal Ministero della Guerra, con la istituzione di un ruolo transitorio presso il Ministero stesso.
2°) Per la sistemazione del personale telefonico in conseguenza della cessione dei telefoni all'industria privata, equamente tutelando gli interessi del personale (mantenimento del posto e della residenza, norme per il caso di licenziamento, ecc.).
In materia di dogane e imposte indirette:
1°) Venne abolita l'imposta generale sul consumo del vino — con una minore entrata di oltre 500 milioni — per alleviare la crisi vinicola; provvedimento richiesto da cinque milioni di piccoli produttori.
2°) Venne altresì decretata l'abolizione temporanea dei dazi doganali sulla farina di frumento, sul semolino e sulle paste di frumento.

In tema di imposte dirette sui redditi si è provveduto:
1°) Al riordinamento delle aliquote dell'imposta sui redditi di ricchezza mobile. Questo provvedimento tende ad attuare, gradualmente, la riduzione delle aliquote e a disciplinare il regime delle sovraimposte allo scopo di perequare l'onere tributario e di difendere il contribuente di fronte all'azione tassatrice degli enti locali.
2°) All'adozione dei provvedimenti in forza dei quali l'aliquota dell'imposta di ricchezza mobile sui redditi agrari viene ridotta dal 7,50 al 5 per cento per la parte gravante il reddito dei coloni e viene altresì resa più celere là procedura di accertamento.
3°) Nei riguardi infine dell'imposta sul patrimonio, si è accordata una proroga di termini entro cui possono eseguirsi gli accertamenti e definirsi bonariamente con esenzione di penali per omessa od infedele denuncia.
Con le norme transitorie per l'attuazione della riforma tecnico-giuridica delle pensioni di guerra adottate con Regio Decreto Legge 28 agosto 1924, n. 1383, mentre non si è alterato in nulla il contenuto della legge di riforma (R. D. L. 12 luglio 1923, n. 1491), si è inteso consentire l'equo riconoscimento dei singoli diritti, con speciale riguardo alle situazioni legalmente precostituite.
Per i territori annessi si è tra l'altro provveduto:
1°) Ad autorizzare la Cassa Depositi e Prestiti a concedere a favore dei Comuni dell'Istria mutui: a) fino al limite di lire 13.751.332,78 per colmare deficienze di bilancio; b) fino al limite di lire 4.011.400 per la esecuzione di opere pubbliche, con il concorso dello Stato nella misura stabilita dalle leggi speciali vigenti, per opere d'igiene, di provvista d'acque potabili e di edifici scolastici.
2°) Ad integrare i bilanci dell'Amministrazione provinciale di Zara e dei comuni di quella provincia.
Per agevolare i danneggiati dal terremoto del 28 dicembre 1908 si è autorizzato il finanziamento del consorzio per la concessione di mutui, nonché l'Istituto Vittorio Emanuele III di Reggio Calabria, e si sono altresì dettate norme per la liquidazione dell'Unione Edilizia Nazionale.
Col concedere il credito agrario fondiario agli invalidi di guerra lavoratori agricoli e coltivatori diretti della terra si è inteso favorire quanti intendano acquistare fondi rustici di modesto valore.
Prima di uscire dal terreno economico-finanziario reputo opportuno dire alcune cifre che riassumono la situazione. Il deficit della nostra bilancia commerciale è in costante diminuzione.
Nel 1922 esso fu di 6462 milioni; nel 1923 fu 6138 milioni.
Nei primi otto mesi del 1924 è di 3862 milioni.
Sono invece in aumento i depositi a risparmio secondo questa progressione:
Al 30 giugno 1922 milioni 28.136; al 30 giugno 1923 milioni 32.333; al 30 giugno 1924 milioni 35.000.

Del pari in aumento sono i capitali investiti nelle imprese della economia privata.
Nel 1° semestre 1923 l'aumento netto fu di 1012 milioni; nel 2° semestre 1923 l'aumento netto fu di 1115 milioni; nel 1° semestre 1924 l'aumento netto fu di 2.300.395.
La disoccupazione è in confortante diminuzione come è provato dalla seguente statistica:
Al 1° gennaio del 1922 i disoccupati erano 606.810; al 1° gennaio 1923 erano 391.974; al 1° gennaio del 1924 erano 280.765; al 1° settembre 1924 erano 115.591.
È interessante precisare a proposito di lavori pubblici e di disoccupazione l'elenco delle somme assegnate alle diverse regioni posteriormente al R. D. 3 maggio 1923, n. 1285, relativo al consolidamento della spesa:
Italia Settentrionale 109.565, Italia Centrale 295.350, Italia Meridionale e insulare 2.655.964.
In aumento progressivo sono anche le cifre che concernono il traffico ferroviario e marittimo.
L'insieme di questi dati consente un discreto ottimismo circa l'immediato avvenire economico della Nazione.
Le proporzioni già assai vaste di questo discorso mi costringono a riassumere, in rapidi tratti, l'opera svolta dagli altri ministeri.
Compiute le riforme e le revisioni delle circoscrizioni giudiziarie e dell'ordinamento giudiziario in dipendenza della legge sui pieni poteri, ed attuati i provvedimenti connessi con tali riforme fondamentali, l'attività del ministero della Giustizia si è concentrata nelle riforme legislative per la modificazione del codice civile e la promulgazione di nuovi codici di commercio, della marina mercantile e della procedura civile, nonché nel trarre a compimento le riforme legislative riflettenti le classi professionali, a cui avevano provveduto la legge 24 giugno 1925 per la tutela del titolo e della professione di ingegnere e di architetto e il R. Decreto-Legge 24 gennaio 1924 relativo alle classi professionali non regolate da precedenti disposizioni legislative.
Per le riforme relative alle classi professionali è già stato compilato il regolamento alla legge per la tutela del titolo di ingegnere e di architetto, regolamento che verrà pubblicato non appena completato con la parte riflettente le disposizioni per i periti tecnici (geometri) per il che la Commissione è stata integrata con i rappresentanti di tali periti.
Per le altre classi professionali contemplate nel Regio Decreto-Legge 24 gennaio 1924 sono state costituite le commissioni relative e ne è già stata disposta la convocazione entro la seconda metà del corrente mese.
Alla prossima ripresa dei lavori parlamentari sarà inoltre presentato il progetto per la riforma della legge professionale forense che accoglie in gran parte i voti manifestati dalla maggioranza dei Consigli dell'Ordine.
Problemi gravi ha affrontato il ministro dell'Interno; problemi che vanno dalla sistemazione amministrativa dei comuni e provincie al riordino delle forze di polizia. Il ministero della Guerra ha approvato il nuovo ordinamento dell'Esercito che non è un annullamento, sibbene un miglioramento di quello precedente, mentre la commissione suprema di difesa ha preparato uno schema importantissimo di disegno di legge che voi attentamente discuterete, che riguarda la mobilitazione parziale e totale della Nazione. Le ordinarie esercitazioni estive hanno dimostrato la perfetta disciplina, l'alta resistenza fisica e l'altissimo morale da cui sono animati i giovani delle nuove classi e i quadri tutti. Col nuovo ordinamento che sarà sottoposto al vostro esame, l'obbiettivo è di utilizzare gli insegnamenti della recentissima guerra e di aumentare l'efficienza bellica dell'esercito, il quale in questi mesi, sotto la guida ferma ed illuminata del generale Di Giorgio, ha continuato magnificamente il suo cammino ascensionale.
La nostra marina vigila sui mari della Patria. Le grandi manovre, che tanto hanno interessato l'opinione pubblica, hanno mostrato i progressi tecnici e morali realizzati in questo biennio dall'Armata.
A proposito della nostra marina, voglio ricordare le crociere della Giovannini e della Torpediniera 75 nel Danubio; quella importante della Mirabello nel Mare del Nord e quella eccezionale della Divisione speciale San Giorgio e S. Marco, che aveva a bordo il Principe Ereditario e che ha avuto dovunque, specialmente nella Repubblica Argentina, accoglienze entusiastiche.
Dal punto di vista della istruzione del personale, la crociera è stata di sommo giovamento, non soltanto per gli Allievi della R. Accademia Navale e per gli Allievi meccanici imbarcati sulle due unità, ma altresì per i giovani ufficiali appartenenti agli Stati Maggiori.
In questa crociera nell'America Meridionale si è dato un rilevante contributo al progresso della scienza, particolarmente per quanto si riferisce all'esperienza di comunicazioni R. T. con onde corte, ed agli scandagli delle profondità oceaniche a mezzo del suono, problemi entrambi di grande attualità sui quali da tempo convergeva il vivo interessamento degli studiosi e dei tecnici.
Il contegno degli equipaggi è stato ammirevole ed ha meritato il compiacimento delle varie autorità e dei connazionali.
A questo punto voglio anche ricordare la lunga, interessante crociera compiuta in tutti i paesi dell'America Latina della R. N. Italia.
Quanto all'aviazione, essa risorge dalle sue rovine. Oggi l'Italia è notevolmente presidiata e difesa dalla sua ala risorta. Molto c'è ancora da fare e molto sarà fatto.
Il generale Bonzani, come vice-commissario, è perfettamente compreso di questa necessità e si dedica con tutta la passione e la diligenza necessaria all'assolvimento del suo compito.
Molti importanti provvedimenti furono attuati nel ministero dei Lavori Pubblici, in quello delle Comunicazioni — dove si ebbe fra l'altro la sistemazione di 6415 ex-combattenti — mentre è imminente la cessione dei telefoni all'industria privata.
I nuovi provvedimenti per l'istruzione — sia agraria che professionale, industriale e commerciale — e la sperimentazione agraria sono ormai in applicazione.
Stanno attuandosi i provvedimenti per il credito agrario, per le bonifiche, per il riordinamento degli usi civici.
Pure in corso di attuazione è la istituzione dei consigli provinciali agrari e la riforma delle Camere di Commercio, con che l'Amministrazione potrà meglio intensificare la sua azione di vigilanza e di propulsione in tutto il Paese.
Anche per il credito edilizio furono emanate norme atte a promuoverne lo sviluppo. Nel campo della previdenza e del lavoro le riforme attuate col Regio Decreto 30 dicembre 1923 concernente l'assicurazione contro la invalidità e la vecchiaia, sono già in atto ed è ormai imminente la pubblicazione del regolamento per l'assicurazione contro la disoccupazione, mentre stanno organizzandosi i servizi di vigilanza affidati al riordinato Ispettorato del lavoro.
Infine un recente decreto deliberato dal Consiglio dei Ministri assicura notevoli benefici agli impiegati privati.
Per quanto riflette le Colonie dell'Africa Orientale, Eritrea e Somalia, delle quali l'assetto politico e militare si è da tempo stabilizzato, l'azione del Governo nazionale più intensamente si è svolta nel campo della loro valorizzazione economica ed industriale. Le provvidenze emanate per mutui di favore per opere importanti di agricoltura, vengono ora integrate da quelle per mutui pure di favore per imprese industriali.
Il recente accordo di Londra per la cessione dell'Oltregiuba, darà a noi la piena disponibilità delle acque di quel fiume. Ed il Governo nazionale nella piena coscienza dell'importanza che questo possesso può avere, ha già disposto perché coll'occupazione del nuovo territorio coincida uno studio serio e competente di quello che deve farsi, affinché questa speranza si traduca in realtà.
Riguardo la Libia, il Governo nazionale ha continuato con tranquilla fermezza il suo programma di restaurazione della nostra sovranità sui territori e sulle genti. Uno sguardo alla carta. In Tripolitania, il confine del nostro effettivo incontrastato dominio giunge ad una linea che muove da Gadames e per Sinauon, Misda, Orfella, si attacca al Tauorga. Nel Ghibla la nostra influenza si afferma pacificamente ogni giorno di più. Dappertutto quiete, ordine, salutare rispetto.
In Cirenaica, situazione meno limpida di questa, ma rassicurante anche essa: prova ne siano le numerose sottomissioni di tribù che avevano partecipato alla ribellione. Lo sforzo di avvaloramento, iniziato audacemente; basti accennare ai cinquantamila ettari di terreno demanializzati in Tripolitania, per gran parte assegnati ad arditi coloni; le due Casse di Risparmio di Tripoli e Bengasi che si accingono a sovvenire col credito queste nobili opere dei pionieri; la rete stradale sempre più vasta; il fervore edilizio che ha fatto di Tripoli in due anni una delle più armoniose e attraenti città del Mediterraneo africano. E infine i bilanci, che con le loro entrate coprono interamente le spese ordinarie e straordinarie di carattere civile.

Signori!
Questa è l'opera compiuta dal Governo in soli cinque mesi; questi sono i fatti tangibili e indiscutibili, fatti la cui mole — lasciatemelo dire — è imponente. Voi vedete che il Governo ha servito fedelmente la Nazione — con assidua fatica.
Adesso ci vorrebbe, per chiudere, una sonante perorazione. Ci rinunzio. Dico soltanto: il Governo ha fatto il suo dovere, signori Deputati della maggioranza, fate voi il vostro! E tutti insieme pensiamo all'Italia.

Roma, 12 novembre 1924: MUSSOLINI parla dopo le commemorazioni

Alla Camera dei Deputati, nella tornata del 12 novembre 1924 furono commemorati i parlamentari morti negli ultimi mesi, e precisamente gli on. Casalini, Gioda, Matteotti, Pelloux, Cermenati, Pantaleoni, Pais-Serra, Candiani, Ferraris, il Generale Ricciotti Garibaldi e l'illustre chirurgo Sen. Bassini. Fra queste commemorazioni, acquistava particolare significato quella del deputato fascista Armando Casalini, assassinato a Roma, con alcuni colpi di rivoltella, da un operaio sovversivo, mentre si trovava in tram con la sua figliuola. L'assassinio, avvenuto il 12 settembre 1924, mostrò all'opinione pubblica quale fosca seminagione di odio avessero compiuto le opposizioni, e accrebbe agli occhi della Nazione le enormi responsabilità dei lividi politicanti, che speculavano su l'affare Matteotti eccitando e spingendo all'odio e alla violenza gli spiriti deboli e incoscienti.
Dopo la serie delle commemorazioni ufficiali, S. E. il Capo del Governo fece le seguenti dichiarazioni:

Il Governo, a mezzo mio, si associa alle nobili parole pronunciate dal Presidente della Camera e dagli altri oratori di questa assemblea. Il ricordo della tragica fine dell'on. Matteotti rinnova in noi un senso di esecrazione per il delitto e di compianto per la vittima. Il fatto che l'onorevole Matteotti fosse avversario dell'attuale Governo non attenua, sibbene accentua la intensità di questi sentimenti che il popolo italiano ha profondamente condiviso.
La non meno tragica fine dell'on. Casalini, ucciso barbaramente sulla pubblica via, presente la piccola figlia, provoca un senso di raccapriccio e di acuto dolore in noi tutti, in tutta la Nazione e in me particolarmente, che conoscevo da anni il nostro povero amico e ammiravo il suo incessante sforzo di autoelevazione intellettuale, nonché la sincerità della sua fede, sia repubblicana prima, sia fascista poi. La sua parziale cecità, dovuta, è bene ricordarlo, ad un infortunio sul lavoro, poiché egli proveniva dall'autentico umile popolo lavoratore, non gli aveva impedito di accorrere all'appello della Patria in guerra. Fascista, nutrito sin dall'infanzia dalle dottrine del grande Genovese, serviva in umiltà la sua fede e la tragedia sorprese lui e la sua famiglia in uno stato di povertà mazziniana.

Monito ed esempio per tutti.
Non tragica, ma infinitamente triste la morte immatura dell'onorevole Mario Gioda, al quale ero legato da una decennale amicizia, fortificatasi attraverso il dopoguerra. Era un idealista e un animo profondamente buono. Questa sua naturale bontà rifulgeva in tutte le manifestazioni politiche, giornalistiche e private della sua vita. Lo riconoscevano gli stessi avversari. Elemento meditativo e temperato, pur essendo un veterano del Fascismo, egli evitava tutto ciò che poteva dividere gli animi e inacerbire le discordie fra cittadini. Per questo, attorno alla sua bara, non si raccolse soltanto il partito, ma tutta Torino.
Nella mia qualità di soldato, di italiano, di Presidente del Consiglio, ricordo la figura del generale Luigi Pelloux. Egli, dopo avere compiuto brillantemente il suo dovere durante le guerre dell'indipendenza, si trovò a lottare sul terreno politico in quel periodo della storia italiana particolarmente fortunoso che va dal 1890 al 1900. Anche in questi tempi il generale Pelloux compì il suo preciso dovere: egli merita il reverente saluto che l'assemblea ha tributato alla sua memoria.
Il Governo si associa alle manifestazioni di cordoglio che la Camera vorrà decidere per la morte di altri uomini appartenenti o non a questa assemblea, ma eminenti nel campo delle scienze, come Maffeo Pantaleoni e Bassini, delle armi come Ricciotti Garibaldi, della politica come Cermenati.


Ultima modifica di Admin il Mar 20 Mar 2018, 15:26, modificato 4 volte
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Re: I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

Messaggio  Admin il Dom 18 Mar 2018, 18:56

(Segue) ANNO - 1924

Roma, 15 novembre 1924: MUSSOLINI alla Camera parla di politica estera.

Alla Camera dei Deputati, nella tornata del 15 novembre 1924, in sede di discussioni del bilancio degli Esteri, MUSSOLINI,  Capo del Governo espose, con questo discorso, la linea della sua politica estera, riprendendo i concetti svolti l'undici novembre, alla riunione della maggioranza parlamentare.

Onorevoli Colleghi!
Non credo di dire cosa inesatta se affermo che da parecchi anni a questa parte rare volte si fece in questa assemblea una discussione così esauriente in tema di politica estera, e di fronte ad un così imponente numero di deputati.
Tutti i complessi problemi di questa politica sono stati convenientemente prospettati e illustrati, tutti gli aspetti, politici, economici, morali. Poiché la politica estera è la proiezione globale e complessa di una nazione nel mondo.
Ci sono state anche delle critiche, che ho ascoltato con molto interesse. In genere la politica estera non suscita in Italia contrasti accesi. Ma non è vero tuttavia che ci sia attorno alla mia politica estera un consenso generale. No, perché a noi accade una straordinaria cosa: quando facciamo per avventura qualcosa di bene, si dice che facciamo quello che gli altri potevano fare; però tutto il male, quello è tutto nostro, di diritto e di fatto.
E respingo la definizione che il mio amico onorevole Alfieri ha dato di questa politica estera, quando l'ha chiamata originale. Una politica estera non è mai originale. La politica estera è strettamente condizionata da circostanze di fatto, nell'ordine geografico, nell'ordine storico e nell'ordine economico. Niente originalità dunque; piuttosto, autonomia. Cioè, da due anni l'Italia fa una politica estera di autonomia. Questo non significa che faccia una politica estera aggressiva o di larvata ostilità verso gruppi e singole potenze. No. Soltanto, quando si tratta di prendere una decisione, si considerano gli elementi nella loro assoluta obiettività, e se l'esame consiglia di agire, non si chiedono permessi come qualche volta accadeva nel passato, quando la politica estera italiana doveva avere questo transito paradossale: Parigi, Londra, qualche volta Atene, e, assai di rado Roma.
Quale è stata la premessa della mia politica estera? La premessa della mia politica estera consiste nella seguente proposizione assai semplice:
L'Italia ha bisogno di un lungo periodo di pace: tutta l'Europa, tutto il mondo, ma anche l'Italia; oserei dire soprattutto l'Italia, perché l'Italia è una Nazione che ha sopportato una ingente somma di sacrifici. Ed erano i suoi morti tutti italiani, di colore bianco. È un paese povero, l'Italia. Bisognerà cominciarselo a dire. Abbiamo fatto dei sacrifizi ingenti e abbiamo cento miliardi di lire carta di debiti. Anche questo non deve essere dimenticato, quantunque possa sembrare spiacevole il ricordarlo.
Politica di pace. Mi sono trovato dinanzi a dei trattati. Io dichiarai sin dal novembre del 1922 che una grande Nazione, una grande Potenza, come è certamente l'Italia, non può avere che un atteggiamento dinanzi ai trattati: il rispetto dei medesimi tutte le volte che questi trattati recano le firme dei rappresentanti dell'Italia.
Due anni fa, ben più che adesso, c'erano in tutta Europa dei focolari di discordia, dei punti di dolore. Ne avevamo noi e ne avevano gli altri paesi. Bisognava, evidentemente, a poco a poco, seguire una politica che spegnesse tutti questi focolari di discordia, i quali potevano, ad un certo momento, scoppiare nell'incendio della guerra. Ne avevamo uno noi particolarmente doloroso: quello di Fiume. La soluzione transazionale del problema di Fiume era la migliore possibile, anche se per avere il corpo e lo spirito di questa città abbiamo dovuto prenderla con una mutilazione. Perché, o signori, il paragrafo 4 del Trattato di Rapallo non concerneva Fiume annessa all'Italia; ma creava uno Stato indipendente, che era uno dei tanti paradossi usciti fuori dai troppo faticosi trattati di pace; uno Stato indipendente che non avrebbe potuto vivere né sul terreno politico, né sul terreno morale. Naturalmente il problema di Fiume esiste ancora; ma non esiste più nell'ordine internazionale; bensì nell'ordine interno italiano. Si tratta cioè di far sì che Fiume viva. La situazione di disagio in cui si trova oggi Fiume è la situazione in cui si trovava tre anni fa Trieste. Non dipende da noi, sì bene dal retroterra. Man mano che si sistema il retroterra, le correnti dei traffici riprendono il loro cammino naturale e fatale. La geografia non è una invenzione. Così già a Fiume si notano, oltre ad una discreta ripresa industriale, i primi sintomi di un risveglio dei traffici di quella città.
Avevamo un'altra questione in piedi con l'Inghilterra. L'abbiamo risolta. Abbiamo ottenuto il Giuba; ma soprattutto, quello che è importante, abbiamo separato la questione del Dodecanneso, il quale Dodecanneso fu salvato a Losanna, quando io mi opposi a che le isole del Dodecanneso passassero agli alleati, perché sapevo che se, per avventura, fossero passate agli alleati, noi probabilmente non le avremmo più avute.
Se noi, dunque, ci siamo liberati da questi focolari, da questo punto di dolore, abbiamo cercato di fare altrettanto in tutte le zone d'Europa dove questi focolari esistono.
Abbiamo, quindi, fatto una politica attiva. Non basta, infatti, risolvere i problemi dal punto di vista contingente, bisogna dare delle soluzioni che abbiano una certa durata nel tempo.
I popoli diventano pacifici, lavorano tranquillamente, ritornano alle abitudini civili dei tempi di pace, quando hanno dinanzi a sé un certo periodo di anni di respiro, quando sentono, dietro i patti firmati, che per dieci, per quindici, per venticinque, per cinquanta anni e più non ci sarà guerra.
E queste linee direttrici della politica italiana sono state portate al massimo possibile della loro attuazione nel trattato di arbitrato con la Svizzera.
Io ho voluto, deliberatamente voluto, questo Trattato; prima di tutto per dimostrare che la politica estera del Governo fascista non è una politica di aggressione, ma di pace con fermezza e con dignità; in secondo luogo perché era opportuno disperdere certe correnti di sospetto che avevano preso vigore in Svizzera; ed in terzo luogo perché è necessario, altamente necessario, ai fini della pace e della civiltà europea, che la Svizzera resti integra e intatta, come un grande baluardo che distacca un po' la massa, che già si annunzia possente, del germanesimo rinnovato, il quale già oggi annunzia il suo prossimo bilancio con circa tre miliardi di avanzo.
Queste sono le direttive generali della politica, che mi hanno condotto a riconoscere la Russia, prima di tutti gli altri, e con un trattato di commercio che comincia a dare i suoi frutti. Con quel paese le nostre relazioni sono ottime. Come pure sono eccellenti con la Germania. Sono più amichevoli, è appena il caso di dirlo, con i nostri Alleati di guerra.
Ma il crescente prestigio dell'Italia si rivela in ciò: che altre Nazioni del bacino danubiano, altre Nazioni dell'Oriente europeo, hanno già fatto dei passi verso il Governo italiano per stringere dei patti di collaborazione e di amicizia. Oggi si ricerca, e si ricerca con insistenza, l'amicizia e la solidarietà dell'Italia.
La nostra politica estera ha dato un apporto notevole al problema delle riparazioni. Lo ha dato fin da quando a Londra io posi nettamente la connessione del problema delle riparazioni con quello dei debiti interalleati. Lo ha dato successivamente, quando alla conferenza di Londra si è stabilito l'accordo che ha condotto all'applicazione del piano Dawes. Ma il problema non è risolto. Si tratta adesso di stabilire l'ammontare delle riparazioni tedesche. Io credo che ad un certo momento bisogna togliere questo punto interrogativo. Si tratta di affrontare la questione dei debiti interalleati. È una questione che sembra di cifre e di economia, ma è profondamente umana. Sarebbe veramente paradossale ed ingiusto che si facessero delle agevolazioni alla Germania e fossimo costretti, proprio noi, che abbiamo dato tanto sangue, a pagare anche dei danari.
Io credo che almeno si dovrà agevolare di tanto la Germania di quanto saranno agevolate l'Italia e la Francia in materia di debiti interalleati.
Un altro problema grave assai è quello che si è dibattuto recentemente a Ginevra: la questione del protocollo e la questione del disarmo, o meglio di una riduzione degli armamenti.
In linea di massima non si può essere pregiudizialmente contrari a questi tentativi, ma bisogna essere assai prudenti e circospetti.
Intanto questo protocollo non è stato firmato che dalla Francia e da altre piccole dieci Nazioni. L'Inghilterra non lo ha ancora firmato. Il Giappone sta incerto. L'Italia ci pensa prima di impegnare il suo avvenire con una firma. E in questa meditazione non ci sono dei reconditi pensieri o dei piani misteriosi. Noi siamo in una condizione di inferiorità come materie prime, siamo oggi stati colpiti rudemente dall'Immigration Bill. Non basta dire da parte dei popoli che sono arrivati: «-stiamo tranquilli-», perché se noi non sappiamo dove mandare il nostro di più di umanità, se non sappiamo dove trovare le materie prime che ci devono far vivere all'interno, questa è una pace di aguzzini, non è la pace degli uomini liberi ed umani veramente!
Se il 1924 fu grave per noi a cagione di questa legge restrittiva, quasi proibitiva, dell'America nei confronti dell'Italia, nel 1925, nel gennaio, scadono tutte le clausole del Trattato di Versailles che concernevano i rapporti doganali della Germania con gli altri paesi.
Dobbiamo fare un trattato di commercio con la Germania. Non dovete credere che sia una cosa di ordinaria amministrazione... È un fatto di alta importanza politica, economica e sociale. È perciò necessario prepararci diligentemente alla trattazione prima e alla conclusione poi di questo trattato.
E, a proposito della Germania, debbo notificare alla Camera che io sono favorevole all'ingresso della Germania nella Lega delle Nazioni (e ho in questo senso già risposto); io sono anche favorevole a che la Germania abbia un posto permanente nel Consiglio della Lega stessa.
Le ragioni sono evidenti: aumentando i membri di quel Consiglio aumentano le possibilità di una maggiore, legittima, scrupolosa tutela dei nostri interessi.
I trattati di commercio non devono essere valutati soltanto dall'aspetto puramente economico, ma anche dall'aspetto politico. Io, anzi, li intendo sempre come un complemento dei trattati politici.
Io immagino il trattato politico come il preambolo del trattato di commercio, e immagino tutti e due i trattati come la preparazione a dei rapporti colturali, come la preparazione dei vincoli di amicizia solida, cordiale, che non sia soltanto amicizia di Governi, ma profonda amicizia di popoli.
Qualcuno di voi mi può domandare: credete che la situazione europea sia stabile? Io rispondo che è difficile fare profezie in siffatta materia. L'imprevisto è nella storia.
Debbo tuttavia ammettere che la tendenza dei Governi è una tendenza pacifica. Però ci sono problemi che non sono stati risolti dai trattati di pace. I problemi che i trattati di pace hanno posto, questi problemi pesano sull'avvenire onde è necessario che la politica italiana sia accorta, vigilante, circospetta e preparata. Bisogna che gli italiani si interessino dei problemi di politica estera, perché una nazione esiste in quanto fa della politica estera. Anche le piccole, quelle che si potrebbero chiamare Nazioni microscopiche, fanno una politica estera. Perché?
Perché devono avere relazioni col mondo circostante.
Vengo ad un punto che può interessare l'Assemblea, ed è questo: che significato io annetto all'ordine del giorno?
o vi annetto un significato di fiducia generale, complessiva.
La politica di un Governo non è politica fatta a segmenti come un lombrico, di cui ciascun segmento vive di vita propria..., la politica estera non è ordinaria amministrazione, non è un dicastero qualsiasi.
Già, è un dicastero squisitamente politico; ma dichiaro che se c'è un dicastero più politico di tutti gli altri è precisamente il dicastero degli Esteri, tanto è vero che in tutti i paesi il capo del Governo è quasi sempre anche ministro degli Esteri, tanto è vero che in tutti i paesi le grandi discussioni ed i grandi problemi agitati dalle Camere elettive e dinanzi alla coscienza dei popoli sono precisamente i problemi di politica estera quali l'occupazione e lo sgombero della Ruhr, e per la Germania l'accettazione o la ripulsa del piano Dawes. Questi sono i problemi essenziali; non il sapere se qualche commissario regio o qualche prefetto non è ancora a posto...
Ragione per cui per evitare che si cominci con ipocrisie e con restrizioni mentali io chiedo, invito coloro i quali vorrebbero votare contro, ad anticipare e a cominciare col votare contro in materia di politica estera.
Con ciò obbedisco anche ad un imperativo categorico di ordine morale, ed è questo: di fare considerare la politica estera di un grande Stato come una cosa d'importanza basilare che sta al di sopra di tutti gli altri dicasteri, come avviene, dicevo, in tutti i paesi del mondo.
D'altra parte la politica estera è legata a quella interna. Se io ho dovuto risolvere il problema di Fiume con una transazione che feriva passioni nobilissime, l'ho potuto fare perché c'era una disciplina all'interno, perché tutti hanno capito che questo si doveva fare!
Se l'Italia è andata a Corfù e se ha evacuato Corfù nei termini prescritti, dopo avere avute tutte le necessarie soddisfazioni, lo ha fatto perché all'interno c'era una disciplina, perché io avevo dichiarato in questa stessa Assemblea che la politica estera armata, quella che impegna la Nazione nel suo sangue e nei suoi averi, la fa soltanto il Governo responsabile.
Con queste dichiarazioni si chiude una settimana che è stata di alto interesse politico, e si chiude una discussione attorno alla quale, malgrado i silenzi e le reticenze, è stato vivo l'interesse della Nazione. Ed è inutile che io vi dica che anche per l'avvenire seguirò nettamente le direttive che ho seguite nel passato. Tutte le volte che mi trovo dinanzi ad un problema di politica estera il quesito che pongo alla mia coscienza è questo: Giova o non giova alla Nazione? Giova per oggi o giova anche per domani? È provvisorio o duraturo? Aumenta o diminuisce la possibilità della pace? Quando ho risposto in piena coscienza a questi interrogativi, passo all'azione.
Così, domani, come ho fatto ieri, io continuerò nella politica di raccoglimento e di fermezza. Tutelerò tutti gli interessi della Nazione e cercherò di realizzare il fronte unico della economia italiana all'estero. Fronte economico e fronte bancario; è tempo che gli industriali italiani si presentino all'estero, non come dei gruppi faziosi e rissosi, in concorrenza l'uno contro l'altro, e non soltanto come dei cercatori di profitti, ma anche come dei grandi capitani d'industria, che vogliono tenere alto il prestigio della Nazione.
Finalmente oggi si notano i primi segni di questo necessario fronte unico. E allora, con una rigida disciplina all'interno, alla quale in primo luogo debbono sottostare i fascisti, con una preparazione metodica delle nostre forze militari, con una politica non aggressiva, ma di fermezza, di dignità, di prestigio, io sono sicuro che si attingeranno i più alti e i più prosperi destini della Patria.
Il bilancio degli Esteri fu approvato con 315 voti favorevoli, 6 contrari, 26 astenuti su 347 presenti.

Roma, 22 novembre 1924: MUSSOLINI interviene alla Camera sulla politica interna del Governo.

MUSSOLINI dopo aver parlato di politica estera a distaza di  pochi giorni aggiunse questo ampio discorso sulla politica interna. Esso ha grande importanza, perchè in antitesi alla campagna di odio dei sovversivi, e ancor più perchè pone le basi per la riforma della Costituzione che il Fascismo doveva attuare in ordine di tempo, per organizzare progressivamente lo Stato corporativo.

Onorevoli Colleghi!
Sono costretto a parlare e cercherò di tenermi nei limiti regolamentari, perché io penso che, dopo sette ore di discussione, voi tutti siate ansiosi di giungere a una conclusione. Dichiaro che accetto l'ordine del giorno che reca come prima firma quella dell'on. Baistrocchi e che pongo su questo ordine del giorno, nettissima, la questione di fiducia.
Non sembri ciò in contraddizione con quanto accadde in questa stessa aula otto giorni fa. La discussione in questa settimana ha avuto un ampio respiro. Molti problemi, che travagliano la coscienza nazionale, sono stati prospettati in vivida luce.
Ma, prima di inoltrarmi nel mio dire, io voglio recitare un piccolo atto di contrizione. Alcuni mesi fa io, che qualche volta amo il sarcasmo ma non per malvagità d'animo, semplicemente per amore dell'arte, dissi che qui c'erano delle comparse, e, come spesse volte è accaduto per le mie frasi, anche questa è stata rimasticata dai troppo ruminanti della politica italiana. Ma, in realtà, io credo che anche quelli che sono vecchi parlamentari, si siano a quest'ora convinti, dopo due settimane di ripresa dei nostri lavori, che questa è una Camera degna, che in questa Camera abbondano i valori, che in questa Camera aleggia sempre un altissimo senso di responsabilità civile.

Vogliamo immediatamente deplorare ancora una volta gli incidenti del 4 novembre. Per riuscire nella vita, occorre avere il senso del limite e il senso delle proporzioni. Bisogna evitare la falsa modestia, ma bisogna anche evitare la ostentazione insolente. Non bisogna autoelogiarsi troppo spesso: è di pessimo gusto. Caso mai, le lodi debbono venire dagli altri: tanto più apprezzate, se vengono dagli avversari.
Bisogna dire che noi abbiamo fatto qualche cosa, ma che non abbiamo capovolto l'Universo.
E soprattutto bisogna stabilire esattamente le proporzioni storiche fra l'evento del 28 ottobre e l'evento del 4 novembre.
C'è qualcuno in quest'aula che può testimoniare come qualmente io, sin dal primo anniversario della celebrazione della Marcia su Roma, mi convinsi che si era ecceduto col prolungare feste e cerimonie che avevano condotto quasi alla soglia del 4 novembre, in modo che il nostro evento aveva finito involontariamente per schiacciare l'altro che è molto più grandioso e solenne.
E sin da allora io che non amo le cerimonie e le subisco spesso come una penosa corvée, fin da allora dissi: bisogna lasciare vivere queste celebrazioni, bisogna lasciare al 4 novembre tutto il suo prestigio, tutta la sua gloria che è gloria di tutto il popolo italiano.
Con ciò vengo anche alla questione dei combattenti. Bisogna intenderci una volta per tutte: i combattenti, in quanto tali, non possono fare della politica. Si spoglino del grigio verde, ritornino cittadini e come cittadini possono e debbono fare della politica; ma allora dovranno scegliere un partito, poiché il fatto guerra non è il fatto di un partito, è il fatto della Nazione. E niente è alla fine più penoso di questa polemica, alla quale qualche volta siamo costretti, che insiste nel mettere medaglie d'oro contro medaglie d'oro, mutilati contro mutilati, combattenti contro combattenti.
Polemica alla quale, dicevo, siamo costretti tutte le volte che si nega al Fascismo il suo contenuto, la sua indole profondamente combattentistica e anche la sua origine che risale a quei giorni, che stimiamo sempre più radiosi, del maggio 1915.
D'altra parte la Camera ha visto che gli stessi oratori combattenti hanno dovuto dichiarare che non potevano parlare in nome né dell'Associazione, né dei combattenti italiani.
L'on. Salandra ha notato che il paese è distaccato, un poco o molto, dal Governo. Accetto: lo riconosco io stesso. Con una crudeltà che vorrei quasi dire clinica, l'altra sera, in pieno Gran Consiglio, ho notato, come si può notare in una tabella clinica, le fasi e gli sviluppi di questa situazione. Ma tutto ciò, signori, è profondamente umano! È già miracoloso e meraviglioso che ci siano delle simpatie per un Governo dopo 25 mesi, dati i costumi e anche la mobilità del popolo italiano!
E d'altra parte accade per gli entusiasmi quello che accade per gli amori: solo dopo un po' di tempo l'occhio che aveva visto così bello e roseo, si esercita alla critica e scopre quello che non appariva nel primo tempo. Così la famosa opinione pubblica va e viene. L'ode di Alessandro Manzoni è verissima nella storia: a volte nella polvere, altre volte sugli altari; magari sugli altari c'è un po' di polvere. Ci sono delle eclissi che sembrano tenebre che cadono, e poi di lì a poco sfolgora il sole.
Si darebbe prova di scarso spirito se ci si allarmasse eccessivamente dinanzi a questo fenomeno naturalmente umano.
Dice l'on. Salandra che ciò dipende dalla situazione creata negli enti locali: in parte! che dipende dalle gerarchie fasciste: in parte! Le gerarchie fasciste non si sovrappongono più alle gerarchie dello Stato. Esistono in quanto ogni partito ha la sua organizzazione e i suoi capi, ma questa organizzazione è in subordine alla organizzazione delle gerarchie statali. E la mia fatica assidua in tanti mesi è consistita nel separare nettamente il dominio dello Stato da quello che è dominio del Partito, l'opera del Governo da quella che è l'opera del Partito, perché il Partito è una parte della Nazione e il Governo deve governare tutta la Nazione.
Io credo che l'on. Orlando abbia visto in sintesi la questione, quando mi ha domandato: in che regime siamo? Io potrei rispondergli come egli chiedeva a me. Non domandatemi che cosa sia la libertà. In che regime eravamo fra il 1919 e il 1922? Era un regime parlamentare, o di anarchia parlamentare? Era un regime statale o un regime di gruppo? C'era una costituzione o non c'era invece una veste lacerata della costituzione? L'onorevole Orlando non deve domandarsi in quale regime siamo, nel momento in cui questa Camera è aperta, nel momento in cui io ho dichiarato di non fare più decreti-legge ed ho preso impegno solenne di portare tutte le questioni all'esame delle assemblee legislative. Mi deve domandare: Dove andiamo? Ebbene, on. Orlando, andiamo faticosamente verso un regime di normalità costituzionale. Ho detto: faticosamente. E nessuno può dire con maggiore coscienza di chi vi parla in questo istante poiché vivo tutte le fasi quotidiane di questo travaglio di assestamento e sono lieto di constatare che dal cataclisma rivoluzionario (poiché una rivoluzione ci fu evidentemente nell'ottobre 1922) siamo già alla fase che vorrei chiamare bradisismica. I movimenti continuano, ma sempre più lenti; tanto che si spera, si crede (ed io credo fermamente) che l'epoca dell'assestamento totale non sia lontana.
La riforma della costituzione! I quindici non hanno un compito legislativo; hanno un compito di studio, sono degli esperti, sono uomini che hanno un alto senso di responsabilità nazionale e morale. Non sono degli improvvisati dell'ultima ora; sono uomini di dottrina e di vasta esperienza politica. Studiano certi determinati problemi che non potevano essere contemplati nello Statuto del 1848, che, come voi m'insegnate, non è che lo Statuto del 1830; lo Statuto che io rispetto altamente nel suo spirito, ma che non posso riconoscere intangibile, dal momento che è stato violato in quasi tutti i suoi articoli, tanto che uno studioso di diritto costituzionale ha pubblicato tutte le violazioni dello Statuto dal '48 in poi.
E voi sapete anche come è nato lo Statuto, e voi on. Orlando, che siete siciliano, mi insegnate che lo Statuto è nato a Palermo, più che a Torino. Palermo, Napoli, Firenze, Torino.
Voi sapete che fu compilato all'ultima ora, mentre Genova era insorta, chiedendo la guardia nazionale e il bando dei gesuiti, mentre Cavour martellava nel suo giornale. E fu redatto in francese. Era un punto di partenza, non un punto di arrivo; un cominciamento, non un fine.
E non poteva comprendere tutta la storia dell'Italia futura, perché l'Italia del '48 era il Piemonte, la Liguria, la Sardegna e la Savoia.
Oggi l'Italia è un'entità grande e solenne, non soltanto per i suoi 48 milioni di abitanti, ma per quello che ha fatto.
E voi siete stato attore della grande gesta. E voi sapete che nella seduta dell'11 maggio 1920 fu presentato alla Camera un disegno di legge che modificava sostanzialmente l'art. 5 dello Statuto, quello che conferisce alla Corona la più gelosa e la più alta prerogativa: dichiarare la guerra e fare i trattati di pace.
Ed è interessante notare il preambolo della relazione che accompagna il disegno di legge. Diceva il relatore: «-È massima del diritto pubblico non più discutibile che disposizioni dello Stato costituzionale possano essere modificate con atto del potere legislativo-».
E nella seduta del 7 febbraio 1920, l'allora guardasigilli, con una relazione in cui — e il particolare ha la sua importanza — la parola del Re è stampata con l'iniziale minuscola, presentava un disegno di legge che modificava radicalmente l'articolo 8 dello Statuto che contempla le prerogative sovrane per l'amnistia e l'indulto. E che cosa è rimasto dell'art. 3, dell'art. 29 e dell'art. 28, in cui viene prescritto il preventivo permesso del vescovo per la pubblicazione di libri sacri? Con l'articolo 32 viene riconosciuto il diritto di riunione in luoghi chiusi e senz'armi, che non è applicabile in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Molti degli articoli che concernono la Camera dei deputati sono decaduti: ad esempio non è più necessario aver compiuto 30 anni per essere deputato.
L'art. 50 poi sulle funzioni dei senatori e dei deputati che non danno luogo ad alcuna retribuzione di indennità, è decaduto in pieno. L'art. 35, che riguarda la nomina del Presidente del Senato, ha subito delle forti modificazioni: è il Senato in realtà che designa il Presidente alla Corona.
L'art. 62 è perfino anacronistico nel suo meccanismo linguistico, perché, prescrivendo l'uso della lingua italiana a fianco di quella francese, fa vedere in quali precise circostanze storiche fu promulgato lo Statuto.
L'art. 65 riguarda la nomina e la revoca dei ministri; l'art. 76 istituisce la milizia comunale sopra basi fissate dalla legge, e difatti troviamo il 4 agosto del '61 la legge relativa al riordinamento della guardia nazionale. Il carattere dello Statuto, cioè di un documento che doveva svilupparsi in seguito, è fissato dall'art. 63 delle disposizioni transitorie.
Ho detto dunque ancora una volta, in termini precisi, che noi non vogliamo assolutamente violare ciò che nello Statuto è una conquista incorruttibile del Risorgimento italiano. Non vogliamo violarne tutto ciò che è lo spirito, ma vogliamo aggiornare, se è possibile, se il Parlamento lo consente, vogliamo aggiornare lo Statuto, per renderlo, là dove è incompleto e manchevole, consono alla pienezza dei tempi. Non si può, non si deve mai ipotecare il futuro, prevedendo cose che poi non si verificheranno. Il mestiere del profeta è un mestiere gramo. Ma, e qui non parlo per me, io vi fo questa domanda molto semplice: pensate che sia giunto il momento di governare senza il Fascismo o, peggio, di governare contro il Fascismo? Disilludetevi. Questo momento non è ancora venuto. Verrà o non verrà, non lo so, perché, ripeto, non voglio ipotecare il futuro, e l'intelligenza mitologica deponeva il futuro sulle ginocchia di Giove. Non lo so, ma quello che umanamente si può prevedere è questo: se fosse possibile pensare a un crollo improvviso, a una dispersione totale e subitanea di tutto quel complesso di forze, di sentimenti, di ideologie che passano sotto il nome complessivo di Fascismo, la successione non sarebbe per i poteri così detti di centro. Nelle grandi crisi storiche i popoli come fustigati dal grande evento, si dirigono agli estremi e si dirigono verso quei partiti, come il partito comunista, che hanno sulla loro bandiera un programma preciso: il Governo degli operai e dei contadini. Non si penserebbe a soluzioni transitorie se non fossero soluzioni che preparassero questo avvenire. Abbiamo avuto la fortuna di vivere in una delle epoche più interessanti della storia umana e l'esperienza è contemporanea: possiamo e dobbiamo utilizzarla.
Si parla ancora di illegalismo. L'altro giorno nel discorso alla maggioranza ho dato delle cifre che hanno fatto grandissima impressione in tutti gli ambienti fascisti di tutta Italia. I fascisti avevano bisogno di sentirsi dire attraverso il linguaggio arido e freddo delle cifre che chi rompe paga, che chi viola la legge va dentro.
Io, che voglio molto bene ai fascisti, credo che essi non mi costringeranno ad adottare dopo l'indulgenza e la longanimità quella crudeltà sistematica e decisiva che è propria dei grandi amori delusi.
E del resto ogni giorno le cronache parlano. Ecco qui la più recente sentenza. C'è in questa aula qualcuno che conosce il maggiore degli arditi Luigi Freguglia; il Ministro della Guerra certo, perché l'ha veduto nella sua armata comandante del 27° battaglione d'assalto: è un valoroso eroe: ha mancato; è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione.
Non so, ma dichiaro in questa assemblea che seguo attentamente tutti gli episodi, non me ne sfugge nessuno; e dò ordini tassativi per arrestare tutti coloro che commettono ancora illegalismi. Voglio e debbo essere spietato perché ciò facendo non fo soltanto gli interessi della Nazione, che sono sempre in prima linea e innanzi tutto, ma anche gli interessi del Fascismo stesso, il quale avendo fatto una rivoluzione, e avendo tutti gli strumenti del potere nelle mani, non ha bisogno di ricorrere a questi illegalismi idioti e spesso criminosi.
La pacificazione! Onorevoli Colleghi, intendiamoci su queste parole perché altrimenti diventeranno montagne e sarà difficile scalarle. Che cosa intendete con la parola pacificazione? La fine di ogni contrasto, di ogni lotta politica? Ma questo è irrazionale ed antistorico. Non c'è nessuna nazione in questo momento sulla faccia della terra dove ci sia la pacificazione, intesa nel senso francescano della parola.
In tutte le nazioni ci sono dei contrasti: contrasti di idee, di interessi, di persone. E allora non si tratta di abbracciarsi tutti quanti, perché questo è impossibile, e sarebbe sterile, infecondo e condurrebbe la nazione alla decadenza. Si tratta, come dicevo altrove, di realizzare un minimo o un massimo di convivenza pacifica civile. A questo tende il Governo. Ma perché questa pacificazione che io chiamo politica si realizzi occorre che anche l'altra parte vi contribuisca. Non si contribuisce alla pacificazione mettendo in circolazione quotidiane menzogne impossibili. Non si dice che la Camera si chiuderà il 6, quando si sa che si chiuderà il 22. Non si dice che i nuovi orientamenti politici del Fascismo sono stati respinti dal Gran Consiglio fascista quando 25 persone, cioè tutti i membri del Gran Consiglio, possono testimoniare che gli orientamenti politici nuovi del Fascismo sono stati approvati all'unanimità.
E soprattutto — passando ad altro — non bisogna dire, amico Savelli, non bisogna nemmeno raccogliere, perché certe stupidità non si raccolgono, che un generale valoroso che ha 35 o 40 anni di spalline, che ha fatto otto guerre, come il generale Di Giorgio, pensi di sacrificare l'Esercito; pensa di renderlo più forte e sempre più degno dei destini della Patria.
Poiché voi tutti intendete, perché siete uomini e uomini di questi tempi meravigliosi, difficili e tormentati, che non si può raggiungere questo minimo di pacificazione, se oltre alla lotta politica che è necessaria si scende sul terreno della lotta morale.
Su questo terreno non ho bisogno di raccogliere il vostro consiglio. Mi batto sino all'ultimo. Un conto è la rotazione dei Governi, il passaggio degli uomini, i quali Governi e i quali uomini non sono eterni — non devono essere nemmeno eterni, perché se no stancano il pubblico e stancano se stessi — e un conto la questione morale. Le conosciamo, queste questioni morali, in Italia, e sappiamo come molte volte siano state il paravento di ignobili ambizioni deluse e di più ignobili passioni.

Questo deve finire per il decoro della politica italiana.
Voi avete inteso le mie dichiarazioni; a queste dichiarazioni terrò fede. Sono lieto di constatare che il partito fascista si rende perfettamente conto di queste nuove necessità. Il partito fascista si rende conto che deve essere il più disciplinato del paese, il più obbediente alle leggi, il più tranquillo, quello che meno di tutti gli altri deve turbare l'ordine pubblico, perché altrimenti è in contraddizione assoluta il partito col Governo. Questo sarà fatto, perché i fascisti vogliono che ciò sia, perché sentono che qui è il giuoco, qui è la posta, qui è la fortuna, qui è la ripresa di quell'entusiasmo e di quella solidarietà fattiva e concreta che noi non abbiamo perduto.
Certamente io mi rendo perfettamente conto di questo desiderio di pacificazione. Io lo dicevo altrove. Sono 25 anni, forse 30 anni che l'Italia passa da una crisi all'altra. Non si venga a mentire e a far credere che solo adesso vi sieno dei disordini, che solo adesso la vita civile sia turbata. Io sono ancora abbastanza giovine, quantunque mi avvii al crepuscolo, per ricordare che nel '92, nel '94 c'erano moti in tutta Italia, disordini e rivolte, che si dovevano reprimere con lo stato d'assedio. Nel '96 ho visto io, con questi occhi, le donne che si buttavano sulle rotaie e ne ebbi una impressione dolorosissima, allora adolescente appena. E nel '98 stato d'assedio e rivolte; e nel '900 il gesto tragico, nel '902 il primo sciopero generale, che non era contemplato dallo Statuto, perché lo Statuto non contemplava ancora il sindacalismo.
È nel 1904 il primo grande sciopero generale, nel 1905 lo sciopero dei ferrovieri, e continui eccidi. Io ho lottato contro di voi, on. Giolitti, quando avete premiato il brigadiere Centanni; ma adesso dichiaro che se un brigadiere qualsiasi facesse fuoco per mantenere l'ordine, lo decorerei come avete fatto voi. Poi la guerra di Libia, poi nuovi disordini, poi la grande contesa del neutralismo e dell'interventismo, che doveva pesare anche sulla guerra, ma che è stato il passaggio, che è stato l'atto di maturità del popolo italiano. Poi la guerra, le tragedie della guerra, il destino che ha battuto a tutte le porte, milioni di italiani che hanno versato il loro sangue, il dopoguerra, il tentativo bolscevico, l'insurrezione fascista. Quante vicende, quanti dolori e quanta grandezza, e come si vede veramente palpitante dinanzi ai nostri occhi mortali questa Patria che diventa ogni giorno più grande al cospetto della Nazione, che si fortifica nei muscoli e si consolida nello spirito, che si fonde dal nord al sud, e a poco a poco diventa una grande, un'armoniosa famiglia!

Vogliamo pacificarla, questa famiglia...
Io sento che noi siamo già al crepuscolo. Ebbene, andiamo con animo puro verso la nuova luminosa giornata della Patria Italiana!
Il testo dell'Ordine del Giorno presentato dall'on. Baistrocchi è il seguente: «-La Camera approva la politica interna del Governo e passa alla discussione degli articoli-». È approvato con 337 voti favorevoli, 17 contrari, 18 astenuti su 372 presenti.


Roma, 26 novembre 1924: MUSSOLINI parla al Congresso delle Corporazioni

Discorso pronunziato il 26 novembre 1924 al Congresso delle Corporazioni in Roma.

Camerati!
Non avendo potuto partecipare alla cerimonia inaugurale del vostro congresso, ho voluto concedermi la soddisfazione di venirvi a salutare. Io so che i problemi che riguardano il lavoro italiano sono stati con competenza e altissimo senso di responsabilità discussi davanti a questa folla imponente.
Non si può più negare l'esistenza di un sindacalismo fascista. Non si può più negare che questo sindacalismo fascista abbia solide basi nella coscienza dei lavoratori italiani che non credono più alle utopie di una volta.
Voi avete inteso che pel benessere della Nazione sono indispensabili la produzione e il lavoro. Il sindacalismo fascista parte da questi presupposti e in ogni momento della sua azione li tiene presenti.
Credo che i congressisti si saran resi conto della necessità che il movimento sindacale fascista abbandoni le pregiudiziali.
Non può essere né classista né anticlassista. È quello che è. Giorno per giorno ha degli obiettivi da raggiungere. Li raggiunge adeguando a questi obiettivi i propri mezzi. È collaborazionista là dove sono collaborazionisti; non è collaborazionista quando trova individui, gruppi, organizzazioni che di collaborazione non vogliono parlare.
Accade in questo terreno quello che accade fra le nazioni. È per la pace, evidentemente, ma senza escludere la guerra. La pace come sistema, come tendenza, come proposito dello spirito, sta bene, ma domani tutto questo non conta. Se ci si trova di fronte a individui, a gruppi, a organizzazioni che non considerano il lavoro, gli interessi della Nazione, che sono induriti dagli egoismi, voi allora vedete che la parola della Patria non basta più.

Il Sindacalismo fascista non esclude la lotta dalla sua tattica perché se la escludesse, escluderebbe un elemento della vita.
Voi partite dalla Nazione e alla Nazione voi dovete arrivare. Se la Nazione è ricca, prospera e potente e ordinata e laboriosa, il benessere aumenta, la ripartizione del benessere si fa su più vasta scala. Viceversa, se la Nazione è inquieta e impoverita e disordinata, senza prestigio all'estero, il livello in generale della ricchezza si abbassa e si abbassa anche il livello generale degli individui.
Questa è una legge di ferro perché è di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Voglio, prima di chiudere, dirvi che il Governo Fascista ha gli occhi fissi sopra il problema del lavoro italiano. Il Governo Fascista, dalla esperienza di 25 mesi, ha tratto questa convinzione: che i suoi subdoli nemici, i suoi irreducibili nemici di tutti i giorni, di tutte le ore, non sono da rintracciarsi fra la massa del popolo del lavoro, ma sono da rintracciarsi in altri ceti, in altri campi, in altri partiti, in altri gruppi.
È una gioia viva per me tutte le volte che gli organizzatori del nostro sindacalismo mi segnalano le loro conquiste. Anzi, io li prego di tenermi informato di tutto l'andamento delle vostre organizzazioni sindacali, alle quali io auguro con spirito di assoluta fraternità il migliore avvenire.
Partito, organizzazione sindacale, Comuni, Milizia, son tutte manifestazioni di quel grande fenomeno che è il Fascismo italiano, battuto dalla tempesta, ma sicuro di arrivare in porto.


Ultima modifica di Admin il Ven 23 Mar 2018, 07:42, modificato 3 volte
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Re: I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

Messaggio  Admin il Dom 18 Mar 2018, 19:06

(Segue)ANNO - 1924

Roma, 5 dicembre 1924: MUSSOLINI al Senato parla della politica interna.
Su lo stesso tema della politica interna, trattato alla Camera dei Deputati il 22 novembre 1924, MUSSOLINI parlò al Senato, replicando ad alcuni Senatori che, in sede di discussione del bilancio degli Interni, avevano colto questo pretesto per ripetere i vecchi luoghi comuni su la libertà democratica e discutere, non la sola politica interna, ma la politica generale del Governo. La replica del Duce costituisce non solo una risposta polemica ma un'analisi essenziale dei valori della rivoluzione fascista.

Onorevoli Senatori!
Sono forse costretto ad abusare della vostra benevola pazienza, poiché il mio discorso sarà necessariamente diffuso e dovrà condurre, per me e per voi, a conclusioni nettissime.
Non si è discusso di politica interna nel senso ordinario della parola; si è presa in esame la politica generale del Governo. Ecco perché io mi sostituisco al mio collega ed amico Federzoni, al quale rimarrà qualche cosa da dire dopo il mio discorso.
Per comprendere la situazione, per orientarci, è necessario porsi un primo quesito: quello che avvenne nell'ottobre 1922, fu una rivoluzione? I pareri sono discordi. Io ho molto meditato su questo argomento ed ho letto tutto ciò che su questo argomento è stato pubblicato su riviste, su giornali, in opuscoli ed in libri. Evidentemente il carattere dell'avvenimento non può essere giudicato secondo schemi universalistici. Tuttavia, se levare della gente in armi, occupare con violenza edilizi pubblici, marciare sulla Capitale, sostituirsi ad un Governo significa compiere un insieme di fatti insurrezionali, rivoluzionari, non v'è dubbio che nel 1922 vi fu una rivoluzione.
All'indomani di quella rivoluzione io mi trovai di fronte a questo quesito: creare una nuova legalità o innestare la rivoluzione nel tronco, che io non ritenevo affatto esausto, della vecchia legalità? Fuori della costituzione o dentro la costituzione? Io scelsi e dissi: dentro la costituzione. Questo vi spiega la composizione del mio primo Ministero e vi spiegherà, nello stesso tempo, la serie successiva dei miei atti politici.
In subordine si pone la seconda domanda: da allora ad oggi c'è stato o non c'è stato un processo di riassorbimento della rivoluzione nella costituzione e nella legalità? Rispondo nettamente: c'è stato; faticoso, lento, difficile, ma c'è stato.
Terza domanda, importantissima: potrebbe un altro Governo — afascista, fascista o antifascista — accelerare e portare a compimento, in un termine di tempo più rapido, questo assorbimento completo della rivoluzione nella costituzione? Ne dubito fortemente, lo escludo.
Si dice: voi avete preso degli impegni e non li avete mantenuti. Io dimostrerò, non con le parole ma con fatti, che quasi tutti gli impegni da me presi sono stati mantenuti.
Avevo detto qui, in quest'aula severa, nel giugno scorso: reprimerò inflessibilmente tutti gli illegalismi in nome della legge, in nome dello Statuto, in nome dello stesso partito. Questi illegalismi sono metodicamente repressi. Ho dato delle cifre e nessuno ha potuto discutere.
Ogni giorno si processa e si condanna. Io non faccio nulla perché ciò non sia, perché voglio, fermissimamente voglio che questi residui di illegalismo scompaiano definitivamente.
C'è stato un disciplinamento del partito? C'è stato; e la prova è in quanto è avvenuto dopo il delitto Casalini, delitto che aveva portato alla massima esasperazione gli animi passionali dei fascisti. Io dettai in piedi, durante la seduta del Consiglio dei Ministri, il proclama del Partito fascista: «-né violenze né speculazioni, a nessun costo-». Abbiamo sepolto il nostro morto in silenzio e non abbiamo fatto una cooperativa per le speculazioni successive. Trillava molto il telefono quella sera: ma io non partii per Napoli se non ebbi la sicurezza che nulla di grave fosse avvenuto. E il mio collega on. Federzoni, esempio unico nella storia, andò in piazza il giorno dopo, nella piazza Tiburtina, per impedire, con tutta la sua autorità e il suo prestigio, che avvenissero incidenti.
Avevo detto: si riaprirà la Camera e funzionerà, E la Camera si è riaperta e funziona. Si dice: Voi avete adottato una serie di provvedimenti con decreti-legge. Sono 317. Ne ho qui l'elenco, dal quale risulta che gran parte di essi sono di ordinaria amministrazione. Voi avete emanato, si dice, dei decreti-legge su materie fiscali ed economiche. Ho qui un elenco delle disposizioni prese per decreto-legge dai precedenti Governi in materia fiscale. Leggerò alcuni dei titoli: Ministero Salandra-Rava: riduzioni dei dazi sulle farine; Salandra-Daneo: riduzione e modificazione delle tariffe sul grano e sulle farine; Giolitti-Facta: modificazione dei dazi sugli oli minerali; Giolitti-Alessio: approvazione della tariffa doganale, e molti altri che io vi risparmio. Non si poteva, per ragioni evidenti, convocare la Camera o rinviare il provvedimento concernente l'abolizione dell'imposta sul vino, provvedimento che era chiesto da intere regioni e da cinque milioni di piccoli viticultori.
E vediamo questo terribile numero della Gazzetta Ufficiale dell'11 novembre, dove sarebbero una ventina di decreti-legge che costituirebbero il titolo di infamia per il Governo fascista:
costituzione di un Consorzio per l'esercizio dei magazzini generali in Sicilia;
maggiori assegnazioni alle Colonie per operazioni militari;
istituzione di una nuova Camera di Commercio con sede a Taranto;
istituzione di un R. Liceo-Ginnasio a Bolzano; istituzione degli Istituti tecnici di Chiavari, Lucera e Sampierdarena;
autorizzazione alla spesa di 550 mila lire per l'acquisto di padiglioni Docker per le scuole italiane all'estero;
costituzione del Consorzio nel porto di Genova; assegnazioni straordinarie all'Università di Napoli;
soppressione dei dazi sulle marmellate e altre conserve di frutta.
Io vi domando, onorevoli Senatori, se si potevano ritardare questi provvedimenti, soprattutto quelli che concernono l'apertura di scuole, visto e considerato che le scuole si aprono nei mesi di ottobre-novembre. Dunque non si è abusato di decreti-legge; e quando la Camera è aperta non si fanno decreti-legge.
D'altra parte, la questione dei decreti-legge è una questione che un giorno o l'altro dovrà essere affrontata. O si tiene la Camera aperta in permanenza, e allora si potranno adottare tutti i provvedimenti col disegno di legge; o la Camera avrà vacanze più o meno lunghe, com'è necessario, ed allora certi decreti-legge saranno inevitabili.
Si è detto: Voi volete restare al potere ad ogni costo. Non è vero. Nella grande piazza di Cremona, davanti ad una moltitudine immensa di popolo, ho detto che riconoscevo i diritti della Nazione ed i diritti imprescrittibili di S. M. il Re. Se sua Maestà, al termine di questa seduta, mi chiamasse e mi dicesse che bisogna andarsene, mi metterei sull'attenti, farei il saluto ed obbedirei. Dico S. M. il Re Vittorio Emanuele III di Savoia; ma quando si tratta di S. M. il Corriere della Sera, allora no.
L'epurazione e la disciplina del partito.
Ma se c'è uno che abbia l'ansia di questa disciplina, che abbia lo spasimo di questa epurazione, quello sono io. Non è vero che la mia ultima circolare sia caduta improvvisamente come un bolide dal cielo in una notte di agosto: aveva precedenti significativi. In data 19 aprile, immediatamente dopo le elezioni, io dicevo: «-È tempo di dire ai fascisti di liberarsi da tutti gli elementi che fanno della violenza un fine, mentre doveva essere un mezzo. È tempo di dire a tutti i fascisti che il partito sarà grande se saprà subordinare i suoi interessi agli interessi supremi della Nazione. Coloro che turbano l'ordine pubblico devono essere colpiti; e tanto più colpiti se sono fascisti, in quanto che essi, così facendo, mancano alla loro fede e feriscono i postulati ideali del Fascismo-». Bisogna continuare tenacemente in questa strada. Lo stesso dicevo nel discorso alla Camera del 7 giugno, lo stesso ripetei al Consiglio nazionale, nel discorso alla maggioranza, e in quello alla Camera dei deputati del 22 novembre. Poi, finalmente, la circolare, che oserei chiamare definitiva, ai direttori provinciali per le adunate di domenica scorsa.
Vengo alla Milizia. Io dissi in quest'aula che avrei sistemata la Milizia. Ho mantenuto la mia parola. Difatti nell'agosto il Consiglio dei ministri approvò il decreto-legge, che sarà portato dinanzi a voi, con il quale la Milizia subiva il primo processo di costituzionalizzazione.
Si disse: voi non avete ancora giurato al Re. Il giuramento fu fatto con lealtà assoluta il 28 ottobre. Se veramente il fatto che io monto a cavallo deve costituire un pericolo per la Patria, non lo farò più, oppure cambierò cavalcatura.
Ma queste son le frangie della cronaca o del pettegolezzo.
Poi si disse: bisogna dare il capo alla Milizia, un generale autentico. Un generale autentico c'è, valoroso, ed era deciso ancora prima della lettera Balbo.
Poi si è detto: questione dei gradi. Risolta. Tra oggi e domani uscirà un decreto, concretato tra il nuovo comandante della Milizia e lo Stato Maggiore dell'Esercito e il Ministero della Guerra, in cui questa questione dei gradi sarà risolta. Chi è tenente resta tenente, chi è capitano, capitano, chi generale, generale. Non dovete credere, signori, che gli ufficiali della Milizia siano dei professionisti che fanno questione di grado. Essi sono animati da un profondo spirito idealistico, e se io dicessi loro che il massimo grado è quello di sergente — il grado che io ho avuto in guerra — accetterebbero; perché fino ad oggi, al momento in cui parlo, nessuno può dubitare della ossequienza con la quale il Partito fascista ha sempre eseguito i miei ordini.
Il sen. Giardino ha posto una serie di quesiti; ma se il sen. Giardino avesse seguito più da vicino il travaglio di sistemazione della Milizia, si sarebbe convinto che per il 75 per cento delle sue proposte non ho nulla da accettare, perché il fatto è già compiuto. Le armi sono conservate nelle caserme; e il sen. Giardino lo sa. Non vi è dubbio che una rigorosa selezione nel personale della Milizia debba essere fatta: si sta facendo; gl'impuri, gli inetti, i violenti vengono eliminati senza pietà. Anche l'organico degli ufficiali e della truppa deve essere fissato per legge; non c'è nessun dubbio. Gli ufficiali sono tratti da elementi dell'Esercito. Insomma ci vuol sempre un po' di tempo anche nella riduzione. In Russia, all'indomani della caduta di Kerenski, un cuoco fu comandante della guarnigione di Pietrogrado ed un luogotenente del generale Krilenko fu comandante di tutte le truppe. Ma questi necessari elementi della prima ora sono stati eliminati successivamente. Il 95 per cento degli ufficiali della Milizia proviene regolarmente dall'Esercito regolare. Siamo d'accordo che gli ufficiali della Milizia non possono far parte di consigli di amministrazione di banche, società e simili. Il comando di questa Milizia è già affidato ad un generale dell'Esercito.
Vi sono però due cose che io non capisco: primo, perché si debba fissare i limiti di età a 21 anni. Perché? Non avevano 17 o 18 anni quei giovanetti che andarono sul Piave e che, se la storia non ha mentito, si batterono splendidamente? La Milizia ha i suoi ranghi dai 18 ai 60 anni.
Comunque, questa non è una questione di indole fondamentale. C'è un'altra questione invece da esaminare; e riguarda la dipendenza della Milizia. Ebbene, dichiaro con tutta lealtà che io non accetto la questione, perché quando si parla della Milizia, non bisogna dimenticare mai una cosa: che la Milizia non esiste. Voi certamente vi stupirete davanti a questa affermazione che sembra paradossale, ma se andate alla Caserma Magnanapoli, là non troverete la Legione dell'Urbe, ma troverete sette od otto persone al massimo.
La Milizia è composta di cittadini, di contadini, di operai, di combattenti che lavorano tutta la settimana e si presentano solo quando sono chiamati. Noi abbiamo fatto sicuro affidamento sul loro spirito volontaristico, ci siamo rifiutati di assegnare anche la ferma di un'ora. Quando un milite non ne vuole più sapere, non ha che da rispondere con un biglietto di dimissioni al biglietto di precetto. Il giorno in cui la Milizia, ch'è volontaria, diventasse una brutta copia dei carabinieri o diventasse il sostituto della Guardia regia, o la mala copia dell'Esercito, quel giorno la Milizia declinerebbe. Allora, piuttosto che avere un simulacro inutile, io stesso la scioglierei. Non ci sarebbero conseguenze, perché la Milizia non si ammutinerebbe come ha fatto la Guardia regia che, del resto, ha pagato il suo ammutinamento a Torino. Ma allora si presenterebbero altri problemi, on. Senatori. Si aprirebbe un vuoto, e questo vuoto molto probabilmente sarebbe facilmente colmabile: il Governo si difenderebbe con l'Esercito e coi carabinieri qualora fosse attaccato e se si volessero esercitare rappresaglie contro di esso, si difenderebbe a sua volta.
Né crediate che il compito di reprimere eventuali insurrezioni sia facile; perché oggi gli uomini possiedono quella che io chiamo la tecnica del combattimento nelle città e che ha avuto il suo esperimento a Mosca, nei «-putsch-» germanici, a Berlino, a Monaco, a Lipsia, a Budapest e a Vienna.
E perché la Milizia non deve restare alle mie dipendenze? In fondo non è che una questione di formalità, ma tuttavia ha la sua importanza. Forse che tutte le altre forze dello Stato non sono, in un certo senso, alle mie dipendenze? Non sono io che ho dato l'ordine di andare a Corfù? O si teme di me, e allora si dica: sciogliete la Milizia. O si crede al mio lealismo, che ha dato troppe prove per essere ancora sospettato, ed allora non facciamo questa questione ambigua, che avrebbe un risultato disastroso per quella Milizia che è ancora necessaria. Nel giugno scorso, lo sciopero che si tentava a Roma — e i muratori avevano abbandonato i cantieri — gelò non appena sfilò per il corso la legione «Francesco Ferrucci» di Firenze. Tutti capirono che non c'era da scherzare.
D'altra parte, questo processo di assestamento di cui vi ho descritto sinteticamente le fasi successive, sarebbe stato molto più rapido e profondo, se non fosse stato vessato dalle difficoltà intrinseche del compito, perché è sempre difficile immettere nella vecchia costituzione delle forze nuove; in secondo luogo dal fatto che non dovevo solo occuparmi di questo problema, ma avevo moltissimi altri problemi che urgevano il mio spirito; ed anche, in terzo luogo, dalla campagna sistematica denigratoria delle opposizioni, dalle quali non sono venute se non parole di scherno, di ironia, di spregio.
Quale è stata la risposta al mio discorso della Camera? Si è cominciato con sofisticazioni indegne sul numero dei morti, si è continuato insultando la Camera, chiamandola pseudo-Camera; poi c'è stata la riunione di Milano. Si dice che la riunione di Milano è stata innocua. Certo ci sono giornali che prudentemente hanno ignorato alcuni episodi; ma la verità è tal cosa che esce alla luminosa luce del giorno tutte le volte che è necessario. E qui c'è un giornale che chiaramente dice che tutta l'assemblea di Milano fu pervasa da un profondo e spontaneo spirito repubblicano.
Che cosa è questo Aventino? È un coacervo negativo sul terreno del puro antifascismo. E da chi è rimorchiato? Dai sovversivi. L'opposizione costituzionale ha dei discreti quadri, ma non ha nessun esercito. Il socialismo unitario è pericoloso, perché non fa una questione di fini, ma una questione di mezzi: gli uni vogliono l'operazione chirurgica col paziente non addormentato, gli altri vogliono adoperare il cloroformio.
Si dice: il liberalismo rifiorisce. Non me ne sono mai accorto. In ogni caso, se il liberalismo rifiorisce si ringrazi quel grande suscitatore di energie che è stato il Partito Nazionale Fascista. Questo liberalismo ha tenuto il suo congresso a Livorno. Quanti erano? 35 mila. E da Roma in giù? 400! Erano forse uniti questi signori? No, non erano uniti. Difatti, recentemente alla Camera, Salandra ha votato a favore, Giolitti, che dice di essere liberale, ha votato contro, Orlando ha votato contro, Giovannini, ex-segretario del partito liberale, si è astenuto. Non si può dire che il partito liberale italiano sia eccessivamente unitario.
C'è veramente quel pericolo comunista di cui molti hanno parlato in quest'aula? Esiste. Vi dirò poi come può essere affrontato. Ma non bisogna nascondersi la realtà, non bisogna credere, con un facilonismo che sarebbe enormemente pericoloso, che sia possibile una soluzione centrista che lo stesso sen. Albertini ha escluso. E di ciò mi preoccupo poco. Intanto vi ricordo che nelle ultime elezioni il comunismo ebbe 400 mila voti.
Ma ci sono sintomi che non dobbiamo trascurare. On. Senatori, dobbiamo essere estremamente prudenti quando il discorso cade su altre Nazioni, anche se del Centro-America, le quali possono fornire un termine di paragone conveniente. Ma a Parigi l'altro giorno vi fu una grande parata comunista durante i funerali di Jaures.
Bisogna che insista su ciò, perché tra i comunisti italiani che stanno a Parigi inquadrati e quelli che agiscono in Italia, ci sono dei rapporti quotidiani. Quanti erano i comunisti che sfilarono militarmente? Secondo l'Humanité, centomila; ma cinquantamila erano certamente, e dicevano nei loro cartelli: «-Abbasso il Governo borghese!» — Viva il Governo degli operai e dei contadini!-» — «-Alle legioni fasciste opporremo le centurie operaie!-» — «-Alla guerra imperialista della borghesia opponiamo la guerra civile per la liberazione del proletariato!-». E il giorno dopo Cachin, sulla Humanité, così commentava la cerimonia: «-Giornata veramente di essenza rivoluzionaria questa, in cui il comunismo è stato visto acclamare da centinaia di migliaia di persone-». Ed un altro deputato comunista scrive: «-Eravamo centomila in marcia, che sfilammo nel sobborgo aristocratico di Saint-Germain. I borghesi atterriti, pallidi, chiudevano le finestre; il popolo era padrone della strada e cantava-».
Essi non avevano armi, è vero, ma le parole d'ordine scritte sugli emblemi erano recise, taglienti come mannaie. E in Italia, come può il sen. Lusignoli essere così ottimista e fare la concorrenza a Pangloss? Ieri si sono svolte le elezioni alla Camera del Lavoro di Roma e la vittoria ha arriso agli anarchici comunisti; si è tenuto a Milano il 7° Congresso nazionale dei lavoranti in legno e le direttive comuniste sono state approvate dal 93 per cento degli organizzati.
Ma perché la successione, sia pure dopo un processo di transazione, dovrebbe passare a costoro? Per una ragione molto semplice: essi hanno un programma assurdo, pericoloso, che voi potete definire con qualsiasi aggettivo; ma è un programma semplice, è seducente. «-Tutto il governo agli operai e ai contadini-». Ora, nelle grandi crisi storiche — e la storia è in questo maestra — i popoli vanno verso i programmi chiari, vanno verso le bandiere ben tinte. Si possono formare delle soluzioni intermedie; ma vi è una forza che spinge agli estremi. Ora, sarebbe molto pericoloso per l'avvenire della nazione italiana credere che tutto procederà con facilità. No. Anche ammesso, per ipotesi dannatissima, che il Fascismo crollasse, i successori non sarebbero nessuno di questi tre gruppi: né i liberali, né i popolari, e nemmeno i socialisti unitari. Questi ultimi potrebbero preparare il terreno, spalancare la porta ai successori di domani, cioè ai comunisti. Ma, o signori, non temete. I comunisti italiani sanno bene, fin dal febbraio dell'anno scorso, che con questo Governo non si scherza, e se domani ci fosse un altro Governo più comodo, più tranquillo e più liberale, io credo che questa vecchia e giovane razza italiana esprimerebbe un nuovo Fascismo. Si troverebbero ancora giovinetti che avrebbero l'ardimento sublime di farsi uccidere per essere fedeli alla legge e alla tradizione della Patria.
È strano che da qualche tempo a questa parte non mi si rappresenti più alle folle come un tiranno sinistro che ha coperto di catene il popolo italiano. La libertà esiste in Italia. La prova? Domenica scorsa a Milano si è tenuta una riunione di opposizione indisturbata e si sono pronunciati discorsi violentissimi contro il Governo che non pochi giornali hanno diffuso in tutta Italia. Se questa non è libertà, bisognerà cambiare il vocabolario politico. Mi accadeva l'altro giorno di commemorare Anatole France leggendo uno dei suoi libri: Thais. In questo libro quello spirito così sottile fa parlare un vecchio prefetto della flotta romana, tale Lucio Aurelio Cotta.
Evidentemente è il France che parla e dice: «-Non nego che la libertà sia il bene sommo per una Nazione; ma più vivo e più mi convinco che solo un Governo forte può assicurarla ai cittadini. La lunga esperienza mi ha insegnato che il popolo è oppresso quando il potere è debole. Così, chi, come la più grande parte dei retori, si industria a indebolire il Governo, commette un delitto spregevole-».
Si dice: voi avete fatto un decreto-legge contro la libertà di stampa. Davvero? Siete voi convinti che da quel decreto in qua non ci sia stata più libertà di stampa in Italia? Ce n'è stata di più. E poi, che cos'è questo dispregio per i prefetti e per i funzionari, per il potere esecutivo alla cui testa sta S. M. il Re? E giacché credete che i prefetti siano personalità che commettono arbitri, debbo protestare solennemente contro questo luogo comune. Il Prefetto è ligio al Governo; ma è ligio anche al suo dovere e non commette arbitri.
Del resto abbiamo un precedente singolarissimo. Nel 1858 ci fu l'attentato Orsini a Parigi: otto morti, 150 feriti; grandi clamori di proteste in Francia e nel mondo. Si pose ancora una volta innanzi al Parlamento Subalpino la questione della libertà di stampa in Italia. Si credeva che taluni giornali stampati in Italia o dai fuorusciti italiani all'estero avessero indotto Felice Orsini a questo gesto. C'è una lettera di Camillo Cavour, datata da Torino 25 gennaio 1858, che dice:
«-Ho fatto sapere al signor De La Tour d'Auvergne che il mio primo desiderio, prendendo la direzione degli affari interni, fu quello di scrivere all'intendente generale di Genova di condurre contro quel giornale (Italia e Popolo) una guerra a morte, senza preoccuparsi troppo della perfetta legalità dei mezzi da impiegare per raggiungere lo scopo. Disgraziatamente dopo l'attentato Orsini quel giornale è stato di un estremo riserbo, non solo nei riguardi dei fatti atroci, ma soprattutto nei suoi riferimenti politici. Tuttavia, ciò che è differito non è abbandonato. L'autorità vigila, e non appena esso darà il minimo pretesto alla legge sarà assalito senza pietà, e noi proclameremo ad alta voce il proposito di schiacciare l'infame giornale ->>.
Poi ci fu la discussione: «-Io dichiaro — diceva Cavour — altamente che professo il massimo rispetto per lo Statuto e che credo assai inopportuno modificare qualunque sia disposizione. Ma non credo che la legge sulla stampa ne faccia parte, perché tale legge ne è tutt'affatto distinta, e ciò che di essa fa parte dello Statuto è il solo principio di libertà-».
Ma si va più oltre. Vi è chi si serve anche della frase: «-si violano i principi-». Qui, o signori, parlando con tutta schiettezza, bisogna dire che le grandi frasi alle grandi masse hanno più e più volte condotto lo Stato alla rovina. Del resto il disegno di legge sulla stampa è stato presentato alla Camera, sarà discusso dalla Camera e dal Senato e il decreto-legge che ha avuto così scarsa applicazione sarà ritirato.
È strano che uno zelatore della costituzione, un esaltatore del parlamentarismo, come si è sempre professato l'on. Albertini, abbia fatto una proposta nettamente anticostituzionale e antiparlamentare. Del resto il sen. Albertini non è alle sue prime armi. Nel 1915, e io ero con lui, con l'agitazione di piazza si scavalcò il Parlamento, e i 300 deputati che sarebbero andati con Giolitti furono dispersi e spazzati via dall'ira popolare; e il nuovo Ministero fu affidato all'on. Salandra. L'on. Albertini non aveva nulla in contrario nemmeno nell'agosto del 1922 ed applaudiva i soldati che non avevano fucilato i fascisti, i quali avevano defenestrato dal palazzo Marino l'amministrazione Filippetti.
Ma vi siete reso conto dell'estrema gravità della vostra proposta? Il Governo alla Camera ha la sua maggioranza. Si è detto: la maggioranza si sfalda. Non si sfalda; ha superato la sua prova del fuoco brillantemente. I 315 voti raccolti in tema di politica estera sono saliti a 340 in tema di politica interna. Saprò fra poco l'opinione del Senato. Ora voi sentite che non è possibile in questo momento un Governo centrista; e allora proponete un Governo militare. È un salto, un'acrobazia, un assurdo. E lo dimostro. O il Governo militare è un Governo di ordinaria amministrazione, e allora si sciupa l'istituto e non si ottengono gli obbiettivi. O è una dittatura, e allora la dittatura non dà la pace al popolo italiano. Potrà costringerlo, questo popolo, per sei mesi, per dodici mesi; ma dopo, le passioni lungamente contenute riesploderebbero e saremmo da capo.
Non solo; ma si aprirebbe nella storia del popolo italiano un capitolo che non deve essere scritto mai, in nessun caso, perché i militari non possono essere portati nella politica. L'Esercito non può parteggiare. Io stesso lo impedii a Roma appena arrivato. Quando gli ufficiali della guarnigione volevano venire all'Hotel Savoia ad applaudirmi, dissi: «-No, l'Esercito non deve fare politica. Esso ha il dovere di obbedire-».
E la procedura per arrivare al Governo militare? La procedura è o il colpo di Stato o la insurrezione della piazza. O è l'Esercito che prende l'iniziativa di dare un Governo alla Nazione, o è la Corona, la quale, consigliata di fare il colpo di Stato, si serve dell'Esercito per disperdere la Camera che non le piace. Dopo l'Aventino della varia opposizione ci sarebbe l'Aventino fascista; e credo che potrebbe essere più imbarazzante.
L'on. Crispolti ha detto che bisogna essere prudenti quando si parla della costituzione. Noi siamo stati prudentissimi; non l'abbiamo ancora toccata: la toccheremo quando introdurremo il voto amministrativo per le donne. Ma tra la immobilità rigida, cadaverica, e la ginnastica delle costituzioni americane, dove in quindici anni, come ho letto recentemente in un libro, le costituzioni sono state modificate 565 volte, è necessario trovare il giusto mezzo. Già dissi qui che nessuno vuole attentare ai muri maestri. Ma la Nazione si è ingrandita, la Nazione è diventata potente, si sono creati altri istituti, c'è tutto un movimento sindacale corporativo economico, che se fosse introdotto nella costituzione allargherebbe le basi dello Stato. Poiché io penso che lo Stato deve estendere, allargare sempre più le basi della sua piramide nelle vaste masse del popolo.
Il Ministero militare è quindi una «-gaffe-», che fa il paio con l'altra di Facchinetti a Milano. E, del resto, non ci facciamo più lusingare dalla parola «-libertà-». Sappiamo che cosa significa la parola libertà! Durante la guerra fu la libertà di assassinare l'Esercito alle spalle. Alcuni anni fa, sette anni fa esattamente, si discusse alla Camera, in seduta segreta, sulle cause di Caporetto: ed il ministro della Guerra diceva: «-causa importantissima di ciò che è avvenuto è stata l'infame propaganda antipatriottica, della quale si hanno infiniti documenti, che sono acquisiti all'autorità giudiziaria-». E conosciamo anche la libertà del dopoguerra quando, solo, e me ne vanto, io ho difeso il generale Graziani che era chiamato il generale fucilatore! E so che cosa significherebbe la libertà di domani, e quel che significa oggi, quando l'altro giorno a Genova si è impedito a un professore, padre di un eroico caduto in guerra, di tenere la prolusione all'apertura dell'anno accademico, presenti tutte le autorità. E so cosa significherebbe la libertà di domani perché voi sapreste, sia pure attraverso forme legali, come ci si libererebbe una volta per sempre da certi avversari irriducibili.
Io sono stato il primo, on. Giardino, a riconoscere che il Paese è in periodo di crisi, di disagio, d'attesa di fronte al Fascismo e al Governo fascista. Le cause sono complesse: errori, violenze, colpe. Errori anche di Governo. E qual è quel Governo che non commette degli errori? Sono stato io il primo, in data non sospetta, a levare il mio grido d'allarme contro l'affarismo. Al Consiglio nazionale del partito, il 7 agosto, io dicevo: «-Bisogna essere estranei agli affari, non farne, rifiutarsi persino di sentirne parlare, dichiarare che sono estranei alla nostra mentalità di fascisti; e quando esistono necessità che impongono tali affari, bisogna farli alla chiara luce del sole-». Dicevo ancora: «-Non vi è dubbio che abbiamo peccato un po' di vanità; troppi commendatori, troppi cavalieri-», ecc. Già d'allora io mettevo il dito sulla piaga. Ma, on. Giardino, non bisogna gettare l'ombra del sospetto generale su tutto il Fascismo italiano, perché, anche prima che il Fascismo venisse sulla scena, vi sono stati in Italia scandali, dalla Regia al Palazzo di Giustizia. Nell'estate scorsa noi abbiamo sepolto due deputati fascisti, uno assassinato e uno morto di malattia; e li abbiamo trovati nella più squallida miseria, e le loro famiglie vivono oggi con l'aiuto delle sottoscrizioni fasciste.
Del resto, quando mi è stato segnalato qualcuno che non era a posto, io sono intervenuto nelle ventiquattro ore. Ma debbo dire un'altra cosa: che molti di costoro, anche col petto decorato di medaglie, sono caduti nell'agguato ingenuamente; perché vi sono degli individui che hanno bisogno di fare una bella vetrina per i loro oscuri interessi. Ma anche i caduti, quando sono avvertiti, obbediscono e si allontanano.
Non crediate, non crediate che il Fascismo sia vicino al tramonto. Non lo crediate, perché sarebbe un errore colossale. I partiti di masse, credete voi che possano scomparire dalla circolazione così di colpo? Ma se noi, dopo aver martellato per degli anni interi dei partiti, li troviamo ancora vivi! Possono esservi eclissi, decadenze; ma un partito che ha parlato così profondamente alla gioventù italiana, che raccoglie 50 medaglie d'oro sulle 62 viventi, che ha nel suo seno il sessanta per cento dei combattenti, che è animato dalla profonda passione che (rivolto all'on. Albertini) riconoscevate quando i fascisti guidavano le vetture tranviarie e le locomotive, voi credete che tutto ciò passi come può passare la nebbia estiva alla viva luce del sole? Ebbene, voi siete in errore, e la storia si incaricherà di dimostrarvelo.
Ho fatto in questi mesi una vasta esperienza umana. Vi sono degli animali sensibili, che hanno sempre le antenne fuori. Quelli meglio perderli che trovarli! Poi vi sono coloro che, avendo qualche conto da rendere alla giustizia, passano all'opposizione credendo di costituirsi un alibi. Vi sono poi coloro che dopo avermi bruciato incensi che avrebbero stordito un grosso bue, passano di là perché credono che vi siano più rapide fortune da raccogliere. Ora, all'indomani del mio discorso del 28 gennaio nel salone del Concistoro a Palazzo Venezia, io ricevevo una lettera di questo genere. Si noti che in questo discorso io avevo ignorato tutti i partiti e detto che avrei trattato con gli uomini. Mi si diceva in questa lettera:
«-Il discorso di ieri è una vibrante azione. Oltre al resto, anatomizza i nostri partiti in modo definitivo e realistico, ecc... Poi è venuta la luce dell'opera sua ad illuminare anche i ciechi. Restano, tuttavia, i ciechi in malafede, che non vogliono essere illuminati. Ciò sarà loro esclusivo danno! Io gioisco, nella mia attuale solitudine, dei suoi trionfi, che sono i trionfi d'Italia. E se verrà giorno, come mi auguro e spero, in cui mi sarà dato di servirla con una cooperazione modesta ma fedele e sincera, quel giorno fausto per me, cancellerà anche il più lontano dei tanti infausti che la sorte mi ha voluto serbare. Sempre avanti, Presidente, per il bene d'Italia!... Con questo grido, che non è augurio, ma meditata sicurezza, Le confermo tutto il mio affetto devoto con i sensi di inalterabile profonda amicizia-».
Questa lettera è del sen. Lusignoli. Ragione per cui il sen. Lusignoli, quando ieri l'altro parlava, vedeva sulle mie labbra quel sorriso sarcastico e di sottile ironia che in realtà non c'era.
Nessuno può mettere in dubbio la volontà fermissima del Governo di arrivare alla pacificazione. Come si può pensare il contrario? Chi mi conosce sa come io soffra, come abbia sofferto tutte le volte che mi giungevano notizie di incidenti, di disordini, di violenze. Ognuno sa come io queste violenze le abbia deprecate. Tutti sanno, o sentono, che io fallirei al mio compito se non dessi la pacificazione reale al popolo italiano.
Ma, o signori, questa pacificazione non dipende soltanto da me. Quando si dice, si scrive e si proclama che tra Fascismo, Governo fascista e tutto il resto dell'Aventino e delle opposizioni si è creato un solco incolmabile, allora manca uno dei termini del confronto, manca uno degli elementi della pacificazione. Se carità di Patria sorreggesse costoro, io penso che essi dovrebbero venire incontro al Fascismo. Infatti, in applicazione di una legge fisica, voi potete influire sul Fascismo stando vicino o dentro al Fascismo; dall'esterno, voi indurrete le molecole di questo organismo a serrarsi insieme, ad adottare la tattica intransigente, estremista anche, se volete, perché questa è una ragione viva di conservazione.
Del resto, che cosa si propongono questi signori? Dicono: noi non scendiamo dall'Aventino. La Camera continuerà a funzionare lo stesso. All'insurrezione non ci pensano: del resto sarebbe soffocata.
Non bisogna giudicare un Governo da un frammento o da un lato della sua politica, ma da tutto l'insieme, non solo da quello che si è ottenuto, ma da tutto quello che si può ottenere, dalle tendenze che animano questo Governo. E allora il giudizio non può essere che equanime e obiettivo.
Onorevoli Senatori, si è parlato in quest'aula dei «-Soloni-». Ebbene il Solone vero, l'antico, fu un grandissimo legislatore, come certamente molti di voi mi insegnano. Quelli di voi approfonditi nelle storiche discipline mi insegnano che Solone abolì le leggi di Dracone, che erano barbariche, divise i cittadini in quattro classi ed impose l'obbligo del lavoro come dovere della città. Poi creò il Senato di 400 membri. Ma poi fece una legge con la quale, on. Bensa, si colpiva di ignominia il cittadino che nelle ore storiche non prendeva partito. Allora, onorevoli Senatori, lasciamo stare i Soloni moderni e rimettiamoci a questo saggio antico. Io vi dico: potete scegliere. Fiducia condizionata, no! No, nemmeno nei tempi grigi della mia giovinezza, quando lavoravo colle braccia, ho mai chiesto elemosine. Non chiedo la sopportazione politica. O si ha fiducia o non si ha. O si crede, o non si crede. Ma la fiducia, o signori, deve essere viatico di conforto, non un calice di amarezza. Alla fiducia condizionata, incerta, preferisco la netta sfiducia.
Voi vedete che vi ho parlato leale. L'ora è grande, on. Senatori, e voi la sentite. E io sono sicuro che voi sarete indubbiamente pari alla grandezza di quest'ora, perché vi è nel vostro illuminato spirito un pensiero che tutti gli altri raccoglie e sovrasta e signoreggia: il pensiero del Re e della Patria, del presente e dell'avvenire.
Il Governo pose la questione di fiducia sul seguente ordine del giorno del Sen. Mazziotti: «-Il Senato, udite le dichiarazioni del Governo, le approva e passa alla discussione dei capitoli-». Fu approvato con 206 voti favorevoli, 54 contrari, 35 astenuti su 295 presenti.

Roma, 10 dicembre 1924: MUSSOLINI arringa i componenti del Consiglio della Società delle Nazioni.


Il 10 dicembre 1924, si riunì in Roma il Consiglio della Società delle Nazioni. In tale occasione il Duce offrì un banchetto a Palazzo Venezia ai membri del Consiglio e pronunziò le seguenti parole, alle quali rispose il Presidente del Consiglio della Società delle Nazioni, signor Millo Franco.
Signor presidente! Signori rappresentanti!
Sono molto sensibile all'onore che mi è dato, di porgere, in nome del Governo italiano, in questa città di Roma, il benvenuto ai Rappresentanti del Consiglio della Società delle Nazioni, la cui opera mira alla difesa e al mantenimento dei principi del diritto nel mondo.
Io spero che, in questa classica atmosfera, voi avrete trovato tutto l'agio per condurre a buon fine l'opera altamente nobile e politica che la Società delle Nazioni persegue in uno spirito di grande solidarietà umana e che non poteva essere meglio affidata che alla esperienza e alla saggezza politica degli eminenti personaggi che io vedo riuniti fra queste storiche mura.
Io vi prego, signor presidente, e signori rappresentanti, di volervi rendere interpreti dei sentimenti e della simpatia del R. Governo presso i vostri Governi ed i vostri popoli per la felicità e la prosperità dei quali io sono lieto di alzare il mio bicchiere.

Roma, 11 dicembre 1924: MUSSOLINI parla al senato della politica estera del Governo.


Al Senato del Regno, nella tornata dell'undici dicembre 1924, S. E. il Capo del Governo, in sede di discussione del bilancio degli Esteri, tenne il seguente discorso:

Onorevoli Senatori!
I problemi della politica estera sono almeno importanti quanto quelli della politica interna: a mio avviso, più importanti. E quasi tutti questi problemi che ci affaticano sono stati prospettati durante questi tre giorni di discussione; prospettati, accennati, taluni anche approfonditi. Si è parlato di tutto; necessariamente può darsi che il mio discorso — che io cercherò di contenere in linee schematiche — possa riuscire alquanto succinto; tuttavia è dovere di rispondere a tutte le questioni che sono state poste in questa assemblea.
Comincio dall'emigrazione. Le cifre demografiche attestano che la popolazione dell'Italia aumenta in media di 446.000 abitanti all'anno. L'Italia, che al principio del secolo XIX aveva dai 22 ai 25 milioni di abitanti, oggi ne ha circa 41 nel suo angusto territorio peninsulare ed insulare, e ne ha otto diffusi in tutte le contrade del mondo.
Quando voi considerate la sproporzione grandissima, quasi angosciosa, fra le possibilità del nostro territorio che non ha in sé grandi pianure, e la popolazione esistente che è in aumento, voi comprendete che il problema è veramente importante.
Quali le soluzioni? Giammai io raccomanderò le propagande più o meno malthusiane: anzi dichiaro che reprimerei con misure di polizia una propaganda di siffatta specie. Né si può, né si deve pensare a guerre per la conquista di territori di colonizzazione.
Allora il problema non offre che una soluzione, o meglio due: una di ordine interno, l'altra di ordine esterno. Quella di ordine interno consiste nell'utilizzazione fino all'ultimo centimetro quadrato del territorio nazionale e di tutte le energie del territorio nazionale. Seconda soluzione: l'emigrazione.
Ma il problema dell'emigrazione è diventato più grave ancora dopo la guerra. La guerra ha condotto a una accentuazione dei singoli nazionalismi, ha posto dei problemi che prima non si ponevano dinanzi alla coscienza dei popoli. Gli Stati Uniti hanno dubitato, in un certo momento, del loro potere di assimilazione. Dal giorno in cui nella coscienza nazionale, nella coscienza della classe dirigente degli Stati Uniti, è sorto il dubbio sulla capacità assimilativa della razza fondamentale anglo-sassone, da quel giorno è nato il fatto che ha ridotto le nostre possibilità emigratorie in quegli Stati alla cifra irrisoria di 4500 persone all'anno. In questa legge ha giuocato anche Samuele Gompers per evitare la concorrenza degli operai europei e per tener alti i salari degli operai americani. Durerà questa legge? Sarà abrogata? Si allargheranno le maglie di questa legge? Non ci è dato di saperlo. Io credo che non si debbono attendere modificazioni almeno per un certo periodo.
Nell'altro ramo del Parlamento io ho fatto una lunga esposizione dettagliata delle condizioni della nostra emigrazione nel più vasto e ricco paese dell'America del Sud. Una volta l'emigrazione era libera. Partivano queste masse umane per tutti i continenti della terra, e nessuno si occupava di loro. Poi si è visto che non si poteva, né dal punto di vista nazionale, né dal punto di vista umano, ignorare la sorte di questi fratelli nostri, abbandonarli così al loro destino, spesse volte incerto e ingratissimo. Oggi si cerca:
1°) di preparare la massa emigrante, di prepararla, anche materialmente, nei porti d'imbarco;
2°) di finanziare delle imprese di lavoro italiano all'estero. E a ciò appunto attende l'Istituto a cui si è accennato in quest'aula. L'Istituto ha un capitale di 100 milioni, e si stanno piazzando le azioni proprio in questi giorni;
le prime notizie dicono che i risultati sono soddisfacenti. Naturalmente il Senato può stare sicuro che questo Istituto sarà controllato, che dovrà aiutare le imprese redditizie e convenienti, e che rifiuterà di dare denari ad imprese fantastiche e sbagliate.
Il problema dell'emigrazione si complica anche perché molti professionisti non trovano occupazione. Mentre l'Argentina ha assorbito nell'anno scorso 100 mila contadini, non potrebbe dare occupazione, per esempio, a 100 avvocati.
Dicevo, dunque, preparazione, selezione, finanziamento del lavoro italiano all'estero. Al centro, cioè a Roma, un organismo, che è aggregato al Ministero degli Affari Esteri, si occupa quotidianamente di tutto ciò, conduce un'inchiesta permanente sulle condizioni dei mercati di lavoro, e ci mette in condizioni di seguire ogni possibilità di sbocco della nostra mano d'opera e di approfittarne, a compenso della restrizione di altri sbocchi più importanti.
Siamo riusciti così a portare i nostri emigranti a 400.000 nel 1923, e a 260.000 nei primi otto mesi del corrente anno, da una cifra che nel 1921 e 1922 era caduta al disotto dei 300.000 emigranti. L'on. Libertini ha parlato di colonizzazione. Ebbene, il Governo ha cercato di dare il massimo sviluppo alla emigrazione agricola nei Paesi transoceanici che offrono la possibilità di colonizzazione.
Si è parlato in vario senso del Commissariato; ebbene io dichiaro che non si può abolirlo; che il Commissariato formi parte integrante del Ministero degli Esteri, ciò va benissimo, ma abolirlo o diminuirlo nelle sue funzioni o nel suo prestigio sarebbe, a mio avviso, dannoso agli interessi dell'emigrazione.
Comunque, il Senato sa che io mi occupo di questo problema, quasi quotidianamente; che tutte le settimane dedico un giorno, e precisamente il mercoledì, per trattare col Commissario dell'emigrazione e cogli uffici competenti, esclusivamente questo problema.
Molti oratori hanno parlato della nostra espansione intellettuale nel mondo, specialmente il senatore Pais ed altri.
Ora bisogna stabilire questo principio: che l'espansione spirituale di un popolo è in relazione assoluta col suo prestigio politico.
Se il prestigio politico è basso, nessuno si occupa di conoscere la nostra lingua, né la nostra letteratura, e nemmeno la nostra storia; se il prestigio politico è alto, allora accadono fenomeni singolari: si fondano delle scuole a Vienna o a Budapest o in altre capitali, scuole frequentatissime dagli elementi locali.
Ma poi soprattutto non è vero che il Governo non si occupi di questo problema, di cui si sente l'urgenza e l'importanza.
Il senatore Rava ha detto che a Praga non esiste nulla; probabilmente non esisteva, ma adesso voglio comunicare al Senato che a Praga abbiamo:
1°) un istituto di cultura italiana;
2°) una cattedra di letteratura italiana tenuta dal prof. Chiurlo;
3°) una scuola primaria diretta dal prof. Filardi; tutto in piena efficienza, e si è già attuato uno scambio di borse di studio.
Il Governo in ciò è aiutato potentemente dalla «Dante Alighieri» e io voglio associarmi al plauso elevato del sen. Pais per la «Dante», grande fucina d'italianità, guidata da quel nobile spirito instancabile che risponde al nome di Paolo Boselli.
Sempre in tema di coltura debbo aggiungere che, d'accordo col Ministro dell'Istruzione, io rivolgo la mia attenzione, con particolare interessamento, alle iniziative riguardanti i rapporti intellettuali fra l'Italia e le altre Nazioni.
Coerentemente a questo indirizzo il Governo segue con simpatia e incoraggia quelle istituzioni che si propongono analoghi intenti. Tale la Società italo-americana che ha predisposto corsi per giovani americani, l'Istituto «-Cristoforo Colombo-», l'Istituto interuniversitario che ha lo scopo di svolgere un'attività diretta all'incremento della cultura italiana anche all'estero, e di promuovere le relazioni universitarie tra l'Italia e le altre Nazioni, creando corsi per stranieri e per connazionali, e coordinando e rafforzando quelli già funzionanti. Inoltre la «Leonardo» si propone di far compilare e diffondere largamente alcune opere che facciano meglio conoscere l'Italia all'estero, sotto i vari aspetti, e di fondare, d'accordo con l'Istituto per l'Europa orientale, un Istituto di cultura italiana a Bucarest.
Tre circoli di cultura italiana sono stati fondati a Belgrado, Zagabria e Lubiana. Per iniziativa ancora della «-Leonardo-» si è aperta una biblioteca italiana a Tunisi, ed una a Salonicco. La fondazione ha inoltre avviato rapporti con editori e librai per ottenere riduzioni di tariffe postali e marittime, che consentano al libro italiano una più larga espansione.
Il Ministro della Pubblica Istruzione, che sta riordinando tutta la poderosa materia dei nostri studi archeologici e di storia dell'arte, mi ha già sottoposto in questi giorni il progetto che riguarda la scuola archeologica di Atene, il più glorioso dei nostri Istituti di cultura all'estero. Le nuove provvidenze sono intese a dare maggiore decoro ed incremento alla scuola stessa, affinché possa più efficacemente e degnamente assolvere gli alti compiti che le sono affidati.
Signori senatori, il problema della cultura esiste, ma per risolverlo con tutto lo splendore necessario, occorrono mezzi. I paragoni che ci ha portato testé il senatore Rava sono interessanti e significativi; se invece di 5 milioni ne avessimo 50, è certo che si aumenterebbero le scuole, si diffonderebbero i libri, si aumenterebbe il raggio di diffusione della nostra lingua e della nostra cultura nel mondo.
Debiti e riparazioni. È stato il sen. Artom che ha toccato questo tasto straordinariamente delicato. Quantunque gli italiani lo abbiano dimenticato perché è una cosa spiacevole, il fatto è questo: che noi abbiamo 100 miliardi di lire-carta di debito. Quando voi pensate a questa cifra astronomica, 100.000 milioni, voi vi rendete conto di certe oscillazioni dei cambi e della svalutazione della nostra lira. Fino a quando sull'orizzonte della nostra finanza penderà questa grossa nube, comprendete che non possiamo guardare con assoluta tranquillità il nostro avvenire finanziario.
Fin dalla conferenza di Londra, io posi, e ne fa fede il libro dei verbali, il problema in questi termini: non si può, non si deve, e non sarebbe né umano né giusto concedere delle agevolazioni alla Germania e non ad un Paese alleato. Sarebbe veramente ingiusto che si sollevasse il Paese vinto e non quello alleato. Quindi connessione del problema delle riparazioni con quello dei debiti.
Voi sapete che all'indomani della guerra, quando l'atmosfera era ancora passionale, si fecero e si lanciarono progetti fantastici. La Germania doveva pagare 1000 miliardi; bisognava punire il Kaiser, anzi si diceva addirittura giustiziarlo. A poco a poco quella cifra si venne riducendo; si arrivò a 200 miliardi, poi a 132, poi si scese ancora più in basso: ora la cifra che sembra universalmente accettata è quella di 50 miliardi. Voi conoscete tutta la storia del rapporto Dawes, l'applicazione che se ne va facendo e quella che se ne farà. Io penso però che fino a quando non sarà stata stabilita la cifra totale delle indennità che la Germania deve pagare, non sarà posta sul tappeto la questione dei debiti.
Il sen. Artom ha domandato quanto c'è venuto in conto di riparazioni. Abbiamo fatto tanti sacrifici, abbiamo avuto centinaia di migliaia di morti e mutilati, abbiamo avuto una regione invasa. Ebbene, quanto c'è venuto in conto riparazioni dalla Germania, che non ha avuto territori invasi, che ha salvato tutte le sue industrie, che in questo momento si trova in periodo di attiva ripresa per la sua vita economica? Rispondo: le riparazioni che l'Italia ha ricevuto dalla Germania in contanti e in forniture (carboni, prodotti farmaceutici, coloranti, ecc.), ammontano, al 31 agosto, ad oltre 400 milioni di marchi-oro, pari a due miliardi di lire italiane. Queste riparazioni ci vengono assegnate in base alla percentuale del 10 per cento, fissata dal Trattato di Spa, che porta la data del 16 luglio 1919. Durante il periodo critico dell'occupazione francese della Ruhr, fino al novembre 1923, le consegne all'Italia in carbone superano la cifra di 120 milioni di franchi, e nel periodo successivo questa cifra è salita a 260 milioni di franchi.
È possibile elevare la percentuale di Spa, che risulta da un accordo formale accettato dall'Italia?
Non posso rispondere a questo interrogativo. Se la questione ritornasse sul tappeto si potrebbe tentare di discutere, ma sono scettico circa tale evenienza. Ho tuttavia appena bisogno di aggiungere che la mia politica estera segue attentamente, giorno per giorno, questo importantissimo problema dei debiti e riparazioni.
Passo a Un'altra questione, che potrebbe sembrare d'ordine amministrativo, ma non è. Quando io ho assunto il dicastero degli Esteri, ho voluto informarmi dello stato dei locali degli edifici delle nostre ambasciate e dei nostri consolati. Avevo sentito dire che in Tunisi bianchissima l'unica casa nera era il consolato italiano; avevo sentito dire, ad esempio, che in una città del Nord la legazione italiana era al quinto piano ed era al quinto piano che si vedeva, di quando in quando, issata la bandiera, il nostro tricolore.
Io dissi: bisogna correre ai ripari. È una questione di dignità e di prestigio per la Nazione.
Una grande Nazione non può porre i suoi rappresentanti in baracche indecenti che disonorano la Nazione stessa. Il problema era difficile; perché anche questo era un problema di mezzi. Chiesi e ottenni 64 milioni di lire per l'acquisto, la costruzione e l'arredamento delle Regie Rappresentanze diplomatiche all'estero.
Nominai una commissione, sotto il mio diretto controllo, perché m'informasse minutamente della situazione. In due anni molto si è fatto in questa direzione. Abbiamo a Praga, a Copenaghen, a Helsingfors, a Nizza, a Salonicco, sedi diplomatiche e consolari degnissime, invidiate da altre nazioni. A Mosca il nostro ambasciatore ha forse uno dei migliori palazzi della città. Stiamo poi costruendo nuovi palazzi per l'ambasciata di Washington, la legazione di Belgrado e il consolato di Tunisi. Non solo, ma abbiamo arredate le ambasciate di Londra e di Madrid, le legazioni dell'Aja, di Copenaghen, di Berna. Per tale scopo abbiamo anche preso i mobili, i quadri e gli arazzi tratti dai palazzi che la munificenza sovrana aveva messo a disposizione del demanio.
A questo punto voglio aggiungere alcune sobrie parole per quanto riguarda il personale del Ministero che ho l'onore di dirigere. Voi sapete che ho fatto delle riforme democratiche, oso dire, in quanto ho abolita quella famosa rendita che creava una discriminazione fra cittadini e cittadini. E poi ho abolito la netta distinzione fra le due carriere, diplomatica e consolare. Le riforme attuate, e i concorsi che ad esse seguirono, hanno migliorato per quantità e per qualità il personale del Ministero. Tutti i funzionari del Ministero, dal più elevato al più umile, dal più vicino al più lontano, rispondono, al centro e all'estero, alle aumentate esigenze della Nazione, sono ligi al loro delicato dovere e dimostrano un alto senso di responsabilità. Voglio in vostra presenza mandare il mio plauso a questi miei collaboratori di ogni giorno e di ogni fatica.
L'onorevole Schanzer vi ha narrato per filo e per segno, con una precisione che io ammiro, tutta la discussione che si è svolta a Ginevra nel settembre scorso; discussione delicata e difficile. Non credo di mancare di rispetto verso chicchessia, e credo che gli eminenti membri della Delegazione italiana me ne possano fare fede, se dico che l'atmosfera di Ginevra nel settembre era una atmosfera piuttosto lirica, con tendenza al misticismo.
Dichiaro subito che rispetto il misticismo e il lirismo; anzi ricordo come il grande Peguy, grande come scrittore e come cittadino perché è morto per la sua patria, la Francia, disse che si comincia col misticismo e si finisce colla politica, il che dimostra che dal misticismo alla politica vi è una continua degradazione. Comunque, nella politica estera e nei problemi che concernono i rapporti fra gli Stati, il lirismo qualche volta può giuocare dei brutti scherzi. In genere io noto che il popolo italiano e questo lo considero un segno di maturità civile, si spoglia del suo donchisciottismo per cui doveva sempre pensare agli altri prima di pensare a sé stesso, e si dibatteva per tutte le cause, anche le più lontane e le più strampalate. Adesso un senso di dignità nazionale, e anche l'esperienza fatta — perché non abbiamo ricevuta mai troppa gratitudine per i nostri soccorsi — ci hanno resi un poco cauti e prudenti; del che mi compiaccio.
In alcune riunioni tenutesi a Palazzo Chigi noi abbiamo discusso di questo protocollo; tanto ben fece l'on. Salandra a non firmarlo. Il protocollo è un tentativo nobile di eliminazione delle guerre. Si dice: con questo protocollo le guerre saranno abolite. C'è invece chi dice: con questo protocollo le possibilità di guerra aumentano. Le questioni giuridiche si complicano con le questioni di ordine militare, e si complicano ancora con il concetto di sovranità degli Stati. Si tratta di sapere se a Ginevra creeremo il Superstato che dispone di uno stato maggiore e di un capo di stato maggiore. In breve, poiché siamo a Roma, diamo da qui il nostro giudizio. Se tutti avessero firmato, noi pure avremmo firmato, non potendo rimanere isolati in siffatte questioni. Ma avremmo firmato con qualche chiarimento; perché, se si vuole la pace veramente, e ciò è lapalissiano, bisogna eliminare le cause della guerra. Ma quando, per esempio, si attui una politica monopolistica delle materie prime, si creano cause di guerra.
Il signor Chamberlain, venuto a Roma quando il suo Governo non aveva ancora potuto studiare il protocollo, ha chiesto di farne un approfondito esame; e la discussione sul protocollo è stata rinviata a marzo. Quindi anche tutta la cronologia successiva della Conferenza del disarmo credo che avrà uno spostamento, una prolungazione. A mio avviso non sarà male. Sarà bene studiare molto attentamente questo protocollo pel suo carattere delicatissimo e per gli impegni che comporta.
L'on. Scialoja ha toccato l'argomento dei Fasci all'estero. Bisogna che ne dica qualche cosa per farli conoscere e per vedere che essi sono in perfetta regola colle leggi locali. Il programma dei fascisti nord-americani comincia con questo postulato: «-I fascisti aderiscono ai principi della Costituzione degli Stati Uniti, e di questa Nazione vogliono rispettare e far rispettare le leggi. Svolgono, in tutte le forme possibili e permesse, intensa propaganda per far conoscere e valorizzare la Vittoria italiana, ecc., ecc.-».
Quanti sono questi fasci all'estero? Sono 315. Se vi aggiungete i nuclei, si arriva a questa cifra abbastanza imponente: 417. In Europa, la nazione che ha il maggior numero è la Svizzera: 27; in Asia, la Siria; ce n'è uno anche nelle Indie olandesi, uno nelle Indie inglesi, tre in Cina, due in Australia, due in Africa. Nell'America settentrionale: 5 nel Canadà, 84 negli Stati Uniti. Nell'America centrale ve ne sono in tutte le Repubbliche. Nell'America meridionale uno in Columbia, 40 nel Brasile, 4 nel Cile, 2 nell'Ecuador, 8 nel Venezuela.
Ebbene, questi fasci possono qualche volta essere costituiti da elementi più o meno capaci; ma compiono azione italiana altamente meritoria.
Bisogna che io faccia qualche citazione perché credo interesserà il Senato. A Glasgow è stato istituito il ricreatorio domenicale con oltre 100 bambini. A Budapest, il fascio ha istituito corsi gratuiti di lingua italiana, ai quali partecipano 1000 bambini ungheresi. A Monaco di Baviera il fascio ha istituito una scuola per italiani; ugualmente a Londra e a Caracas. Al Cairo il fascio ha istituito la scuola di lingua italiana per gli studenti arabi che intendono recarsi a completare la loro cultura presso le Università italiane. A Belfast il fascio ha dato incremento alla scuola italiana che accoglie 100 alunni; a Valparaiso ha istituito il Circolo «-Dopo lavoro-». A Malta, per iniziativa del fascio locale, si è inaugurata la casa degli italiani con intervento di tutta la colonia; a Ginevra è stato inaugurato il primo Circolo degli italiani; a Salonicco la casa degli italiani; a Budapest la casa degli italiani nella sede della Camera di Commercio, ecc.
È un'attività altamente rispettabile; ad esempio ad Essen si è costituito un ufficio di assistenza del fascio con un gruppo di 50 bambini di operai minerari italiani, che sono stati inviati a Pesaro per la cura marina. E debbo dire che, passati i primi momenti, questi fasci sono stati rispettati anche perché rispettosi degli usi locali. Ad esempio, negli Stati Uniti, non escono mai con la sola bandiera italiana, ma con la bandiera italiana e quella americana. Vi faccio grazia delle molte iniziative svolte dai fasci in tutti i paesi del mondo; ma per dirvi, ad esempio, come essi sono considerati, vi dirò che l'ambasciatore americano Flechter ha autorizzato un comunicato dell'«Agenzia Stefani», in cui è detto che si apprezzano le alte finalità patriottiche e civili della nostra organizzazione. Il Primate belga, cardinale Mercier, ha benedetto i gagliardetti italiani dei fascisti locali. L'on. Motta ha fatto dichiarazioni molto simpatiche, e così anche l'on. Pessoa.
Ma un esempio singolare è questo: a New York i fascisti in camicia nera hanno scortato il carro funebre di Harding, e sono stati ammessi dalla famiglia alla tumulazione della salma.
Naturalmente questi fasci bisogna sorvegliarli, curando che non si mettano in nessun caso in contrasto con le autorità diplomatiche e consolari, e che siano sempre composti di elementi sommamente rispettabili e, in terzo luogo, che non facciano opera di disunione, ma bensì di unione fra gl'italiani.
L'onorevole Scialoja mi ha raccomandato la prudenza. Accetto il consiglio, ma io credo che l'on. Scialoja si sarà convinto che, in tema di politica estera, io sono assai prudente. Io non tengo affatto ad essere originale; in politica estera non vi può essere originalità né eccentricità di sorta.
La politica estera è condizionata da circostanze obiettive di fatti, storiche e geografiche, morali e sentimentali; in politica estera si possono migliorare in modo sicuro le situazioni ma non si può più capovolgerle. Stia tranquillo il senatore Scialoja. Quando mi trovo dinanzi a problemi di politica estera ci penso sette volte sette, appunto perché la mia firma, di seguito a quella Augusta di Sua Maestà, non è una firma che impegni il cittadino Mussolini, ma è una firma che impegna il popolo intero! E quindi bisogna molto meditare prima, anche perché non bisogna sbilanciarsi in anticipo, come ha detto l'on. Scialoja, ché altrimenti poi si è necessariamente svalutati all'atto concreto!
Debbo dire, all'on. Nuvoloni, per la questione del paradossale confine della valle del Roia, che io conosco questa questione. Pensi l'on. Nuvoloni che ho cominciato ad occuparmene precisamente in data 21 dicembre 1922. Posso dire che è stato uno dei primi problemi che ho studiato. Non siamo ancora arrivati in porto. Io non dispero però che, esaminando con spirito di amichevole cordialità tale questione ed altri problemi che ci interessano, si possa addivenire ad un accordo con la Francia. Di più non posso dire in questo momento.
L'andamento della discussione in tema di politica estera è stato di tale natura da far supporre che ci sia quello che il sen. Scialoja definisce «consenso universale». Io non lo so: comunque devo chiarire, e dichiarare a conclusione di queste mie brevi osservazioni, che con un consenso più o meno universale, le mie direttive in materia di politica estera restano immutate, anche perché hanno avuto il conforto di una felice esperienza. Esse si riassumono in questo trinomio, e sono rivolte a questa sola meta, a questo solo obiettivo: tutelare rigorosamente la dignità della Patria, aumentare incessantemente la potenza della Patria, accrescere giorno per giorno, con la fatica Quotidiana di tutti i figli d'Italia, la prosperità della Patria.

Roma, 11 dicembre 1924: MUSSOLINI interviene sui confini della Tripolitania.


L'ultimo discorso del 1924 è questa breve dichiarazione fatta al Senato del Regno, dopo il precedente discorso. Si era esaurita la discussione sul bilancio degli Esteri, e il sen. Mosca aveva riferito su l'accordo con la Francia per il confine fra la Tripolitania e la Tunisia, avvenuto il 12 settembre 1919 e approvato con R. D. del 22 dicembre 1923, da convertire in Legge. Con queste affermazioni, ispirato da una visione totalitaria dei destini d'Italia nel mondo, MUSSOLINI al termine del 1924, guardava assai più lontano di tutti i suoi meschini avversari, ormai vinti per sempre.

La rapidissima discussione sul disegno di legge ha dimostrato che la questione della Tunisia interessa ed appassiona l'Alta Assemblea. Si tratta, nel fatto concreto, di un accordo conchiuso il 12 settembre 1919. Questo accordo è divenuto un decreto legge il 22 dicembre 1923. Adesso si tratta di convertirlo in legge. La Camera dei deputati ha già dato la sua approvazione, ed io raccomando il disegno di legge al Senato. Quanto alla questione degli italiani in Tunisia, assicuro il Senato che conosco la questione, e che tale questione sta sommamente a cuore al Governo del Re e tutto sarà fatto e tentato, con la necessaria prudenza e circospezione, per salvare l'italianità di quei mirabili fratelli, che hanno validamente contribuito al benessere di quelle regioni.[/justify]


Ultima modifica di Admin il Ven 23 Mar 2018, 15:14, modificato 5 volte
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Re: I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

Messaggio  Admin il Lun 19 Mar 2018, 19:39

ANNO - 1925

Roma, 3 gennaio 1925: MUSSOLINI, come consuetudine pronuncia il discorso del 3 gennaio

L'anno 1925 s'inizia con questo discorso che segna una data fondamentale nella storia del Fascismo. Fra il novembre e gli inizi del dicembre del 1924 - come si è visto nel volume precedente - le opposizioni erano sgominate, l'Aventino cadeva nel ridicolo. A questo punto - e precisamente nella seconda metà del dicembre 1924 - l'Aventino tentò un ultimo sforzo disperato. I liberali, che al Congresso di Livorno si erano dichiarati ostili al Regime riuscirono a rimorchiare anche quei liberali di destra che erano entrati a far parte della maggioranza parlamentare. Salandra, leader di questo esiguo gruppo, parve unirsi a Orlando e a Giolitti per tentare di rovesciare il Governo Fascista. Nel tempo stesso si scatenava una violentissima campagna di stampa, capeggiata dal «Corriere della Sera» di Milano, organo del Sen. Albertini, e dal «-Mondo-» di Roma, organo dell'on. Amendola. I giornali d'opposizione cercarono un colpo di scena che doveva sembrare sensazionale: pubblicarono un calunnioso memoriale, scritto da un ex-fascista incarcerato per l'affare Matteotti. Lo sciagurato autore del memoriale, Cesare Rossi, cercava un alibi alle proprie colpe sollevando una presunta «-questione morale-» contro il Capo del Governo. In questa atmosfera si chiuse l'anno 1924, e poiché MUSSOLINI aveva convocato per il 31 dicembre il Consiglio dei Ministri si sparse ad arte la voce che il Governo dovesse presentarsi dimissionario alla Camera: già si parlava d'un Ministero Salandra-Giolitti, già qualche pennaiolo si preparava il terreno per ingraziarsi il nuovo Governo - mentre nelle vie, nelle piazze delle città d'Italia, l'anima popolare fremeva e i fascisti erano pronti a una reazione che sarebbe stata violentissima e inesorabile.
Ma le speranze dell'Aventino furono deluse in ventiquattro ore. Il Consiglio dei Ministri prese severissime disposizioni contro la stampa; il Duce strinse disciplinatamente ed energicamente le file del Partito; e forte del consenso popolare - che si dimostrava in continue manifestazioni in ogni parte d'Italia - si presentò alla Camera (ove la secessione della destra non era riuscita che a diminuire di poco la maggioranza) e pronunciò - nella tornata del 3 gennaio 1925 - questo discorso che rivelò all'opinione pubblica l'ignominia delle manovre antifasciste e la forza severa del Governo, del Regime e del Partito Fascista:
 
Signori!
Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere a rigore di termini classificato come un discorso parlamentare. Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure traverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa aula il 16 novembre. Un discorso di sì fatto genere può condurre e può anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi. L'art. 47 dello Statuto dice: «-La Camera dei Deputati ha il diritto di accusare i ministri del Re e di tradurli dinanzi all'Alta Corte di Giustizia.-» Domando formalmente se in questa Camera o fuori di questa Camera c'è qualcuno che si voglia valere dell'articolo 47.
Il mio discorso sarà quindi chiarissimo, e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo avere lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio ai quali andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell'avvenire.
Sono io, o signori, che levo in quest'aula l'accusa contro me stesso.
Si è detto che io avrei fondato una Ceka.
Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo. Veramente c'è stata una Ceka in Russia che ha giustiziato senza processo dalle 150.000 alle 160.000 persone, secondo attestano le statistiche quasi ufficiali. C'è stata una Ceka in Russia che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutte le classi borghesi e sui membri singoli della borghesia, una Ceka che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione. Ma la Ceka italiana non è mai esistita.
Nessuno mi ha mai negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto coraggio ed un sovrano disprezzo del vile denaro.
Se io avessi fondato una Ceka l'avrei fondata secondo i criteri che ho sempre posti a presidio di quella violenza che non può essere espulsa dalla storia. Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza per essere risolutiva deve essere chirurgica, intelligente e cavalleresca. Ora le gesta di questa sedicente Ceka sono state sempre inintelligenti, incomposte e stupide.
Ma potete proprio pensare che io potessi ordinare nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, potete pensare che io potessi ordinare un'aggressione alle dieci del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il discorso più pacificatore che io abbia pronunciato durante il mio governo?
Risparmiatemi signori, di pensarmi così cretino. Ed io avrei ordito con la stessa inintelligenza le aggressioni minori di Misuri e di Forni? Voi ricordate certamente il mio discorso del 7 giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche quando in quest'aula minoranza e maggioranza si scontravano quotidianamente, tanto che qualcuno disperava di riuscire a ristabilire i termini necessari di quella convivenza politica e civile che è più che necessaria fra le parti opposte della Camera. Era un incrociarsi di discorsi violenti da una parte e dall'altra. Finalmente il 6 giugno l'on. Delcroix squarcia, con il suo discorso lirico e pieno di vita e forte di passione, l'atmosfera carica, temporalesca.
All'indomani io pronunciai un discorso che rischiarò totalmente l'atmosfera. Io dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale, il vostro diritto contingente. Voi potete sorpassare il Fascismo come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno della critica immediata tutti i provvedimenti del Governo fascista.
Ricordo, ed ho ancora nei miei occhi la visione di questa parte della Camera, ove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita ed avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza, senza la quale non è possibile l'esistenza di una assemblea politica di sorta. Come potevo, dopo un successo — lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie — dopo un successo così clamoroso che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si riaperse il mercoledì successivo in una atmosfera idilliaca, come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, di far commettere non dico un delitto ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa «-cranerie-», un certo coraggio, che rassomigliavano al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?
Che cosa dovevo fare?
Sono cervellini di grillo quelli che pretendevano da me in quell'occasione gesti di cinismo che io non sentivo di fare, perché ripugnano al più profondo della coscienza, oppure dei gesti di forza.
Di quale forza? Contro chi? Per quale scopo? Quando io penso a questo, signori, mi ricordo di quegli strateghi che durante la guerra, mentre noi mangiavamo la trincea, facevano la strategia con gli spillini sulle carte geografiche. Ma quando poi si tratta di andare al concreto, al posto di comando e di responsabilità, si vedono allora le cose sotto un altro raggio e sotto un aspetto diverso. Eppure non mi erano mancate occasioni per dare prova della mia energia. Non sono stato ancora inferiore agli eventi.
Io ho liquidato in 12 ore una rivolta di guardie regie. In pochi giorni ho liquidato una insidiosa sedizione, in 48 ore ho condotto una divisione di fanteria e mezza flotta a Corfù. Questi gesti di energia — e quest'ultimo stupiva persino uno dei più grandi generali di una Nazione amica — stanno a dimostrare che non è l'energia che fa difetto al mio spirito.

Pena di morte? Ma qui si scherza, signori! Prima di tutto la pena di morte bisognerà introdurla nel Codice penale e poi comunque la pena di morte non può essere la rappresaglia di un Governo.
Deve essere applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta della vita di un cittadino! Fu alla fine di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: Voglio che ci sia la pace per il popolo italiano, e volevo stabilire la normalità della vita politica italiana.
Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto con la secessione dell'Aventino, secessione anticostituzionale e nettamente rivoluzionaria. Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorati per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali. C'era veramente un accesso di necrofilia.
Si facevano inquisizioni anche su quello che succedeva sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva lo stesso! Io sono stato sempre tranquillo e calmo in mezzo a questa bufera che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna. C'è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno volle vendicare l'ucciso e sparò su uno dei nostri migliori che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca. Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione o di normalità. Reprimo gli illegalismi. Non è menzogna quando dico che nelle carceri vi sono ancora oggi centinaia e centinaia di fascisti.
Non è menzogna il ricordo che io ho riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissa e che si sono discussi, non meno regolarmente, quasi tutti i bilanci.
Non è menzogna il giuramento della Milizia e non è menzogna la nomina di generali per tutti i comandi di zona.
Finalmente venne dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la domanda dell'autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni dell'on. Giunta. La Camera scatta. Io comprendo il senso di questa rivolta e pure dopo 48 ore io piego ancora una volta giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego questa assemblea riottosa, riluttante, e dico: «-Accettate le dimissioni» e le dimissioni sono accettate.
Ma non basta ancora: compio un ultimo sforzo normalizzatore: il progetto di riforma elettorale. A tutto questo come si risponde? Si risponde con una accentuazione della campagna e si grida: «-Il Fascismo è un'orda di barbari accampati nella Nazione ed un movimento di banditi e di predoni-», e s'inscena, o signori, la questione morale! Noi conosciamo la triste istoria delle questioni morali in Italia.
Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito? Ebbene, io dichiaro qui al cospetto di questa assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano che assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il Fascismo è stato un'associazione a delinquere, se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico, morale, a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico, morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento fino ad oggi.
In questi ultimi giorni non solo i fascisti ma molti cittadini si domandano: c'è un Governo? Questi uomini hanno una dignità come uomini? Ne hanno una anche come Governo? Sono stato io che ho voluto che le cose giungessero a questo determinato punto estremo. È ricca la mia esperienza di vita di questi sei mesi. Io ho saggiato il Partito. Come per sentire la tempra di certi metalli bisogna batterli con un martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini. Ho visto che cosa valgono e per quali motivi ad un certo momento quando il vento è infido, scantonano per la tangente. Ho saggiato me stesso. E guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero stati in giuoco gli interessi della Nazione. Un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere. Il popolo vuole rispecchiata la sua dignità, nella dignità del Governo, ed il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: basta! la misura è colma!
Ed era colma perché? Perché la sedizione dell'Aventino ha sfondo repubblicano.
Questa sedizione dell'Aventino ha avuto delle conseguenze perché in Italia oggi chi è fascista rischia ancora la vita! Nei soli mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi, dei quali uno ha avuto la testa schiacciata fino ad essere ridotta un'ostia sanguinosa ed un altro, un vecchio settantatreenne, è stato ucciso e gettato da un muraglione. Poi tre incendi si son avuti in un mese, tre incendi misteriosi nelle ferrovie: uno a Roma, l'altro a Parma ed un terzo a Firenze. Quindi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento perché è necessario documentare attraverso i giornali di ieri e di oggi:
Un caposquadra della Milizia ferito gravemente dai sovversivi.
Un conflitto fra carabinieri e sovversivi a Genzano.
Un tentativo di assalto alla sede del fascio di Tarquinia.
Un ferito da sovversivi a Verona.
Un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona.
Fascisti feriti da sovversivi a Forlì.
Imboscata comunista a S. Giorgio di Pesaro.
Sovversivi che cantano «Bandiera rossa » e aggrediscono fascisti a Monzambano.
Nei soli tre giorni di questo gennaio 1925 ed in una sola zona, sono avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Valombra: cinquanta sovversivi, armati di fucili, scorrazzano il paese cantando «Bandiera rossa» e fanno esplodere petardi; a Venezia il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a Cavaso di Treviso un altro fascista ferito; a Crespano la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate, un capo manipolo aggredito e gettato in acqua; a Favara di Venezia fascisti aggrediti da sovversivi; a Mestre, a Padova altri fascisti feriti da sovversivi.
Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché è un sintomo: il diretto 192 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri.
A Moduno di Livenza un capo manipolo assalito e percosso.
Voi vedete da questa situazione che la sedizione dell'Aventino ha avuto profonde ripercussioni in tutto il Paese. Ed allora viene il momento in cui si dice: basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irreducibili, la soluzione è nella forza. Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ci sarà mai.
Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il Fascismo, Governo e Partito, è in piena efficienza. Signori, vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il Fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che il Partito fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Se io la centesima parte dell'energia che ho messo a comprimerlo la mettessi a scatenarlo, oh, vedreste allora...
Ma non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno e definitivamente la sedizione dell'Aventino.
L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa; gliela daremo con l'amore, se è possibile, o con la forza se sarà necessario. Voi state certi che nelle 48 ore successive al mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area, come dicono. E tutti sappiano che non è capriccio di persona, che non è libidine di governo, che non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la Patria.
Dopo questo discorso decisivo, l'Aventino si trovò in una posizione anche peggiore di prima: assente dalla vita pubblica e coperto dal disprezzo della coscienza nazionale. Alla Camera la lotta continuò, concentrandosi sul disegno di legge sulla riforma elettorale, presentato dal Governo e difeso - nella tornata del 17 gennaio 1925 - da un vigoroso discorso di S. E. Luigi Federzoni, Ministro degli Interni. Alla fine della discussione il Governo pose la questione di fiducia sul seguente ordine del giorno dell'On. Roberto Farinacci: «La Camera approva i principi informatori del disegno di legge sulla riforma elettorale e passa alla discussione degli articoli». L'ordine del giorno fu approvato con 307 voti favorevoli e 33 contrari, su 340 votanti. Lo stesso disegno di legge fu approvato dal Senato, nella tornata del 14 febbraio 1925, con 214 voti favorevoli e 58 contrari, su 272 votanti.

Roma, 12 febbraio 1925: MUSSOLINI parla del ritorno di De Vecchi e degli accadimenti in Somalia.


In questa atmosfera di battaglia e di vittoria, il Partito assolveva con entusiasmo la sua alta funzione politica nella vita nazionale. La sessione del Gran Consiglio - inauguratasi il 12 febbraio 1925 con la nomina dell'On. Roberto Farinacci a Segretario del Partito - acquistava un'importanza eccezionale. In questa occasione MUSSOLINI prese lo spunto dal ritorno in Italia di S. E. Cesare Maria De Vecchi, Governatore della Somalia, per definire in sintesi la situazione del momento e le vicende trascorse negli ultimi mesi.

Prima di cominciare i lavori di questa sessione del Gran Consiglio, io voglio porgere, sicuro interprete dei sentimenti vostri, il mio saluto fraterno a Cesare M. De Vecchi; uno dei 53 fascisti del marzo 1919; uno dei creatori della Milizia; uno dei quadrumviri della Marcia su Roma.
Egli torna dalla Somalia — la colonia lontana — sconfinata e ricca di grandi possibilità — che il Governatore fascista ha retto con grande saggezza e non minore energia, tra il plauso delle popolazioni indigene, legate all'Italia dalla quale hanno avuto pace e prosperità.
Sono passati quindici mesi dalla sera in cui, in questa stessa sala, comunicai al Gran Consiglio la nomina e la prossima partenza di S. E. De Vecchi quale Governatore della Somalia. Il lungo periodo di tempo è stato densissimo di vicende. Chi le ha vissute non sempre è in grado di valutarle. Nel complesso il Governo è stato all'altezza della sua missione ed ha risolto molti e formidabili problemi, e il Partito anche, malgrado gli alti e bassi inevitabili in ogni grande rivoluzionario movimento di popolo.

Oggi il partito è solo contro tutti i vecchi partiti. Io considero Ciò come un privilegio, una gloria e un segno; cioè che il Fascismo ha veramente compiuto una rivoluzione che impone a tutti una scelta.
La grande crisi iniziata nel giugno è da ritenersi superata, almeno nel suo punto culminante.
Il discorso del 3 gennaio è stato risolutivo. Lo riconoscono i nostri avversari. Ma non è finita. Se mi fosse lecito impiegare termini di guerra senza far rizzare le orecchie lunghe dei sedicenti normalizzatori, io direi che abbiamo vinto una battaglia, una grande battaglia, ma non ancora la guerra. Abbiamo, all'infuori dei vecchi partiti, ritrovati molti consensi anonimi, ed imponenti: li dovremo lavorare in profondità per renderli definitivi, ma i frammenti dei vecchi partiti manovrano ancora.
Ho voluto, caro De Vecchi, ritracciarti in sintesi quanto è avvenuto. Né vale la pena di scendere ai dettagli che a te — abituato oramai alle solitudini primitive di quella terra africana al cui fascino strano e potente si soggiace — non direbbero nulla.
Ma, prima di finire, voglio additare il tuo esempio di disciplina ai fascisti d'Italia. Si parla troppo, di disciplina. Della parola disciplina ci si riempie la bocca, finché la disciplina è facile, ma se per avventura essa impone un sacrificio politico o personale, allora nascono i puntigli, i secessionismi e talvolta i tradimenti nerissimi. La verace disciplina non conosce, anzi repelle, dagli esibizionismi di troppi Marcelli, coi loro ridicoli sterili e oramai noiosissimi dissidentismi, che durano quanto dura l'imbecille clamore cronachistico e pettegolo della stampa nemica.
Disciplina è la tua, De Vecchi. Tu sei andato dove ti ho detto di andare. Ti sei preso le responsabilità che ti ho affidato. A Roma e in Somalia. In Italia e fuori. Oggi come ieri. Domani come oggi. Così si serve il Fascismo. Così si serve la Nazione. Questo è l'esempio da dare al popolo, il quale nelle sue masse profonde, offre da tre anni uno spettacolo semplicemente superbo di disciplina come tutta la Nazione, come tutto il Fascismo, malgrado le ricorrenti sporadiche beghe dei delusi, dei vanitosi e dei deficienti.
Insomma: si tiene duro e si dura. Questo conta.
Il Fascismo, nel suo complesso, è in piedi, tutto intento a perfezionare i suoi quadri, a rendersi idoneo ai nuovi compiti. Chi esce dal grande fiume, si isterilisce e si perde.
Questo è il monito dei sei anni della nostra storia. Le giornate di domani, quali si siano ci troveranno pronti con la nostra fede sorretta dalla nostra fredda, tenace, indomabile volontà.

Roma, 23 marzo 1925: MUSSOLI parla nel sesto anniversario della fondazione dei Fasci.



Queste poche parole - pronunziate da MUSSOLINI alla folla acclamante, dal balcone di Palazzo Chigi - documentano l'ultima ignobile arma a cui s'era attaccata l'opposizione. MUSSOLINI era stato ammalato ed era ancora convalescente; le opposizioni si servivano di questo fatto per diffondere voci allarmistiche sulla sua salute: ridotte all'impotenza non esitavano ad appigliarsi, come ad un'ancora di salvezza, alla più inumana e invereconda fra le speranze.

Non so resistere al desiderio di farvi sentire la mia voce. Non solo perché ciò vi farà piacere, ma anche per dimostrare che l'infermità non mi ha tolto la parola.
La mia presenza a questo balcone disperde d'un tratto un castello di carte a base di ridicoli «-si dice-», di miserabili «-corre voce-». Voglio invece dirvi, io, che siamo in primavera ed ora viene il bello. Il bello, per me e per voi, è la ripresa totale, integrale dell'azione fascista, sempre e dovunque contro chiunque. Lo volete voi?
(«-Sì! sì!-», rispondono entusiasti i presenti, con una frenetica prolungata acclamazione).
Camicie Nere dell'Urbe!


Ultima modifica di Admin il Ven 23 Mar 2018, 15:54, modificato 4 volte
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Re: I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

Messaggio  Admin il Lun 19 Mar 2018, 19:45

(Segue) ANNO - 1925

Roma, 2 aprile 1925: MUSSOLINI interviene sulla proposta di riforma dell'esercito.

S. E. il Generale Di Giorgio, Ministro della Guerra aveva presentato al Senato del Regno un disegno di legge su la riforma dell'Esercito che suscitò vivaci critiche d'indole tecnica anche nella maggioranza. Dopo le parole di S. E. Di Giorgio, che difese vivacemente la sua riforma, - nella tornata del 2 aprile 1925 - il Capo del Governo pronunciò il seguente discorso:
Onorevoli Senatori!
La discussione che si è svolta in questi giorni mi è apparsa veramente degna della delicata questione che stava sul tappeto e anche delle grandi tradizioni di questa Alta Assemblea.
La ragione del mio intervento è questa: dopo 3 anni di governo io voglio cogliere l'occasione per porre dinanzi al Senato e dinanzi al popolo italiano, i problemi dei nostri ordinamenti militari, anzi il problema globale della difesa militare della Nazione. Sono sicuro che, dato l'argomento, non mi verrà a mancare la vostra benevola attenzione e io vi prometto che non ne abuserò più del tempo strettamente necessario. Partirò da molto lontano, ma vedrete che arriverò assai vicino e toccherò l'argomento in pieno e a fondo.
Questione pregiudiziale: credete voi, on. Senatori, che la guerra che devastò e insanguinò l'Europa dal 1° agosto 1914 all'11 novembre 1918, sia stata veramente come si diceva l'ultima guerra?
La intensa attenzione con la quale tutti voi avete seguito la discussione di questi giorni, mi dimostra che voi non condividete questo candido, rispettabile, ma pericoloso ottimismo. Tutte le guerre si spiegano storicamente, ma il fatto guerra, il fatto guerra che segue le società umane da Caino ad oggi non è stato ancora spiegato; forse appartiene, come altri fenomeni, all'imperscrutabile. Sia essa, la guerra, la generatrice di tutte le cose, come diceva Eraclito, sia essa di origine divina, come 25 secoli dopo diceva Proudhon; sia essa, come diceva Renan, l'elemento da cui l'umanità trae le radici del suo progresso, fatto è che oggi si può dire che anche la guerra che abbiamo vissuto e che io ho l'orgoglio di aver fatto come umile fante, non è stata l'ultima. Tanto è vero che dopo abbiamo avuto in Europa — e trascuro le guerricciole minori — la guerra tra la Russia e la Polonia; più tardi la guerra tra Grecia e Turchia.
Non si può pensare, on. Senatori, che un'eventuale guerra di domani in Europa ci lasci esenti dal sacrificio. Bisogna prepararsi. Né si può pensare che la guerra scoppi e ci lasci il tempo di prepararci. La guerra può piombare su di noi all'improvviso. Conviene prepararsi in tempo utile, bisogna aumentare, sino al limite della possibilità umana quella che io chiamo l'efficienza bellica della Nazione.
E che cosa è l'efficienza bellica della Nazione? È il risultato supremo di tutte le forze storiche e attuali di un popolo. Dico tutte. L'elettrificazione di una ferrovia, che riduce il nostro fabbisogno di carbone è un aumento della efficienza bellica della Nazione. La bonifica di una palude che ridurrà le nostre necessità di pane è un aumento dell'efficienza bellica della Nazione. Una nave che scende nel mare, con uno forse dei nomi sonanti dei nostri eroi del mare, è un altro elemento che aumenta l'efficienza bellica della Nazione. Dico storiche, perché anche le forze storiche giocano profondamente nel destino dei popoli. Sapete voi che cosa vuol dire per la tradizione guerriera della Francia l'avere Napoleone agli Invalidi?
E d'altra parte tutte le forze economiche, politiche, militari, un alto grado di coltura, sarebbero insufficienti, se il popolo si fosse adagiato in un benessere edonistico e vile e non fosse più capace di fare lo sforzo guerriero necessario.
L'efficienza bellica di una nazione è quindi il dato complesso risultante non dalla semplice somma, ma dalla coordinazione dell'efficienza militare, economica, morale, industriale. L'efficienza bellica militare è un dato complesso risultante non dalla somma, ma dalla coordinazione armonica dell'efficienza dell'Esercito, dell'efficienza della Marina e dell'efficienza dell'Aviazione. E l'efficienza bellica di ognuna di queste tre armi è un dato risultante non dalla semplice somma, ma dall'armonica coordinazione e impiego di questi tre fondamentali elementi: quadri, truppe, macchine.
Voi, onorevoli Senatori, vedete che la mia logica è semplice, ma è strettamente consequenziale. Se io domani mi recassi in un paese straniero a fare un'inchiesta sulle sue condizioni e sulla sua efficienza bellica, io comincerei col domandare: Quanta forza bilanciata avete? Quale è la durata della vostra ferma? Ma non mi fermerei qui. Domanderei: Quanti cannoni avete? Quante munizioni? Quanti quadri? Chi insegna nelle vostre scuole di guerra? I sottufficiali come sono raccolti, inquadrati, organizzati? Avete un ufficio chimico per i gas e per gli anti-gas? La vostra aviazione è sviluppata o ancora primitiva? Le vostre possibilità industriali sono grandi o piccole? Le possibilità dei vostri rifornimenti sono garantite o non garantite? Avete una marina? Il morale delle vostre truppe e del vostro popolo è alto o basso?
Quando io avessi raccolto tutti questi elementi potrei dire di avere, sia pure in via approssimativa, conosciuto il grado di efficienza bellica di quel determinato popolo. Voglio dire che l'efficienza bellica di una nazione non dipende soltanto dall'efficienza bellica dell'esercito e l'efficienza bellica dell'esercito non è strettamente legata alla forza bilanciata — che fu sempre variabile a seconda delle circostanze — e alla durata della ferma che variò sempre con tendenza a diminuire.
Si dice: «-aumentate gli stanziamenti per la forza bilanciata e per allungare la durata della ferma-». Vi do delle cifre. Nel 1913-1914 il totale dei milioni assegnati all'Esercito e alla Marina era di 687, nel 1923-1924 era di 3381, nel 1925-1926 sarà di tre miliardi e 552 milioni. Voi vedete che abbiamo moltiplicato esattamente per cinque la Cifra dell'anteguerra.
Aumentare la ferma e aumentare la forza bilanciata, bisogna vedere che cosa significhi ai fini della finanza. E le altre forze dello Stato? E la Marina? Mi par di udire la voce del mio amico il Duca del Mare, che è veramente un vecchio giovane lupo di mare, che mi dice: «-Presidente, e la Marina?-» Questa domanda mi fa riflettere, perché non vi è dubbio che con la scomparsa della flotta tedesca, che era modernissima e potente, si è profondamente alterato l'equilibrio navale mondiale. Oggi l'Inghilterra sposta più liberamente le sue flotte e la Francia — bisogna pur prendere dei termini di paragone — ha un programma navale del quale io reputo conveniente di esporvi le cifre. Per nuove costruzioni navali la Francia ha impiegato nel bilancio del 1925, 479 milioni di lire carta; nel bilancio del 1926, 652 milioni di lire carta; nel 1927, 789 milioni di lire carta; nel 1928, 809 milioni; nel 1929, 800 milioni, con una media annuale di 704 milioni di lire carta, superiore alla somma che noi abbiamo stanziato per il quinquennio. Le conseguenze di tutto ciò sono che la forza navale italiana diminuirebbe a poco a poco e che La sproporzione diventerebbe sempre maggiore. Ricordo, e non ho bisogno di ricordarlo a voi, che l'Italia si trova nel Mediterraneo e che il Mediterraneo ha tre vie di accesso e queste tre vie sono ben guardate. Il giorno in cui fossero bloccate il problema dei viveri in Italia sarebbe estremamente difficile.
Quale sarebbe l'ideale?
L'ideale sarebbe quello di portare al massimo questi elementi: molti quadri, molte truppe, molte macchine. Ma qui entra la finanza; è la finanza, da cui si deve partire, perché se la finanza è sana e solida si troveranno i milioni necessari, ma se crolla, tutto crolla.
Ora dovrei accennare all'Aviazione. Constato come Pecori Giraldi abbia riconosciuto quella che è la pura verità: che io ho trovato l'Aviazione per terra, letteralmente per terra, e l'ho portata ad un grado che aumenta veramente l'efficienza bellica della Nazione.
Naturalmente noi non possiamo seguire la tattica dell'America, dove non si fa che un apparecchio; ma esso è il più perfetto tra tutti, perché l'America è il Paese dei dollari e le officine possono fare gli apparecchi a serie immediate. Noi dobbiamo tendere alla qualità, ma anche alla quantità.
I dati relativi all'Aviazione sono i seguenti: la Francia ha 138 squadriglie con 1208 apparecchi e una nave porta-aerei in costruzione. Però a queste cifre dovete aggiungere quelle della riserva dei consumi che portano queste cifre a 3000 o 4000 apparecchi.
L'Inghilterra ha 63 squadriglie con 792 apparecchi, ha quattro navi porta-aerei. Gli Stati Uniti d'America hanno 70 squadriglie, 570 apparecchi e 4 navi porta-aerei: l'Italia ha 80 squadriglie con 882 apparecchi escluse le riserve e i consumi. Oggi l'Italia ha 1786 apparecchi. Aggiungendovi quelli che sono presso le ditte in costruzione e riparazione si ha un totale oggi, 2 aprile 1925, di 2166 apparecchi che possono prendere quasi immediatamente il volo. Ma ciò costa. Io, Commissario dell'aeronautica, ho chiesto al ministro delle finanze 702 milioni per il 1925-1926. Il ministro delle finanze mi ha detto: «-è impossibile-», e allora ho ridotto questa cifra a 450 milioni che spero di portare con un'aggiunta straordinaria ad una cifra più elevata.
Ma quando l'erario si trova nelle condizioni in cui si trova il nostro, quando il pianoforte fiscale è stato battuto e ribattuto e c'è pericolo di vederselo fracassato fra le mani, quando insomma non si può più oltre abusare dell'eroismo troppo decantato e giustificabilissimo del contribuente italiano, quando insomma occorre fare una politica di economia il quesito s'impone: si debbono fare queste economie sui quadri? No. I quadri sono l'ossatura dell'Esercito; gli ufficiali sono l'anima dell'Esercito, devono essere ben trattati, ben preparati. Debbono farsi delle economie sui materiali, sulle dotazioni e sulle macchine? No. L'esperienza della guerra è conclusiva.
Mi è accaduto di leggere pochi giorni fa un libro assai interessante: Le memorie di Gallieni. Niente di più emozionante delle pagine che egli dedica a descrivere lo stato in cui si trovò il campo trincerato di Parigi. Le brigate dei territoriali francesi erano assolutamente disarmate di fronte agli ulani (non lo dico io, lo dice Joffre e lo conferma Gallieni). Nel campo trincerato di Parigi non c'erano cannoni, non c'erano mitragliatrici, c'erano vecchi fucili; non c'erano telefoni da campo, né tutti gli altri strumenti di segnalazione. Momenti terribili per la Francia i giorni che vanno dal 26 agosto al 5 settembre quando il piano dello Stato Maggiore tedesco era in pieno svolgimento e dopo aver attraversato il Belgio si puntava su Parigi e si era già arrivati ai bordi estremi della foresta di Compiegne.
Bisogna leggere quelle pagine per convincersi che non si sarà mai abbastanza dotati di mezzi e di macchine. Il generale Ludendorff cominciò a disperare della vittoria quando, nella seconda battaglia della Somme, vide la pianura e le colline popolate di tanks.
E che cosa valeva per i Russi l'essere uno sterminato esercito, quasi un formicaio, quando nella Galizia c'era un fucile ogni tre uomini?
Le macchine si possono fare a serie e rapidamente, gli uomini no, e se anche voi poteste concepire che si facciano a serie gli uomini come riteneva Federico di Prussia, pensando ai suoi sudditi in una notte di gennaio e sotto un plenilunio, ci vogliono sempre 18 anni, per fare dei soldati.
Più cresce l'usura umana della guerra e più è necessario l'impiego delle macchine.
Ora l'ordinamento Di Giorgio su che cosa incide? Non incide sui quadri, li rispetta: non incide sulle dotazioni e sulle macchine e materiali, li vorrebbe aumentati. Incide sulla forza bilanciata. Ma su quale forza bilanciata? Sulla parte della forza bilanciata che è rappresentata dalla fanteria di linea. Quando l'onorevole Di Giorgio mi parlò del suo ordinamento, mi interessai alla questione, perché avevo l'impressione anche allora che ci trovassimo di fronte ad una facciata. Si diceva: 18 mesi, ma io domando al mio caro e grande amico, Duca della Vittoria: si sono fatti mai realmente 18 mesi? Si diceva: forza massima, forza minima; ma cosa sono diventate queste espressioni attraverso la necessità del congedamento anticipato? Notate che quando l'on. ministro Di Giorgio mi presentò il suo ordinamento io, pur essendo profano della materia, gli feci delle obbiezioni, immediatamente consegnategli in questo foglietto che ho qui ripreso, perché erano di carattere fondamentale. Guardi, generale, io dicevo, che i punti su cui si concentreranno le batterie avversarie, saranno, a mio avviso, i seguenti: i 90 giorni ritenuti dal suo ordinamento sufficienti alla istruzione dei reggimenti di fanteria di linea; il rapporto fra forza massima e forza minima; infine la «procedura» dei reggimenti quadro. E tutte le volte che mi giungevano delle parole di questo genere: che l'Esercito si sarebbe ridotto a 10 reggimenti, a poche migliaia di uomini, io mandavo a chiamare il ministro della guerra per avere da lui degli schiarimenti.
Occorre anzitutto domandarsi: che cosa avverrebbe se l'ordinamento Di Giorgio fosse applicato domani in pieno? Per esempio, che cosa avverrebbe dello Stato Maggiore? Lo Stato Maggiore è ripristinato nell'ordinamento Di Giorgio ed è ripristinato il Capo di Stato Maggiore. È necessario che così sia. Il Capo di Stato Maggiore è necessario, ci deve essere, perché a mio avviso è il responsabile della preparazione della guerra, mentre il ministro della guerra è responsabile dell'amministrazione dell'Esercito di fronte ai due rami del Parlamento. Che cosa avviene nell'ordinamento Di Giorgio della cavalleria? È aumentata, diminuita, è abolita? (perché si parlava anche di abolire la cavalleria).
Ebbene, l'ordinamento, giustamente a mio avviso, mantiene i 48 squadroni di cavalleria. Che cosa avviene dei tradizionali bersaglieri? Si diminuiscono? Sono conservati? Essi sono conservati. L'artiglieria viene ippomontata o automontata? Viene aumentata o diminuita? Viene aumentata. C'è un raggruppamento, un'organizzazione degli automezzi? Sì, c'è. Che cosa avviene dei quadri? Degli ufficiali? Che cosa avviene degli uffici tecnici che devono preparare i gas e gli antigas?
Tutto ciò è, a mio avviso, contemplato nell'ordinamento Di Giorgio che si compone di 44 articoli, intorno ai quali non si è discusso o si è discusso ben poco. Si è discusso dei principi e sulla relazione. Benissimo. È giusto, ma in una relazione che precede un disegno di legge si possono prospettare le tesi più contraddittorie e si possono anche prospettare eventualità per assurdo che non si verificheranno. Si doveva discutere, a mio avviso, sugli articoli dell'ordinamento secondo risultavano nel progetto di legge.
La Nazione armata? Sono contrario. Non vorrei che alla Nazione armata in tempo di pace corrispondesse la Nazione disarmata in tempo di guerra.
Non bisogna credere che quel che va bene per la Svizzera che ha una speciale geografia, una speciale storia ed una speciale situazione diplomatica, possa andar bene per l'Italia. La Nazione armata svizzera ha tradizioni secolari. Non bisogna abbandonarsi a esperimenti avventurosi. La Nazione armata in tempo di pace deve intendersi armata spiritualmente, ma essa non potrà mai sopprimere quello che si chiama esercito permanente. Sono d'avviso, sempre in tema di principio, che convenga tener presente quello che ha detto il Generale Pecori Giraldi circa una unità di indirizzo per tutte le questioni che concernono la preparazione della Nazione per la guerra. Non bisogna veder solo il proprio settore, non bisogna veder solo l'Esercito, solo la Marina o solo l'Aviazione: questa visione sarebbe unilaterale ed insufficiente; potrebbe condurre domani come ieri a squilibra ed inconvenienti, a pericoli gravissimi.
Sempre sul tema per dire così, di ordine generale, sono perfettamente d'accordo sulla disciplina necessaria dell'Esercito. Ricordo anzi al Senato che io ho dato un esempio clamoroso: quando gli ufficiali della guarnigione di Roma volevano venire sotto l'Hotel Savoia, diedi ordine tassativo che nessuno si muovesse dalle caserme; ma, se questa disciplina, che è gloria dell'Esercito, dovesse essere interpretata in modo estensivo, come Fascismo e antifascismo, si sappia che io respingo questa interpretazione in modo solenne. Perché gli uomini dell'antifascismo nel 1917, mentre pochi italiani si maceravano in trincea, tentavano di pugnalarli con la rivolta di Torino, ed è del 1917 il grido parricida: «-il prossimo inverno non più in trincea-», e qui c'è il maresciallo Cadorna che può dire quali conseguenze d'ordine morale ha avuto questo grido nefando.
Gli uomini dell'antifascismo sono quelli che, dopo la guerra, hanno battuto il leit-motif dell'espiazione, cioè che la borghesia italiana doveva espiare il crimine della guerra, mentre essa per noi è il titolo più nobile d'orgoglio della stirpe italiana.
Gli uomini dell'antifascismo sono quelli che vollero l'inchiesta su Caporetto, che lavorarono sull'inchiesta. Tutti gli eserciti hanno avuto rovesci forse più gravi del nostro, ma nessuno si è gettato con foia che si potrebbe dire sadica su quella che è stata una grande sciagura nazionale, ma che è stata riscattata magnificamente con le battaglie del giugno e dell'ottobre 1918. C'è stato un momento in cui gli uomini dell'antifascismo misero a riposo il gen. Cadorna e costrinsero al silenzio un altro Uomo, che aveva avuto il grave torto di dichiarare la guerra dall'alto del Campidoglio.
Gli uomini dell'antifascismo sono stati quelli che hanno inflitto all'Italia la vergogna di Valona, quando non aiutarono i nostri soldati attaccati da poche migliaia di truppe disordinate, perché si era lanciato il grido altrettanto parricida: Via da Valona!
Gli uomini del Fascismo hanno un passato ben diverso.
Chiudo questa parentesi e mi domando: a proposito del progetto di ordinamento: le due tesi sono veramente irreconciliabili? Se per esempio, io proponessi questo emendamento: «per nessun motivo, in nessun caso, nemmeno per un giorno solo dell'anno, il numero dei soldati dell'Esercito italiano può essere inferiore anche di una sola unità, a una data cifra»?
Bisogna a mio avviso essere egualmente lontani dalla rigidità cadaverica e dalla elasticità evanescente. Bisogna avere un punto di partenza, bisogna dire agli italiani: sapete, in qualsiasi occasione, con qualsiasi Governo, voi avrete 150 o 250 mila uomini come minimo delle forze militari.

Zupelli. — Siamo d'accordo.

Mussolini. — Domando al senatore Giardino se questa tabella che reca la dicitura «-Paragone di consistenza dell'esercito e di spesa per forza bilanciata-» è attendibile.
Giardino. — L'ho basata sulle cifre date dal ministro della guerra all'ufficio centrale sulla efficienza dei corpi; mi sono limitato a fare delle moltipliche e delle somme. Siccome nessuna rettifica è venuta ho ragione di ritenerla attendibile.

Mussolini. — Sono due tabelle: una che reca le cifre quali risulterebbero dall'ordinamento Di Giorgio e l'altra le cifre dell'ordinamento Diaz.
Periodo di forza massima, secondo l'ordinamento Di Giorgio, 324.632 uomini; periodo di forza massima, secondo l'ordinamento Diaz, 288.906 uomini. Dunque durante il periodo di forza massima l'ordinamento Di Giorgio ha dai 30 ai 36 mila uomini in più dell'ordinamento Diaz.
Nel periodo di forza minima ecco le cifre: ordinamento Diaz, 165.000 uomini; ordinamento Di Giorgio, 142.000. Dunque in questo periodo la differenza tra i due ordinamenti è di 23.000 uomini. Queste cifre vanno meditate, ma non basterebbero a spiegare tutto. Bisogna vedere la durata perché intendete perfettamente che, se si avessero 500.000 uomini per un mese, per un solo giorno le cose sarebbero diverse.
Debbo ancora aggiungere che, mentre nell'ordinamento Diaz la forza, nel periodo di forza minima, 165.000 uomini, sarebbe tutta concentrata, nell'ordinamento Di Giorgio invece 112.000 uomini sarebbero concentrati e 30.000 dispersi nei famosi reggimenti quadro.
Ora io domando, salvo le ripercussioni d'ordine finanziario: se si aumentasse di due mesi, come minimo, la durata del periodo di forza massima e si diminuisse di due mesi la durata del periodo di forza minima, non si verrebbe ad un risultato sicuro soprattutto quando si facesse ciò ch'io credo necessario e cioè di avere 325.000 uomini nel periodo necessario? Quando è che scoppiano di solito le guerre? In primavera ed in estate. Allora i 325.000 uomini del periodo di forza massima dovrebbero essere alle armi nei mesi di aprile, maggio, giugno, luglio, agosto e settembre. Si utilizzerebbero così in pieno ed io credo che nei mesi d'istruzione intensificata, su terreno, si potrebbero ottenere risultati soddisfacenti per la istruzione della fanteria di linea. Naturalmente questo sarebbe il minimo della durata. Per le specializzazioni per i corpi speciali (bersaglieri, artiglieri, genio, automezzi, ecc.), si dovrebbe fissare una ferma di durata superiore.
A questo punto io mi domando se sono riuscito bene ad esprimermi in questa materia. E mi domando se non si potrebbe giungere ad un ordinamento tale che da una parte tenesse la forza minima in un limite preciso, fissato, dal quale non si dovrebbe discendere per qualsiasi ragione e che dall'altra parte assicurasse una latitudine maggiore al periodo di forza massima. In tutti i casi avremmo, ad esempio, che il minimo di 150.000 uomini non sarebbe diminuito; nei casi migliori, in un periodo di floridezza del bilancio o in un periodo di necessità, potremmo portare il contingente della forza massima a cifre ben più alte e per un periodo superiore ai sei mesi.
Orbene, a questo punto il Governo vi dice, a mezzo mio, che è necessario riflettere.
Il Governo vi chiede il tempo necessario per riesaminare ed approfondire il problema anche dal punto di vista della finanza e delle condizioni della difesa.
La sosta non sarà lunga, anche perché io intendo in questo secondo tempo di valermi, forse attraverso la Commissione suprema di difesa, del concorso di tutti coloro che possono dare degli utili suggerimenti sulla questione. La sosta non sarà lunga. Se si riesce presto ad un accordo soddisfacente, penso, nella nostra ripresa dei lavori, in questo mese, di riportare l'ordinamento dinanzi a voi anche perché è necessario dare un ordinamento all'Esercito. La sosta ci darà modo di tesoreggiare i risultati di questa discussione che è stata altissima e che io ho seguito con straordinario interesse — era dovere del mio ufficio del resto — e di permettere di vedere quello che si farà altrove. Ci sarà anche modo di esaminare il problema nei suoi riguardi con la finanza e di vedere, d'altra parte, quale piega prendano le trattative per il patto di garanzia occidentale, perché è evidente che dopo aver sepolto il protocollo di Ginevra, se si arriva, come è possibile, ad una intesa di garanzia con la Germania, è evidente che si avrà un periodo di pace assicurato. Se questo non si ottiene, se dopo aver sepolto il protocollo si seppellisce anche la possibilità del patto di garanzia, noi dovremo forse prendere altre deliberazioni, perché vi confesso che allora io sarei oltremodo pessimista negli anni immediatamente prossimi.
Onorevoli Senatori, dato il tono della discussione che fu rigorosamente contenuta nel campo tecnico, dato anche — non vi dolga se io faccio questa constatazione — il turbamento in cui voi o almeno molti di voi vi trovate di fronte a responsabilità di grave momento, aumentate dalle opposte tesi sostenute da uomini che guidarono le armi alla Vittoria, dal momento che si profila la possibilità di una soluzione di questo contrasto soddisfacente per l'una e per l'altra parte e soprattutto soddisfacente per l'Esercito italiano, non vi stupirete della mia richiesta e soprattutto non le darete delle interpretazioni arbitrarie.
Voi intendete che non si tratta della sorte ministeriale di un uomo o di un progetto. Noi siamo qui anello di congiunzione tra coloro che furono e coloro che saranno nella nostra Patria; noi siamo qui i custodi della Vittoria che dobbiamo tramandare a coloro che verranno, pura e potente. Qui, on. Senatori, ed io lo vedo dall'ansia con cui avete seguito questa discussione, e anche dall'attenzione con cui avete ascoltato le mie parole, voi sentite che qui la posta del giuoco è suprema e richiede che ognuno assuma le sue responsabilità attraverso il vaglio della propria coscienza. Qui sono in giuoco la sicurezza e la potenza della Patria.
S. E. Di Giorgio rassegnò le proprie dimissioni, e l'interim della Guerra fu assunto dal Duce.

Roma, 4 aprile 1925:
MUSSOLINI interviene sui miglioramenti degli impiegati statali.


Alla Camera dei Deputati, nella tornata del 4 aprile 1925, S. E. Alberto de' Stefani, Ministro delle Finanze, illustrò i provvedimenti presi per migliorare la situazione degli impiegati statali. Dopo di lui, il Capo del Governo fece le seguenti dichiarazioni:
Il discorso dell'oratore che mi ha preceduto, mi dà precisamente il motivo necessario e sufficiente per parlare sulla questione impiegatizia, e sugli aumenti stabiliti in un recente Consiglio dei ministri.
Prima di tutto non dovete pensare che questi aumenti siano effetto del capriccio di qualcuno o di pochi uomini. Questi aumenti e la loro proporzione sono il risultato di lunghi studi, di delicati studi, che hanno durato tre mesi, perché si trattava di adeguare l'aumento al valore morale, giuridico e al rendimento singolo delle categorie, di stabilire che cosa ciò significava per l'erario.
Che i giornali, i quali amano spesso dipingere il mondo in rosa, abbiano fatto credere delle cose fantastiche, questo è affare che riguarda i giornali, coloro che li leggono e che ci credono.
Il Governo ai primi di gennaio, si è trovato di fronte al caro-vita in aumento e al disagio delle classi impiegatizie, evidente. Doveva provvedere, ed ha provveduto.
Che ci siano malcontenti lo ammetto, ma se anche avessimo coperto d'oro l'imponentissimo esercito dei dipendenti dello Stato, ci sarebbero ancora dei malcontenti, perché l'uomo è malcontento anche per altri motivi, che non sono precisamente lo stipendio mensile; vi sono altre infelicità nella vita!
E stabilendo quest'aumento siamo partiti naturalmente da criteri fascisti, non da criteri democratici, e meno ancora demagogici.
Vi leggo delle cifre, signori, e voi vedrete che cosa significa ciò per la finanza italiana, che cosa significa ciò per il contribuente italiano.
Perché noi non facciamo girare il torchio, e meno ancora ci permettiamo di far girare le rotative; noi bruciamo biglietti di banca, ciò che è un buon mezzo per rivalutare la moneta, per dare alla moneta la possibilità di comperare di più.
Si dice: avete dato 9000 lire di aumento agli impiegati di primo grado. Sapete quanti sono? Sette. Dico sette, per l'importo di 63.000 lire, e sono i due marescialli d'Italia, il grande ammiraglio, i tre generali di esercito, il primo presidente della Cassazione unica.
Si dice: avete dato 8000 lire di aumento alla seconda categoria. Sapete quanti sono? Ventisei. Quelli di terza categoria che hanno avuto 7500 lire di aumento, sono 107. Quarta categoria: 7000 lire di aumento, e sono 726.
Ma qui veniamo ai grossi nuclei. La 5a categoria ha avuto 5500 lire di aumento e sono 1489 impiegati. La 6a categoria ha avuto 4000 lire di aumento e gli impiegati sono 2997. La 7a categoria ha avuto lire 3000 di aumento e gli impiegati sono 5908. L'8a categoria, che ha avuto 2500 lire di aumento, ha 9188 impiegati. La 9a categoria, che ha avuto 2000 lire di aumento, ha 22.991 impiegati. La 10a categoria, che ha avuto 1500 lire di aumento, ha 23.463 impiegati. L'11a categoria, che ha avuto 1200 lire di aumento, ha 22.333 impiegati. La 12a categoria, che ha avuto lire 1000 di aumento, ha 17.397 impiegati. Vengo alla 13a: essa ha avuto l'aumento più misero, di 900 lire, ma gli impiegati sono soltanto 4312, perché è una categoria transitoria, dove si resta 3 o 4 anni per passare alla categoria successiva.
Queste sono le cifre, e del resto vi dico netto che non si poteva fare di più.
Abbiamo dato ai poveri ex impiegati, ai fedeli vecchi servitori dello Stato, che mi mandano plichi di telegrammi di ringraziamento, i 178.000 pensionati che morivano di fame, un aumento di 90 milioni.
Altrettanto dicasi dei maestri, altrettanto dicasi degli ufficiali in servizio attivo permanente, abbiamo pensato ai così detti silurati, molti dei quali più che colpevoli furono vittime.
I ferrovieri hanno avuto la bellezza di 265 milioni. Totale 715 milioni.
Signori, vi prego di riflettere su questa cifra, che è una cifra importantissima: 715 milioni netti. Li stampiamo questi milioni? Me li dà l'on. Lo Sardo questi milioni?
Basta dirvi un'altra cifra. In quel Consiglio dei ministri, tenuto nel mio domicilio privato il 30 marzo, abbiamo provveduto, nella misura che voi sapete, a 830.000 persone. E se aggiungete i ferrotramvieri, per cui il provvedimento è imminente, si arriva a una cifra, non astronomica, ma certamente enorme, di circa 900.000 persone che sono state beneficiate dal nostro provvedimento.
Naturalmente ci sono le dolenti note. E le dolenti note, siccome non vogliamo fare debiti né stampare moneta, sono rappresentate dai così detti inasprimenti delle tariffe telegrafiche, postali, ferroviarie e da altri piccoli ritocchi a quel famoso pianoforte fiscale di cui parlavo l'altro giorno in Senato. Perché all'ultimo, chi paga, non è il Consiglio dei ministri. I quali non si sono aumentati un soldo del loro magrissimo stipendio e me ne vanto, perché siamo al di fuori dell'Amministrazione pur essendo capi dell'Amministrazione, così come il capitano che comanda la compagnia, ma è all'infuori dei soldati.
Tutto ciò alla fine è pagato dai contribuenti, dal laborioso, grande, buonissimo popolo italiano. E anche del contribuente e del popolo italiano, bisogna avere qualche rispetto, quando si tratta di spremergli ancora del sangue, dato che ormai esso è esausto.
Noto che gli impiegati si sono portati bene. Ci sono nella burocrazia delle pecore scabbiose. Ci sono e senza ricorrere a quei provvedimenti che si potrebbero dire liberticidi, dobbiamo prendere queste pecore scabbiose e mandarle altrove.
E qui certamente i comunisti mi daranno ragione, perché ciò fanno in Russia i comunisti.
Noi fascisti, che governiamo da fascisti, non possiamo assolutamente tollerare che ci siano di coloro che sono nello Stato, prendono il denaro dello Stato e tradiscono o sabotano lo Stato.
Del resto il contegno degli impiegati è stato soddisfacente, e prima e dopo, perché gli impiegati sanno, lo devono sapere e io lo ripeto, che un mezzo sicuro per non avere nemmeno un centesimo è quello di agitarsi.
L'epoca degli agitati, degli agitatori, delle agitazioni a rotazione permanente, è finita.
Ora gli impiegati, che sanno ciò, si sono portati benissimo. Hanno capito, loro che sanno come le cose sono, che lo Stato non poteva fare di più se non voleva sfondare la cassa, se non voleva precipitare nel baratro.
Signori, il mese di marzo è stato un mese che si potrebbe dire climaterico. Il Governo fascista ha dovuto intervenire nell'ambiente finanziario, nel mondo delle borse, degli affari, perché la gente cominciava ad appetire troppo i titoli privati e a disamorarsi della nostra lira.
Ed allora ci fu un'operazione chirurgica, che naturalmente ha prodotto dolori, strilli; ma adesso tutte le cose sono sistemate.
Poi sono venuti gli scioperi di iniziativa fascista: il che era contemplato, oserei dire, perché in un famoso Gran Consiglio del settembre, parlai di una certa latitudine da darsi agli operai nelle loro condizioni, che erano veramente disagiate. Ma sono decine e forse centinaia di milioni di nuovi salari.
Poi finalmente vi è stata la stoccata grandissima dei 715 milioni ai dipendenti dello Stato.
Adesso bisogna stoppare, bisogna dir basta. Per una ragione unica, ed è questa, che la lotta economica tra le nazioni è in pieno sviluppo e più le nazioni sì adattano ad avere un tipo economico quasi uniforme, e più questa lotta diventa accanita, aspra, serratissima.
È di oggi la nostra controversia doganale con la Francia per i rottami di ferro, di ghisa; sono di ieri le laboriose trattative con la Germania, e non si è ancora potuto concludere un trattato di commercio. Abbiamo dovuto prolungare il modus vivendi.
Signori, la lotta diventa difficile. Non possiamo, noi italiani, che non abbiamo carbone, ferro, materie prime, permetterci il lusso di capricci.
Dobbiamo serrare i denti e lavorare con strenuissima disciplina, nell'interesse di tutte le classi produttrici, altrimenti tempi di malessere, potrebbero attendere il popolo italiano.
Questo il Governo fascista, questo il Fascismo vuole impedire, deve impedire, e impedirà.

Roma, 17 aprile 1925:
MUSSOLINI parla alla conferenza interparlamentare del Commercio.


Discorso pronunciato il 17 aprile 1925 in Roma, in Campidoglio, alla presenza di S. M. il Re, per inaugurare la conferenza interparlamentare del Commercio.
Maestà!
In nome della Maestà Vostra, in nome del Governo del popolo italiano, ho l'onore, prima che i lavori di questa conferenza vengano iniziati, di porgere ai Delegati dei Parlamenti qui rappresentati, il cordiale benvenuto.
Eccellenze! Signori!
Io sono sicuro che la collaborazione dei membri eminenti che prendono parte a questa conferenza, permetterà, mercé la loro esperienza e la loro grande autorità, di raccogliere gli spiriti, fondere gli sforzi, riunire tutte le energie nella prosecuzione di un'opera di pace, di civiltà e di progresso.
L'Italia vi accoglie con gioia, giacché essa condivide le idealità cui l'opera vostra s'inspira ed i sentimenti di giustizia e di cooperazione che voi cercate di far trionfare.
Unificare le leggi che regolano lo sviluppo economico dei popoli affinché il commercio internazionale trovi dovunque le stesse garanzie, gli stessi elementi di difesa, le stesse condizioni di vita e di sviluppo; determinare la cooperazione delle forze economiche dei diversi paesi, per costituire una salda unità volta a meglio assicurare il benessere di tutti: provvedere, mediante accordi internazionali, alla formazione di un ordine economico fondato sul diritto e sulla solidarietà: questa è l'opera grandiosa alla quale voi avete dato finora ed intendete di dare per l'avvenire il contributo dei vostri studi, della vostra esperienza e della vostra autorità.
L'Italia non poteva non partecipare a quest'opera di alta portata internazionale, essa non ha mancato di darvi, fin dalla prima ora, la sua sincera adesione.
Non si possono ricordare senza un senso di viva ammirazione i progressi dell'opera vostra che fu creata per iniziativa del Comitato commerciale della Camera dei Comuni e posta sotto l'alto patronato di Sua Maestà Alberto dei Belgio, nobile figura di Re e di soldato, al quale io rivolgo l'espressione del mio reverente omaggio.
Fu nel giugno 1914 — quando già si preparava il grande conflitto che doveva sovvertire per lunghi anni la vita di tanti popoli — che la prima Assemblea si riunì a Bruxelles per discutere questioni di civile progresso.
Nelle riunioni che si susseguirono a Parigi, a Roma, ed a Londra, uomini di buona volontà, uomini di pensiero e di azione hanno esaminato i nuovi problemi che il grande conflitto aveva fatto sorgere, procurando, fin d'allora, di portare il loro contributo alla futura ricostruzione dell'edificio della pace.
Altri e più formidabili problemi ha posto il dopoguerra; il loro studio è stato risolutamente affrontato con competenza ed entusiasmo nelle varie altre assemblee.
Per meglio assicurare il risultato della vostra opera, voi avete creato nel 1921 quell'Istituto Internazionale del Commercio la cui formazione può, a buon diritto, annoverarsi tra le vostre più segnalate benemerenze e che già ha reso e rende notevolissimi servigi alle amministrazioni di Stato ed a tutte le classi interessate.
L'opinione pubblica segue con interesse ognor crescente i vostri lavori e le vostre deliberazioni nel campo giuridico, economico e finanziario.
Le soluzioni che voi avete suggerito hanno spesso formato la base di provvedimenti legislativi in vari paesi; spesso i vostri studi hanno spianata la via alla adozione di eque norme nel campo internazionale.
Il concetto dell'unificazione delle leggi commerciali che voi con tanto ardore perseguite sta per essere realizzato dall'Istituto Internazionale Privato fondato di recente ed al quale il Governo italiano è fiero di aver dato l'impulso decisivo.
Non meno importanti delle precedenti sono le questioni che la vostra assemblea si appresta ad esaminare.
Sono certo che anche questa volta voi giungerete a felici risultati che saranno assai più efficaci, se, pur ispirandosi a giusti principi teorici, sapranno adeguarsi alle esigenze della pratica realtà.
La vostra istituzione afferma sempre più l'utilità del compito che si è proposto.
Voi avete cominciato nel 1914 con sei gruppi parlamentari, ne raccoglievate 22 nel 1923, 32 nel 1924.
Oggi, in questa imponente assemblea, 40 Parlamenti sono degnamente rappresentati.
È questa la seconda volta che la conferenza si riunisce a Roma.
Ma nel 1917 l'Italia era ancora tutta tesa nello sforzo supremo della guerra. Voi la vedete oggi tutta dedita al lavoro, per riprendere con nuovo slancio il suo cammino sulla via del progresso economico, mostrandosi sempre rispettosa dei giusti interessi e dei bisogni degli altri paesi, e sempre disposta a rendere più intima la cooperazione tra i popoli.
In nome di questi principi, che sono fondamento della vostra azione, inauguro questa conferenza formulando il voto che essa possa compiere un utile lavoro e che abbia il più felice successo.

Roma, 15 maggio 1925: MUSSOLINI difende il voto alle Donne


Alla Camera dei Deputati, nella tornata del 15 maggio 1925, si discusse il disegno di legge per la concessione del voto amministrativo alle donne. Su questo disegno di legge vi fu viva discussione; la stessa maggioranza non era concorde. MUSSOLINI riassunse e concluse la discussione con il seguente discorso:
Onorevoli Colleghi!
Credo che la discussione può concludersi questa sera, poiché tutte le tesi sono state in quest'aula egregiamente prospettate. D'altra parte la materia del contendere è così matura che si potrebbe anche dire fradicia. Se ne discute da sessant'anni in Italia. Se ne discute oggi perché si presenta questo disegno di legge, perché non si discuta più ancora domani.
L'argomento addotto dal mio amico Lupi, che se da sessant'anni, da Lanza in poi non si è dato il voto alla donna, è segno che questo non era sentito, non è fondato.
Noi fascisti ci siamo trovati davanti a problemi ardui da risolvere, problemi per i quali erano stampati dei volumi in tale numero da empire intere biblioteche. Ci siamo trovati ad esempio, dinanzi alla grossa questione della unificazione della Cassazione. Nessuno aveva risolto tale questione. Ad un dato momento abbiamo dovuto noi risolvere tale problema che era stato in discussione per tanti anni.
Intanto cominciamo col dire che la questione del voto alle donne non è questione di democrazia né di aristocrazia. Ne volete una prova? Io credo che uno dei paesi più democratici del mondo, più democratici di quelli democratici, sia la Svizzera. Ebbene la Svizzera insieme con l'Italia non ha dato il voto alle donne.
Nessuno di voi vorrà contestare che la Spagna sia un paese rigidamente cattolico, fieramente tradizionalista, cavalleresco, legato saldamente all'istituto familiare: ebbene, la Spagna di De Rivera ha dato il voto femminile generale e non è avvenuto nessun cataclisma fino al momento attuale.
Non facciamo nemmeno una questione di nord o di sud, dando ad intendere che sia soltanto il nord che vuole questo voto, semplicemente perché il nord è industriale e che il sud, agricolo, non lo desidererebbe. Non è vero. Intanto è sintomatico che i relatori della minoranza siano tutti meridionali, e d'altronde è sintomatico che i relatori della maggioranza, quelli che in quest'aula hanno parlato contro, siano uno toscano e l'altro bolognese.
Spogliamo, dunque, il dibattito da questi elementi che ad esso sono aderenti. E voglio dire anche all'onorevole amico Lupi, che noi siamo un partito di massa, oramai, e che oramai, quindi, non possiamo più prescindere dal suffragio universale.
Vado più in là, e dico che, se oggi, dovessimo contare su certi ceti ristretti e dovessimo chiedere a questi ceti il loro suffragio, noi avremmo delle fierissime sorprese.
Non siamo e non vogliamo essere più un cenacolo di politici; da tre anni siamo un partito di massa ed accettiamo, di questa situazione, tutti i danni ed anche gli enormi vantaggi.
Non è vero che la questione non sia sentita. Concordo con l'amico Lupi e dichiaro anch'io che nelle mie peregrinazioni non ho mai trovato una donna che mi abbia chiesto il diritto di voto. Questo torna ad onore delle donne italiane. Si capisce! Nel dopoguerra abbiamo avuto altre gatte da pelare, abbiamo avuto altre questioni e ne abbiamo ancora di così formidabili sul tappeto che la questione del suffragio femminile amministrativo può essere ritenuta di ordine secondario. Ma io ho qui un pacco di telegrammi dei fasci femminili, dico fasci femminili, che reclamano questo modesto diritto; e il primo che ho sott'occhio reca una firma che ci deve far meditare; è la firma della signora Pepe, la madre dell'assassinato Ugo Pepe di Milano. Il telegramma dice: «-Forte nucleo di donne fasciste e famiglie caduti fascisti inviano mio mezzo adesione voto femminile-».
E potrei aggiungere, traendole da questo pacco di telegrammi, le adesioni singole: per esempio le adesioni delle donne fasciste della provincia di Caserta, le adesioni delle donne fasciste della provincia di Messina, ma non voglio tediarvi a leggere questi telegrammi, i quali, tutti, indicano quale è la tendenza del mondo femminile fascista.
D'altra parte, giustamente, l'onorevole Vicini ha ricordato che nei postulati fascisti del 1919, a proposito di tornare alle origini, era nettamente contemplato questo postulato.
Non divaghiamo a discutere se la donna sia superiore o inferiore; constatiamo che è diversa. Io sono piuttosto pessimista, più pessimista dell'on. Lupi: io credo ad esempio, che la donna non abbia grande potere di sintesi, e che quindi sia negata alle grandi creazioni spirituali.
Signori, in che secolo viviamo? In questo. Viviamo forse nel Medio Evo quando chiusa nei castelli la donna aspettava dal verone il ritorno del crociato?
Noi viviamo in un secolo arido, triste se volete. Ma lo accettiamo. Perché non possiamo modificarlo. È il secolo del capitalismo. C'è un determinato sistema di vita sociale che ha strappato le donne dal focolare domestico e le ha cacciate a milioni nelle fabbriche, negli uffici, le ha immesse violentemente nella vita sociale. E mentre voi siete atterriti nel sapere che ogni quattro anni una donna metterà una scheda in un'urna, non siete affatto atterriti quando vedete maestre, professoresse, avvocatesse, medichesse che invadono metodicamente tutti i campi dell'attività umana. E non lo fanno per capriccio. Lo fanno per necessità.
Aggiungo che questa necessità è diventata sempre più impellente. I tempi sono duri, e nelle famiglie, per vivere, ormai c'è bisogno di lavorare in due, ed al mattino l'uomo lascia la casa per andare alla fabbrica e la donna l'abbandona per andare all'ufficio.
Ebbene voi credete che tutto ciò tolga la poesia della vita? No! Ne dà un'altra. Ogni secolo ha la sua poesia. C'è la poesia del Medio Evo che consisteva nella coabitazione coattiva e v'è la nuova poesia che mette la vita sopra un altro piano. Insomma, se c'è nello spirito, la poesia può dominare anche le cose, ma se non c'è nello spirito, non saranno le cose che creeranno la poesia!
Si dice: ma noi siamo italiani, che cosa ci importa se tutti i popoli della terra hanno il voto femminile? Noi vogliamo costituire una brillante eccezione!
Bisogna che ci persuadiamo di un'altra cosa. Che il folklore delle Nazioni è in ribasso, perché il capitalismo tende a uniformare la vita sociale di tutti i popoli. Le differenze si livellano. Su per giù viviamo tutti lo stesso ritmo di vita.
Non è questa un'originalità, alla quale si debba assolutamente tenere.
Qualcuno crede che l'estensione del riconoscimento del voto alle donne provocherà delle catastrofi. Lo nego. Non ne ha provocato nemmeno, in fin dei conti, quello maschile perché su undici milioni di cittadini che dovrebbero esercitare il loro diritto, sei milioni non ci pensano nemmeno. Ma in certe regioni questa percentuale è anche superiore. Si va al 20 per cento; al 17 per cento di votanti. Così accadrà della donna. La metà forse vorrà esercitare il proprio diritto di voto.
Non accadrà nulla negli ambienti familiari. Per una ragione molto semplice. Non dovete credere che domani la vita della donna sarà dominata da questo episodio. La vita della donna è dominata sempre dall'amore o per i figli, o per un uomo. Se la donna ama suo marito vota per lui e per il suo partito. Se non lo ama gli ha già votato contro!
In ogni caso, ripeto, questo avvenimento fatidico si verificherà ogni quattro anni.
Senza cadere nelle esagerazioni dei femministi che attribuiscono alla donna qualità che a mio avviso non le si debbono attribuire, io penso che la società nazionale può ricevere dall'attività femminile amministrativa, dell'utilità. Non credo che questo varco darà luogo alla fiumana suffragista. Prima di tutto c'è la nostra volontà contraria. In secondo luogo le donne italiane sono state assai discrete. Se non ci fosse altro motivo per dare loro il voto ci sarebbe questo. Non hanno fatto chiassate. Non si sono agitate in questo paese dove c'è sempre un agitato e un agitatore.
Non v'è dubbio dunque che il posto occupato dalla donna nella vita sociale è oggi estesissimo e tende ad aumentare. Non la ricaccerete più la donna dalle posizioni in cui essa è venuta a trovarsi. A meno che non ci sia una catastrofe del capitalismo che ci riconduca ad un tenore di vita che noi crediamo di aver superato.
Lasciamo stare la questione della guerra. La donna ha fatto grandi cose durante la guerra. Ci sono stati esempi di eroismo femminile superbo in Italia, abbiamo avuto l'eroismo di Ala, come nel Belgio l'eroismo di Miss Cavell fucilata dai tedeschi, una figura di rilievo altissima. Ma un'altra cosa c'è da meditare e cioè che il problema della guerra di domani è un'ipotesi che dobbiamo sempre tenere presente nel nostro spirito. In questa eventualità la donna occupa un posto ancora più alto e noi in una legge che non è ancora stata presentata a voi ma che lo sarà prossimamente e che è già stata approvata dal Senato, legge che si intitola della «-mobilitazione della Nazione in guerra-», contempliamo il caso della mobilitazione femminile.
In questa legge è detto: «-In caso di mobilitazione generale o parziale, tutti i cittadini, uomini e donne sono obbligati a concorrere alla difesa morale e materiale della Nazione e sono sottoposti ad una disciplina di guerra».
Non si tratta dunque di dare dei premi.
Si tratta del semplice riconoscimento dì una realtà di fatto che non è nel nostro potere di regolare e meno ancora di modificare.
Onorevoli colleghi: ho finito. A proposito dell'atteggiamento della maggioranza si è fatto dell'ironia.
Si è detto: la maggioranza è contro la riforma, ma voterà come il Governo desidera. Non c'è da fare ironie su questo terreno, qui è la nostra forza. La nostra forza è nella subordinazione, nell'accettare la disciplina specialmente quando ci è ingrata, perché quando è facile tutti vi si acconciano volontieri.
Ricordatevi che in questa subordinazione di tutti alla volontà di un capo, che non è volontà capricciosa, ma è una volontà seriamente meditativa e provata dagli avvenimenti, in questa subordinazione il Fascismo ha trovato la sua forza ieri e troverà la sua forza e la sua gloria domani.

L'ordine del giorno Acerbo, approvato a grande maggioranza, era il seguente: «-La Camera approva i concetti informativi del disegno di legge e passa alla discussione degli articoli-». In seguito, con l'istituzione dei Podestà e delle consulte, tutto l'ordinamento amministrativo fu trasformato e la concessione fatta il 15 maggio 1925 non ebbe attuazione pratica, ma conservò tutto il valore d'un riconoscimento, compiuto dal Fascismo, dello spirito di Patria e del valore sociale della Donna italiana.

Roma, 16 maggio 1925:
MUSSOLINI parla contro la Massoneria.


Questo discorso per la legge contro le Società segrete segna una data fondamentale nella storia del Regime. Il Duce era sempre stato avverso alla Massoneria - che tendeva a dominare e corrompere la vita pubblica italiana e i gangli vitali dell'attività statale, con una fitta rete di segreti accaparramenti di persone, con un favoritismo sistematico verso i proseliti, con una serie ininterrotta di transazioni e d'intrighi.
Fin dal 1912, Benito Mussolini, quando ancora militava nelle file del socialismo intransigente, si era fatto promotore al Congresso di Ancona dell'espulsione dei Massoni dal Partito Socialista.
Ma nel dopoguerra la Massoneria - facendosi forte del fatto di essere stata prevalentemente interventista - mentre non aveva saputo reagire all'ondata bolscevizzante tendeva nuovamente a corrompere il paese: si era servita della stampa per soffiare nel torbido nel momento dell'affare Matteotti e non era estranea a quella frazione di combattentismo antifascista che si era manifestato dopo il Congresso di Assisi.
Il Fascismo sfidò a viso aperto la congrega massonica: alle armi segrete oppose armi palesi - e vinse. La votazione della legge contro le società segrete sanzionò definitivamente la condanna della Massoneria. Il discorso del Duce fu pronunziato alla Camera dei Deputati nella tornata del 16 maggio 1925; la votazione ebbe luogo il giorno seguente, per appello nominale: 304 presenti, 304 favorevoli al disegno di legge Mussolini.
Nella mia qualità di presentatore di questo disegno di legge e dopo il discorso brillante dell'amico e collega Rocco, mi limito a dichiarazioni brevissime. Intanto io approvo che questa assemblea discuta con concisione i disegni di legge che le vengono presentati; segno che essi rispondono ad un bisogno sentito dalle coscienze.
Coloro fra voi che sono un poco al corrente della storia politica di questi ultimi quindici anni troveranno nel fatto che io abbia presentato questo disegno di legge la riprova della coerenza fondamentale della mia vita. Quando io fascista militavo nel partito socialista italiano — parlo di quindici anni fa — ebbi l'avventura di fare un'esperienza politica di primo ordine, che mi ha molto giovato nel seguito. Anche allora io credevo poco alla democrazia, al liberalismo e agli immortali principi. Anche allora pensavo che la penna è un grande strumento, ma che la spada, la quale a un certo momento taglia i nodi, è uno strumento migliore.
Facendo inorridire i sedentari del socialismo di allora, che sono quelli di oggi, io patrocinavo nettamente la necessità di un urto insurrezionale che avesse dato alle masse operaie il senso della tragedia. Fu quello l'ultimo sussulto di giovinezza del partito socialista italiano. Esso non si è rialzato più. Dopo la guerra ha avuto un momento di elefantiasi, ma non era uno sviluppo fisiologico, era della patologia sociale.
E sin da allora mi accorsi che la Massoneria aveva una certa influenza sul socialismo italiano. Accadeva che certi atteggiamenti del gruppo parlamentare, di certi giornali e di certe sezioni fossero il risultato di patteggiamenti che avevano luogo nelle logge. Il fenomeno sotterraneo aveva proporzioni così imponenti che al Congresso di Ancona si decise di mettere la questione della Massoneria all'ordine del giorno. Ci fu tra me e il compianto Raimondo quello che si dice un duello oratorio, e il partito socialista proclamò quasi all'unanimità la incompatibilità fra Massoneria e partito.
Poi venne la guerra. Anche la Massoneria è uscita un poco stroncata dalla guerra come tutte le organizzazioni a fondo internazionale. Durante questi mesi di governo ho fatto un'altra esperienza ed ho constatato che la Massoneria ha dislocato i suoi uomini in quelli che io chiamo i gangli nervosi della vita italiana. È enorme che dei funzionari di altissimo grado frequentino le logge, informino le logge, prendano ordini dalle logge.
Non vi è dubbio che le istituzioni più gelose dello Stato, quelle che amministrano la giustizia, quelle che educano le nuove generazioni e quelle che rappresentano le forze armate che devono essere ad ogni momento pronte alla difesa della Patria, hanno subito e subiscono con alterna vicenda la influenza della Massoneria. Ciò è inammissibile, ciò deve finire.
Io credo che con questa legge, la Massoneria, che io definii un'altra volta un paravento e che non è una montagna come sembra vista di lontano ma piuttosto una vescica che bisogna ad un certo momento bucare, mostrerà quello che è: una sopravvivenza che non ha più una ragione decente di esistere nel secolo attuale.
Poi, o signori, c'è una ragione molto più forte per me — spirito di contadino e me ne vanto — ed è questa: bisogna fare il massimo del bene agli amici ed il massimo del male ai nemici. Questa massima non è di un fascista squadrista dell'ultima o della prima ora, questa è di Socrate. Ora siccome la Massoneria ci ha combattuto, ci ha vessato, ha tentato di dividerci e disgregarci e in certe città è riuscita a creare un dissidentismo più idiota del solito perché aveva queste origini subacquee, per tutte queste ragioni se non ce ne fossero altre, noi siamo nel nostro pieno e sacrosanto diritto di difenderci e di offendere, perché, come voi mi insegnate, spesso la migliore difesa è l'offesa.
Adesso vediamo piangere come vitelli i soliti zelatori della libertà. Ci dicono: questa legge è inutile, perché sarà elusa. Siccome tutte le leggi sono eludibili allora non si dovrebbero fare più leggi e siccome sono eludibili anche le leggi del passato, allora bisognerebbe distruggere tutto l'edificio legislativo.
Le leggi sono degli strumenti e la loro efficacia è in relazione diretta con l'energia e la tenacia di coloro che questi strumenti impugnano. Quindi io sono sicuro che questa legge darà dei risultati. Intanto è un gesto di coraggio. Ieri forse siamo andati con la corrente, ma oggi andiamo energicamente contro corrente.
Qui è l'essenziale. Non ho nemmeno eccessive preoccupazioni per le congiure internazionali. Il male che ci poteva fare questo disegno di legge già ce lo ha fatto. Lo abbiamo già scontato e del resto non credo che i massoni d'oltre alpe e d'oltre mare rinunceranno alla difesa dei loro interessi semplicemente per danneggiare sul terreno morale e politico l'Italia. Ci potrà essere una rappresaglia ma non sarà profonda e non ci potrà danneggiare.
Signori, siamo nel secolo della Vittoria, siamo una nuova generazione. Anche prima della guerra noi abbiamo sentito la nausea e il disgusto di questa Italia dal piede di casa, di questa Italia tutta concentrata in una piccola politica d'ordine parlamentare, di questa Italia che era dominata da uomini mediocri, che diventavano imponenti semplicemente perché appartenevano alla Massoneria, l'Italia di ieri, dove si poteva stabilire un ridicolo raffronto fra il sindaco della capitale e l'Uomo che sta al Vaticano. Noi siamo lontani con lo spirito da tutto ciò. Qui è il segno della nostra giovinezza, qui il segno del nostro coraggio, qui la certezza del nostro avvenire.


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Re: I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

Messaggio  Admin il Lun 19 Mar 2018, 21:14

(Segue) ANNO -1925

Roma, 20 maggio 1925: MUSSOLINI interviane al Senato sulla politica estera.


Al Senato del Regno si discute il bilancio degli Affari Esteri, su relazione dell'on. Rava, MUSSOLINI prese l'occasione per tratteggiare sinteticamente la politica estera degli ultimi mesi con il seguente discorso:

Voglio in primo luogo tributare un ringraziamento al relatore, anche perché la fatica è stata tripla: ha dovuto occuparsi del bilancio degli affari esteri, di quello del fondo per l'emigrazione ed anche del bilancio dell'Aviazione. Credo che questa sia l'ultima volta in cui il bilancio dell'Aviazione viene aggregato a quello di un altro ministero, da ora in poi credo sarà autonomo.
Da qualche mese la politica europea si trova in un periodo di sosta, in una specie di tempo di arresto. Sepolto il protocollo, tutte le questioni che ad esso si connettevano sono rimaste in sospeso. Ciò è dovuto prima di tutto alla crisi francese; poi alla crisi belga; in terzo luogo alla crisi tedesca culminata con l'elezione di Hindenburg.
Il R. Governo non si è allarmato per il fatto che 15 milioni di tedeschi abbiano votato il nome del maresciallo che guidò gli eserciti germanici durante la guerra, e, all'indomani del fatto mandai un telegramma ai nostri rappresentanti all'estero per precisare il mio punto di vista cioè che non c'era che da prendere atto del fatto compiuto, specialmente nei paesi dove esiste il regime democratico in pieno. Hindenburg non andava a Berlino attraverso un putsch vittorioso, ma attraverso il responso legale e spettacoloso, se si vuole, di ben 15 milioni di tedeschi. In secondo luogo presumevo che, come spesso accade, la presenza di Hindenburg può facilitare quella conciliazione che solo i Governi forti possono in certe determinate circostanze stabilire; e in terzo luogo, sempre nel telegramma di cui parlo, constatavo che la elezione di Hindenburg doveva essere considerata come il risultato di una politica incerta, contradittoria e incoerente quale è quella che l'Intesa ha seguito dal trattato di Versailles in poi.

Dall'ultima volta in cui ebbi l'onore di parlare in quest'aula sul bilancio degli esteri alcune questioni che interessano particolarmente l'Italia sono venute a soluzione.
L'Oltregiuba passerà col primo di giugno praticamente in possesso dell'Italia; e, poiché sono in argomento coloniale, voglio accennare brevemente alla questione di Giarabub. Giarabub ci spetta di diritto. Su questo non c'è nessun dubbio. Mi auguro che il popolo egiziano lo riconosca.
Giarabub è una località che, 30 o 40 anni fa, aveva 3000 abitanti; secondo gli ultimi rapporti, saranno ora 500 o 600. Ci sono le tombe dei Senussi, è considerata come una città sacra: senza dubbio geograficamente appartiene alla Cirenaica e non vi è dubbio che sia un quadrivio interessante, e per le carovaniere che dall'Egitto vanno in Cirenaica e per la sicurezza generale della nostra frontiera.
Debbo aggiungere che il Governo inglese è perfettamente al lato del Governo italiano in tale questione.
I nostri rapporti con la Jugoslavia sono cordiali e vorrei dire ottimi; coi nostri vicini di oriente io continuo la politica inaugurata col patto di amicizia, concretata poi col trattato di commercio: politica che è in corso, poiché a Firenze nella conferenza italo-jugoslava, nella quale l'Italia è rappresentata da un vostro esimio collega, stanno perfezionandosi e concludendosi ben 28 accordi secondari che devono facilitare i rapporti fra noi e il Regno serbo-croato-sloveno.
Questa cordialità di rapporti ha avuto già delle conseguenze felici per quello che concerne Fiume.
Fiume fu annessa ufficialmente, alla presenza di S. M. il Re, il 16 marzo dello scorso anno, è quindi italiana da 14 mesi. Quale è la situazione di Fiume? Non bisogna credere certamente a quello che stampano i giornali di Sussak, secondo i quali Fiume sarebbe in pieno rigoglio, ma non vi è dubbio che, dopo l'annessione, Fiume sta riprendendo gradatamente le sue possibilità di sviluppo e di vita.
Credo che il Senato si interesserà un po' alle cifre che io voglio leggere per documentare queste mie affermazioni. Aggiungo che ho mandato un funzionario di mia fiducia a Fiume a fare una inchiesta sulla fine del 1924 e ho rinviato colà lo stesso funzionario perché aggiornasse i dati statistici al 10 maggio.
Al 15 dicembre 1924 c'erano in Fiume 2619 disoccupati, fra uomini e donne, fra italiani e stranieri; al 1° maggio 1925 i disoccupati, in totale, erano 491.
Gli operai impiegati nell'industria, che erano 2303, nel 1923, sono saliti nell'anno successivo a 4334 e, attualmente, a 4704. La gente di mare ha fatto uno sbalzo innanzi notevole, gli operai impiegati nel porto marittimo in genere, da 269 sono saliti a 1196. Il traffico complessivo del porto che fu, nel 1913, di quintali 22 milioni e mezzo e che 10 anni dopo, nel 1923, fu di due milioni, nel 1924 è già salito a quattro; e le previsioni, a seconda dei risultati del primo quadrimestre dell'anno in corso, fanno salire questo traffico complessivo a sette milioni.
I navigli approdati, che furono 1798 nel 1923, furono 1977 nell'anno successivo, e si calcola che, nell'anno in corso, approderanno a Fiume 2650 navigli.
Il movimento ferroviario aumenta. Nel 1923 esso fu complessivamente di 147 mila tonnellate; nel 1924 era di 372 mila tonnellate.
Non bisogna cantare vittoria però, perché Fiume ha sofferto per dieci anni consecutivi, economicamente e moralmente; ha avuto una crisi economica e morale acutissima. Il Governo in questi ultimi tempi è andato incontro ai bisogni del Comune con una assegnazione di tre milioni e mezzo, che hanno sanato il deficit, ed ultimamente ha preso un provvedimento con cui 25 milioni vengono assegnati per l'incremento delle industrie fiumane.
La ripresa c'è: è notevole e confortante. Di tutte le città che noi abbiamo redente, soltanto Pola è oggi in tristi condizioni. Tutta la vallata dell'Isonzo è già in piena fioritura: da Gorizia, che rivede i suoi stabilimenti sui luoghi stessi delle battaglie, a Monfalcone, che ha i cantieri in piena efficienza, a Trieste, che ha veduto risolti nel 1923 e 1924 tutti i suoi problemi. È molto importante, onorevoli senatori, che noi vinciamo, dopo la battaglia militare e dopo la battaglia politica, anche la battaglia economica: perché non si deve dire che la redenzione è stata accompagnata dal disagio e dalla miseria.
Si è accennato dal sen. Di Rovasenda e dal sen. Garofalo agli avvenimenti di Bulgaria. Il Governo italiano è stato, insieme coi Governi alleati, favorevole a che si accordasse al Governo bulgaro la possibilità di avere 10 mila uomini disponibili. Però io penso che il Governo bulgaro sia ormai padrone della situazione; e se non lo fosse temo assai che potrebbero bastare le forze armate a ristabilire una situazione che fosse irreparabilmente compromessa. Indubbiamente bisogna evitare che la Bulgaria diventi un focolare di bolscevismo nei Balcani, che sono già tanto inquieti; ma bisogna anche evitare che eventuali suoi armamenti possano essere motivo di disagio, di controversie e di squilibrio in quelle regioni.
Il sen. Garofalo ha accennato chiaramente ai rapporti con la Russia. Nessun dubbio sull'utilità del riconoscimento dei Sovieti fatta da questo Governo: utilità politica, forse non immediata ma mediata. Occorreva togliere questa nube che ci impediva di vedere quel che accadeva al di là. Ora noi abbiamo visto che lo spettacolo è interessante. Tutti, compresi gli stessi capi del bolscevismo, ammettono che l'esperimento comunista è fallito in pieno, perché il comunismo, essendo per sua tendenza eguagliatore è contrario alla vita e alla storia, oltre che alla natura che è profondamente disuguale e che vive di questa disuguaglianza.
Finita l'epoca della guerra civile in Russia, e chiuso il periodo più acuto del terrore, Lenin ha iniziato per sua volontà, quel periodo della nuova politica economica che s'intitola della Nep con un abbreviativo, che ha condotto a questo risultato finora: la creazione di una classe numerosa di contadini piccoli proprietari, che si chiamano in russo Culacchi e che sono anticomunisti. Ha condotto inoltre ad un impoverimento dei ceti professionali, salvo di quelli che si sono ralliés al bolscevismo. Ha condotto infine ad una politica finanziaria che non si diversifica in nulla da quella degli altri paesi. C'è la borsa che funziona, c'è la moneta — e anche assai valutata —, si fanno affari, si è riconosciuto il diritto di proprietà fino ad un certo limite, e di tutto il grande ideale bolscevico non resta che un paravento ad uso estero: il monopolio del commercio estero, che è ancora sottoposto allo Stato.
Io non credo, anche per le ultime letture che ho avuto occasione di fare (interessante, fra le altre, quella del libro di un ingegnere francese ricco di uno spirito pratico e realistico) non credo possibile riportare la Russia allo stadio del comunismo militante e militare del 1921. Bisogna abituarsi all'idea di una Russia che sarà un grande paese di piccoli proprietari guidati da un partito che dovrà evolversi e dovrà tener conto delle nuove necessità; dovrà assorbire tutto quello che è possibile assorbire, specialmente tra gli elementi che si chiamano apolitici e senza partito, perché non hanno il coraggio di essere contro il partito dominante: e dovrà fare una politica di realtà tanto all'interno che all'estero.
Terza Internazionale e Governo sono due enti separati, però tutti gli uomini del Governo appartengono al partito comunista, e quindi alla Terza Internazionale: escono da quella matrice. La loro azione tende sempre a differenziarsi, e più aumenterà la posizione della Russia nel mondo, tanto più il Governo russo sarà costretto a separare la sua azione da quella della Terza Internazionale.
Non c'è dubbio che la Terza Internazionale lavori. Ha creato un'organizzazione scientifica, sistematica di propaganda, è probabile che si accentui quest'opera di propaganda all'estero, in concomitanza con la ritirata all'interno.
Comunque, io posso dire al sen. Garofalo che non c'è motivo di seria preoccupazione per quel che riguarda l'Italia. Noi conosciamo benissimo i comunisti italiani, sappiamo benissimo quanti sono, che cosa fanno, che cosa pensano di fare. Numericamente si tratta di forze esigue: non hanno grandi entrature tra le masse operaie.
Noi li vigiliamo assai da vicino. Del resto essi non possono rimproverarci nulla, in quanto in Russia, per combattere i nemici del regime bolscevico, hanno adottato sistemi che noi non adotteremo mai. Quindi l'opera di vigilanza sarà assidua e continua e intelligente. Non credo che il Governo russo voglia compromettere la sua posizione diplomatica, dando motivo di sospetto ai Governi presso i quali esso è accreditato. Debbo dichiarare con tutta lealtà che al Governo italiano non risulta finora nulla circa l'atteggiamento dei rappresentanti diplomatici russi in Italia, e anche degli addetti commerciali, che sono numerosi, perché, come ho detto prima, il commercio coll'estero è una funzione statale. Finora questo contegno è stato assolutamente corretto: così mi auguro che sia in seguito.
Nell'altro ramo del Parlamento avrò occasione, discutendosi del trattato di commercio, di fare alcune dichiarazioni, favorevoli a questo trattato di commercio; anche se non ha dato i risultati clamorosi, che qualcuno attendeva, ma che non poteva dare. Basta considerare lo stato dell'economia russa, e anche le nostre possibilità, per comprendere che siamo dinanzi a un sintomo di ripresa, a un avviamento di traffici che dobbiamo continuare, se vogliamo avere risultati più duraturi e fecondi.
Ci sono tre questioni grosse sul tappeto e io ne parlerò con tutta la discrezione necessaria, perché essendo questioni in corso, la prudenza è opportuna.
Ho voluto avere sott'occhio il testo dei telegrammi mandati nel marzo ai nostri ambasciatori di Parigi e di Londra, perché in essi è esposto il punto di vista del Governo italiano di fronte al patto di garanzia. Ieri sera ho ricevuto il testo del progetto di risposta alla Germania redatto dal Governo francese. È un documento assai importante che precisa l'atteggiamento del Governo francese.
Quale è il punto di vista del Governo italiano sulla questione? Il Governo è favorevole all'entrata della Germania nella Lega delle Nazioni e come già dissi in questa stessa aula è favorevole a che la Germania abbia un posto permanente nel Consiglio della Lega delle Nazioni. Non si può pensare a un patto di garanzia a tre: bisogna pensare a un patto di garanzia per lo meno a cinque e occorre, a mio avviso, che il patto di garanzia a cinque, con altri patti di garanzia che vi potrebbero essere, siano a un certo momento messi sotto l'egida della Società delle Nazioni, nella quale la Germania sarebbe entrata.
Non bisogna, o signori, garantire soltanto le frontiere sul Reno, bisogna garantirle anche sul Brennero. Ora a questo proposito io debbo precisare il punto di vista del Governo italiano per quanto riguarda la questione della propaganda che si fa in Austria e in Germania per l'annessione o Anschluss che dir si voglia. Non è ammissibile. Il vero è che lo stesso Governo tedesco ha dichiarato che non intende porre una questione del genere. Ma è altrettanto vero che una propaganda attivissima ferve per creare quei moti d'opinione che ad un cerio momento si definiscono «irresistibili». Ora io credo che il Senato italiano sarà d'accordo con me, che mi conforterà in questo punto di vista, che cioè l'Italia non potrebbe mai tollerare quella patente violazione dei trattati che consisterebbe nell'annessione dell'Austria alla Germania. La quale annessione, a mio avviso, frustrerebbe la Vittoria italiana, aumenterebbe la potenza demografica e territoriale della Germania, e ci darebbe quella situazione di paradosso: che l'unica nazione che aumenterebbe i suoi territori, che aumenterebbe la sua popolazione, facendo di sé il blocco più potente nell'Europa centrale, sarebbe precisamente la Germania.
E giacché sono in argomento, vorrei che quanto ho avuto l'onore di esporre in questo momento fosse un po' meditato in Austria. Il Governo austriaco è correttissimo nei rapporti col Governo italiano e fa una politica di amicizia, ma è penoso, specie ricordando le prove di generosità offerte dall'Italia all'Austria, è penoso assistere a certe campagne di stampa, è penoso udire ordini del giorno con i quali si reclama quello che noi chiamiamo Alto Adige, che tale deve restare perché noi consideriamo irrevocabile la frontiera del Brennero che, dichiaro, il Governo italiano difenderebbe a qualunque costo.
Può essere che la mia esposizione sia un po' disordinata, data la rapidità e concisione con cui questa discussione si è svolta.
Voglio toccare ancora un altro argomento, un argomento di attualità assai viva: la questione dei debiti.
L'Italia ha, in complesso, in cifra tonda, circa 100 miliardi di lire carta di debito, di cui con gli Stati Uniti circa 50. Non è vero che gli Stati Uniti abbiano fatto un passo ufficiale per chiedere l'apertura di trattative sull'argomento: almeno fino a questo momento in cui ho l'onore di parlare innanzi a voi; è però vero che ci sono state delle conversazioni — conversazioni non ufficiali e nemmeno ufficiose — delle prese di contatto per vedere su quale terreno si potrebbe incedere con il minor pericolo e col massimo vantaggio.
Indubbiamente, onorevoli Senatori, quando si pensa che noi nella grande guerra abbiamo avuto 632.000 morti, 400.000 mutilati, un milione di feriti, quando voi pensate che 2 milioni di italiani, di giovani italiani, hanno versato il loro sangue — non metaforicamente versato! — per quella che doveva essere la vittoria comune, voi sentite che nel fondo delle vostre coscienze c'è qualche cosa che geme e che freme.
Ma la politica fra gli Stati non è mai stata dominata da idealismi morali, siano pure essi rispettabili, come lo sono in realtà. E allora bisogna agire nella realtà, così come ci viene presentata.
Il Governo riconosce il suo debito e ha dichiarato che, compatibilmente con la sua situazione economica presente e futura, farà fronte ai suoi impegni. Certamente si può o precedere un eventuale invito o aspettare.
Questa può essere anche una procedura diplomatica da scegliere a seconda delle circostanze, a seconda dell'utilità che presenta, ma io credo che il Senato conforterà il Governo in questo punto di vista, che, dati i sacrifici di sangue che noi abbiamo compiuto per la guerra, dato il volume della nostra ricchezza — che è un quinto, di quella della Francia, e non è nemmeno paragonabile con il volume della ricchezza inglese — noi dovremo avere qualche cosa di più di quella che si chiama la clausola della Nazione più favorita e cioè che, se si dà ad altri la moratoria, a noi dovrebbe darsi, a ragion veduta, maggiore che ad altri; se si concede ad altri una ratizzazione di decine e decine di anni, io non la chiederò di secoli, ma la chiederò in una misura alquanto più larga. Se si vuole che noi paghiamo, bisogna metterci nella condizione di far fronte a questi impegni. Sarebbe veramente crudele che si fosse fatto un trattamento di agevolazione a favore dei paesi vinti e si facesse un trattamento di esosità per i paesi vincitori!
Dalle brevi dichiarazioni che ho avuto l'onore di farvi, onorevoli Senatori, voi vedete che le direttive della politica estera di questo Governo restano immutate. Resta una politica ispirata dalla necessità di una conciliazione che tenga conto dei nostri giusti e legittimi interessi, e una politica di tutela delle nostre questioni singolari e di aumento del nostro prestigio nel mondo. Io credo che voi, onorevoli Senatori, dando il voto favorevole al bilancio degli esteri, vorrete suffragare col vostro pregiato ed alto consenso questa politica!


Roma, 24 maggio 1925:
MUSSOLINI celebra il decennale dell'intervento dell'Italia in guerra.



Alla Camera dei deputati si celebrò l'intervento dell'Italia in guerra. Parlarono l'on. Casertano, Presidente della Camera e l'on. Paolucci, Medaglia d'Oro. Infine MUSSOLINIil fece le seguenti dichiarazioni:

Quando il Presidente della Camera on. Casertano parlava, io sentivo vibrare nella sua voce il rimpianto del figlio eroicamente caduto.
Dopo i discorsi degli onorevoli Lunelli e Paolucci, non vi è molto da aggiungere.
Perché abbiamo voluto dedicare una solenne seduta alla celebrazione dell'avvenimento? Perché or non è molto si prevedeva un'era di espiazione per tutti coloro che avevano voluto la guerra.
I nomi degli statisti che dichiararono la guerra sono consegnati alla storia. Ma oggi io voglio portare sulla scena il popolo del maggio 1915. Chi di voi non sente un grido attraversare l'anima e la carne, quando pensa alle prime giornate della nostra passione? quando ricorda le moltitudini di Milano, di Genova, di Roma?
Non avete ancora nell'orecchio l'eco di quelle canzoni? Erano di una semplicità elementare; e dicevano:

Le bombe, le bombe alla mano,
il pugnale, il pugnale all'Orsini.

Un'altra finiva con l'invocazione alla libertà, ma alla libertà della Nazione, che non deve confondersi con la licenza degli individui.
Intanto il Poeta allo Scoglio di Quarto aveva lanciato la parola d'ordine.
La folla occupava permanentemente la piazza.
A Milano, in una rapida seduta, decidemmo di lanciare un appello. Allora il popolo impose la sua volontà, mentre trecento deputati credevano di fermare la storia coi loro biglietti di visita. Le masse rovesciarono questo fragile schermo.
Quanti avvenimenti da allora! Come possiamo dire di aver vissuto veramente nel breve ciclo di dieci anni un tempo incalcolabile di storia! Abbiamo visto crollare gli imperi, formarsi le repubbliche! Abbiamo raggiunto i nostri confini al Brennero e al Nevoso, abbiamo redento le città che furono per trenta o quarant'anni l'ansito di generazioni.
Ma al di là di queste conquiste territoriali, abbiamo l'orgoglio della Vittoria e la certezza che se fosse necessario noi incominceremmo a combattere ancora.
Salutiamo tutti gli uomini dell'intervento: quelli che venivano dall'alto e quelli che venivano dal basso. Tutti costoro ci guardano negli occhi e ci ammoniscono, che bisogna continuare e bisogna insistere in questa necessaria disciplina, perché la guerra sotto diverso nome continua ancora. Dopo aver conquistato la sicurezza dobbiamo tendere alla potenza.
Questo è il significato della odierna celebrazione e da quest'aula deve andare al popolo italiano il nostro monito ed il nostro appello.
Con l'amore se è possibile, con la forza se è necessario, vogliamo che tutti gli italiani si considerino come un esercito mobilitato per le opere di pace e se occorre per le opere di guerra.
Noi siamo i testimoni di questa fede e di questa certezza. Noi vogliamo che l'Italia sia grande, sia sicura, sia temuta!

Roma, 6 giugno 1925: MUSSOLINI celebra il venticinquennio del Regno di Vittorio Emanuele III.


Alla Camera dei Deputati, nella tornata del 6 giugno 1925 si celebrò il venticinquesimo anno di Regno di Vittorio Emanuele III. Parlarono il Presidente della Camera on. Casertano e l'on. Delcroix. Questi presentò la seguente mozione accolta da unanimi ovazioni:
«-La Camera, nel 25° annuale del Regno di Vittorio Emanuele III, legittima interprete dell'animo del popolo che nella devozione al Sovrano, come nell'amore alla Patria, rinsalda la sua profonda unità, riafferma la sua fedeltà immutata alla Dinastia che seppe tradurre nella realtà della Nazione, una e libera, la passione rivoluzionaria ed il sogno eroico del Risorgimento, e manda il suo più alto saluto al Re, soldato impavido e sicuro mallevadore delle sorti della Nazione nelle ore perigliose come nelle giornate del trionfo, primo artefice della Vittoria, propiziatore delle nuove fortune d'Italia auspicate dalla giovinezza combattente nel nome augusto di Roma-».
MUSSOLINI fece infine le seguenti dichiarazioni:
Dopo lo smagliante discorso dell'on. Delcroix che voi avete ascoltato con grande entusiasmo, un discorso che uscisse dalle linee della più stretta sobrietà, toglierebbe tutto il calore alla profondità del sentimento di questa celebrazione. Celebrazione possibile in questa Camera, che è viva e degna di vivere, che ha ancora dei compiti da assolvere e li assolverà, come forse non era possibile in una legislatura di tre anni fa, quando 156 deputati, che avevano soltanto il coraggio della loro viltà verbale, uscirono dall'aula, credendo di ferire con la loro latitanza il prestigio della Dinastia.
Il Governo fascista che da tre anni è servitore scrupoloso e leale del Re e della Nazione, si associa alla mozione proposta dall'on. Delcroix. Vi si associa tutto il popolo italiano, che è pacificato quando siano esclusi gli spodestati irriducibili.
Il Sovrano che intendiamo di onorare e di servire ha retto i destini della Nazione in uno dei periodi più importanti e più tormentosi della nostra storia. Si potrebbe dividere questo periodo in tre tempi: dal 1900 al 1910, la Monarchia non osteggia, ma accoglie il primo movimento delle classi lavoratrici che, essendo vissute in condizioni ingrate, si affacciavano per la prima volta alla vita ed alla storia. Più importante è il secondo periodo, perché è il periodo della guerra e dell'intervento. Il Re silenzioso e saggio, ma sensibile, profondo conoscitore della nostra storia e non meno profondo conoscitore dei bisogni e dei sentimenti del popolo, avverte che non si poteva frenare il moto interventista che dilagava nelle piazze, sente che questo moto rispondeva a un bisogno incoercibile della nostra razza, lo accoglie, gli dà il suo sigillo, e snuda la spada. Crede nella guerra, e fa la guerra, fante tra i fanti; vi crede anche quando, in un periodo di incertezza, molti dubitavano, ma Lui, a Peschiera, non dubitò.
Certo vivrà nei secoli la bellezza e la santità della guerra vissuta dal Sovrano. In questo secondo decennio, il Re è il custode della Vittoria, così come nel 1915 egli sente che la guerra ha creato delle nuove generazioni, delle passioni, dei bisogni, dei sentimenti, tutto un ideale della vita diverso dall'ideale dell'anteguerra, sente che l'Italia di oggi, la nostra Italia, l'Italia delle nostre generazioni è assetata di gloria e di potenza. Noi sentiamo che se domani nuovamente Una grande ora suonasse, il Re saggio, il Re vittorioso si rimetterebbe alla testa dei reggimenti e delle legioni. Noi sentiamo che il Re saggio, che il Re vittorioso è sempre presente all'anima del suo popolo. Intendiamo oggi di onorarlo con questa solenne celebrazione, in quest'assemblea che diventa sempre più degna. Intendiamo di servirlo con tutte le nostre forze, con tutte le nostre energie, con la vita e, se occorre, anche col sacrificio supremo. Innalziamo a Lui il triplice grido di: Viva il Re!

Roma, 8 giugno 1925: MUSSOLINI parla ai Sindaci d'Italia


Due giorni dopo, una folta rappresentanza di Sindaci d'ogni parte d'Italia si recò al Quirinale per rendere omaggio a S. M. il Re, in occasione del XXV anno di Regno; quindi fu ricevuta a Palazzo Chigi da MUSSOLINI, il quale fece le seguenti dichiarazioni:

Signori Sindaci! Camicie Nere!
Vi ringrazio per questa attestazione di simpatia e soprattutto vi ringrazio per lo spettacolo superbo da voi offerto alla Capitale. Siete venuti in parecchie migliaia per dimostrare colla forza visibile e tangibile del numero che l'Italia è fascista.
Quelli che vi hanno visto sfilare non oseranno più negare la verità che è ormai chiara come la luce del sole. Voi sapete quello che io penso dei Comuni fascisti: li considero come collaboratori diretti, immediati, preziosissimi dell'opera del Governo.
Voi sapete ancora quello che io penso e cioè che il Fascismo attraverso i Sindacati ed i Comuni può giungere alle masse profonde del popolo italiano e lasciare un gran solco nella storia del nostro Paese.
Lo spettacolo del vostro entusiasmò mi conforta. Siete tutti giovani e quasi tutti combattenti. È veramente questa la nuova classe dirigente uscita dalle trincee e dal Fascismo. I nostri postulati stanno realizzandosi e si realizzeranno in pieno.
Andremo diritti per la nostra strada perché siamo sicuri di avere la forza con noi ed il consenso del popolo italiano. Tornate ai vostri paesi; portate il mio saluto fraterno a tutti i vostri amministrati e gridate loro, che il Fascismo, consacrato dal sangue dei nostri Martiri, è invitto e invincibile.


Ultima modifica di Admin il Sab 24 Mar 2018, 09:08, modificato 8 volte
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Re: I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

Messaggio  Admin il Lun 19 Mar 2018, 21:22

(Segue) ANNO - 1925

Roma, 22 giugno 1925: MUSSOLINI parla al Congresso Fascista.

Il 21 giugno 1925 s'inaugurò all'Augusteo, il Congresso Fascista. La sera MUSSOLINI chiuse i lavori del Congresso con questo discorso, in cui sono toccati i punti essenziali del pensiero e della prassi fascista. Anche questo è uno dei discorsi fondamentali per chi voglia studiare l'essenza etica e il valore politico della Rivoluzione.
Camerati!
Stasera sono in vena, avendo superato la noia che io debbo superare tutte le volte che debbo pronunciare un discorso. Attendetevene uno che sarà un'ora di grande allegrezza, perché sarà schiettissimo nella forma e nella sostanza. Ecco un Congresso che ha sbalordito gli avversari. Lo abbiamo ridotto sul preventivato del 50 per cento. Credo che se noi ne avessimo avuta la volontà probabilmente il Congresso sarebbe finito prima di cominciare. Perché?
1°) perché il Partito si è trovato dinanzi a fatti compiuti, a opere ultimate;
2°) il Partito nazionale Fascista è oggi granitico e unanime come non fu mai;
3°) perché tutte le volte che io ho sentito qualcuno di voi rinunziare alla parola, e tutte le volte che io dovevo sospingere qualcuno di voi alla tribuna, vi avrei abbracciato!
La ho sognata io la generazione italiana dei silenziosi operanti: la ho voluta io, riducendo il mio stile e abolendo tutto ciò che era decorazione, fronzolo, superficialità, annullando tutti i residui del seicentismo, tutta la ciarla vana, che era necessaria quando gli italiani si riunivano per discutere quali degli immortali principi erano marciti e quali dovevano ancora marcire. Sono sicuro che quei signori che si sono autodefiniti sacerdoti officianti di una misteriosa divinità che si chiama opinione pubblica, e della quale ci strainfischiamo, sono sicuro che i giornalisti avversari ed eziandio i fiancheggiatori, troveranno che un Congresso che non parla, un Congresso di soldati, di non politici, è una specie di abominazione. Noi siamo ancora per fortuna un esercito. Io sapevo che nessuno di voi era invecchiato. Purtuttavia, temevo che quattro anni di tempo avessero dato alla vostra corporatura, quel di più di adipe che accompagna il triste passaggio dei 40 anni. Siete ancora sveltissimi, muscolosi, agilissimi, veramente degni di incarnare la giovinezza d'Italia. Questo Congresso, malgrado il passaggio del tempo, è stato anche più fascista di quello che non fosse il Congresso di quattro anni or sono.
Parlo ai fascisti; parlerò quindi preciso. Il Segretario Generale del Partito ha dato le direttive, ma io voglio precisarle ancora. Credo che siate tutti d'accordo nel ritenere che non si debbano più dare tessere ad honorem. Non vogliamo creare questa specie di giubilati e di senatori del Partito. D'ora innanzi per avere una tessera ad honorem, bisognerà: o avere scritto un poema più bello della Divina Commedia, od avere scoperto il sesto continente, oppure avere trovato il mezzo di annullare i nostri debiti con gli anglo-sassoni.
Credo anche che tutti voi siate d'accordo nel deprecare le violenze spicciole, le violenze brute, non intelligenti, che non possiamo coprire, ma dobbiamo colpire. La camicia nera non è la camicia di tutti i giorni e non è nemmeno un'uniforme: è una tenuta di combattimento e non può essere indossata se non da coloro che nel petto albergano un animo puro. Voi sapete quello che io penso della violenza. Per me essa è perfettamente morale, più morale del compromesso e della transazione. Ma perché abbia in se stessa la giustificazione della sua alta moralità, è necessario che sia sempre guidata da un'idea, giammai da un basso calcolo, da un meschino interesse. Bisogna evitare soprattutto le violenze contro coloro che non sono colpevoli, ma sono piuttosto ignoranti e fanatici.
Ora vi farò una confessione che vi riempirà l'animo di raccapriccio. Sono pensoso prima di farla. Non ho letto mai una pagina di Benedetto Croce. Questo vi dica quello che io penso di un Fascismo che fosse culturizzato con la Kappa tedesca. I filosofi risolvono dieci problemi sulla carta, ma sono incapaci di risolverne uno solo nella realtà della vita. Io ammetto l'intelligenza fascista e sono stato favorevole a che sorgessero delle rivistine e dei giornali di combattimento intellettuali, ma desidero che costoro aguzzino il loro ingegno per fare la critica spietata dal punto di vista fascista del socialismo, del liberalismo, della democrazia. Ma se invece costoro debbono utilizzare l'ingurgitamento della cultura universitaria, che io consiglio di rapidamente assimilare e di espellere non meno rapidamente, se costoro non fanno che vessare e ipercriticare tutto quello che di criticabile vi è in un movimento così complesso come il movimento fascista, allora io vi dichiaro schiettamente che preferisco al cattedratico impotente, lo squadrista che agisce
Ieri ho detto all'on. Rossoni che bisognava difendere il lavoro: certamente. Ma non è vero che io sia scettico sul sindacalismo. Volevo vedere chiaro nelle cifre, ma io sono un vecchio sindacalista. Io ritengo che il Fascismo debba esplicare gran parte della sua energia nell'organizzazione, nell'inquadramento delle masse lavoratrici, anche perché ci vuole qualcuno che seppellisca il liberalismo. Il sindacalismo, l'affossatore del liberalismo! Il sindacalismo, quando raccolga le masse, le inquadri, le selezioni, le purifichi e le elevi, è la creazione nettamente antitetica alla concezione atomistica e molecolare del liberalismo classico. Eppoi, o camerati, non è più il caso di discutere sulla opportunità o meno del sindacalismo. Come sempre, il fatto, nel Fascismo, ha preceduto la dottrina. Bisogna fare del sindacalismo senza demagogia, del sindacalismo selettivo educativo, del sindacalismo, se volete, mazziniano, che non prescinde mai, parlando dei diritti, dai doveri che bisogna necessariamente compiere.
Vorrei combattere una piccola stortura che affiora qua e là nelle provincie. Essa è il risultato di un capriccio o di uno scherzo, quando non sia originata da questo impulso alle storture, che io combatto rigidissimamente: ed è la stortura antiromana. Signori, io sono romano! Signori, è ora di finirla con i municipalismi! In uno Stato bene ordinato non vi è che una capitale, e quando questa capitale si chiama Roma, tutti hanno il dovere di sentire l'ineffabile orgoglio di essere gregari di questa immensa e superba capitale. Prima di tutto, non è vero che a Roma non vi sia il Fascismo, e che Roma sia una specie di sentina. In ogni caso la farebbero gli italiani, perché i romani sono una minoranza a Roma. Ma poi, tutto ciò è nemico, o signori, di quella concezione dell'impero, che è la base della nostra dottrina. L'unica città che nelle rive del Mediterraneo, fatale e fatato, abbia creato l'impero è Roma. Noi abbiamo i nostri morti, i nostri gloriosissimi morti, e non è senza commozione che ieri sfogliavo il libro che è dedicato alla loro memoria. Ma non bisogna fare troppe cerimonie sui nostri morti. Vi prego, uscendo di qui, di non andare dal Milite Ignoto. Non bisogna dare l'impressione che il Milite Ignoto sia diventato una specie di passeggiata obbligatoria. Ormai ci vanno tutti. Anche quelli che sono responsabili della morte di tanti militi più o meno ignoti, sacrificati al disfattismo di prima, durante e dopo la guerra.
Ed ora che ho parlato a voi, parlo agli altri. Noi siamo indicati come i revisori dello Statuto, come i tiranni che hanno ucciso la dea libertà, come i calpestatori della Costituzione. Vi è un Giosuè liberale che proietta le sue posteriorità eminenti all'orizzonte e grida: fermati o sole! Quanti ne abbiamo di questi Giosuè all'ingiro! Ed il sole si sarebbe fermato il 4 marzo 1848 quando fu concesso lo Statuto! Ebbene, io ho una grande venerazione per tutte le cose che rappresentano un episodio significativo nella storia della Nazione italiana. Ma lo Statuto, o signori, non può essere un gancio al quale si devon appiccare tutte le generazioni italiane. Lo stesso Cavour, all'indomani della promulgazione dello Statuto diceva: «-lo Statuto è modificabile-». La stessa tesi fu sostenuta di poi da Minghetti, da Crispi, da Bertani e da moltissimi altri. Lo Statuto era adatto al Piemonte del 1848; il quale Piemonte ha moltissimi meriti, ma non ha quello dello Statuto. Non è il Piemonte che ha dato lo Statuto all'Italia, è l'Italia che ha dato lo Statuto al Piemonte. E notate, o signori, che il Piemonte ha un'importanza straordinaria nella storia della Nazione italiana, perché per molti secoli è stato l'unico Stato nazionale, l'unico Stato che faceva una politica internazionale, l'unico Stato che aveva un esercito, che partecipava a tutte le grandi guerre d'Europa, l'unico Stato che nel 1848 ha avuto il coraggio, piccolo Stato di pochi milioni di uomini, di andare contro a quel grande colosso che era l'Austria di allora. Ma non ha il merito dello Statuto.
Giorno per giorno noi dobbiamo violarlo. Guai se lo portassimo fuori all'aria libera! Lo Statuto del 1848 non contemplava le colonie. E forse che un governatore di colonia non ha diritto di far parte del Senato? Forse S. M. il Re non ha diritto di comandare le forze armate dell'aria, dal momento che lo Statuto non contemplava anche l'Aviazione? E di questi casi anacronistici ne potrei fare una collana. Ma poi vogliono dichiarare ancora che le istituzioni non possono diventare fasciste! Non solo lo possono, ma lo devono. Prima del 1848 le istituzioni erano assolutiste; dopo il 1848 si acconciarono al liberalismo. E perché ora, che siamo una nazione di 40 milioni di abitanti, che abbiamo ancora calda nel pugno la Vittoria, che siamo tutti frementi di nuova vita e di nuove forze, perché adesso si deve negare la possibilità che le istituzioni si adeguino alla realtà inestinguibile del littorio?
Certo, vi sono delle novità. Guai se la rivoluzione non portasse, delle novità! La magia di questa parola scomparirebbe. Le novità sono le seguenti. Abbiamo domato il parlamentarismo! La Camera non dà più quello spettacolo nauseabondo che dava da qualche tempo. Si discute, si approva, si legifera, perché questo è appunto il programma di un'assemblea legislativa. Ed abbiamo portato al primo piano il potere esecutivo, intenzionalmente, perché il portare al primo piano il potere esecutivo è veramente nelle linee maestre della nostra dottrina; perché il potere esecutivo è il potere onnipresente ed operante nella vita della nazione, è il potere che esercita il potere ad ogni minuto, è il potere che in ogni momento si trova di fronte a problemi che deve risolvere; è, signori, il potere che decreta le cose più grandi che possono capitare nella storia di un popolo; è il potere che dichiara la guerra e conclude la pace. Questo potere esecutivo, che dispone poi di tutte le forze armate dello Stato, che deve mandare avanti, giorno per giorno, la complessa macchina dell'amministrazione statale, non può essere ridotto ad un gruppo di manichini che le assemblee fanno ballare a seconda dei loro capricci. Il potere esecutivo è il potere sovrano della Nazione, tanto è vero che di esso il capo supremo è il Re.
E naturalmente, da questa preminenza del potere esecutivo discende, per ragione diretta, tutta la nostra legislazione. Approvando la legge sulla burocrazia il Governo fascista ha reso il più alto omaggio alla burocrazia: l'ha elevata allo stesso suo piano. Si può considerare la burocrazia come una massa di domestici impiegati, che danno un rendimento più o meno lodevole e poi scompaiono dalla pluralità dei cittadini. Si può considerare la burocrazia come la consideravano alcuni ministri del vecchio regime, come un'accolta di complici. Noi, invece, consideriamo la burocrazia come una parte integrante dello Stato. La burocrazia è lo Stato; è nello Stato e nelle viscere profonde dello Stato, e non può straniarsi da questa sua inserzione. E se così è, e se è vero, com'è vero, che lo Stato è rappresentato dal Governo, è evidente che, volendo che la burocrazia abbia le direttive del Governo, volendo che la burocrazia si consideri come un esercito di collaboratori, operante allo stesso fine, si fa il massimo elogio alla burocrazia, la si porta ad un piano ben più elevato dì quello in cui la tenevano i vecchi Governi.
Che cosa vogliamo noi? Una cosa superba. Vogliamo che gli italiani scelgano. È finito il tempo dei piccoli italiani che avevano mille opinioni e non ne avevano una. Abbiamo portato la lotta sopra un terreno così netto, che bisogna essere di qua o di là. Non solo: ma quella che viene definita la nostra feroce volontà totalitaria sarà perseguita con ancora maggiore ferocia: diventerà, veramente, l'assillo e la preoccupazione dominante della nostra attività. Vogliamo, insomma, fascistizzare la Nazione, tanto che domani italiano e fascista, come presso a poco italiano e cattolico, siano la stessa cosa. Solo avendo un grande ideale si può parlare di rivoluzione, si può impiegare questa magica e tremenda parola!
Ora abbiamo votato delle leggi fasciste, delle leggi di difesa: dopo verranno le leggi di creazione e di costruzione. I nostri avversari non sono ancora convinti dell'ineluttabile. Sperano. Avete capito... Sperano nel Senato. Alcuni anni or sono il Senato italiano, che pure ha così nobili tradizioni nella storia politica della Nazione, era decaduto. Era un nobile decaduto! Noi che siamo giovani, abbiamo compreso l'importanza di quest'assemblea e ne abbiamo ripristinato lo splendore. Il Senato approverà le leggi fasciste; prima di tutto perché il Governo vi ha la maggioranza; in secondo luogo perché noi le difenderemo; in terzo luogo perché il Senato, nel suo alto patriottismo, non vorrà, certo, assumersi la responsabilità di un contrasto, che determinerebbe una crisi di conseguenze assai gravi.
Oggi il Fascismo è un partito, è una milizia, è una corporazione. Non basta: dove diventare un modo di vita! Vi devono essere gli italiani del Fascismo, come vi sono, a caratteri inconfondibili, gli italiani della rinascenza e gli italiani della latinità. Solo creando un modo di vita, cioè un modo di vivere, noi potremo segnare delle pagine nella storia e non soltanto nella cronaca. E quale è questo modo di vita? Il coraggio, prima di tutto; l'intrepidezza, l'amore del rischio, la ripugnanza per il panciafichismo e per il pacifondismo, l'essere sempre pronti ad osare nella vita individuale come nella vita collettiva, ad abborrire tutto ciò che è sedentario: nei rapporti la massima schiettezza, i colloqui a quattro e non le vociferazioni clandestine anonime e vili, l'orgoglio in ogni ora della giornata di sentirsi italiani, la disciplina nel lavoro, il rispetto per l'autorità. L'italiano nuovo, ed io, ne vedo già un campione, l'italiano nuovo è De Pinedo! Portando nella vita tutto quello che sarebbe grave errore di confinare nella politica, noi creeremo, attraverso un'opera di selezione ostinata e tenace, la nuova generazione, e nella nuova generazione ognuno avrà un compito definito. Talvolta mi sorride l'idea delle generazioni di laboratorio: creare cioè la classe dei guerrieri, che è sempre pronta a morire: la classe degli inventori, che persegue il segreto del mistero; la classe dei giudici, la classe dei grandi capitani di industria, dei grandi esploratori, dei grandi governatori. Ed è attraverso questa selezione metodica che si creano le grandi categorie, le quali a loro volta creeranno l'impero. Certo questo sogno è superbo, ma io vedo che a poco a poco sta diventando una realtà. Noi non rinneghiamo nulla del passato. Noi consideriamo che il liberalismo ha significato qualche cosa nella storia d'Italia, anche se furono Governi liberali quelli che non vollero l'Albania, quelli che non vollero Tunisi, quelli che non vollero andare in Egitto; anche se furono Governi liberali quelli che nel dopoguerra ebbero un solo delirio: quello di abbandonare le terre dove eravamo.
Quale dunque il nostro metodo? La parola d'ordine, o fascisti, è questa: intransigenza assoluta ideale e pratica. La seconda parola d'ordine: tutto il potere a tutto il Fascismo! Coloro che hanno avuto dal destino il compito di guidare una rivoluzione, sono come i generali che hanno avuto dal destino il compito di condurre una guerra. Guerra e rivoluzione sono due termini che vanno quasi sempre accoppiati: o è la guerra che determina la rivoluzione o è la rivoluzione che sbocca in una guerra. Anche la strategia dei due movimenti si rassomiglia: come in una guerra, così in una rivoluzione non sempre si va all'assalto. Qualche volta bisogna conoscere le ritirate, più o meno strategiche; qualche volta bisogna stagnare lungamente nelle posizioni conquistate; ma la meta è quella: l'impero! Fondare una città, scoprire una colonia, fondare un impero, sono i prodigi dello spirito umano. Un impero non è soltanto territoriale: può essere politico, economico, spirituale. L'impero non è per altro una creazione improvvisa. L'Inghilterra ha avuto Gibilterra dopo la pace di Utrecht, ha avuto Malta dopo Waterloo, ha avuto Cipro nel 1878. Sono corsi due secoli prima che l'Inghilterra avesse quelle che si chiamano le chiavi fondamentali del suo impero. Dobbiamo tendere a questo. Allora bisogna abbandonare risolutamente tutta la fraseologia e la mentalità liberale. La parola d'ordine non può essere che questa: disciplina. Disciplina all'interno per avere di fronte all'estero il blocco granitico di un'unica volontà nazionale.
Camerati, quattro anni fa io vi dissi in questa stessa sala — e molti di voi erano presenti e sono ormai quelli che si potrebbero chiamare i veterani del Fascismo — dissi: Guarite di me! Non è stato possibile, perché evidentemente...
Si grida: No! no!
Rossoni: Non è possibile!
Mussolini: ... Perché evidentemente ogni grande movimento deve avere un uomo rappresentativo, che di questo movimento soffra tutta la passione, e porti tutta la fiamma. Ebbene, o camerati, ritornate alle vostre terre, che io amo, e gridate con alta voce e con sicura coscienza che la bandiera della rivoluzione fascista è affidata alle mie mani, ed io sono disposto a difenderla contro chiunque, anche a prezzo del mio sangue!

Roma, 30 luglio 1925:
  MUSSOLINI parla sulla Battaglia del Grano.


MUSSOLINI aveva fatto iniziare, e dirigeva personalmente, tutta una serie di studi tecnici e d'indagini per attuare la «Battaglia del grano». Fu promosso a tal fine un Congresso Nazionale in Roma, a cui parteciparono le rappresentanze dei Sindacati agricoli. Tali rappresentanze furono ricevute dal Capo del Governo a Palazzo Chigi. In questa occasione Egli fece le seguenti dichiarazioni:
Signori!
Vi ringrazio del vostro saluto. Vi ringrazio dei propositi che mi avete manifestato con sicura fede. Vi dirò poche parole. Qualcuno di voi opinava che si dovesse ricostituire il ministero dell'agricoltura. Ero, sono e sarò contrario. L'agricoltura italiana non ha bisogno di un ministero. Ha, forse, bisogno di un ministro. Quel ministro sono io. Ha bisogno di mezzi: li avrà.
Mentre altrove si levano le vacue e rimbombanti parole in grazia alle quali poco mancò che fra la rivolta interna dell'agosto e la tragedia dell'ottobre del 1917 la Patria non fosse tratta ad irreparabile ruina, il Governo fascista vi offre da quindici giorni e da tre anni le prove concrete e quotidiane della sua ferma volontà di affrontare e risolvere i problemi fondamentali che assillano da decenni e da secoli l'esistenza del popolo italiano. Problemi di libertà, o signori, ma della vera libertà, non di quella metafisica, assoluta; non della libertà liberale, infine, che non mai esisté sulla faccia della terra, né mai esisterà.
La battaglia del grano, o signori, significa liberare il popolo italiano dalla schiavitù del pane straniero. La battaglia della palude significa liberare la salute di milioni di italiani dalle insidie letali della malaria e della miseria. Il Governo fascista ha ridato al popolo italiano le essenziali libertà che erano compromesse o perdute: quella di lavorare, quella di possedere, quella di circolare, quella di onorare pubblicamente Dio, quella di esaltare la Vittoria e i sacrifici che ha imposto, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte non già un semplice satellite della cupidigia e della demagogia altrui.
Questa è la vera libertà nazionale che il fascismo ha data e garantisce al popolo italiano, tutto il resto è falsa letteratura e mistificazione sfrontata di spodestati ed emigrati respinti dalla vita nel limbo dell'impotenza.
Voi, agricoltori d'Italia, che sapete per la dura esperienza del vostro lavoro come le leggi dell'universo siano inflessibili, voi siete i più indicati ad intendere questo mio discorso.
Recate a tutti i più lontani casolari, a tutti i vostri camerati disseminati per i campi della nostra terra adorabile, il mio saluto e dite loro che se la mia tenace volontà sarà sorretta dalla loro collaborazione, l'agricoltura italiana andrà incontro ad un'epoca di grande splendore.

Roma, 12 - 14 agosto, 12 settembre 1925:
MUSSOLINI parla agli ufficiali.


Questi quattro brevi discorsi, pronunciati fra il 12 agosto e il 12 settembre 1925, davanti ad ufficiali di diverse armi e ad ufficiali di complimento, costituiscono un breve ciclo unitario, destinato a indicare sinteticamente il compito altamente educativo degli ufficiali.
Il primo è stato pronunciato a Roma il 12 agosto 1925, agli ufficiali di fanteria, dopo l'esame della nuova divisa dei Fanti, indossata dall'81° Fanteria.
Sono veramente ammirato, quasi commosso per lo spettacolo insuperabile, alto e sublime che mi hanno dato le vostre truppe; io che sono un vecchio conoscitore di uomini e di masse. Commosso, ho detto, perché tutte le volte che io mi trovo tra i fanti, ricordo la guerra che ho combattuto con le fanterie meravigliose di sacrificio e di fervore; e penso che come ieri anche domani sarà la fanteria che deciderà i destini di una guerra, la potenza o la decadenza di un popolo.
Voi dovete sentire questo perché voi dopo i maestri, siete i grandi educatori della Nazione. Ma dovete esserne educatori anche nei momenti più severi. Voi siete lo spirito rinnovatore del popolo italiano, che passa dinanzi a voi nell'età migliore; e dovete abituarlo al culto quotidiano inestinguibile della Nazione, che si riassume nel nome augusto del Re, immagine della Patria.
Il giorno dopo, 13 agosto 1925, MUSSOLINI passò in rivista il Reggimento dei Bersaglieri della Caserma di S. Francesco a Ripa in Roma; quindi - dopo il gran rapporto - rivolse agli ufficiali le seguenti parole:
Signori Ufficiali!
Dite ai vostri bersaglieri che sono ammirato del loro contegno.
È con emozione sempre sottile, pur rinnovantesi, che io mi trovo tra i bersaglieri. Quando vedo le piume dei figli di Lamarmora mi sembra di riavere 20 anni.
Ho l'orgoglio di avere appartenuto al vostro Corpo durante gli anni della pace e della guerra. E quando dopo la guerra si parlò di ridurre e anche di sopprimere il corpo dei bersaglieri, io mi sono opposto a questo che considero delitto di lesa Patria.
Sono sicuro che domani, come oggi, i bersaglieri di Lamarmora e della IV Italia aggiungeranno nuove fronde a quelle che costituiscono il serto della loro incomparabile gloria.
Il giorno seguente, 14 agosto 1925, MUSSOLINI passò in rivista i due Reggimenti dei Granatieri di Sardegna, accasermati a Santa Croce, in Roma. Poi rivolse agli ufficiali le seguenti parole:
Signori Ufficiali!
Vi prego di esprimere alle vostre truppe i sensi del mio compiacimento più fervido per il modo col quale si sono presentate a me stamani.
Si vedeva nel loro comportamento la forza di una tradizione gloriosa e plurisecolare.
I granatieri sono il fiore della nobile fanteria italiana e sono il privilegio e l'orgoglio fisico della stirpe: privilegio conquistato con tanto sangue — ed il sangue è il prezzo migliore — durante guerre secolari e durante l'ultima guerra, quando i granatieri del Cengio, degli Altipiani, delle paludi di Monfalcone hanno compiuto eroismi degni di storia immortale.
Sono particolarmente lieto di trovarmi fra voi, perché vedo che ognuno di voi ha il petto segnato dai simboli del valore italiano e perché io conosco il vostro comandante il generale Piola-Caselli, col quale ho fatto la trincea sul Javorcek; e già da allora egli era leggendario fra tutti noi per la sua straordinaria intrepidezza.
Sono sicuro che, come ieri, così domani in caso di bisogno i granatieri saranno sempre all'altezza della loro mirabile tradizione, per il Re e per la Patria.
Circa un mese dopo, il 12 settembre 1925, MUSSOLINI presenziò alle manovre eseguite a Civitavecchia per il corso degli Ufficiali di Complemento. Alla fine delle esercitazioni Egli rivolse, agli ufficiali adunati a rapporto, le seguenti parole:
Signori Ufficiali!
Sono molto lieto di avere assistito a questa mirabile manovra, che, specialmente nell'ultima fase, ci ha dato la sensazione precisa della realtà perché le fanterie hanno marciato sotto la traiettoria delle artiglierie, che non tiravano a salve. Io penso che la manovra in tanto è utile in quanto si avvicini il più possibile alla realtà. La manovra sta alla guerra come la scherma al duello, e colui che affronta il duello sapendo di scherma si trova senza dubbio in condizioni vantaggiose sull'avversario che non ha mai impugnato la lama.
Questo è il primo corso del genere che si fa dopo la guerra — anzi qualcuno mi suggerisce che questo è il primo corso dopo la unificazione della Patria.
Ce una ragione profonda: nel 1915 l'Esercito è entrato in guerra con gli ufficiali di carriera: rendo testimonianza solenne ed oculare che essi furono superbi nel pericolo e caddero fulminati a centinaia; i loro nomi voi li potete leggere nei cimiteri del fronte.
Ma durante la guerra — e diventando essa sempre più una guerra di popoli e di nazioni — fu necessario ricorrere agli elementi della media e piccola borghesia: agli ufficiali di complemento. Alla fine della guerra gli ufficiali di complemento erano forse 150 mila; sono ritornati alle loro occupazioni nella vita civile, paghi di aver compiuto nobilmente e fortemente il loro dovere verso la Patria.
Sono passati sette anni dalla Vittoria, e questo è il primo corso che per essi si fa. E voi che siete venuti da tutte le parti d'Italia per frequentarlo, ne avrete certamente tratto un vantaggio fisico, militare e morale. Fisico, perché di tanto in tanto bisogna sveltire l'organismo per non diventare sedentari; militare, perché giova riprendere contatto con quella che può essere la realtà di domani; morale, perché il grigio-verde ringiovanisce l'animo.
Signori ufficiali, frequentando questo corso per i primi, voi avete reso un servizio alla Nazione.
Sono sicuro che, come ieri, così domani in caso di bisogno i granatieri saranno sempre all'altezza della loro mirabile tradizione, per il Re e per la Patria.
Circa un mese dopo, il 12 settembre 1925, MUSSOLINI presenziò alle manovre eseguite a Civitavecchia per il corso degli Ufficiali di Complemento. Alla fine delle esercitazioni Egli rivolse, agli ufficiali adunati a rapporto, le seguenti parole:
Signori Ufficiali!
Sono molto lieto di avere assistito a questa mirabile manovra, che, specialmente nell'ultima fase, ci ha dato la sensazione precisa della realtà perché le fanterie hanno marciato sotto la traiettoria delle artiglierie, che non tiravano a salve. Io penso che la manovra in tanto è utile in quanto si avvicini il più possibile alla realtà. La manovra sta alla guerra come la scherma al duello, e colui che affronta il duello sapendo di scherma si trova senza dubbio in condizioni vantaggiose sull'avversario che non ha mai impugnato la lama.
Questo è il primo corso del genere che si fa dopo la guerra — anzi qualcuno mi suggerisce che questo è il primo corso dopo la unificazione della Patria.
Ce una ragione profonda: nel 1915 l'Esercito è entrato in guerra con gli ufficiali di carriera: rendo testimonianza solenne ed oculare che essi furono superbi nel pericolo e caddero fulminati a centinaia; i loro nomi voi li potete leggere nei cimiteri del fronte.
Ma durante la guerra — e diventando essa sempre più una guerra di popoli e di nazioni — fu necessario ricorrere agli elementi della media e piccola borghesia: agli ufficiali di complemento. Alla fine della guerra gli ufficiali di complemento erano forse 150 mila; sono ritornati alle loro occupazioni nella vita civile, paghi di aver compiuto nobilmente e fortemente il loro dovere verso la Patria.
Sono passati sette anni dalla Vittoria, e questo è il primo corso che per essi si fa. E voi che siete venuti da tutte le parti d'Italia per frequentarlo, ne avrete certamente tratto un vantaggio fisico, militare e morale. Fisico, perché di tanto in tanto bisogna sveltire l'organismo per non diventare sedentari; militare, perché giova riprendere contatto con quella che può essere la realtà di domani; morale, perché il grigio-verde ringiovanisce l'animo.
Signori ufficiali, frequentando questo corso per i primi, voi avete reso un servizio alla Nazione.

Asti, Casale, Vercelli, 24 e 28 settembre 1925:
MUSSOLINI parla al Popolo delle tre cittadine.


Nel mese di settembre del 1925 MUSSOLINI presenziò alle grandi manovre nel Canavese. In tale occasione egli si recò successivamente ad Asti, a Casale Monferrato, a Vercelli.
Ad Asti - il 24 settembre 1925 - dopo aver tenuto ai Sindaci dell'Astigiano un discorso che non fu raccolto dagli stenografi, rivolse al popolo, dal balcone del Palazzo Municipale, le seguenti parole:
Cittadini! Camicie Nere!
Non ho più la consuetudine dei discorsi, quindi il mio discorso sarà estremamente breve. Ma ho tenuto a parlarvi prima di tutto perché voglio ringraziarvi delle festose accoglienze che mi avete tributato. Sono venuto tra voi per rendere omaggio al vostro grande concittadino, a Vittorio Alfieri, che fu il primo a lanciare la parola d'ordine: «l'unità e l'indipendenza della Patria», parola d'ordine che venne raccolta e che nel secolo scorso e in questo secolo rese possibile il compimento delle gloriose vicende che la Storia non dimenticherà mai.
Volli venire qui perché uno dei concittadini vostri più insigni è il mio più elevato collaboratore. Parlo del valoroso generale Badoglio, il condottiero di Vittorio Veneto, colui che, se fosse necessario, domani un'altra volta condurrebbe l'Esercito alla vittoria.
Infine io venni da voi perché considero il vecchio, forte, nobile Piemonte come la infrangibile pietra angolare dell'unità e della grandezza della Patria.
Cittadini, camicie nere! Ho terminato; non ho altro che da ripetervi il nostro grido: A noi!
Nello stesso giorno, 24 settembre 1925, MUSSOLINI intervenne nel pomeriggio ad una riunione fascista al Teatro Alfieri di Asti e pronunciò le seguenti parole:
Camerati!
Sono perfettamente sicuro che non volete un discorso, né un supplemento di discorso. Parlerò alla militare. Le cose vanno bene: non benissimo. Non bisogna mai essere troppo ottimisti in politica perché il troppo ottimismo è sinonimo di pacefondaismo e il pacefondaismo significa paralisi, inerzia ed immobilità. Abbiamo vinto una battaglia tenendo duro, applicando la mia parola d'ordine: durare, inflessibilmente giorno per giorno, mese per mese, anno per anno. Ci hanno dichiarato una guerra di posizione. Essa è vinta, perché la posizione avversaria è smantellata. Avevo previsto che come l'esercito nemico risalì in disordine le valli donde s'era calato — c'è qua uno che ha visto e che ha determinato quegli avvenimenti — (grida di: «viva Badoglio!»), così gli avversari nostri sarebbero stati ridotti ad ugual partito.
La tattica rimane immutata: rigida e religiosa intransigenza. Il Fascismo deve insegnare agli italiani non la coerenza formale e artificiosa, ma la coerenza profonda e fondamentale della vita. Abbiamo creduto che le larve del passato potessero ancora essere utilizzate. Niente di tutto ciò. Sarebbe come voler mettere il vino nuovo negli otri vecchi: o il vino inacidisce o gli otri si spezzano. Mai come in questi mesi il Governo ha lavorato. Siamo andati incontro al Mezzogiorno d'Italia non con promesse ma con opere concrete. Abbiamo creato istituti nuovi, ne creeremo ancora. Mai come in questi mesi ho sentito attorno al Governo ed attorno alla mia modesta persona il consenso incontenibile della sana e laboriosa popolazione italiana.
Questo mi conforta a proseguire. Non ho nessuna ambizione. Disdegno la vanità, non mi sorride neanche l'idea del futuro. Quello che più mi sospinge, che mi fa lavorare e persistere è un'altra ambizione, un altro amore: l'ambizione di vedere grande la Patria, l'amore del popolo italiano! Poiché io lo amo il popolo italiano, lo amo alla mia maniera: il mio è l'amore armato, non l'amore lagrimoso ed imbelle, ma severo e virile che affronta il compito della vita come una battaglia. Il popolo sa che io lo amo e da tre anni me ne dà le prove. La indisciplina, le irrequietezze, le intemperanze, sono limitate ad una minoranza di politicanti spodestati e irreconciliabili. Il popolo lavoratore, poco a poco strappa la nebbia fitta delle menzogne impossibili, e riconosce nel Fascismo una delle poche idee direttrici della civiltà in questo tormentoso periodo storico. Sento che vibrate dei miei stessi sentimenti, che voi sentite che quanto io ho detto è la verità. Sapete che non sono né un tiranno né un padrone, ma il servitore del popolo italiano e che sarò pago quando avrò visto che le tappe essenziali sono raggiunte. Voi siete i marciatori, il nuovo popolo, forgiato a Vittorio Veneto e temprato nell'ottobre del 1922, quando è crollato il vecchio regime come un vecchio scenario tarlato.
Nel mese di settembre del 1925 MUSSOLINI presenziò alle grandi manovre nel Canavese. In tale occasione egli si recò successivamente ad Asti, a Casale Monferrato, a Vercelli.
Ad Asti - il 24 settembre 1925 - dopo aver tenuto ai Sindaci dell'Astigiano un discorso che non fu raccolto dagli stenografi, rivolse al popolo, dal balcone del Palazzo Municipale, le seguenti parole:
Cittadini! Camicie Nere!
Non ho più la consuetudine dei discorsi, quindi il mio discorso sarà estremamente breve. Ma ho tenuto a parlarvi prima di tutto perché voglio ringraziarvi delle festose accoglienze che mi avete tributato. Sono venuto tra voi per rendere omaggio al vostro grande concittadino, a Vittorio Alfieri, che fu il primo a lanciare la parola d'ordine: «l'unità e l'indipendenza della Patria», parola d'ordine che venne raccolta e che nel secolo scorso e in questo secolo rese possibile il compimento delle gloriose vicende che la Storia non dimenticherà mai.
Volli venire qui perché uno dei concittadini vostri più insigni è il mio più elevato collaboratore. Parlo del valoroso generale Badoglio, il condottiero di Vittorio Veneto, colui che, se fosse necessario, domani un'altra volta condurrebbe l'Esercito alla vittoria.
Infine io venni da voi perché considero il vecchio, forte, nobile Piemonte come la infrangibile pietra angolare dell'unità e della grandezza della Patria.
Cittadini, camicie nere! Ho terminato; non ho altro che da ripetervi il nostro grido: A noi!
Nello stesso giorno, 24 settembre 1925,MUSSOLINI intervenne nel pomeriggio ad una riunione fascista al Teatro Alfieri di Asti e pronunciò le seguenti parole:
Camerati!
Sono perfettamente sicuro che non volete un discorso, né un supplemento di discorso. Parlerò alla militare. Le cose vanno bene: non benissimo. Non bisogna mai essere troppo ottimisti in politica perché il troppo ottimismo è sinonimo di pacefondaismo e il pacefondaismo significa paralisi, inerzia ed immobilità. Abbiamo vinto una battaglia tenendo duro, applicando la mia parola d'ordine: durare, inflessibilmente giorno per giorno, mese per mese, anno per anno. Ci hanno dichiarato una guerra di posizione. Essa è vinta, perché la posizione avversaria è smantellata. Avevo previsto che come l'esercito nemico risalì in disordine le valli donde s'era calato — c'è qua uno che ha visto e che ha determinato quegli avvenimenti — (grida di: «viva Badoglio!»), così gli avversari nostri sarebbero stati ridotti ad ugual partito.
La tattica rimane immutata: rigida e religiosa intransigenza. Il Fascismo deve insegnare agli italiani non la coerenza formale e artificiosa, ma la coerenza profonda e fondamentale della vita. Abbiamo creduto che le larve del passato potessero ancora essere utilizzate. Niente di tutto ciò. Sarebbe come voler mettere il vino nuovo negli otri vecchi: o il vino inacidisce o gli otri si spezzano. Mai come in questi mesi il Governo ha lavorato. Siamo andati incontro al Mezzogiorno d'Italia non con promesse ma con opere concrete. Abbiamo creato istituti nuovi, ne creeremo ancora. Mai come in questi mesi ho sentito attorno al Governo ed attorno alla mia modesta persona il consenso incontenibile della sana e laboriosa popolazione italiana.
Questo mi conforta a proseguire. Non ho nessuna ambizione. Disdegno la vanità, non mi sorride neanche l'idea del futuro. Quello che più mi sospinge, che mi fa lavorare e persistere è un'altra ambizione, un altro amore: l'ambizione di vedere grande la Patria, l'amore del popolo italiano! Poiché io lo amo il popolo italiano, lo amo alla mia maniera: il mio è l'amore armato, non l'amore lagrimoso ed imbelle, ma severo e virile che affronta il compito della vita come una battaglia. Il popolo sa che io lo amo e da tre anni me ne dà le prove. La indisciplina, le irrequietezze, le intemperanze, sono limitate ad una minoranza di politicanti spodestati e irreconciliabili. Il popolo lavoratore, poco a poco strappa la nebbia fitta delle menzogne impossibili, e riconosce nel Fascismo una delle poche idee direttrici della civiltà in questo tormentoso periodo storico. Sento che vibrate dei miei stessi sentimenti, che voi sentite che quanto io ho detto è la verità. Sapete che non sono né un tiranno né un padrone, ma il servitore del popolo italiano e che sarò pago quando avrò visto che le tappe essenziali sono raggiunte. Voi siete i marciatori, il nuovo popolo, forgiato a Vittorio Veneto e temprato nell'ottobre del 1922, quando è crollato il vecchio regime come un vecchio scenario tarlato.
Continueremo perché siamo sicuri che volendo, fortissimamente volendo, come disse il vostro illustre concittadino, raggiungeremo le mete della grandezza della Patria!
Il 28 settembre 1925, continuandosi le grandi manovre nel Canavese, MUSSOLINI si recò a Casale Monferrato, ove, durante un ricevimento al Palazzo Municipale, alla presenza di numerosi Sindaci della regione, pronunciò le seguenti parole:
Signor Sindaco!
Vi ringrazio molto vivamente per il saluto e le accoglienze che mi avete tributato. Si dice che il Piemonte è freddo. Non è vero. È serio. Non ama le intemperanze della retorica. Non sembri strano che io affermi che non amo le espansività; preferisco sentimenti meno esplosivi, ma più profondi, meno frondosi ma più radicati.
Si dice che il Piemonte non è fascista. Altro pregiudizio, altro luogo comune. Intanto non v'è dubbio che il Piemonte è con il Governo nazionale. E siccome non si può intendere il Governo avulso dal Partito, anche nel Piemonte la nostra idea ha trovato vaste masse di proseliti.
Il Piemonte, per secoli e secoli, ha avuto la missione di rappresentare l'unico Stato italiano che si è assunto l'enorme responsabilità di iniziare il riscatto nazionale e ha sostenuta e difesa l'idea dell'unità nella Penisola e di fronte all'estero. È naturale dunque che oggi il Piemonte risponda fra i primi al richiamo di battaglia.
Ho sentito molta commozione nelle vostre parole, on. Battaglieri, così come nel discorso del prof. Ottolenghi. Ho sentito stamane intorno a me tutto il popolo che evidentemente non detesta il tiranno, che sente che non sono un tiranno almeno di vecchio stile, né un comandante di gente armata. Vado verso il popolo e sono col popolo per comunione di intenti e di spirito.
Eleviamo il pensiero agli eroi della guerra e ai martiri del Fascismo, ai due tamburi sardi caduti in questa città quasi a riaffermare la continuità dell'idea.
Lavoriamo tutti con spirito fervido e con cuore alacre per il trionfo, per le maggiori fortune della Patria.
Voi sapete quello che penso sui Sindaci e sulla loro posizione e mansione. Li considero i più preziosi collaboratori del Governo nazionale, poiché, essendo in contatto delle popolazioni, rappresentano direttamente i loro bisogni e le loro necessità amministrative. Il Governo, che ho l'onore di presiedere, confida nell'opera vostra, vuole che i Sindaci diano il loro zelo e la loro attività per andare incontro ai bisogni delle popolazioni. Quando mi segnalano qualche necessità, mi faccio premura di accogliere i giusti desideri. In tre anni si sono fatte grandi cose. Molti Comuni hanno sentito l'influsso, la potenza del nostro Governo, molte opere che ritardavano — strade, scuole, ponti, bonifiche, acquedotti, ferrovie — hanno avuto un vigoroso impulso.
Bisogna che questo impulso, che parte dal centro, arrivi, mercé l'opera vostra, alla periferia, bisogna che un po' della luce di Roma sia in ogni angolo. I Sindaci non si considerino avulsi dal Governo nazionale, bensì cellule del meraviglioso aggregato storico che rappresenta il Paese.
Portate, signori Sindaci, alle vostre popolazioni il mio sicuro senso di fiducia, il mio affettuoso saluto.
Poi, affacciatosi al balcone del Palazzo Municipale, il Duce rivolse, alla folla acclamante, le seguenti parole:
Camicie Nere!
Poche parole, solo per farvi sentire che la mia voce non è cambiata, per dirvi il mio ringraziamento fraterno per questo magnifico spettacolo: spettacolo di gentilezza e di forza veramente piemontesi, veramente fasciste.
Quando sento così intensa la vibrazione del popolo, mi domando: quali larve uscite dai cimiteri remoti della Penisola osarono parlare di un Governo che manca del consenso profondo, spontaneo, non ricercato delle moltitudini? Perché se vi è un uomo che non desideri la popolarità e disdegni i successi ottenuti con la facile e stupida demagogia, quello sono io.
Abbiamo cominciato bene. La battaglia è impegnata. Si tratta di continuarla.
Vi assicuro, a nome di tutti i morti e di tutti i vivi che mi seguono, che la battaglia impegnata per la risurrezione dell'Italia sarà continuata fino alla vittoria finale.
Nello stesso giorno, 28 settembre 1925, MUSSOLINI passò da Casale a Vercelli, ove rivolse alla folla, dal Palazzo Municipale, le seguenti parole:
Popolo di Vercelli! Camicie Nere!
Avevo promesso di assistere alle cerimonie di questa solenne giornata senza fare discorsi. Ed ecco che anch'io manco alla mia parola. Il vostro plauso così cordiale e fraterno mi ha già assolto. Del resto, confesso che sono io che desidero parlare a voi. Voglio dinanzi a tutta la Nazione mettere all'ordine del giorno la città di Vercelli, non solo per le pagine stupende che ha scritto in ogni tempo nel libro della storia italiana, non solo per la mole di eroismo offerto sui campi di guerra, non solo per le sedici mirabili Medaglie d'Oro di cui si onora la vostra città, ma anche perché, quando il Governo ha chiesto qualche rinuncia, Vercelli ha accettato senza discutere, con altissimo senso di disciplina nazionale. Ha dimostrato di saper superare i diritti ed i bisogni del municipalismo per assurgere alla più vasta visione delle necessità nazionali. Vercelli in questa materia sta all'avanguardia del popolo italiano.
Questa vostra adunata è veramente significativa. Mi sento vostro, carne della vostra carne e spirito del vostro spirito. Vibro della vostra passione e mi nutro della vostra fede, popolo in armi del nostro glorioso Esercito, al quale vi prego di elevare un vibrante saluto.
Ho visto in questi giorni lo spettacolo del nostro Esercito in armi.
C'era negli occhi dei soldati un lampo di gioia e di orgoglio. Non erano dei soldati soltanto, ma guerrieri capaci di ricominciare, se domani ricominciare fosse necessario.
Sono presenti i vostri condottieri di guerra: dico il maresciallo Cadorna, il generale Giardino, che fece del Grappa l'estremo baluardo della Patria, e il generale Cavallero, mio collaboratore valoroso e tenace.
Davanti a questo spettacolo di gioventù, di caldo entusiasmo, di vibrante passione, cosa è tutta quella piccola e mediocre Italia, che cosa può essa significare, sia che quella piccola Italia stia sul colle o discenda al piano?
Chiusi nelle loro conventicole, schiavi dei loro rancori, tenacissimi nei loro odi, impotenti per qualità congenite, credono con le barricate delle loro fatue parole di fermare la forza della nostra irrompente fiumana.
Non ci riusciranno. Poco fa, in un'altra città di questo Piemonte che amo, ho fatto sentire la mia voce, che non è mutata. Non solo la mia voce non è mutata, ma non è mutato lo spirito, il coraggio, la fredda, metodica, sistematica volontà di condurre la battaglia sino alla vittoria.
Aspri compiti ci aspettano, molte battaglie abbiamo impegnate. Viviamo una vita di combattimento, ma lo spirito è alto e sereno, perché anche con l'opera di tutti i giorni e di tutte le ore, con l'opera quotidiana, minuta, oscura, si fa grande la Patria.
Cosa è la grandezza della Patria, questa parola che a pronunciarla ci infiamma? È il benessere, il prestigio, la potenza della Nazione italiana, benessere del popolo lavoratore, procurato con il lavoro e la disciplina metodica; il prestigio affinché il nostro popolo, anche nei paesi più lontani e più barbari, abbia la difesa di una bandiera e di una forza; e finalmente la potenza dei mezzi e delle anime che non è soltanto eredità del passato, ma che deve essere anche creazione e fatica quotidiana del nostro spirito. Chi osa ancora dire che il Fascismo rappresenta piccoli uomini e interessi meschini?
Il Fascismo è tutto il popolo italiano; voi dunque, che siete popolo, siete anche Fascismo. E tra voi i banchieri, i plutocrati e i ricchissimi sono infima minoranza. Voi appartenete a quel popolo che si guadagna la vita col diuturno lavoro. Voi ascoltate la voce di un uomo che i falsi pastori e i putrefatti oppositori dipingono come un liberticida, come un uomo che vi tiene avvinti in catene, che si rallegra di tenervi nel suo pugno di ferro, come un tiranno, mentre io mi rallegro soltanto quando compio un'opera utile al popolo italiano.
E continueremo, Camicie nere. State tranquille. (Qualcuno della folla grida: «-Manganello...-»). Sì, se sarà necessario, il legno e anche il ferro. Voi sapete che il dialogo tra me e la folla mi piace, che amo essere interrotto perché dal colloquio sorge il grido rivelatore dei vostri stati d'animo. Bisogna che tutti coloro che, come i dannati dell'inferno dantesco, tengono la testa rivolta all'indietro, si convincano che non c'è niente da fare e che è necessario accettare per amore il fatto compiuto se non vogliono accettarlo per forza.
Camicie nere, penso che il mio discorso debba finire. (No, no!). Raccogliamoci in un solo pensiero, in una sola fede: nella nostra fede, che dobbiamo servire con intransigenza assoluta perché se è lecito che le fedi tramandate possano talvolta tralignare, le fedi che sorgono devono essere necessariamente intransigenti e intolleranti. La verità è che non posso tollerare la vociferazione clandestina, l'agguato codardo, la calunnia informe, la diffamazione subdola. Tutto ciò dev'essere sepolto. Questo discorso voleva essere una presa di contatto. Lo è stato. Anzi permettetemi che vi dica che è uno stato di comunione. Viva il Fascismo!


Ultima modifica di Admin il Sab 24 Mar 2018, 09:10, modificato 5 volte
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Re: I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

Messaggio  Admin il Lun 19 Mar 2018, 21:24

(Segue) ANNO - 1925:

Roma, 4 ottobre 1925, MUSSOLINI interviene sulla lotta contro la malaria.

Si inaugurò in Campidoglio, nell'aula consigliare, il primo congresso internazionale contro la malaria, al quale parteciparono i rappresentanti di numerosi Stati d'Europa e d'America. Dopo il saluto del R. Commissario di Roma, Sen. Cremonesi, MUSSOLINI pronunziò il seguente discorso:

Il Governo italiano annette un grande interesse a questo Congresso che si riunisce a Roma a un quarto di secolo dal compimento del ciclo delle ricerche che hanno condotto alla scoperta delle cause della malaria e del suo modo di trasmissione.
Questo lavoro è stato uno dei più impressionanti esempi di collaborazione internazionale. Quattro grandi nazioni vi hanno contribuito: la Francia, l'Inghilterra, l'America e l'Italia. È per me un piacere ricordare questo periodo della scienza alla quale vi siete consacrati, perché si tratta di risultati che colpiscono il mondo e insegnano al mondo e ai Governi il loro dovere di favorire con tutte le loro forze la ricerca scientifica.
E tuttavia, dopo tanti anni dalla scoperta, pur essendo la malaria così ben conosciuta che si può diagnosticarla con certezza, prevenirla in teoria e sempre curarla, il problema pratico resta tuttora aperto. Ecco l'interesse del vostro Congresso.
Ho scorso il vostro programma. È soprattutto un programma di prevenzione che mira essenzialmente ai metodi della lotta: distruggere o ridurre con tutti i mezzi il nemico; studiare nuovi metodi per curare l'uomo malato, con l'antico e sovrano rimedio, cercarne dei nuovi, curare rapidamente ed efficacemente per spezzare un anello della catena. Inoltre la cura di una malattia, quando essa ha un'importanza nazionale, può essere funzione dello Stato; lo Stato italiano l'ha compreso e ha provveduto alla sua responsabilità con la legge sul chinino, legge la cui applicazione pratica ha arrecato un grande miglioramento, diminuendo l'estensione e la gravità della malattia.
Io penso che un'altra funzione dello Stato debba essere quella di favorire le opere che hanno lo scopo di trasformare le condizioni naturali che producono o aggravano la malattia. Trasformazione importante anche se non si ottiene che un risultato parziale, perché si tratta essenzialmente di una questione di quantità, e, quando le probabilità di essere colpiti sono ridotte, si arriva a un punto in cui, malgrado la persistenza dei fattori che ne permetterebbero lo sviluppo, si è veduta la malaria da grave diventare benigna e anche sparire completamente.
La malaria sparisce di fronte ai progressi della civiltà: là dove le condizioni naturali erano più favorevoli, essa è scomparsa mercé la sola attività individuale; là dove le condizioni sono state come da noi più sfavorevoli, essa è stata ridotta ovunque sono intervenuti grandi lavori di bonifica.
In tutte le epoche della storia, le grandi bonifiche sono state opera dello Stato, opera per cui sono necessari grandi mezzi e che non deve essere interrotta. L'Agro Romano attesta dappertutto questo sforzo dello Stato dalle epoche più lontane ai giorni nostri. La trasformazione idraulica, agraria, sanitaria di una regione è un lungo lavoro che richiede degli sforzi da parte del Governo e il lavoro di più generazioni.
Voi affrontate il problema da un altro lato: voi lo studiate nella sua realtà presente, nei suoi svariati aspetti così differenti se si tratta di città, di terreni bonificati o di paludi. Voi cercate di opporvi ai danni esistenti, mentre le grandi organizzazioni statali e private si preparano a compiere il loro dovere.
È lecito sperare che dalla vostra opera sorgeranno risultati più importanti ancora di quelli che attualmente si possono prevedere. In ogni caso voi attenuerete i danni attuali della malaria e le grandi e costose opere saranno compiute con minor fatica, con minor spesa e con una grande economia di salute umana. Questa sarà vittoria della scienza e della scienza soltanto.

Con questi auguri e con questa speranza vi do il mio cordiale benvenuto e sono lieto di inaugurare il vostro Congresso.

Roma, 12 ottobre 1925: MUSSOLINI interviene alla premiazione degli agricoltori per la Battaglia del Grano.


Il Governo indisse un'imponente adunata di agricoltori al Teatro Costami in Roma per la battaglia del grano, per la premiatane degli agricoltori che si erano distinti nell'anno precedente. In tale occasione il Duce pronunciò le seguenti parole:

Camerati! Agricoltori! Signori!
Se voi rappresentate i quadri dell'esercito impegnato nella battaglia e se io sono il vostro capitano, la conclusione è la seguente: che non dovrei pronunciare discorso alcuno, perché per il militare il miglior discorso consiste nel più rigoroso silenzio.
Mi limiterò quindi a poche dichiarazioni. Quella che io ho chiamato «battaglia del grano» è in pieno svolgimento e le operazioni procedono ottimamente. È commovente il consenso suscitato da questa battaglia in tutte le classi della popolazione: enti pubblici, enti privati, industriali, operai, maestri, sacerdoti, studiosi, tanto in Italia come all'estero, mi hanno dato in questi mesi prove di un interessamento veramente significativo. Vi sono stati dei proprietari che mi hanno offerto le loro terre gratuitamente perché le facessi convertire in campi sperimentali. Affermo che non vi è casolare dove l'eco di questa battaglia non sia già arrivata.
La battaglia è semplice perché l'obbiettivo è preciso. Non si tratta che di aumentare il rendimento medio per ettaro. Ed io, tanto per cominciare, mi contento di poco; mi basterebbe che il rendimento medio per ettaro aumentasse da uno a due quintali.
Ho letto con molto interesse tutte le risposte date dai direttori delle Cattedre ambulanti di agricoltura i quali rispondevano alla mia precisa domanda: «-È possibile nella vostra giurisdizione aumentare il rendimento agricolo?-». La risposta è stata unanime; dal monte al piano, dalle regioni impervie alle zone fertili: dovunque è possibile aumentare il rendimento medio per ettaro del grano. Allora, se questo è possibile, questo deve essere fatto!
E per arrivare a questa meta luminosa, conto su di voi, o camerati agricoltori. Voi tecnici dovete spezzare il pane della tecnica progredita, dovete svecchiare l'agricoltura là dove si attarda in procedimenti antiquati, accelerare i procedimenti di miglioria dove qualche cosa si è fatto; dovete essere gli animatori, arrivare dovunque, fino all'ultimo villaggio, fino all'ultimo uomo.
Mentre sto per premiare in nome del Governo — ed oserei dire della Nazione — tutti gli agricoltori benemeriti, vi prego, camerati agricoltori, tornando nei vostri paesi, rimettendovi a contatto delle masse agricole, vi prego di dire che il Governo è pensoso dei problemi dell'agricoltura, vi prego di proclamare che il Governo considera i contadini in guerra e in pace, quali forze fondamentali per le fortune della Patria.

Anzio, 12 ottobre 1925: MUSSOLINI interviene all'inaugurazione del cavo telegrafico sottomarino fra l'Italia e l'America del Sud.


Nel giorno di Colombo» - fu celebrato per la prima volta in Italia con la solenne inaugurazione del cavo telegrafico sottomarino fra Anzio e l'America del Sud. Parlarono S. E. Ciano, l'Ambasciatore del Brasile e il Ministro plenipotenziario dell'Uruguay. Infine il Duce pronunciò le seguenti parole:

Signori!
Forse vi stupite di vedermi oggi di umore eccellente. Mi spiego. Quando partecipo ad una cerimonia che consiste nella posa di una prima pietra io sono generalmente grigio, perché ho constatato che talvolta l'erba cresce sulla prima pietra innanzi che vi si posi la seconda. Ma quando io mi trovo dinanzi all'opera compiuta, perfetta in ogni suo lato, dimentico per un istante le cure quotidiane e mi sento di umore allegro.
È una grande, magnifica opera quella che oggi riceve qui una solenne consacrazione. Pensate che quando è giunta in America la notizia della nostra grande Vittoria, essa fu alterata e mutilata. Eppure, sino a prova contraria, Vittorio Veneto è in Italia ed il «Bollettino» di Diaz parla chiaro!
Soprattutto mi piace quest'opera perché, preventivata in tre anni, è stata compiuta fascisticamente in diciotto mesi. E bene a proposito il mio amico Ciano, al quale non perdonerò per molto tempo di avermi tratto a pronunciare un discorso, ha voluto mettere le cose a posto. È bensì vero che le idee erano venute da altri, ma il destino del Governo fascista è anche questo: tradurre in concreti fatti le pie ed utili intenzioni degli altri.
Voglio ringraziare in primo luogo gli Ambasciatori ed i Ministri dei popoli amici ed alleati di America e di Europa che sono qui presenti a rendere più solenne la cerimonia; voglio esprimere dinanzi a voi e dinanzi alla Nazione un alto elogio per l'ing. Carosio e per tutti i suoi collaboratori tecnici, industriali ed azionisti; voglio ancora mandare un pensiero di simpatia ai collaboratori più umili di quest'opera, a coloro che per mesi e mesi sugli oceani si sono affaticati a posare il cavo. Voglio infine mandare, sicuro di essere interprete del vostro pensiero, un saluto commosso alle collettività italiane in America, a questi nostri fratelli lontani, laboriosi e fedeli alla Patria, ospiti di Nazioni amiche con le quali i rapporti diventeranno sempre più stretti e fecondi nelle opere della civiltà comune.

Signori, oggi abbiamo fatto qualche cosa di più. Abbiamo dato al popolo italiano un'altra essenziale e fondamentale libertà: la libertà di comunicare direttamente con i nostri fratelli e con gli altri popoli!

Parma, 23 ottobre 1925: MUSSOLINI ricorda la figura di Filippo Corridoni.


Il 23 ottobre fu posta a Parma la prima pietra del monumento a Filippo Corridoni e fu consegnata la Medaglia d'Oro alla Madre dell'Eroe. In tale, occasione, MUSSOLINI pronunziò le seguenti parole:

Camerati!
Una cerimonia così suggestiva e solenne non chiede molte parole né lunghi discorsi. Piuttosto chiede il silenzio.
Siamo qui in questa piazza a rendere un triplice onore alla memoria di Filippo Corridoni. Onoriamo in Filippo Corridoni l'amico delle classi laboriose, amico ardente e disinteressato: onoriamo in Filippo Corridoni l'interventista della vigilia, l'uomo che comprese la guerra come uno strappo, come una soluzione di continuità ad una politica miserabile e vile. Onoriamo in Filippo Corridoni il volontario della guerra, l'intrepido fante del Carso, l'eroe che balza sulla trincea conquistata e muore al grido di «Viva l'Italia!».
Non basta erigere dei monumenti: i monumenti, se non sono scaldati dal cuore palpitante del popolo, sono pietre di sepolcro, fredde, nude, sterili. Bisogna che attorno a questi simboli della nostra ricordanza perenne sia sempre ardente la nostra fede, sempre siano sicuri e fermissimi i nostri propositi.
È giusto che a Parma sorga il monumento di Filippo Corridoni perché egli era cittadino della vostra nobile città, e Parma — voglio rendere ad essa questo esplicito e categorico onore di fronte a tutto il popolo italiano — Parma, nei mesi grigi della neutralità, nei mesi torbidi dell'attesa, Parma fu la sola città d'Italia che mostrò il prodigio del popolo lavoratore che voleva la guerra; dico il prodigio, perché la guerra era già nota, già si combatteva da mesi e mesi sui campi di Francia e già si sapeva anche perché una magnifica avanguardia di volontari italiani si era recata in Francia; già si sapeva che la guerra era durissima di sacrificio e di lento martirio.
Ciò malgrado, il popolo lavoratore di Parma e della Provincia dichiarò in un ordine del giorno lapidario e memorabile che se anche la guerra era dura, se anche s'imponevano sacrifizi enormi di denaro e di sangue, bisognava farla, quando era in gioco la dignità del popolo italiano.
E questo vi dico oggi e ve lo ripeto anche come Capo del Governo. Ho finito: nel mio abbraccio reverente e filiale alla madre dell'eroe che celebriamo vi è l'omaggio a tutto il popolo che lavora, a tutto il popolo consapevole dei suoi destini!

Parma, 23 ottobre 1925: MUSSOLINI parla del Sindacalismo Fascista.


Dopo la posa della prima pietra del Monumento a Corridoni, ebbero luogo a Parma, nello stesso giorno, 23 ottobre 1925, altre importanti inaugurazioni, fra le quali l'inaugurazione del Palazzo delle Corporazioni e quella della Casa del Fascio.
Al Palazzo delle Corporazioni, il Duce fu salutato da Alcide Aimi, a nome dei sindacalisti fascisti, e rispose con il presente discorso.
Più tardi parlò ancora una volta, brevemente, dalla Casa del Fascio, alla folla entusiasta e plaudente.
Voglio parlare prima di tutto per esprimere la mia simpatia al capo del sindacalismo della vostra Provincia, ad Alcide Aimi, che conosco da anni e considero uno dei migliori fascisti italiani, perché appartiene alla categoria di quegli italiani che voglio creare per amore o per forza, i quali obbediscono in silenzio e lavorano con disciplina.
Alcide Aimi non poteva rendermi omaggio migliore, né farmi dono più gradito di quello che qui fa, presentandomi questi quattro contratti di lavoro che esaminerò attentamente e che sono il risultato dello sforzo educativo e organizzato del sindacalismo fascista.
Io sono sindacalista, fascista sindacalista: intendo cioè, che le tre grandi attività del Fascismo siano queste: Partito: quindi amministrazione dei Comuni, delle Provincie, propaganda politica; opera di cultura, tutto quello che serve, in una parola a tenere inquadrate spiritualmente le nostre forze; Milizia e cioè difesa armata del regime, e finalmente Sindacalismo, ossia elevazione delle masse che lavorano; elevazione con il nostro metodo della necessaria severità e della disciplina che evita la lusinga e soprattutto la menzogna. Non dobbiamo, cioè, promettere più di quello che siamo matematicamente sicuri di poter mantenere.
Qui è la rivoluzione fascista, o camerati! La rivoluzione è nel fatto che quarantamila operai di questa terra sono schierati sotto i nostri gagliardetti. Rivoluzione è quando il Governo inserisce le forze sindacali nello Stato e dà a queste forze sindacali, che il vecchio demo-liberalismo ignorava, il loro posto nella vita.
Ma noi diciamo: prima i doveri e poi i diritti. Il nostro è un sindacalismo italiano. Noi uniamo tutti gli elementi della produzione e li poniamo su di un piano comune che è la Nazione, cioè la collettività di cui siamo parte, parte interessata al benessere del tutto. Avete inteso? Certo di sì perché il mio è un linguaggio molto chiaro. I vostri occhi mi dicono che voi siete molto intelligenti. Occorre continuare per quella via: elevare le masse operaie senza ingannarle e mantenerle rigidamente fedeli alla causa del Fascismo e della Nazione.

Mantova, 25 ottobre 1925: MUSSOLINI parla al popolo del mantovano.


Si inaugura a Mantova il famedio per i Mantovani caduti in guerra, MUSSOLINI pronunziò nella Piazza Virgiliana il seguente discorso:

Camerati!
L'imponenza di questa adunata, il mare senza confini di questa folla mi ricordano l'adunata di tre anni fa a Napoli, quando quarantamila camicie nere ripetevano, con un ritmo solenne ed indimenticabile, la parola fatidica: Roma!
Voi mi avete aspettato in silenzio ed in disciplina durante tre anni. Qualcuno rileverà che io pronuncio ancora un discorso. Rispondo che i miei non sono discorsi, nel senso tradizionale della parola: sono allocuzioni, prese di contatto tra la mia anima e la vostra, tra il mio cuore ed i vostri cuori. I miei discorsi non hanno quindi nulla di comune con i discorsi ufficiali e compassati pronunciati in altri tempi da uomini in troppo funeree uniformi, uomini che non potevano parlare direttamente al popolo perché il popolo non li comprendeva e non li amava.
Voglio salutare voi, o mantovani, figli di questa terra che ha dato nell'era antica il poeta dell'impero, che nell'evo di mezzo fiorì nei suoi palagi di un Rinascimento meraviglioso e che durante il Risorgimento offrì alla Patria la primavera del martirio!
Questa tradizione di gloria non è oscurata perché risplende ancora e vi fa militi devoti ed ardenti della causa comune.
Camerati! Voi avete ascoltato gli ordini dei vostri capi ai quali dovete obbedienza assoluta. Vi siete presentati a me senza armi e senza bastoni. Ma ritenete voi di essere disarmati? Voi non siete disarmati, se il vostro spirito è armato, se la vostra fede è potente e la vostra disciplina fermissima.

Camerati, sono tre anni durante i quali abbiamo avuto il privilegio e la responsabilità di governare la Nazione. Tre anni di duro governo durante i quali non abbiamo lusingato il popolo! Gli abbiamo anzi imposto degli aspri doveri, pur rendendolo partecipe alla vita dello Stato. Ebbene, questo popolo, che non è stato lusingato da me, che non sarà mai lusingato da me, e soprattutto non sarà mai corrotto da me, dopo tre anni mi dà prove formidabili del suo consenso come all'indomani della rivoluzione trionfante che ci condusse a Roma! Sono io dunque il tiranno, di cui si parla nelle stupidissime cronache giornalistiche? Sono io dunque il dittatore circondato da nugoli di armati che cerca di tenere avvinto il popolo con le catene — così come si va dicendo in talune impudenti gazzette di oltr'Alpe? Si dice che noi siamo il Partito dominante. Verissimo! E vogliamo dominare ancora, ma per meglio servire la causa del popolo italiano! Questa causa noi la serviremo a qualunque costo, con l'amore o con la forza, con l'ulivo o con la spada, perché intendiamo che l'Italia abbia il suo posto nel mondo.
Camerati, vedendo i vostri movimenti, mi sembra di stare su di un oceano dalle possenti ondate e mi pare di essere il pilota di una nave che spiega ai venti tutte le sue vele e le sue bandiere, pronta a tutte le battaglie.
Camerati, siete convinti che noi dobbiamo continuare, che dobbiamo marciare, che dobbiamo mantenerci serrati come un esercito formidabile, fino a che tutti i compiti non siano stati assolti, fino a che tutte le mete non siano state raggiunte? L'Italia è ormai completamente fascista o fascistizzata; al di fuori delle nostre masse non ci sono che dei melanconici, dei vendicativi, degli impotenti e dei ruderi. State tranquilli. Con queste parole io chiudo questo che è per me uno dei più memorabili tra i miei discorsi, perché da tre anni non vedevo una folla così ardente come la vostra. State sicuri che il pilota ha il braccio saldo e il cuore che non trema.
State sicuri: io condurrò la rivoluzione fascista fino alla sua meta finale!

Nello stesso giorno, 25 ottobre 1925, ebbe luogo nel Palazzo del Municipio la cerimonia per l'offerta della cittadinanza onoraria di Mantova a MUSSOLINI. Questi, al discorso del Sindaco, rispose con le seguenti parole:

Signor Sindaco! Signori!
Dopo il saluto che mi è stato recato dalla folla immensa come non vidi se non in due occasioni precedenti, a Napoli e a Palermo, gradito mi è giunto in modo particolare il vostro omaggio.
Signor Sindaco, ho ascoltato con molta attenzione quello che mi avete detto e mi compiaccio di quanto voi avete fatto; tre anni di reggimento fascista non si concludono con un bilancio semplicemente di promesse, ma con un bilancio di fatti. Non è solo, come dissi ieri, il popolo delle campagne che noi chiamiamo a protagonista della nostra storia, vi è anche il popolo delle città, il popolo delle città rinnovato profondamente, e questo rinnovamento non è solo materiale, ma soprattutto degli spiriti, ed esso ora si compie sotto l'impulso dell'azione fascista in un'atmosfera più elevata e più pura.
Continuate, signor Sindaco, nella vostra opera. Il Fascismo mantovano è una colonna formidabile ed intangibile del regime.
Noi lavoriamo tutti per lo stesso scopo, tendiamo tutti diritti verso la stessa meta: il benessere e la grandezza morale del popolo italiano.

Milano, 26 ottobre 1925: MUSSOLINI parla ai Mutilati ed ai Ciechi di guerra


Il 26 ottobre 1925, il Capo del Governo presenziò alla posa della prima pietra di un nuovo padiglione della Casa dei ciechi di Guerra di Lombardia, dedicata alla memoria del cav. Alessandro Corba, benefattore dell'istituzione. Nell'atrio della Casa, MUSSOLINI rivolse, ai ciechi e ai mutilati, le seguenti parole:

Camerati! Compagni di trincea!
Poiché non mi è possibile abbracciarvi tutti come vorrei, vi rivolgo poche parole di saluto. Il mio saluto è cordiale e fraterno, poiché prima di essere Capo del Governo io sono stato, io sono dei vostri ed appartengo come invalido di guerra alla vostra gloriosa associazione. Stamani abbiamo compiuto qui un'opera di solidarietà umana; ed è pieno di significato e di intima suggestiva eloquenza il fatto che, accanto al padiglione destinato ai ciechi di guerra, sorga un padiglione destinato ai ciechi civili; è questo un fatto che dimostra che la solidarietà umana e nazionale non è una parola priva di senso.
Voi sapete, commilitoni, che il Governo, ha fatto per voi, per tutti i mutilati e gli invalidi di guerra quanto è possibile per cercare di alleviare le vostre sofferenze. Soprattutto ha messo ben in alto il vostro sacrifizio ed imposto che tutti gli italiani vi rispettino e vi considerino come l'aristocrazia della nuova Italia, poiché voi, mentre altri hanno dato soltanto parole, avete dato dei fatti, non avete soltanto predicato, avete combattuto, avete sofferto, avete dato prove tangibili ed indimenticabili del vostro spirito di sacrifizio, dei vostri sentimenti di devozione alla Patria.
Vi rinnovo il mio abbraccio fraterno associando due parole auguste: il Re e l'Italia

Milano, 28 ottobre 1925: MUSSOLINI interviene per il terzo anniversario della Marica su Roma.


Il 28 ottobre 1925 rinnovò le entusiastiche manifestazioni di popolo degli anni precedenti. Nel 1924, la celebrazione del 28 ottobre era stata sanzionata dal Giuramento della Milizia in un momento in cui si sentiva ancora il fremito della battaglia politica sostenuta in quell'anno dal Fascismo; nel 1925 il terzo anniversario della Marcia su Roma trovava il Fascismo forte d'una nuova vittoria, mentre in un anno il Paese intero aveva assistito a profondi rinnovamenti in tutta la vita nazionale, nelle attività civili e nelle attuazioni di pratica utilità. In questa atmosfera il Duce, dalla gradinata della Piazza del Duomo in Milano - dopo aver passato in rivista le legioni della M. V. S. N. - pronunziò il seguente discorso:

Ufficiali! Camicie Nere!
Voi vedete che io sono abituato a mantenere le mie promesse. Vi avevo dato un anno fa appuntamento su questa piazza, e su questa piazza ci ritroviamo. E ci ritroviamo in mezzo ad un consenso di popolo che è veramente universale.
Voi oggi sfilando insieme con i reparti dell'Esercito gloriosissimo, della prode Marina e dell'intrepida Aviazione, voi avete dimostrato con i fatti che c'è ormai una unità infrangibile di tutte le forze armate della Nazione, devote al Re e alla Patria.
Voi avete offerto uno spettacolo che farà riflettere all'interno e fuori d'Italia. Voi sentite che ormai la nostra fiumana ha travolto tutte le dighe, rovesciati tutti gli ostacoli perché voi legionari, voi cittadini, siete veramente l'immagine augusta del popolo italiano — unito — che marcia verso i suoi più grandi e radiosi destini.
Legionari! Vi do appuntamento per l'anno prossimo. Ma il luogo resta ignoto!... Io sono matematicamente sicuro che anche l'anno prossimo voi risponderete tutti al mio appello. Sono matematicamente sicuro che voi andrete dove vi dirò di andare e che sarete disposti a marciare incontro al pericolo, incontro alla morte, perché sentite che la vita è nulla quando sono in gioco i supremi interessi della Patria. Alzate nel vostro rito i moschetti gloriosi.

Ed ora vi presento il vostro eroico comandante: S. E. il principe Maurizio Gonzaga. Salutatelo. Voi certamente lo ubbidirete perché l'ubbidienza e la disciplina debbono essere le qualità fondamentali delle Camicie nere.
Legionari, a chi l'Italia?
A chi il vostro comandante?
(«A noi!», gridano le Camicie nere).


Nello stesso giorno, 28 ottobre, ebbe luogo un'altra celebrazione solenne al Teatro della Scala in Milano. Parlò prima il Sindaco di Milano Sen. Mangiagalli, presentando a S. E. il Capo del Governo la Medaglia dei benemeriti del Comune; quindi il Duce pronunziò il seguente discorso:

Illustre senatore! Milanesi!
Sono molto commosso per l'onore che mi tributate in questo momento, sono toccato dalle parole con le quali voi, illustre senatore, avete accompagnato il dono, e vi ringrazio di avere avuto l'amabilità di ricordare le mie scarse benemerenze per la vostra città, perché io già le avevo dimenticate. E le avevo dimenticate perché più che a ricordare il passato sono intento a preparare l'avvenire.
Per quello che concerne questa grande e potente città io ho affrettata la soluzione di talune questioni che, con un elegante luogo comune, si dicono annose appunto perché passano da un anno all'altro, e passavano da un anno all'altro, senza mai giungere ad una conclusione. Ed ho l'immodestia di dire che quello che ho fatto per Milano, l'ho fatto, lo abbiamo fatto, per tutta l'Italia.
Se guardo indietro a questi tre anni di dura fatica e di pesante responsabilità, io ho la coscienza tranquilla perché sento di aver fornito una mole imponente di opere alla Nazione. Non voglio dire che tutto quello che è stato fatto sia perfetto. Ma come potrebbe esserlo? Pensate che in tre anni abbiamo preso non meno di tremila misure di ordine amministrativo, politico legislativo. Voi intendete anche che se avessimo dovuto sottoporre ognuno di questi provvedimenti alla discussione ed all'approvazione di un'assemblea parlamentare composta di 535 rispettabili persone, ci troveremmo oggi a non aver concluso nulla.

Ed ora vi presento il vostro eroico comandante: S. E. il principe Maurizio Gonzaga. Salutatelo. Voi certamente lo ubbidirete perché l'ubbidienza e la disciplina debbono essere le qualità fondamentali delle Camicie nere.
Legionari, a chi l'Italia?
A chi il vostro comandante?
(«-A noi!-», gridano le Camicie nere).

Vi è qualcuno che rimprovera al partito dominante di aver imposta una disciplina rigida alla Nazione. È vero. Lo riconosco, e me ne glorio. È una disciplina di stato di guerra.
Mi direte: — ma la guerra è finita, ed è finita gloriosamente con una splendida Vittoria nell'ottobre-novembre del 1918. Io rispondo che è finita la guerra militare, ma la guerra intesa come competizione di popolo nell'arengo della civiltà mondiale, continua.
Vi sono tre ordini di ragioni che impongono questa disciplina: ragioni di ordine politico, di ordine economico, di ordine morale.
Un uomo di governo deve essere vigilante ed attento non solo ai discorsi che si pronunciano nelle cerimonie ufficiali, ma anche a tutto ciò che si elabora nella massa profonda dei popoli. Vi sono delle correnti altrove che non si rassegnano ancora al fatto compiuto delle nostre frontiere. Bisognerà dire una volta per tutte, una volta per sempre, che se vi sono frontiere sacre sono quelle che abbiamo raggiunto con la guerra, ed aggiungo che se domani queste frontiere fossero minimamente in gioco io pregherei S. M. il Re di snudare la spada.
Vi sono delle ragioni economiche che impongono la disciplina. Noi non abbiamo motivo di nasconderle: abbiamo attraversato ed attraversiamo un periodo di difficoltà di ordine finanziario; le supereremo ma dobbiamo rendercene, conto, e dobbiamo reagire con una solida disciplina interna ed esterna a tutte le tendenze che ci condurrebbero al facilonismo: dobbiamo salvare la nostra moneta e per salvarla non bisogna aumentarne il volume.
Finalmente ci sono delle ragioni di ordine morale. Per troppo tempo l'immagine del popolo italiano riprodotta all'estero era quella di un piccolo popolo disordinato, tumultuante, irrequieto. Oggi l'immagine del popolo italiano è fondamentalmente diversa; e, quel che più conta, il popolo italiano, nella sua massa profonda della città e delle campagne, è perfettamente consapevole della necessità di questa disciplina e resiste a tutte le suggestioni ed a tutti gli eccitamenti degli uomini dell'antico regime. E questo è il segno della profonda maturità raggiunta dal popolo italiano.
Non dovete credere, o milanesi, che tutto ciò sia effetto di considerazioni di ordine contingente. No. Al fondo ce un sistema, c'è una dottrina, c'è un'idea. Quale? si è detto che il secolo diciannovesimo è stupido. Non accetto questa definizione. In genere non ci sono secoli stupidi od intelligenti; oserei dire che, come in tutti gli individui, me compreso, intelligenza e stupidità sono intermittenti. Mi rifiuto di chiamare stupido un secolo nel quale dominatrice della civiltà mondiale è stata l'Europa, durante il quale le industrie, le arti, la scienza ed i prodigi dello spirito si affermarono come in una meravigliosa primavera.
Per noi italiani è importante ricordare che, senza il rifiorire delle idee di libertà e di indipendenza che furono gettate sul mondo dal grande ventilabro sanguinoso agitato da Napoleone, probabilmente non avremmo trovato il fermento primitivo per poi arrivare all'indipendenza della Patria. Ammetto quindi che per tutta la prima metà del XIX secolo il liberalismo sia stato una idea-forza; oggi non lo è più perché le condizioni di tempo, di ambiente e di popolo sono profondamente mutate.
Un'altra idea-forza è quella delle rivendicazioni socialistiche ed anch'essa è al declino. Tutto quello che fu pomposamente chiamato socialismo scientifico non è che un rottame; e un rottame è la concezione enorme, teatrale e grottesca di una umanità divisa in due classi irreconciliabili; rottame è la miseria crescente e la concentrazione del capitale, quando si assiste a un processo precisamente contrario; rottame, infine, è l'idea della palingenesi sociale.
Poi c'è stata una esperienza: l'esperienza russa che è stata la pietra tombale messa sui rottami di questa dottrina. Ci troviamo di fronte a idee che hanno esaurito la loro forza di propulsione; di fronte, dico meglio, a delle degenerazioni di queste idee, che il Fascismo rinnega superandole.
La forza del Fascismo consiste in ciò: che esso prende da tutti i programmi la parte vitale, e ha la forza di realizzarla. L'idea centrale del nostro movimento è lo Stato; lo Stato è l'organizzazione politica e giuridica delle società nazionali, e si estrinseca in una serie di istituzioni di vario ordine.
La nostra formula è questa: tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato. Io credo che la polemica politica in Italia si avvierebbe a un diverso svolgimento se ci si rendesse conto di un fatto, che cioè nell'ottobre del 1922 non c'è stato un cambiamento di Ministero, ma c'è stata la creazione di un nuovo regime politico. Parlerò chiaro su questo argomento.
Questo regime politico parte da un presupposto indiscutibile e intangibile: la Monarchia e la Dinastia. Per tutto il resto si tratta di istituzioni che non erano perfette quando sorsero e che oggi lo sono meno ancora.
Signori! L'Italia del 1925 non può indossare il costume che andava bene per il piccolo Piemonte del 1848. Lo stesso Cavour, all'indomani della promulgazione dello Statuto, dichiarava che esso era rivedibile, modificabile, perfezionabile.
Di che male abbiamo sofferto noi? Di un prepotere del Parlamento. Quale il rimedio? Ridurre il prepotere del Parlamento. Le grandi soluzioni non possono mai essere adottate dalle assemblee se le assemblee non sono state prima convenientemente preparate. Una battaglia o è vinta da un generale solo, o è perduta da una assemblea di generali. Dovete ancora considerare che la vita moderna, rapida e complessa, presenta continuamente dei problemi. Quando il regime liberale sorse, le nazioni moderne avevano allora dieci, quindici milioni di abitanti, e piccole classi politiche ristrette, prese da un numero determinato di famiglie, con una speciale educazione.
Oggi l'ambiente è radicalmente cambiato. I popoli non possono più attendere; sono assillati dai loro problemi, sospinti dalle loro necessità. Queste le ragioni per cui io metto il potere esecutivo in prima linea fra tutti i poteri dello Stato; perché il potere esecutivo è il potere onnipresente e onni-operante nella vita di tutti i giorni della Nazione.
V'ha di più: il regime fascista si è diffuso e dilatato in tutta la Nazione, e non è più soltanto un Governo. Sono settanta provincie, sono settemila comuni, ottocentomila tesserati, sono due milioni di contadini e di operai, sono trecentomila militi.
Signori! Questo regime non può essere rovesciato che dalla forza. Coloro che credono di poterci sbancare con le piccole congiure di corridoio, o con dei fiumi di inchiostro più o meno sudicio, costoro si disingannino: i Ministeri passano, ma un regime nato da una rivoluzione stronca tutti i tentativi di controrivoluzione e realizza tutte le sue conquiste. Quella che si chiamava la rotazione dei portafogli non esiste più, e quando domani dovesse ricominciare non potrebbe svolgersi che nell'ambito del Partito nazionale fascista.
Milanesi! Ove andiamo noi in questo secolo? Bisogna porsi delle mete per avere il coraggio di raggiungerle. Il secolo scorso è stato il secolo della nostra indipendenza. Il secolo attuale deve essere il secolo della nostra potenza. Potenza in tutti i campi, da quello della materia a quello dello spirito. Ma quale è la chiave magica che apre la porta alla potenza? La volontà disciplinata. Allora, voi vi rendete conto come oggi l'Italia realizzi il prodigio di vedere, dopo un secolo di tentativi, di guerre, di sacrifici, di martiri, il popolo italiano che entra sulla scena della storia, e si investe della coscienza dei suoi destini. Non è più la popolazione, come un secolo fa, divisa in sette Stati, quella popolazione che diventò popolo; poi il popolo, attraverso il sacrificio della guerra, diventò Nazione. Oggi la Nazione si dà la sua ossatura giuridica e politica e morale e diventa Stato.
Siamo ormai alla cima perfetta. Tutto questo ci impone dei rudi doveri, e un alto e consapevole senso di responsabilità non soltanto collettiva, ma individuale. Ognuno di voi deve considerarsi un soldato; un soldato anche quando non porta il grigio-verde, un soldato anche quando lavora, nell'ufficio, nelle officine, nei cantieri, o nei campi; un soldato legato a tutto il resto dell'esercito;. una molecola che sente e pulsa coll'intero organismo.
Signori! Io credo fermissimamente nel destino di potenza che aspetta la nostra giovane Nazione. E tutti i miei sforzi, tutte le mie fatiche, le mie ansie, i miei dolori sono diretti a questo scopo. Da che cosa deriva mai in me questo senso di fiducia, di incrollabile fiducia? V'è qualcosa di fatale nell'andare del nostro popolo. Pensate al cammino percorso durante un secolo; pensate che i primi moti per l'indipendenza italiana sono del 1821, che l'insurrezione fascista è del 1922. In un secolo abbiamo realizzato dei progressi giganteschi. Oggi questo movimento è accelerato; accelerato dalla nostra volontà, e tutto il popolo partecipa a questa fatica.
Vinceremo: perché questa è la nostra precisa volontà. Il Governo si considera come lo stato maggiore della Nazione che si affatica nell'opera civile della pace. Il Governo è insonne perché non permette che i cittadini siano dei poltroni; il Governo è duro, perché considera che nello Stato non abbiano diritto di cittadinanza i nemici dello Stato; il Governo è inflessibile, perché sente che in questi tempi di ferro solo le volontà inflessibili possono marciare. Tutto il resto è nebbia, che si disperde ai primi raggi del sole.
Signori! Ho finito, perché voglio dimostrare la mia simpatia al vostro illustre Sindaco imitandolo anche nella tacitiana sobrietà del suo discorso. Noi ci separiamo dopo un'ora vissuta in una comunione indimenticabile; partiamo con nell'animo un vibrare di sentimenti profondi: il Risorgimento, la Guerra, la Vittoria, il Fascismo: tutto ciò è nel profondo del popolo, tutto ciò esiste, tutto ciò è materia viva e vitale della nostra storia.

In marcia, o milanesi, figli della città che assomma in gran parte le sorti d'Italia.
In marcia, e non fermiamoci fino a che le ultime mete non siano raggiunte.

Dopo il discorso MUSSOLINI salì al foyer del Teatro e, ai richiami insistenti della folla adunata in Piazza della Scala, uscì su la terrazza, ed ebbe questo breve dialogo con la folla:

Cittadini!
Perché siete così esigenti... (Voci: «Perché dì vogliamo bene! da pretendere un supplemento al discorso che voi non avete ascoltato e che leggerete? (Voci: «È la vostra voce che vogliamo sentire!
Milano oggi ha dato una nuova documentazione dei suoi sentimenti di devozione verso il Governo fascista e di fede incrollabile nel divenire del Fascismo. Noi siamo tanto forti che ci possiamo permettere il lusso non di perdonare a coloro che per mesi ci hanno calunniati ingiustamente, ma il lusso di ignorarli.
Giornata di profonda comunione fra capi e popolo. Bisogna che tutti coloro che si illudono e si cullano in sogni pazzeschi si convincano che ormai il cantiere... (Voci: «È chiuso!»), lavora si, ma è proibito l'accesso ai non addetti ai lavori. (Risa. Applausi. Voce: «Viva il capomastro!»).
E condurremo quotidianamente, infaticabilmente la nostra fatica fino al giorno in cui isseremo in alto sul cantiere il tricolore di un'Italia più grande.

Il giorno seguente, 29 ottobre 1925, MUSSOLINI ricevette in Prefettura una rappresentanza del Comitato Centrale dell'Associazione Nazionale madri, vedove e famiglie dei Caduti in Guerra che gli offrì una corona cesarea d'oro decretatagli nel Congresso di Rovigo. Nel ricevere il dono Egli disse:Il vostro dono mi commuove profondamente. I vittoriosi sono i vostri morti, i vostri indimenticabili morti. Io non ho fatto che innalzare la loro memoria. Vi assicuro che i vostri morti saranno sacri: essi non subiranno oltraggio e saranno sempre circonfusi della più pura gloria. Vi ringrazio.

Nello stesso giorno, MUSSOLINI si recò alla Casa del Fascio, dove un Comitato femminile offrì un vessillo alla Delegazione lombarda dell'Associazione nazionale famiglie caduti fascisti. In tale occasione MUSSOLINI pronunziò le seguenti parole:

La grande manifestazione di ieri, durante la quale ho sentito vibrare così profondo il consenso attorno all'opera del regime, si conclude stamane con questa cerimonia di una eloquenza profondamente suggestiva e commovente. Poco fa a Palazzo Monforte erano le madri e vedove dei caduti della grande guerra vittoriosa che mi offrivano un dono simbolico; qui sono le madri e vedove dei caduti dell'altra guerra che si raccolgono intorno a questo vessillo nel quale è simboleggiata la nostra fede purissima ed indomita. Avete udito le parole del cappellano e delle vostre compagne. Voi siete le custodi del fuoco sacro, voi avete l'obbligo morale, e lo assolverete certamente, di difendere, contro tutto, il sacrificio dei vostri figli, dei caduti fascisti tutti che il loro sacrificio hanno voluto e compiuto deliberatamente. Se vi sono mani che debbono reggere il vessillo della rivoluzione fascista, che porteremo innanzi a qualunque costo, queste mani sono le vostre. Sono sicuro che non fallirete al vostro compito e compirete il vostro dovere.

Roma, 31 ottobre 1925: MUSSOLINI descrive i compiti dei fasci all'estero.


Si chiuse in Roma, nel Palazzo dell'Esposizione, il primo Congresso dei Fasci all'Estero. In tale occasione MUSSOLINI fece le seguenti dichiarazioni:

Camerati!
Sono venuto non per pronunciare un discorso, anche perché mi mancherebbe il tempo per pronunciarlo. Un importante delicato lavoro mi attende in questo momento a Palazzo Chigi.
Sono venuto per portarvi il mio saluto di Capo del Governo e di camerata vostro e per dirvi alcune cose che vi possono interessare. Forse saranno già state dette. Io le ripeterò.
In primo luogo voglio rendere dinanzi a voi, camerati venuti a Roma da tutti i Paesi del mondo, una calda attestazione di simpatia al camerata Bastianini, il quale è stato per lunghi anni l'infaticabile animatore del vostro movimento, che lo ha creato, e gli ha dato la possibilità di vita e ne ha fatto una istituzione possente.
Con lui voglio ricordare tutti i suoi collaboratori, quelli di Roma e quelli di altri Paesi.
Oggi i fasci italiani all'estero sono una realtà confortantissima.
Quali direttive devono seguire i fascisti all'estero?
1°) I fascisti che sono all'estero devono essere ossequienti alle leggi del Paese che li ospita. Devono dare esempio quotidiano di questo ossequio alle leggi, e dare, se necessario, tale esempio agli stessi cittadini.
2°) Non partecipare a quella che è la politica interna dei Paesi dove i fascisti sono ospitati.
3°) Non suscitare dissidi nelle colonie ma piuttosto sanarli, all'ombra del Littorio.
4°) Dare esempio di probità pubblica e privata.
5°) Rispettare i rappresentanti dell'Italia, all'estero.
6°) Difendere l'italianità nel passato e nel presente.
7°) Fare opera di assistenza fra gli italiani che si trovano in istato di bisogno.

Se i fascisti all'estero si terranno su queste direttive, quali saranno i risultati?
1°) Una valorizzazione dell'elemento italiano in tutti i Paesi e quindi del lavoro, dell'industria e dello spirito italiano in genere.
2°) Quell'alone di simpatia che già circonda il nostro movimento aumenterà e l'atmosfera nella quale vivrete diventerà più ossigenata.
Il vostro semplice esempio darà un'idea di quella che è la nostra Italia, la virile Italia che noi stiamo creando con sforzo assiduo e quotidiano.
Voi che venite da tutte le parti del globo avete certamente nettissima l'impressione che, trascurando le vociferazioni miserabili dei tristi rinnegati, il mondo comincia a conoscerci.
Questo è importante.
Dovete considerarvi in ogni opera vostra e in ogni momento della vostra vita come dei pionieri, come dei missionari, come dei portatori della civiltà latina, romana, italiana.
Voi dovete reagire contro il luogo comune secondo il quale l'Italia sarebbe un Paese ricco di splendide memorie, pieno di musei venerabili, di monumenti eterni, ma in arretrato con quella che si chiama la civiltà moderna.
Dovrete farmi il piacere di dire che accanto ai monumenti ci sono le officine e che accanto ai musei ci sono i cantieri, e nelle officine e nei cantieri lavorano milioni di operai che gettano sul mercato del mondo dei prodotti perfetti, dalla seta alle automobili trionfatrici. E dovrete dire che l'agricoltura italiana non è più l'agricoltura arcaica di altri tempi, ma una agricoltura che adotta tutti i sistemi della tecnica moderna; infine che il Paese è attrezzato a produrre e che il Paese, cioè la Nazione italiana, non si affisa al passato, ma marcia gagliardamente verso l'avvenire.
Se voi vi terrete su queste linee che io vi ho così schematicamente delineate, voi compirete opera di alto civismo e di grande patriottismo e a poco a poco i rancori si sopiranno, le ostilità si attenueranno, simpatie sorgeranno in tutti gli ambienti e quelle simpatie che andranno ai vostri Fasci, andranno direttamente anche alla Nazione italiana.
Camerati! Siate disciplinati all'estero come io esigo ed impongo che gli italiani siano disciplinati all'interno.
Siate fedeli non solo con le parole vane, ma con le opere concrete al sacrificio dei nostri e dei vostri morti


Ultima modifica di Admin il Sab 24 Mar 2018, 11:35, modificato 3 volte
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Re: I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

Messaggio  Admin il Gio 22 Mar 2018, 19:57

(Segue) ANNO - 1925

Roma, 4 novembre 1925: MUSSOLINI parla in occassione del VII anniversario della Vittoria.

La mattina del 4 novembre, settimo anniversario della nostra Vittoria, un grande corteo di popolo si recò alla tomba del Milite Ignoto. La celebrazione, che accendeva gli animi, con un profondo sentimento di gratitudine per chi aveva ridato valore alla Guerra e alla Vittoria, doveva esser profanata, nell’intenzione di una fosca congrega, da un attentato contro il Duce. La folla lo ignorava; ma quella stessa mattina alle ore 9 era stato arrestato l’attentatore che aveva già puntato il fucile alla finestra d’un albergo da cui si poteva mirare sul balcone di Palazzo Chigi. (cfr. pag. 193). Il Duce era al corrente del fatto, ma noncurante del pericolo corso; e quando il corteo passò sotto Palazzo Chigi, acclamandolo, Egli si affacciò al balcone e pronunciò le seguenti parole:
Voi siete qui raccolti, o cittadini, per celebrare la data più memorabile della storia italiana, la data della nostra Vittoria, di quella Vittoria che non è per noi un tesoro da tenere chiuso in uno scrigno prezioso, ma una conquista da rinnovare ogni giorno.
Solo così i sacrifici innumerevoli di vite che il popolo italiano ha sostenuto non andranno perduti.
Oggi tutto il popolo italiano, quello che lavora, si è riconciliato con la Patria, e per la Patria è pronto ancora a combattere.
Elevate le vostre bandiere e le anime vostre! Viva il Re! Viva l’Italia! Viva il Fascismo!
Nel pomeriggio ebbe luogo, al Teatro Costanzi (oggiTeatro Reale dell’Opera) una solenne celebrazione della Vittoria, indetta dall’Associazione Nazionale Mutilati. Parlò l’on. Delcroix, quindi MUSSOLINI rivolse al pubblico il seguente discorso:

Altezze! Eccellenze! Commilitoni! Signori!
Voglio prima di tutto ringraziare dal profondo del cuore i miei compagni dell’Associazione nazionale tra mutilati ed invalidi di guerra. Essi mi hanno reso oggi un grande onore, chiamandomi a parlare in questa celebrazione. Hanno inoltre disperso un equivoco intorno al quale lavoravano in una vana speculazione coloro i quali sono ormai ai margini del popolo italiano.
Commilitoni! Quale discorso vi attendete da me? Mi accade talvolta di leggere le anticipazioni dei miei discorsi. È un esercizio del tutto singolare perché io penso i miei discorsi nell’attimo in cui li pronuncio. Certo voi non vi attendete da me un discorso di rettorica e di poesia: non vi attendete da me un inno puro e semplice per il quale basterebbe un coro oppure un’orchestra o all’occorrenza anche una fanfara.
Voi non vi attendete nemmeno da me un discorso falso, fatuo, pieno di luoghi comuni, non un intingolo ripugnante che spesso suscita un sentimento di disgusto e di nausea o anche della semplice sopportazione, come certe arie vecchie che si sentono suonare nei vicoli suburbani. Io son certo che voi vi attendete da me un discorso virile e gioioso, durissimo se volete ma pieno di quelle amare verità che sono anche feconde per lo spirito che medita e ragiona.
Sono 10 anni che noi viviamo il grande dramma della Nazione che prende coscienza di se stessa. Questo dramma comincia nel 1915, comincia con la neutralità; quando la guerra percorse come una folgore improvvisa gli orizzonti del mondo. Tutti allora i cittadini furono d’accordo nella neutralità, ma i più intelligenti e i più animosi compresero che la neutralità non poteva essere fine a se stessa e ci furono degli anticipatori allo scoppio della guerra, come quei volontari che andarono a morire in Serbia o come quelli che andarono a insanguinare le Argonne.
Poi a mano a mano che i mesi passavano, il travaglio è diventato più profondo: bisogna scegliere e decidersi. Quali le ragioni, quali gli elementi che spingevano all’intervento dell’Italia nella guerra mondiale? Vi era una corrente che sosteneva la guerra in nome degli ideali di libertà e di una idea umanitaria e di giustizia; un’altra per la conquista dei confini della Patria, e infine una terza corrente che voleva la guerra non per obbiettivi lontani e nemmeno per obbiettivi territoriali; ma semplicemente per togliere la Nazione da uno stato di inferiorità morale. Certamente voi ricordate quei mesi che si conclusero nel maggio radioso quando Genova fu scossa dalla voce formidabile del Poeta e Milano e Roma erano dominate dall’estremismo popolare che travolse le ultime barriere. Fu allora che per la prima volta il popolo si impose al Parlamento; fu allora che per la prima volta 300 deputati furono travolti dal popolo che voleva essere arbitro dei suoi destini.
Non si può spiegare l’intervento della moltitudine italiana senza ricordare l’opera di Gabriele d’Annunzio, il quale, quando molti esitavano ancora, scosse nel maggio il popolo italiano in maniera decisiva e indistruttibile.
E fummo alla guerra. Il popolo andò alla guerra con entusiasmo.
Vi furono duecentomila volontarî: questo dimostra che la guerra era popolare, ma anche la massa mobilitata si recò alla frontiera con alto senso del proprio dovere; ma, o signori, la guerra non è un affare di ordinaria amministrazione, come la sostituzione di un Commissario Regio o la destituzione di un Prefetto.
La guerra che mette in giuoco l’esistenza, l’avvenire, il destino di tutto un popolo è l’atto più solenne che questo popolo compie nella sua storia; e allora è necessario di educare gli uomini alla grandezza degli eventi.
Io non discuto, non metto minimamente in dubbio il patriottismo di coloro che in regime demo-liberale condussero la guerra. Il patriottismo è fuori questione. Ma il demo-liberalismo ci diede una pagina assai triste: non dobbiamo dimenticarlo. Quando la vita della Nazione è in giuoco non esistono più diritti di singoli: esistono i diritti del popolo che deve essere salvato ad ogni costo.
E io affermo che se una più rigida disciplina fosse stata imposta alla Nazione senza differenza di fronti e di retrofronti, molto probabilmente non avremmo avuto un episodio triste che ancora ci turba. E soprattutto, commilitoni, non bisognava coltivare il cretinissimo principio che consiste nell’accettare il male con la semplice speranza che ne venga un bene. Era meglio arrivare a Vittorio Veneto senza le giornate dell’ottobre 1917. Basta con l’idolo e basta con l’idolatria stupida dello stellone. La storia deve insegnarci qualche cosa.
D’altra parte dopo quelle giornate il popolo ritrovò se stesso. Ci fu la disciplina che i grandi capi avevano invano richiesta dal fronte.
E il popolo italiano mandò i suoi giovanetti sul Piave; i mutilati, pure nello strazio delle antiche ferite, ritornarono al fronte per incuorare coloro che stavano in trincea.
L’Italia fu magnifica, fu superba, piena di entusiasmo, di fede, di passione.
Avemmo la vittoria trionfale nel giugno e la Vittoria non meno trionfale di Vittorio Veneto.
Chi di voi non ricorda quei giorni inobliabili? Però il popolo era nelle strade a festeggiare la pace, non ancora la Vittoria. Umano, profondamente umano.
Ma la Vittoria non appariva ancora agli spiriti con tutta la sua potenza creatrice e nemmeno per tutto il 1919, a pace ultimata, ci fu il senso della Vittoria, e nemmeno nel 1920, quando una nobile città dell’Alta Italia, straziata dalle bombe nemiche, rifiutò la croce di guerra.
Fu nel 1921, quando un manipolo di deputati fascisti alla Camera dei deputati scacciò un disertore, che si cominciò a capire che c’era qualche cosa di nuovo in Italia.
Il fante era tornato dalle trincee, anzi era stato disperso dalle trincee.
Quale era il tuo bottino, o fante scalcinato, o fante tricolore, per il rosso delle trincee carsiche, per il bianco dei ghiacciai alpini e per il verde della bile che ti avevano fatto mangiare gli imboscati durante la guerra? Eccolo il tuo bottino: il pacco vestiario. Ci fossero state almeno delle soddisfazioni morali!
Bisognava portare almeno i nostri battaglioni superstiti a sfilare nelle capitali nemiche; ma voi sapete come all’ultimo minuto mutò scena.
Tu non dovevi avere nemmeno quella soddisfazione.
Si disse al fante: tu dovrai nascondere i segni delle tue ferite; tu non dovrai portare i simboli del valore sul tuo petto; tu dovrai diventare numero nella moltitudine e dimenticarti di aver fatto la guerra perché è l’ora dell’espiazione. È questa la parola funebre, catastrofica venuta dall’abisso dell’abiezione, che dominò lo spirito del popolo in quel tempo. Si voleva che si espiasse il delitto della guerra: e si voleva un’inchiesta sulla guerra, come se la guerra fosse una operazione amministrativa qualunque e si volevano colpire i grandi generali, verso i quali deve andare la gratitudine del popolo anche se hanno sbagliato, perché dobbiamo tener conto delle enormi difficoltà che essi hanno in certe ore guidando un Esercito.
Intanto i diplomatici si sedevano attorno a un tavolo verde. Erano eloquenti o non erano eloquenti, pensavano al popolo italiano o vi pensavano pochissimo; ma la vittoria era ancora quasi sconosciuta al popolo. Non la sentiva. Fu solo più tardi nel 1922 che il popolo si rese finalmente conto del miracolo che egli aveva compiuto. Miracolo! Prodigio, prodigio umano. Pensate, o commilitoni, alla storia italiana di questo scorcio di secolo e vi troverete quasi certamente il segno di Dio. Pensate al periodo che va dal ’20 al ’48, periodo delle cospirazioni, degli esilî; pensate alla guerra temeraria del piccolo Piemonte del ’48 e ’49. E una delle cause della rotta di Novara fu, lo hanno riconosciuto gli storici, la eccessiva libertà di stampa.
E pensate che ad ogni tentativo di rompere in guerra vi era il dissidio fra i municipalisti retrivi e i democratici conservatori, quando la guerra di Crimea era l’atto più geniale che sia stato compiuto dalla diplomazia in tutti i tempi.
Cavour decideva di mandare 15.000 uomini in Crimea, Mazzini si dichiarava contrario a questa impresa, mentre Garibaldi l’appoggiava. Persino v’era chi non voleva votare i bilanci militari. Ed aveva ragione Carlo Alberto il magnanimo quando, andando ad Oporto, diceva agli italiani: siate un po’ più uniti e diventerete invincibili.
Malgrado ciò, per il sacrificio, per la volontà crescente, per l’impulso dato dal Piemonte, per tutti i martirî sopportati da tutti i patriotti di tutte le regioni d’Italia, il gran passo era compiuto nel 1870. Poi nel 1915 non la sola fatalità storica, ma anche la volontà umana spinge a brandire la spada. Abbiamo conquistato i confini veramente sacri e inviolabili, i confini del Brennero e del Nevoso; guai a chi li tocca. Tutto il popolo in questo caso urgerebbe alle frontiere nel desiderio della guerra e della battaglia. Perché io affermo che con oggi il popolo ha il senso della Vittoria? Prego di seguirmi in questa formulazione del mio pensiero che cercherò di rendere più esatta possibile.
Il regime precedente al nostro, il regime demo-liberale, ignorò le masse. In un secondo tempo non le ignorò più, ma le abbandonò agli altri che le innalzarono contro lo Stato. Oggi, quando vedete i reduci marciare a tre e a quattro, quando vedete questa magnifica disciplina del popolo italiano che marcia nelle strade non più a forma di gregge come una volta, ma a battaglioni serrati, voi vi rendete conto che una profonda trasformazione si è operata nell’animo del popolo italiano; vi rendete conto che il popolo italiano è entrato nello Stato. È un atto di vittoria. Chi poteva dopo la guerra, e lavorando sul materiale della guerra, sulle passioni, i trionfi ed anche sulle delusioni della guerra, chi poteva avvicinare questo popolo ostile o indifferente o dimenticato allo Stato? Chi? Il Fascismo.
Non il liberalismo. Non il socialismo. Le masse oggi riconciliate con la Nazione entrano per la grande porta spalancata dalla Rivoluzione fascista nello Stato e lo Stato con la Monarchia in alto allarga smisuratamente le sue basi e non ci sono più soltanto dei sudditi, ci sono cittadini; non c’è soltanto una popolazione, ma c’è un popolo cosciente. Questo è il problema, questa è la verità della storia diventata pane dello spirito consapevole degli italiani.
O commilitoni, la vittoria non è punto di arrivo! È un punto di partenza. Non è una mèta, è una tappa. La vittoria non è una comoda poltrona, nella quale ci si adagia durante le solenni commemorazioni. No, è un aculeo, è uno sprone, che ci spinge alle vette faticose; la vittoria non deve essere il pretesto per una commemorazione annuale per avere poi l’indulgenza di dormirci su gli altri 364 giorni!
Io reagisco nettissimamente contro questa concezione passiva, statica, inerte della vittoria. La vittoria è un patrimonio ricchissimo, sul quale è rigorosamente proibito di vivere di rendita. Bisogna ogni giorno rinnovarlo, ogni giorno fortificarlo, ogni giorno renderlo più efficiente, più armato, più lucente, in modo che domani, se il destino voglia, la vittoria sia la pedana dalla quale si balza all’avvenire.
Questo senso augusto e solenne della vittoria deve essere presente. Perché la pace è certamente un desiderio umano, di tutti gli individui e di tutti i popoli, specie dopo una lunga guerra. Or bene, io vi dichiaro recisamente che, mentre credo e spero in un periodo di pace abbastanza lungo, non sono ancora arrivato a un grado così eccelso di ottimismo da credere alla pace duratura per i secoli.
Io partecipo, l’Italia partecipa, il Governo italiano naturalmente, a tutti i tentativi che si fanno per stabilizzare la pace, ma all’indomani del più grande avvenimento pacifista di questi ultimi tempi, il cannone ha tuonato ancora in Macedonia, tuona ancora sui bordi orientali del Mediterraneo e, proprio all’indomani, 60 mila combattenti in una grande città di oltre frontiera sfilavano in parata sognando una rivincita.
Guardiamo con un occhio alla colomba della pace che pura si leva negli orizzonti lontani, ma con l’altro occhio guardiamo alle necessità concrete della vita, alla storia che non può essere contenuta in nessun trattato, alla storia che ci mostra il sorgere, il crescere, il declinare degli individui e dei popoli, alla storia che crea i grandi squilibrî fatali. Speriamo che la storia di domani abbia un corso diverso da quello di ieri, ma nell’attesa di questo miracolo noi dobbiamo agguerrirci, noi dobbiamo avere un Esercito potente, una Marina valida, un’Aviazione che dòmini i cieli, e soprattutto uno spirito in tutte le classi del popolo disposto al sacrificio.
Nel 1836, dopo la spedizione infelice della Savoia, Giuseppe Mazzini si domandava: «-E se questa Patria non fosse che una illusione ? E se l’Italia, esaurita da due epoche di civiltà, fosse oggi condannata a giacere senza nome e senza missione, aggiogata a nazioni più giovani e rigogliose di vita?-».
Quando Mazzini dettava queste parole, il suo animo era sconvolto da quella che si può chiamare la tempesta del dubbio. Oggi, dopo un secolo, è ineffabile per noi, italiani di questa generazione, poter sciogliere questo dubbio angoscioso e dare, attraverso Vittorio Veneto, la risposta trionfale a questo interrogativo.
No! La Patria non è una illusione, la Patria è la più grande, la più umana, la più pura delle realtà! No! L’Italia non si è esaurita nella prima e nella seconda civiltà e ne sta creando una terza!
Nel nome del Re e nel nome dell’Italia, col braccio, con lo spirito, col sangue, con la vita, commilitoni, la creeremo.

Roma, 5 novembre 1925: MUSSOLINI parla dopo dell'attentato Zaniboni.


Il giorno seguente, 5 novembre, la popolazione fu informata del complotto che una brillante operazione di Polizia era riuscita a sventare il giorno precedente. La parte più torbida delle opposizioni, capitanata dalla Massoneria, che sapeva di avere in MUSSOLINI un nemico inesorabile, dopo avere tentato ogni via per abbattere il Regime, dopo aver invano sperato nella malattia di MUSSOLINI - si abbandonava all'estrema onta dell'assassinio. Un emissario della Massoneria, un ex-generale dimentico dei suoi doveri di soldato e del suo passato di guerra, aveva assoldato un ex-deputato socialista, l'on. Zamboni. Questi si era appostato, sotto falso nome, in una camera d'Albergo, all'angolo di Via del Tritone, e - servendosi della persiana come feritoia - aveva puntato un fucile da guerra sul balcone di Palazzo Chigi, donde il Duce doveva arringare la folla. Fu arrestato in quella camera, meno di due ore prima dell'ora in cui il Duce apparve al balcone. La reazione dell'opinione pubblica fu enorme: da tutta Italia giunsero a MUSSOLINI manifestazioni ardenti per lo scampato pericolo; alcune personalità chiesero d'inscriversi ai Fasci; le Camicie nere fremevano ed era prevedibile una serie di reazioni violente.
Ma MUSSOLINI seppe frenarle in tempo. Furon fatte occupare le logge massoniche; fu sciolto il Partito Socialista Unitario; fu sospeso il suo organo ufficiale, «-La Giustizia-» di Milano, e a tutte le autorità fasciste il Duce diramò la seguente circolare:

La notizia del mancato attentato contro di me non deve in alcun modo suscitare rappresaglie da parte fascista. L'ordine non deve essere minimamente turbato. Lo esigo con la massima severità. Il fallito tentativo conferma la disperazione degli elementi più torbidi dell'opposizione, che vedono la loro battaglia ormai irremissibilmente perduta ed assistono al crescente consenso del popolo italiano col Regime.
Le misure del Governo, consistenti nell'occupazione di tutte le logge, l'arresto dei colpevoli, lo scioglimento del partito unitario e la sospensione del giornale La Giustizia devono escludere altre iniziative di ordine individuale di qualsiasi specie.
Sono certo che tutti i Fascisti obbediranno come sempre.

Intanto, nel pomeriggio del 5 novembre 1925, una fiumana di popolo si raccolse in Piazza Colonna per acclamare MUSSOLINI. Questi colse l'occasione per placare gli animi e ottenere da tutti la disciplina. A tal fine, dal balcone di Palazzo Chigi, pronunciò le seguenti parole:

Popolo di Roma!
Ti ringrazio dal profondo del cuore per questa tua manifestazione di vibrante simpatia. Nel tuo grido è la tua anima, nella tua passione è il senso della tua disciplina.
Tu senti che se io fossi stato colpito a questa ringhiera sarebbe stato colpito non un tiranno ma il servitore del popolo italiano.
Il Governo ha preso e prenderà tutte le misure necessarie per convincere i nemici del regime che non c'è più nulla da fare.
Ma io esigo, dico esigo, che non ci siano disordini inutili, che non ci siano violenze sporadiche od individuali. Me lo promettete voi?
(«Sì, ubbidiamo!», risponde la moltitudine).
In questo vostro grido, in questa vostra risposta, è il segno consapevole del vostro senso di responsabilità e di disciplina civica
Il mondo deve avere la documentazione superba ed indiscutibile che da una parte ci sono delle piccole trascurabili minoranze di fanatici irreconciliabili e dall'altra parte ci siete voi, ci sono tutti i cittadini coscienti, c'è la stragrande maggioranza del popolo italiano.
Voi, ne son sicuro, non mi darete l'amarezza di leggere nelle cronache piccoli fatti che turberebbero questa magnifica manifestazione di popolo. Non li voglio e non li avrò.
Se questo è il sentimento, se questo risponde ad un moto irrefrenabile del vostro spirito, eleviamoci dall'episodio trascurabile.
Io comprendo perfettamente il vostro stato d'animo e la vostra indignazione. Non è nel giorno della Vittoria, nel giorno sacro a tutto il popolo italiano che si può pensare ad una azione abbominevole e nefanda.
Ma noi, noi, ed io in prima linea, siamo disposti a continuare la nostra marcia inesorabilmente; rovescieremo tutti gli ostacoli, sieno quelli che ci verranno opposti dai gruppi politici come quelli che armassero il braccio dei criminali.
Il regime è assiso ormai su di una base infrangibile.
Voi sapete che si sta energicamente provvedendo per ripulire tutti gli ambienti infetti e per cauterizzare tutti i covi antinazionali. Ma questa è opera del Governo fascista, che oggi stesso, ha preso i provvedimenti che il caso esigeva ed altri ne prenderà.
Ed ora, Camicie nere, voi riguadagnerete nel massimo ordine i gruppi dai quali siete partiti e rimarrete vigili. Obbedirete, perché bisogna obbedire.
Questa manifestazione di popolo mi compensa della tristezza di un'ora. Continuiamo il nostro cammino. Nessuno ci può fermare, ed arriveremo, siatene sicuri, alle mete definitive.
Viva il Fascismo! Viva l'Italia!

Roma, 7 novembre 1925:  MUSSOLINI  elogia il comandante De Pinedo.




Giungeva a Roma in idrovolante il Comandante De Pinedo che, con il fedele motorista Campanelli, aveva compiuto un meraviglioso raid aereo di 55.000 Km., con il seguente itinerario: Sesto Colende, Brindisi, Bagdad, Calcutta, Singapore, Melbourne, Shangai, Tokio — Tokio, Saigon, Delhi, Bagdad, Taranto, Napoli, Roma. MUSSOLINI, si recò ad incontrarlo, lo condusse con sé a Palazzo Chigi, ed alla folla entusiasta ed acclamante rivolse questo discorso. La citazione dantesca si riferisce al famoso verso 125 del Canto XXVI dell'Inferno; «dei remi facemmo ali al folle volo».

Cittadini!
Metto all'ordine del giorno di tutta la Nazione italiana l'eroico comandante De Pinedo. E con lui ricordo e porgo l'attestato della mia e della vostra simpatia al suo fedele compagno di viaggio.
Come l'Ulisse dantesco che aveva fatto dei remi «-ali al folle volo-», così De Pinedo ha fatto ala del suo apparecchio al suo generoso, intrepido cuore.
Voi ricordate che nel discorso dell'Augusteo io lo chiamai italiano delle nuove generazioni che il Fascismo intende creare. Egli è veramente l'Uomo dei miei, dei nostri tempi, serio, intrepido, tenace. Né la fragilità della carne, né gli ostacoli della natura, né le immense distanze, né le tempeste degli oceani hanno potuto fermare la sua meravigliosa ala tricolore!
Sì! l'Impresa di De Pinedo meriterebbe veramente il canto di un poeta gigantesco come il nostro massimo Poeta: Dante.
Popoli lontani e diversi hanno finalmente conosciuto che cosa è la nuova Italia! Davanti a questo formidabile prodigio di tenacia e di volontà umana che cosa è la piccola vociferazione di coloro che, legati alla loro impotenza cronica, alla loro decrepita sedentarietà, hanno lo stolto coraggio di irridere a quelle che essi chiamano prodezze aeroplanistiche, mentre per noi sono invece l'attestazione della vitalità indistruttibile del popolo italiano?

Ecco un precursore del nostro infallibile domani: l'Uomo che ha fatto vedere la nostra forza, l'Uomo che ha attestato il suo coraggio, il cui nome, oggi, è ricordato da milioni e milioni di uomini su tutta la faccia della terra. Questa, o cittadini, è una giornata di fierezza per tutto il popolo italiano.
Voglio ancora una volta abbracciarlo e in questo abbraccio c'è tutta la vostra anima, tutta la vostra passione, tutta la fede inesausta della Nazione italiana che oggi è grande, ma più grande diventerà!

Roma, 17 novembre 1925: MUSSOLINI interviene sul caduco e l'essenziale.




Mentre perdurava l'impressione vivissima per l'attentato Zamboni, il Governo fascista continuava imperturbato la sua azione; otteneva piena soddisfazione dalla Jugoslavia per gli incidenti avvenuti a Zagabria con dimostrazioni ostili all'Italia; raggiungeva con l'accordo di Washington la sistemazione dei debiti con gli Stati Uniti d'America. Quando il 17 novembre 1925, riprendendosi i lavori al Senato, il Presidente del Senato, on. Tittoni, rivolse un saluto al Duce per lo sventato complotto, S. E. il Capo del Governo rispose con queste poche parole, destinate a mettere in rilievo il valore contingente del nefando tentativo in confronto al valore essenziale dell'ininterrotta attività del Fascismo.

Onorevoli Senatori!
Accolgo con animo veramente commosso il caldo saluto che mi è stato portato dall'illustre Presidente di questa assemblea e vi ringrazio per l'applauso con cui vi siete associati ad esso.
Il triste episodio del 4 novembre non ha turbato minimamente la tranquillità operosa del popolo italiano né ha interrotto il ritmo dell'autorità governativa. Nel frattempo il Governo del Re ha validamente difeso il prestigio e la dignità di quella grande potenza mondiale che è l'Italia, mentre oltre oceano veniva risolto uno dei più ponderosi problemi che la guerra aveva lasciato.
Credo, onorevoli senatori, che voi sarete d'accordo con me nel ritenere che questo è l'essenziale; tutto il resto è scoria che si perde lungo il cammino.

Roma, 18 novembre 1925: MUSSOLINI parla sulla sintesi della politica Fascista.




Il giorno seguente,  furono ripresi i lavori della Camera dei Deputati. Il Vice Presidente on. Paolucci rivolse un saluto a MUSSOLINI per il complotto sventato - quindi il Capo del Governo pronunziò il seguente discorso:

Onorevoli Colleghi!
Quando alcuni mesi or sono noi ci separammo in quest'aula dopo una memorabile seduta notturna, io vi dichiarai che il Governo non avrebbe preso le vacanze. Ho l'orgoglio di dire che non le ha prese. Dissi che il Governo avrebbe impegnato alcune battaglie necessarie allo sviluppo e alla vita della Nazione. Prima battaglia quella della lira. Voi sapete che questa battaglia energicamente condotta ha già dato dei risultati altamente apprezzati ed altri ne darà in seguito. La battaglia del grano ha sollevato un entusiasmo indicibile in tutta Italia. Finalmente la questione per il pagamento dei debiti ha avuto una prima ottima soluzione nelle trattative recenti, e dico ottima soluzione perché realmente l'accordo di Washington è soddisfacente dal punto di vista degli interessi materiali reciproci e soddisfacentissimo dal punto di vista morale.
Gran merito indubbiamente spetta alla deputazione e soprattutto al capo di essa, che è un negoziatore espertissimo ed è profondamente versato nelle discipline finanziarie, ma il merito di questo accordo, il merito profondo e fondamentale spetta al regime fascista che finalmente comincia ad essere conosciuto ed apprezzato nella sua essenza in tutti i paesi del mondo.
C'era un trattato di commercio che interessava vivamente l'economia nazionale e dopo 11 mesi di lunghe discussioni, di delicate discussioni, questo trattato è stato concluso, e quel che più conta nei riflessi interni ha sanato quel dissidio che pareva fatale fra nord e sud, fra economia industriale ed economia agricola: alludo al trattato con la Germania.
Questa non è tutta l'opera del Governo. Il Governo che, come già dissi alla Scala, si considera lo stato maggiore della Nazione, la quale a sua volta è considerata come un esercito in marcia, ha anche nella politica interna ottenuto dei risultati notevoli.
A questo punto io voglio dire una parola di elogio ai miei collaboratori. Non l'ho mai fatto pubblicamente in quest'aula e debbo, dunque, dopo tre anni di regime fascista, mentre ci avviamo al quarto dei 60 preventivati, la mia parola di plauso fraterno ai miei collaboratori. E in prima linea voglio mettere il ministro degli Interni on. Federzoni che tiene con solido pugno le redini della politica interna, e coi suoi disegni di legge, specialmente con quello del podestà, ha dato un altro colpo mortale a 30 o 40 anni di miserabile pratica suffragista!
Voglio dopo di lui ricordare il guardasigilli onorevole Rocco, il quale ha la grande ventura di applicare da ministro tutto ciò che egli ha maturato da studioso. A lui si deve in massima parte lo sviluppo legislativo della rivoluzione fascista. Poi viene il navigatore di Buccari che, continuando nella saggia politica instaurata dal Governo fascista, in soli tre anni ha dato questi risultati al mondo civile, e il mondo civile li medita: da un miliardo e 250 milioni di deficit nelle Ferrovie, siamo oggi a 176 milioni di attivo.
Nelle colonie noi continuiamo l'opera di sviluppo delle iniziative economiche. Il quadrumviro De Vecchi sta ponendo le solide basi della potenza italiana nella Somalia del Nord; la Tripolitania è pienamente pacificata; la Cirenaica è una colonia di grande sviluppo.
Ora dovrei parlare degli altri ministri, ma voi mi consentirete che per modestia non ne faccia cenno. Però debbo una parola di fraterna simpatia ai tre sottosegretari all'Esercito, alla Marina e all'Aviazione, che sono qualcosa di più di semplici sottosegretari e che mi danno il loro valido, cordiale, quotidiano aiuto.
Riassumendo: la situazione all'interno è nettamente dominata dal partito fascista, tutto il resto non conta se non come materiale di archeologia. Rispettabile materiale, se volete, col quale è forse possibile di indagare i misteri della storia passata, ma non è certamente possibile costruire l'edificio possente della storia futura. Che cosa importa allora del colle che porta sfortuna fino dai tempi dell'antichità? Che cosa importa che qualche sciagurato, ebbro di disperazione e di vendetta, pensi a qualche colpo sinistro?
Tutto ciò per me personalmente ha una scarsa importanza. Vado più in là, ed affermo che se anche i tentativi si ripetessero a catena, come a catena si ripetevano le ignobili campagne scandalistiche, il regime è così solido ormai, così infrangibile nella coscienza del popolo italiano, che può fare a meno anche degli uomini, me compreso.
Qui debbo forse alzare la voce, perché non parlo soltanto a voi, intendo di parlare al mondo. Dopo alcuni secoli, assistiamo a questo fenomeno che intorno ad una idea italiana il mondo si divide prò e contro: da Tokio a New; York, dal nord al sud, in tutti i continenti, in tutti i paesi, si discute prò e contro il Fascismo. E mentre io affermo che non è possibile all'estero di copiare il Fascismo, perché diverse sono le condizioni storiche, geografiche, economiche e morali, affermo però che ci sono nel Fascismo fermenti di vita il cui carattere universalistico non può essere negato.
In tutto il mondo si sente che il sistema parlamentare che ha avuto la sua utilità, sistema durato alcuni decenni della storia del secolo decimonono, oggi è insufficiente a contenere l'impeto crescente dei bisogni e delle passioni della civiltà moderna. Si sente ovunque che in questa società moderna è necessario ristabilire severamente i principi dell'ordine, della disciplina della gerarchia, senza i quali le società umane si avviano al caos e alla, rovina.
Questi principi non giovano soltanto all'Italia, giovano a tutti i paesi civili. Ora in alcuni di questi paesi vi sono individui, vi sono gruppi politici i quali pensano assurdamente di stabilire una specie di reticolato morale intorno all'Italia fascista. Vi sono individui oltre i confini i quali, ad esempio, non essendo ancora riusciti ad espellere dalle loro carcasse tutto ciò che di torbido e di abietto vi avevano colato i regimi absburgici, si permettono di insultare nei loro Parlamenti questo regime e questo magnifico popolo. Or bene, bisogna sapere, e tutti lo sanno qui e fuori di qui, che nessun regime è mai caduto sotto pressioni provenienti dall'estero e che tutti gli italiani quando siano minacciati dall'estero diventano un solo uomo. Domani due milioni di giovani raccoglierebbero la mia parola d'ordine.
Una voce. — Tutto il Paese!
Mussolini. — Non intendo di elevare minaccie, ma semplicemente, anche nella mia qualità di capo responsabile del Governo italiano, di elevare un fierissimo monito perché sia inteso dovunque.
Ora con quella fraternità che voi mi conoscete, anche quando non si esprime attraverso le parole, con quella fraternità di capo e di gregario che ha vissuto in tutte le ore di questi sei anni di formidabile battaglia la nostra passione, vi ringrazio.
Voi sapete che io non faccio grandi parole, ma dei fatti. Del resto i miei discorsi sono dei fatti, o li registrano o li annunziano. In questo fascicolo di carte vi sono delle grandi leggi, delle leggi fondamentali. Con esse il regime fascista da una parte liquida tutto il passato, dall'altra getta le solide basi del suo avvenire.
Con queste leggi, mentre si dà finalmente una figura, una responsabilità al Governo, si va incontro al popolo italiano, al popolo che merita di essere amato e difeso e dà esempio quotidiano di una ammirabile disciplina.
Guardate quanto accade in questi giorni. È meravigliosa quest'offerta del dollaro. Non sono soltanto gli agiati, i benestanti che contribuiscono, ma è anche l'umile, la povera gente, la gente che fatica. Genova ha dato l'esempio, una città che è nelle mie simpatie, piena di vita, che è già, in regime fascista, diventata il primo porto del Mediterraneo grazie alla disciplina che abbiamo imposto alla Nazione. Ebbene, a Genova sono gli umili lavoratori del porto che si quotano per un dollaro a proposito del quale lancio un appello alla Nazione. Non voglio cinque milioni di dollari, mi basta un milione di dollari, ma esigo che sieno versati prima del primo dicembre. Sono certo che la Nazione darà al mondo questo spettacolo superbo di disciplina.
Ecco i disegni di legge che io presento alla Camera e che la Camera discuterà e approverà. Approverà perché so e sento che voi ormai avete la piena consapevolezza del vostro compito storico. Voi siete l'organo legislativo della rivoluzione fascista:
aumento di appannaggio per il Duca di Genova; aumento di appannaggio per il Duca d'Aosta. Voi intendete a questo proposito che questo disegno di legge non ha un valore finanziario, ma un valore morale di riconoscenza nazionale;
attribuzioni e prerogative del Capo del Governo, primo ministro segretario di Stato;
pensioni alle famiglie dei caduti per la causa nazionale, dal 1° luglio 1919 al 1° novembre 1922;
modificazioni ed aggiunte alle leggi sulla cittadinanza;
ampliamenti dei poteri dei prefetti; disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro, cioè» riconoscimento giuridico dei sindacati, magistratura del lavoro, arbitrato obbligatorio;
conferimento a titolo d'onore della laurea d'onore al nome degli studenti caduti dopo la guerra per la redenzione della Patria e la difesa della Vittoria;
istituzione dei Consigli provinciali della economia; trattato di commercio e navigazione italo-germanico, firmato il 31 ottobre 1925.
Questi sono i disegni-legge che io sottopongo al vostro esame. Sono sicuro che li esaminerete con tutta la solerzia e la diligenza necessaria; sono sicuro che non vi attarderete in lunghe discussioni sopra disegni di legge che rappresentano l'espressione giuridica e la volontà precisa della rivoluzione fascista.
Onorevoli colleghi! Finalmente è dato a noi, di questa generazione provata dalla guerra e dal dopoguerra, a questa generazione che ha sanguinato, e non soltanto nelle metafore, che ha fatto la guerra, che ha fatto il dopoguerra, che ha liberato la Patria da tutte le super-strutture della rinunzia e della viltà, è dato finalmente a questa generazione di vivere una di quelle ore che battono assai di rado nel quadrante della storia dei popoli. Noi la vivremo quest'ora, la vivremo non soltanto con le parole, ma coi fatti concreti: e se sarà necessario ci imporremo nella disciplina un cilicio ancora più duro sino a quando tutto ciò che fu un passato ignobile sia definitivamente scomparso, e sia concesso a noi di gettare le basi immutabili di quel secolo che ho già chiamato e sarà il secolo della potenza italiana!

Roma, 20 novembre 1925: MUSSOLINI interviene al Senato sulla Massoneria.




Per l'alto valore politico della Legge contro le Società segrete rimandiamo alla nota preliminare al discorso tenuto da MUSSOLINI alla Camera dei Deputati nella tornata del 16 maggio 1925. Ora, nella tornata del 20 novembre 1925, lo stesso progetto di legge si presentava al Senato del Regno ove un esiguo ma tenace gruppo di Senatori d'opposizione colse l'occasione per ripetere le solite accuse al Governo Fascista, senza avere neppure la sensibilità politica sufficiente per rendersi conto della nuova reazione suscitata nell'opinione pubblica dalla provata ingerenza della Massoneria nell'attentato Zamboni del 4 novembre.
MUSSOLINI rispose agli oppositori con il seguente discorso:

Vi prego di credermi se vi dico che prendo la parola con molto rammarico, ma aggiungo subito che non voglio infliggervi il tedio di ascoltare un lungo discorso. Mi limiterò a dichiarazioni sommarie.
Voglio prima di tutto manifestare la mia intima soddisfazione per il modo alto con il quale questa discussione su un argomento così importante si è svolta. Sono affiorate delle tesi interessanti: quella dei liberali integrali che dicono: neghiamo il regime e tutte le sue leggi; altri liberali invece, come il sen. Ricci, dicono che resistere è vana fatica, e io aggiungo, è alla fine antinazionale.
Quel polemista signore che è il sen. Crispolti mi ha vibrato un sottile colpo di fioretto. Io lo parerò, ricordando al sen. Crispolti che, pur non essendo io un feticista della coerenza formale ed ipocrita, posso attestare che ci sono nella mia vita delle coerenze di ordine fondamentale e una di queste coerenze è precisamente la mia avversione alla massoneria. Questa avversione è di data abbastanza antica.
Quando prima della guerra io mi accorsi che la massoneria tentava di snaturare quelle che dovevano essere le peculiarità caratteristiche del movimento socialista, ingaggiai una lotta decisa e tenace contro la massoneria che culminò nel congresso di Ancona in un contraddittorio, forse non ancora dimenticato, che determinò l'incompatibilità tra l'appartenenza al partito e l'appartenenza alla massoneria.
Non è dunque vero, come ha sostenuto il sen. Corbino, che i fascisti siano diventati antimassoni solamente quando i nazionalisti sono entrati nel Fascismo. L'on. Corbino, che è versatissimo nelle discipline fisiche, probabilmente non conosce con altrettanta esattezza la storia politica, anche degli anni recenti. Dovrebbe allora sapere che il Fascismo ha impegnato, secondo la buona strategia, le sue battaglie a scaglioni. Prima ha demolito il bolscevismo, poi ha affrontato la massoneria, finalmente il regime demoliberale. Tanto è vero che il primo voto contro la massoneria è del Gran Consiglio del 1923, quando la fusione coi nazionalisti non era ancora avvenuta, od era avvenuta soltanto da pochissimo tempo.
Prima ancora, dunque. Voglio anche aggiungere che la fusione è stata perfetta nella forma e nella sostanza, negli uomini e nelle anime.
Voglio aggiungere ancora che gli elementi venuti dal Nazionalismo sono tra i più disciplinati del Partito nazionale fascista, e vi portano oltre la loro esperienza politica un contributo di dottrina altamente rispettabile.
La mia esperienza politica mi induce ad esaminare un dato della questione sul quale forse non è stata sufficientemente diretta l'attenzione dell'assemblea: questo: dove recluta la massoneria i suoi aderenti? Dividiamo la società nazionale «-grosso modo-» in tre o quattro grandi classi. Voi vedete che la borghesia attiva, quella che conta solo sulle sue forze economiche e sullo spirito di iniziativa, rifugge dalla massoneria. Questa è completamente ignorata dall'ambiente rurale. Il popolo, il cosiddetto proletariato, ha sempre diffidato della massoneria. Io credo che, se si potesse fare una statistica, si vedrebbe che almeno l'80 per cento dei massoni sono tra i cittadini che esercitano le professioni liberali: ad allora c'è la speranza della carriera perché impiegati, medici, professori, avvocati, ingegneri, ritengono di camminare più rapidamente con l'appartenenza alla massoneria.
Io non discuto sul passato e non accetto neppure la tesi del sen. Corbino che essendo il regime ormai solidissimo non gli convenga premunirsi. Il sen. Corbino, che ha passato anch'egli delle giornate tristissime, ingiustamente, dovrebbe sapere che è meglio sempre essere premuniti; che è meglio avere le armi, anche se non dovranno servire, perché sarebbe triste trovarsi nella necessità di servirsene e non averle. Ed aggiungo che è diritto di ogni regime darsi le leggi che lo difendano. Non accetto l'immagine catastrofica che vi è stata prospettata di un'Italia isolata nel mondo civile. Non accetto lezioni di costituzionalismo dalla repubblica turca o dal ginepraio cinese. Io prego il sen. Ruffini di passare a Palazzo Chigi dove gli darò un incartamento che lo illuminerà sul costituzionalismo di uno di questi paesi. Dichiaro che, se anche fosse vero questo fenomeno di isolamento, io non ne sarei affatto sgomento, né coloro che mi seguono avrebbero trepidazioni o ansie eccessive. Ma aggiungo che, obbiettivamente, questo isolamento non esiste: non esiste nei Governi, coi quali in tutta l'Europa questo Governo ha stabilito decine di trattati di commercio e molti patti di amicizia e di collaborazione. Proprio oggi, mentre quest'assemblea è raccolta, 900 banchieri degli Stati Uniti lanciano ai 110 milioni di cittadini della Repubblica stellata le azioni del prestito italiano. Un paese isolato non ha questo credito, non soltanto finanziario ma morale; ed aggiungo che al disotto dei Governi i quali sono obbligati per le ferree regole della convivenza internazionale a disinteressarsi dei regimi interni, al disotto dei Governi c'è l'opinione pubblica dei popoli e presso questa opinione pubblica non è vero che l'Italia fascista sia isolata. L'Italia fascista è piuttosto invidiata.
Ci sono in tutti i paesi movimenti analoghi a quello che oggi 'è dominante in Italia. Né questo isolamento è all'interno. Tutte le parole che il Governo lancia alla Nazione trovano un popolo pronto a raccoglierle.
Qui ci sono dei senatori che si applicano alla materna arte dei campi. Dicano questi senatori quale immensa eco abbia avuto l'appello per la battaglia del grano. Non c'è casolare, dove la mia parola non sia stata accolta con alto senso di civismo e perfetto spirito di disciplina. Ma oggi, proprio oggi, questo popolo che si vuole diffamare dinanzi al mondo dipingendolo come un popolo avvinto nelle catene, questo popolo corre agli sportelli degli uffici pubblici e delle banche e versa il dollaro dando così prova di altissima disciplina e di mirabile patriottismo.
Questa è la realtà non camuffata dalla passione polemica. Con questa legge si chiude evidentemente un periodo della storia italiana ed io potrei modestamente dire che raccolgo i frutti di una lunga e tenace campagna. Votando questa legge, onorevoli senatori, rendete un alto e segnalato servizio alla Nazione.

La legge, che alla Camera dei Deputati era stata approvata all'unanimità, fu posta ai voli per appello nominale. Fu approvata con 208 voti favorevoli, 6 contrari e 21 astenuti su 235 presenti.

Roma, 5 dicembre 1925: MUSSOLINI parla  dell'accordo di Washington.




La missione inviata a Washington per la sistemazione dei debiti con gli Stati Uniti d'America - presieduta da S. E. il conte Volpi di Misurata, Ministro delle Finanze - ritornò a Roma la sera del 4 dicembre 1925. Il giorno seguente  alla Camera dei Deputati acclamò i negoziatori di Washington. All'applauso della Camera MUSSOLINI si associò facendo le seguenti dichiarazioni:

Onorevoli Colleghi!
Il Governo a mezzo mio si associa al tributo di soddisfazione e di simpatia che il Presidente e voi avete offerto in questo momento al negoziatore di Washington.
Egli ha indubbiamente condotto e vinto una dura battaglia. Era in giuoco una cifra... astronomica; qualche cosa come 50 miliardi.
Ci siamo ormai abituati a queste cifre, ma esse fanno sempre una certa impressione.
Quella cifra, in sé, rappresentava anche un capitolo della nostra storia futura.
Come giustamente ha detto l'amico De' Stefani, era un grande ostacolo che bisognava togliere dal nostro cammino. E i negoziatori, capitanati dal Ministro il quale aveva dei collaboratori che devono essere ricordati, e in primo luogo bisogna ricordare il sottosegretario Grandi, hanno portato in queste trattative quello che giustamente si può chiamare lo stile fascista. E lo stile fascista è la chiarezza, la dignità, la risolutezza e la sollecitudine.
Gli americani, che sono un grande popolo e che hanno un sistema di governo assai severo, e, pur avendo una grande statua della Libertà sulle rive del porto l'hanno però severamente controllata all'interno — e giustamente — gli americani, quando si sono trovati innanzi ai rappresentanti dell'Italia nuova hanno immediatamente simpatizzato.
Si è stabilita quella corrente di simpatia reciproca senza della quale nessun negoziato viene portato a felice e rapido compimento. La nostra manifestazione quindi va anche ai negoziatori dell'altra parte, al Governo della Grande Repubblica Stellata.
Tra noi, vecchio popolo, il popolo più vecchio di questa Europa ma che ha un segreto mirabile nelle sue fibre, quello di risorgere e di ritrovare quasi sempre la sua giovinezza gloriosa..., tra noi vecchio e giovane popolo e il giovane popolo degli Stati Uniti si è stabilito un rapporto di cordialità, di amicizia e di collaborazione. Io credo che, dato questo auspicio, America e Italia potranno percorrere insieme un lungo cammino.
Signori; questo è un ostacolo che non è più sul nostro cammino; ma noi siamo disposti a rovesciarli tutti quando siano in giuoco la grandezza e il benessere della Patria.

Roma, 5 dicembre 1925: MUSSOLINI parla ai docenti.




Nello stesso giorno, 5 dicembre 1925, si inaugurava in Roma, all'Augusteo, il Congresso della Corporazione della Scuola, al quale partecipavano docenti di tutti i gradi, dai maestri elementari ai professori universitari. In tale occasione MUSSOLINI pronunciò il seguente discorso:

Camerati!
Vi ringrazio del vostro saluto nel quale scorgo un'attestazione di simpatia che ritengo profondamente sentita e sincera. Voi non salutate in me soltanto il Capo del Governo, ma salutate anche un vostro collega; un collega che, avendo vissuto la vostra vita, conosce le vostre angustie morali e materiali, conosce i vostri sogni, i vostri bisogni, e sa di quante amarezze e di quanta gioia oscura è intessuta la vostra quotidiana esistenza.
E permettete che io mi compiaccia di vedere raccolti in questo solenne tempio antico e moderno tutti i rappresentanti della scuola, perché la scuola è unica. Non ci sono compartimenti stagni. Nella scuola, tutto comunica: dall'asilo infantile all'università; e gli insegnanti prendono e consegnano le generazioni dalla piccola età alla matura giovinezza; e allora s'impone la più stretta solidarietà morale e intellettuale fra tutti gli insegnanti, anche perché la meta alla quale devono tendere gli sforzi è comune. E quest'educazione comincia nelle prime scuole e deve culminare nelle università.
Sono dunque cessate, grazie all'impulso animatore del Fascismo, le piccole divisioni di casta che non avevano più ragione di essere perché il cittadino è sempre degno quando, in qualunque posto, compie scrupolosamente il proprio dovere.
Un altro motivo di compiacimento sta nel constatare attraverso la parola degli oratori che mi hanno preceduto e attraverso la vostra manifestazione, che la scuola italiana è diventata fascista. Io non voglio indagare se lo sia sempre stata; e non voglio sceverare in questo momento la gradualità o la qualità di certi stati d'animo. Bisogna che tutti si arrendano al fatto compiuto e siano portati a considerare che quel che è avvenuto nell'ottobre 1922 non è un semplice cambiamento di Ministero, ma è una profonda rivoluzione politica, morale, sociale che, molto probabilmente, non lascerà, nulla o quasi nulla di tutto quello che costituiva il vecchio regime politico.
Così stando le cose — e le cose stanno realmente così — il Governo esige che la scuola si ispiri alle idealità del Fascismo, esige che la scuola non sia, non dico ostile, ma nemmeno estranea al Fascismo o agnostica di fronte al Fascismo, esige che tutta la scuola in tutti i suoi gradi e in tutti i suoi insegnamenti educhi la gioventù italiana a comprendere il Fascismo, a rinnovarsi nel Fascismo e a vivere nel clima storico creato dalla rivoluzione fascista.
Il Governo che ho l'onore di rappresentare, sino dai primi momenti affrontò il problema della scuola con molto coraggio, e non si muovano rimproveri alla rapidità dell'operazione compiuta. La rapidità dell'operazione era necessaria per evitare una coalizione che si sarebbe formata tra coloro che non vogliono studiare, quelli che sono gli svogliati dell'insegnamento, i padri di famiglia troppo indulgenti e finalmente tutti coloro che essendo all'opposizione devono opporsi a tutte le misure del Governo. Allo scopo di evitare il formarsi di questa coalizione si procedé con mano chirurgica. E fu necessario.
E adesso accade che molti di coloro che insorsero contro la riforma Gentile, convengono che la riforma Gentile ha portato uno spirito nuovo nelle scuole italiane, uno spirito di probità, uno spirito di dignità, uno spirito di serietà di lavoro. E l'altissimo spirito politico e le direttive di questa riforma saranno rispettati, poiché io intendo che sia finito il periodo delle indulgenze più o meno plenarie; penso che debba essere finito il periodo in cui le scuole venivano affollate di gente che era soltanto ansiosa di prendere con poca o scarsa fatica il biglietto di visita per le così dette professioni liberali. La scuola italiana deve essere formativa del carattere italiano. La scuola italiana deve rappresentare l'antitesi di tutte quelle che sono le tare del carattere italiano: cioè il semplicismo, la faciloneria, il creder che tutto andrà bene. A questo proposito vi consiglio in tutte le vicende della vita di essere assistiti non da ottimismo panglossiano, ma piuttosto da un ragionevole pessimismo.
Un giorno a Filippo di Macedonia furono portate nella stessa ora tre notizie di questa specie: gli era nato un figlio maschio; un suo generale aveva vinto una grande battaglia contro gli libri; ed egli era stato proclamato vincitore alle Olimpiadi. Quest'uomo atterrito da tanta fortuna si volse a Giove e gli disse: — Ti prego, mandami subito una piccola disgrazia.
Così dico a voi e ai fascisti in genere di essere sempre vigilanti, di non credere nello stellone, di abolire lo stellone stupido, perché nella vita si cammina soltanto con la ferrea volontà che piega qualche volta anche il destino, perché può sorprenderlo nelle ore crepuscolari ed aggiogarlo al suo dominio.
Intendo che la scuola, tutta la scuola, sia sovrattutto educativa, formativa e morale. Non è necessario imbibire i cervelli con l'erudizione passata e presente. L'erudizione non può essere che una speciale ginnastica svedese necessaria per educare il cervello e tanto più sarà utile quanto più presto sarà dimenticata nei suoi dettagli inutili e superflui. È necessario invece che la scuola educhi il carattere degli italiani. E allora, o colleghi, ecco che il vostro compito diventa di un'importanza enorme. Voi non siete soltanto coloro che spezzano il pane della piccola scienza o della grande scienza; ma siete anche degli apostoli, siete anche dei sacerdoti, siete degli uomini che hanno delle responsabilità tremende e ineffabili: di lavorare sul cervello, sulla coscienza, sugli animi.
Io credo che voi vi rendiate conto di tutto quello che vi ho detto. E voglio aggiungere ancora che accanto a questo lato della vostra attività non intendo di trascurare l'altro. Poiché l'esistenza di coloro che hanno la grande responsabilità di educare la generazione del popolo italiano non deve essere ossessionata da un incompleto soddisfacimento dei bisogni materiali della vita; poiché anche questi esistono e qualche volta pesano gravemente sull'esistenza umana. Bisogna quindi che gli insegnanti possano condurre una vita degna, al riparo delle piccole necessità, che non abbiano bisogno di darsi a delle occupazioni laterali che spesso non sono degne e piegano il carattere a delle compromissioni non sempre edificanti. Il Governo è deciso — e ve lo ha già dimostrato — a tener conto di queste vostre necessità. Ma dichiaro che queste necessità non possono essere avulse dal quadro generale della vita nazionale e dalla reale situazione finanziaria, poiché il Governo non dispone di ricchezze sue proprie.
L'erario non piove dal cielo; l'erario non è creato dal sottoscritto; l'erario è il risultato della fatica, dello sforzo, del dolore del popolo italiano. Ed essendo così, tutti lo devono rispettare come cosa sacra e quasi intangibile. Ma è evidente che, quando l'erario lo permetta, i fedeli servitori dello Stato devono avere la loro giusta e legittima ricompensa: e debbano essere fieri di partecipare alla vita dello Stato. E voi sovrattutto dovete avere l'orgoglio di essere, nella schiera, quelli che compiono forse l'incarico più delicato e difficile.
Camerati, mi pare che basti: anche perché il parlare prolisso è squisitamente democratico: il parlare prolisso è squisitamente vecchio regime. La Corporazione che non è stata ancora fondata e che io chiamerò dei silenziari, abolirà praticamente i discorsi: o li farà soltanto quando essi costituiscano un fatto. Camerati, accogliete l'attestazione della mia fraterna simpatia con animo puro e tranquillo. Questa mia simpatia è sincera. Recatela a tutte le scuole: dagli asili ai licei, alle università, a tutti gli istituti, a tutti coloro che lavorano nel campo dell'istruzione e dell'educazione pubblica. Il Governo è al suo posto e tutta l'Italia è un esercito che ha conquistato molte vittorie e molte ne conquisterà nel futuro.

Roma, 7 dicembre 1925:
MUSSOLINI parla sul problema dell'emigrazione.





A Palazzo Chigi, si tenne la prima sessione del Comitato per la Conferenza internazionale dell'emigrazione e dell'immigrazione. Tale adunata risultava dalle decisioni prese dalla Conferenza per l'emigrazione, tenutasi a Roma nel 1924. MUSSOLINI inaugurò i lavori del Comitato, pronunciando il seguente discorso:

Sono molto lieto che mi si offra l'occasione di porgervi il saluto del Governo italiano ed il mio personale, nel momento in cui ho il piacere di insediare nelle sue funzioni il Comitato per la Conferenza internazionale dell'emigrazione e dell'immigrazione.
Il vostro Comitato è l'erede ed è il continuatore della Conferenza di Roma, la quale, giunta al termine dei suoi lavori, sentì il bisogno di manifestare solennemente il voto che l'opera intrapresa non fosse lasciata cadere. E perciò essa raccomandò ai Governi che una seconda riunione fosse convocata nel 1927, e che il Comitato di direzione della Conferenza di Roma diventasse il Comitato di preparazione della Conferenza internazionale dell'emigrazione e dell'immigrazione.
Quel voto trovò la più favorevole accoglienza; tanto che oggi ci è dato di constatare con compiacimento che ben quarantacinque Governi hanno dato la loro approvazione formale alla risoluzione della Conferenza di Roma ed hanno designato il loro rappresentante nel Comitato di preparazione della prossima riunione.
Come Capo del Governo che prese la iniziativa di convocare la prima Conferenza internazionale, sono particolarmente lieto di questo largo consenso.
Quando, in nome dell'Italia, invitai a Roma tutti i Governi interessati io avevo ben netto nel mio spirito ciò che in una materia così delicata sarebbe stato utopistico od ingenuo chiedere a tale Conferenza, e ciò che, invece, essa avrebbe potuto darci. Io vedevo in quella grande assise internazionale soprattutto il mezzo adatto per mettere in prima linea nella considerazione dei Governi e della opinione pubblica, i problemi dell'emigrazione e dell'immigrazione, ai quali le condizioni dell'economia mondiale alla fine della grande guerra avevano dato un'importanza eccezionale. Da una Conferenza, nella quale i tecnici dei vari Paesi — rappresentanti interessi, idee e tradizioni differenti — si sarebbero trovati insieme ad esaminare con franchezza e con praticità i diversi aspetti dei problemi emigratori, io mi attendevo che sarebbe partito un impulso considerevole per avviare questi stessi problemi verso soluzioni pratiche, indicandone le vie rispondenti ad un equo contemperamento degli interessi delle varie parti.

La Conferenza di Roma ha corrisposto pienamente a questa aspettativa.
Le sue risoluzioni danno su ciascun problema esaminato un'idea direttrice e tracciano le linee di soluzioni pratiche. I Paesi che stanno provvedendo a riorganizzare la loro legislazione emigratoria hanno sentito il bisogno di tener presenti quelle risoluzioni per informare ad esse, per quanto era possibile, le loro nuove leggi; e talune di quelle idee hanno già trovato la loro realizzazione in accordi internazionali. Conseguenza ancora più felice: esse hanno suscitato nelle istituzioni internazionali un interessamento nuovo e più vivo per le questioni dell'emigrazione.
Ci sia dunque lecito constatare e proclamare che la Conferenza di Roma ha conseguito il suo scopo: quello di orientare e di spingere nel grande dibattito internazionale delle questioni economiche i problemi che si riallacciano al grandioso fenomeno della circolazione e del lavoro degli uomini attraverso il mondo.
La Conferenza di Roma fu bene ispirata allorquando, constatata la utilità della sua opera, pensò ad organizzarne la continuazione.
Al vostro Comitato spetta ora il compito di conseguirla: e poiché sono tra voi eminenti personalità che hanno attivamente partecipato alla riunione dello scorso anno, si può essere certi che lo spirito della Conferenza di Roma — uno spirito di mutua comprensione e di illuminato senso pratico — accompagnerà costantemente l'opera vostra, destinata perciò a sicuro successo.
È con questi sentimenti che vi invito ad intraprendere i vostri lavori, ed è con questa speranza che vi prego di trasmettere ai vostri Governi rispettivi, il ringraziamento del Governo italiano per avervi inviati a Roma a collaborare insieme per un'opera feconda di pace e di civiltà.


Ultima modifica di Admin il Sab 24 Mar 2018, 12:31, modificato 4 volte
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Re: I più importanti discorsi di Benito Mussolini.

Messaggio  Admin il Gio 22 Mar 2018, 22:14

(Segue)ANNO - 1925


Roma, 11 dicembre 1925: MUSSOLINI interviene alla Camera sull'art. 13 della legge, indiscussione, sui rapporti collettivi di lavoro.

La Camera dei Deputati, nella tornata dell'undici dicembre 1925, si discuteva il disegno di legge su la disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro. Arrivati all'articolo che segue:
«-Art. 13. - Tutte le controversie relative alla disciplina dei rapporti collettivi di lavoro, che concernono, sia l'applicazione dei contratti collettivi o di altre norme esistenti, sia la richiesta di nuove condizioni di lavoro, sono di competenza delle Corti di Appello funzionanti come magistrature del lavoro.
« -Prima della decisione è obbligatorio il tentativo di conciliazione da parte del presidente della Corte.
« -Le controversie di cui alla precedente disposizione, si possono compromettere in arbitri, a norma degli articoli 8 e seguenti del Codice di procedura civile.
« -Nulla è innovato circa la competenza dei Collegi dei probiviri e delle Commissioni arbitrali provinciali per l'impiego privato, ai sensi rispettivamente della legge 15 giugno 1893, n. 295 e del R. Decreto-legge 2 dicembre 1923, n. 2186.
« -L'appello contro le decisioni di tali collegi e Commissioni e di altri organi giurisdizionali in materia di contratti individuali di lavoro, in quanto siano appellabili secondo le leggi vigenti, è devoluto alla Corte di appello funzionante come magistratura del lavoro-».
MUSSOLINI chiese la parola per pronunciare questo discorso, che segna un'altra tappa fondamentale nell'attuazione e lo sviluppo del corporativismo fascista.

Credo che anche in questa circostanza il mio discorso sarà un fatto, cioè un peso che io getto sulla bilancia dopo una lunga e severa meditazione. Questo articolo 13 è veramente quello che si potrebbe definire, prendendo un termine caro al mio amico Paolo Orano, il punto cruciale di questa legge.
Ma prima di procedere innanzi nella mia argomentazione, che sarà dalle premesse alle conclusioni rigorosamente logica, io voglio definire ancora una volta il carattere del nostro sindacalismo.
Il nostro differisce dal sindacalismo rosso per una ragione fondamentale, ed è questa: che non mira a colpire il diritto di proprietà. Quando il datore di lavoro si trova di fronte al sindacato rosso, ha di fronte un sindacato che fa la lotta per l'aumento del salario in maniera contingente, mentre il suo fine mediato, lontano, è il capovolgimento della situazione, cioè l'abolizione del diritto di proprietà.
Ci sarebbe molto da discutere su questa proposizione «diritto di proprietà»; ma non è questo il caso. Comunque il nostro sindacalismo è sindacalismo selettivo, è un sindacalismo che vuol migliorare le condizioni delle categorie è delle classi che sotto i suoi gagliardetti si raccolgono e non ha finalismi: non ne può, non ne deve avere.
Il nostro sindacalismo e collaborazionista in questi tempi del processo produttivo: è collaborazionista nel primo tempo, quando si tratta di produrre la ricchezza; è collaborazionista in un secondo tempo, quando si tratta di potenziare questa ricchezza; può non essere collaborazionista nel terzo tempo, quando si tratta della ripartizione dei profitti conseguiti. Ma anche allora, se la buona fede delle due parti esiste, si verifica il collaborazionismo, cioè la transazione che ristabilisce quell'equilibrio che per un momento era stato turbato.
Del resto nessun sindacalismo è finalista, nemmeno in quei paesi lontani dove si crede che si sia realizzato il paradiso degli operai. Fu domandato ad un operaio della Nuova Zelanda quale fosse il suo programma ed egli rispose: il mio programma è semplice, dieci scellini al giorno! Sono piuttosto i partiti e le loro ideologie che hanno appiccicato a questo movimento delle finalità che evidentemente lo trascendono.
Questa legge, che è veramente fondamentale, considera due economie, l'economia industriale e l'economia agraria.
E, in questa considerazione, le due economie procedono su due linee parallele. Ad un certo punto l'economia agraria arriva sino alla magistratura obbligatoria, cioè all'obbligo. L'economia industriale si ferma invece al piano della semplice facoltà.
Io penso che una legge così fatta rimane mutilata; penso, che, o si fa un passo innanzi con l'economia industriale, o si fa un passo indietro con l'economia rurale. Insomma, o la facoltà o l'obbligo per entrambe. Anche perché io penso che non ci sia una netta separazione fra le due economie, se è vero, come è vero, che l'agricoltura si industrializza, se è vero che dai prodotti della terra traggono la materia prima talune delle più grandi industrie del nostro Paese, le tessili e le chimiche.
Perfino quelle caste vaccine, di cui parlava ieri sera il mio amico Barbiellini, nel suo discorso rorido di profumi agresti, perfino quelle danno luogo ad una industria di grande portata, l'industria del caseificio. Così la vigna dà luogo all'industria enologica, e successivamente.
Io credo che si debba invece arrivare ad una concezione unitaria dell'economia nazionale. È certamente una iattura il grano che resta, o che restava, non mietuto nei campi, ma talvolta uno sciopero che interrompe la produzione in momento delicato in cui si disfrena la concorrenza internazionale può dar luogo a conseguenze ancora maggiori.
Bisogna avere il coraggio di inoltrarsi anche in questo che si vuol far credere un campo inesplorato e pieno di imprevisti. Non ci sono i leoni, e del resto i leoni sono delle sedicenti belve!
Il secolo liberale non ha riconosciuto il diritto di coalizione e di sciopero, se non molto tardi. L'Inghilterra lo ha riconosciuto nel 1825, la Francia nel 1864, il Belgio nel 1866, l'Italia nel 1900. Ma appena riconosciuto il diritto di coalizione e di sciopero, si è subito intravista la necessità di regolare questo che è un atto di guerra fra le classi. E tutta la legislazione si è posta su questo terreno.
Anche negli Stati Uniti ed in parecchi Stati della Confederazione esistono delle forme di arbitrato volontario o forzoso. Non si giunge in qualcuna di queste legislazioni all'arbitrato obbligatorio, ma si impone l'inchiesta obbligatoria, il che poi determina, sotto una forma indiretta, una soluzione obbligatoria ispirata al disposto della sentenza.
Esiste nella legislazione federale degli Stati Uniti, fin dal 1888, una legge per la quale il Presidente degli Stati Uniti può nominare due Commissioni che insieme al Commissario generale del lavoro esaminano la controversia, la quale per essere di competenza degli Stati Uniti naturalmente deve essere di natura interstatale.
Ma più innanzi si è andati nella Nuova Zelanda, con la legge votata nel 1894, secondo la quale lo sciopero e la serrata sono proibiti. Ogni controversia è portata dinanzi al tribunale di conciliazione di prima istanza e alle corti di arbitrato nella seconda, e queste corti giudicano senza appello.
Tutti gli Stati dell'Australia hanno seguito l'arbitrato obbligatorio. Nel 1910 il Kansas, uno Stato della Confederazione degli Stati Uniti, accettò l'identica legislazione, su richiesta degli industriali, i quali avendo avuto 705 scioperi in tre anni, ne avevano evidentemente abbastanza.
Importante è anche la legge romena del 1920 che proibisce qualsiasi sospensione di lavoro che abbia origine diversa dalle condizioni stesse del lavoro. Distingue le industrie in due categorie: quelle di utilità pubblica e le private. Per le prime vige l'arbitrato obbligatorio, per le seconde è prescritto il tentativo di conciliazione obbligatorio.
Si comprende perfettamente che la legislazione di molti paesi si sia industriata di ridurre il numero degli scioperi e di cercare di concluderli nella maniera più soddisfacente e nel termine di tempo più breve possibile.
Secondo taluni calcoli, nei cinque anni che vanno dal 1920 al 1925, si sono perdute 200 milioni di giornate di lavoro nel continente europeo e negli Stati Uniti. La ricchezza dispersa in seguito a ciò è valutata a 400 milioni di sterline.
In tempi in cui lo sciopero aveva assunto la forma di una vera mania, un operaio autentico, membro del Comitato centrale, certo Alan, dichiarava che gli scioperi non rappresentavano che un gaspillage di ricchezza per gli operai ed i padroni; ma più innanzi andava la lega dei muratori di Portsmouth, la quale pretendeva che dal vocabolario della lingua inglese fosse soppressa la parola sciopero, cioè «-strike-».
C'è una legislazione in questa materia che interessa in particolar modo dal punto di vista della nostra posizione politica ed è la legislazione russa, la legislazione dei Soviety, per intenderci.
Apro una piccola parentesi.
Accade talvolta che si rimproveri al Fascismo di modificare la legge, di torturare la legge, e di avere qualche volta delle incertezze nell'applicazione della medesima.
Ora bisogna distinguere le leggi: vi sono le leggi di natura morale che sono veramente immutabili: credo che il Decalogo, quello di Mosè, per intenderci, sia definitivo in materia; ma vi sono le leggi che interessano l'economia, che interessano la vita dei popoli, che interessano i rapporti degli individui, dei gruppi e delle collettività tra i popoli che non possono essere né eterne, né immutabili, né perfette.
Pensate che i Soviety nel solo anno 1922, per regolare la materia delle controversie collettive, hanno preso questa serie di provvedimenti che io vi infliggo, perché vi convinciate della verità del mio asserto: regolamento del 18 gennaio 1922 sugli organi delle controversie; circolare della commissione centrale delle controversie del 24 maggio 1922 sulla competenza delle commissioni del lavoro; decreto del consiglio dei commissari del popolo del 18 luglio 1922; circolare del commissariato del lavoro sulla competenza della commissione di controversie; circolare del consiglio centrale panrusso dei sindacati, del 21 agosto 1922; istruzione del commissariato del lavoro del 29 agosto 1922; ordine speciale del consiglio supremo dell'economia nazionale del 2 settembre 1922; decreto del commissariato del lavoro del 7 settembre 1922; circolare del commissariato del lavoro del 13 settembre 1922; circolare del commissariato del lavoro del 20 settembre 1922 sulle organizzazioni degli organi locali del commissariato del lavoro; circolare del commissariato del lavoro 28 settembre 1922 sui metodi di conciliazione delle controversie; decreto del consiglio dei commissari del popolo del 4 ottobre 1922 sugli organi delle controversie nei trasporti; decreto del commissariato del lavoro del 13 ottobre 1922 sulle commissioni paritarie...

Vi faccio grazia del resto!

Sono 28, fra decreti, disposizioni e circolari, emanati in un anno solo, per questa sola materia!
Distinguiamo in quella che è la legislazione della Repubblica russa due grandi periodi: il primo periodo va dal 1917 al 1921; è un periodo nel quale si è imposta alla nazione russa la camicia di forza del comunismo militare e militante.
Gli operai sono dei soldati e quindi sottoposti alla disciplina dei soldati ed hanno un salario fissato dal Governo così come i soldati hanno una cinquina fissata dal Governo, hanno cioè non dei contratti collettivi, ma un regolamento vero e proprio di disciplina. Tutti anche in questo primo periodo del comunismo militare e militante avevano anche l'obbligo di lavorare e quindi l'assenza dalle officine era considerata come una diserzione vera e propria. Sorgono le commissioni paritarie nel seno delle intraprese perché evidentemente dei conflitti di interpretazione si manifestavano.
Quando è che la legislazione russa prende un atteggiamento definito in materia?
È al quinto congresso panrusso dei sindacati professionali che si tenne a Mosca dal 17 al 22 settembre 1922.
Si stabilì che i conflitti futuri — diceva l'ordine del giorno — devono essere portati anzitutto avanti le commissioni paritetiche; se avanti queste commissioni l'accordo non è realizzato, dovranno essere portati avanti agli organi ufficiali dei conflitti (camere di conciliazione e tribunali di arbitrato).
Conformandosi, poi, a questa risoluzione del quinto congresso dei sindacati, il nuovo codice del lavoro russo, entrato in vigore il 15 novembre 1922, elenca come organi di conciliazione: le commissioni paritetiche, le camere di conciliazione e i tribunali di arbitrato.
In Russia esiste — o esisteva, perché anche là si cammina molto rapidamente — una doppia giurisdizione; da una parte commissione paritetica, camera di conciliazione e tribunale di arbitrato, e dall'altra parte le sezioni del commissariato del lavoro. La prima giurisdizione esamina le questioni di interesse, la seconda giurisdizione quelle di diritto, cioè la seconda giurisdizione giudica sulle questioni che possono sorgere dalla più o meno esatta interpretazione della legislazione sociale dello Stato russo, la prima giurisdizione — invece — si occupa delle controversie, che possono sorgere in tema di contratti collettivi del lavoro.
E queste controversie sono sorte quando nel 1921 Lenin introdusse la «nep» cioè la nuova economia politica, con la quale demoliva tutto quello che era stato la superstruttura e la bardatura del comunismo militare e dava un respiro nuovo alla economia del popolo russo.
L'arbitrato è facoltativo o obbligatorio in Russia? Questo è un punto molto interessante, ed è singolare quel che sto per dirvi in questo momento. In Russia l'arbitrato non è obbligatorio. Difatti, nella seconda assemblea tenutasi nel febbraio del 1922, il principio dell'arbitrato obbligatorio fu respinto, ma sapete perché? È molto importante che io ve lo dica: fu respinto prima di tutto perché era necessario attirare il capitale privato, in seguito perché poteva essere pericoloso rendere lo Stato responsabile del risultato di ogni controversia.
Tuttavia l'arbitrato obbligatorio nelle controversie che sorgono fra capitale e lavoro in Russia — perché dovete sapere che in Russia c'è capitale e lavoro, cioè vi sono dei salariatori e dei salariati — tuttavia — dicevo — viene imposto in questi casi: quando in una impresa le due parti non riescono a raggiungere l'accordo a proposito del super-arbitro; allorquando le controversie scoppiano nella piccola industria o nelle industrie a domicilio e quando non vi sia in esse contratto collettivo; finalmente, quando le controversie siano di una natura così grave, da causare un danno agli interessi economici dello Stato.
A questo punto qualcuno di voi mi dirà: «Ma allora noi andiamo più innanzi di loro. Essi si fermano all'arbitrato facoltativo, noi andiamo all'arbitrato obbligatorio, alla magistratura del lavoro anche nelle industrie».
Ma voi avete visto la ragione che ha consigliato i Soviety a mollare su questo punto del loro programma. Lo hanno fatto per non spaventare il capitale privato perché se il capitale privato che era già stato scottatissimo e bruciatissimo durante il periodo del comunismo militante, avesse avuto prospettive ancora dure ed incerte non sarebbe andato in Russia e la nuova politica economica instaurata con molta intelligenza e con molto senso di realtà da Lenin si sarebbe conclusa con un clamoroso fallimento.
Quali atteggiamenti prendono le parti su questo argomento nel mondo? In genere l'arbitrato obbligatorio incontra delle opposizioni tanto da una parte quanto dall'altra, tanto dalla parte dei padroni quanto da quella degli operai.
Ma vediamo un poco i risultati che la politica di conciliazione ha ottenuto là dove è stata applicata.
Negli Stati Uniti nel periodo compreso tra il 4 marzo 1913 e il 30 giugno 1923 (cioè si esamina qui un periodo di tempo di dieci anni) vi furono 5300 conflitti collettivi e ben 4186 furono regolati dai differenti organismi di conciliazione e di arbitrato che funzionano in quel paese.
In Inghilterra, dove esistono magistrature non così precise come quella che stiamo creando ma esistono forme d'intervento dello Stato nelle controversie del lavoro, i ricorsi alla conciliazione in conformità della legge 1895 sono andati gradualmente aumentando. In Francia la conciliazione è facoltativa in virtù della legge del 1892.
Su 18.245 scioperi che furono dichiarati dal 1893 al 1914, il 21 per cento furono sottoposti volontariamente dagli interessati alla procedura prevista dalla legge. Su questi, 1727 scioperi finirono grazie alle disposizioni legali.
Interessanti anche sono i dati che si riferiscono all'applicazione della legge romena. Prima della legge ci furono 753 scioperi, nel 1920; nel successivo anno gli scioperi diminuirono a 87; il numero delle controversie che attraverso la legge furono sistemate fu di 123 nel 1920; 635 nel 1921; 1122 pel 1922.
Un uomo di Stato romeno così commenta i risultati di questa legge: «-Si può concludere che la legge del 1920 contribuì in moltissima parte a diminuire le giornate perdute nelle controversie del lavoro, il che ha avuto una felice ripercussione nella produzione nazionale per il paese non ancora sviluppato dal punto di vista industriale. Un milione e mezzo di giornate di lavoro perdute sono state invece economizzate ed è stato questo un grande vantaggio per la vita operaia e per la economia generale della Romania-».
I risultati dunque sono soddisfacenti ovunque e permettono di andare verso l'avvenire con sufficiente tranquillità.
Vi è qualcheduno che teme che gli operai domani faranno la corsa alla magistratura.
Ed io sono d'opinione piuttosto contraria. Credo che creandosi la esistenza di questa magistratura, si farà tutto il possibile in sede di conciliazione amichevole per evitare il suo responso.
Basterà del resto che una o l'altra parte abbia una volta tanto un giudizio sfavorevole perché sia resa subito più guardinga nel futuro. Ma poi vi prego di considerare una cosa, onorevoli colleghi, che in questo articolo 13 la magistratura del lavoro non si evita in nessun modo. È veramente il caso di paragonarla al diavolo che scacciato dalla porta rientra dalla finestra. Si dice nell'ultimo capoverso di questo articolo 13: «Per adire la magistratura del lavoro nelle controversie che riguardano l'industria occorre il consenso di ambedue le parti-».
Che cosa va ad accadere? Che se una delle due parti si pronunzia per il ricorso alla magistratura, immediatamente la seconda parte si affretterà ad imitarla perché nessuno vorrà mettersi in posizione di far credere che ha torto semplicemente perché non adisce la magistratura. Se così stanno le cose è molto meglio dare a questo problema una soluzione totalitaria, di osare, anche perché questo Governo ha dimostrato di avere il coraggio di andare innanzi, di fermarsi, di retrocedere. Nella politica qualche volta bisogna anche incassare come sul ring.
L'essenziale è di non andare knock-out e non ci andremo.
Gli esitanti devono anche considerare che discutendo di questo ordinamento bisogna tener conto del regime e del Governo. Le corporazioni sono fasciste in quanto vogliono portare il nome di fasciste e agire all'ombra del littorio; devono controllare la loro azione e non fare nulla che possa diminuire la efficienza produttiva della Nazione o creare difficoltà al Governo.
Oltre quindi all'opera di controllo che le corporazioni fasciste faranno a se stesse, c'è anche l'opera di controllo sovrana del Governo. Che cosa si è fatto durante questi tre anni di pratica sindacale? Io non sono il segretario delle corporazioni, ma non c'è stata grande questione sindacale nell'industria e nel commercio — quando si trattava della legge sull'impiego privato — nella navigazione — quando si trattava del contratto dei marittimi —, dico, non c'è stata nessuna questione di interessi sindacali di grande portata che io non abbia esaminata e qualche volta risolta.
Così stando le cose, io credo che la Confederazione dell'industria possa fare il passo innanzi e lo farà anche perché credo fermamente che i vantaggi saranno di gran lunga superiori agli inconvenienti.
Onorevoli colleghi, prima di finire voglio dirvi e spiegarvi perché io sono arrivato a questa conclusione.
Sono arrivato a questa conclusione partendo da un punto di vista che è fondamentale tutte le volte che io intraprendo ad esaminare la situazione italiana.
Io considero la Nazione italiana in istato permanente di guerra.
Già dissi e ripeto che i prossimi cinque o dieci anni sono decisivi per il destino della nostra gente.
Sono decisivi perché la lotta internazionale si è scatenata e si scatenerà sempre di più e non è permesso a noi che siamo venuti un poco in ritardo sulla scena del mondo di disperdere le nostre energie.
Come durante la guerra combattuta al fronte non si ammettevano controversie nelle officine e vi erano degli organismi di conciliazione che le superavano ed i risultati furono soddisfacenti perché non ci furono mai sospensioni di lavoro, così attraverso queste organizzazioni noi realizziamo il massimo della efficienza produttiva della Nazione.
Vi dicevo che i prossimi dieci anni saranno decisivi e lo ripeto. Bisogna intendersi: le Nazioni come gli individui possono vivere o vegetare.
Credo che noi, in ogni caso, potremmo vegetare anche se per avventura dovessimo diventare colonia di paesi che sarebbero arrivati al traguardo prima di noi e ai quali noi probabilmente dovremmo mandare il nostro di più di materiale umano. Questo io chiamo vegetare.
Vivere invece per me è un'altra cosa. Vivere per me è la lotta, il rischio, la tenacia.
Vivere per me è il non rassegnarsi al destino, nemmeno a quello che ormai è diventato luogo comune, la cosiddetta deficienza di materie prime. Si può vincere anche questa deficienza con altre materie prime.
Comunque, vi prego di considerare, valutando il voto che dovrete dare a questo articolo, che questa legge nasce in una determinata atmosfera politica e morale; è il prodotto di un determinato regime. Non ci sono pericoli sino a quando questo regime sia imbattibile e sino a quando questa atmosfera morale in cui la nazione respira non sia modificata.
Ma questo regime politico e questa atmosfera sono nel calcolo delle previsioni umane immodificabili.
Su questa certezza è basata la nostra fiducia in questa legge!
Mentre mi compiaccio del modo con cui la discussione è proceduta e ringrazio gli oratori che vi hanno partecipato, debbo fare una dichiarazione che aggancio all'articolo 23.
La sede opportuna era forse l'art. 11 ma è l'art. 23 che concedendo facoltà al Governo di coordinare questa materia mi permette di fare una dichiarazione esplicita per quel che concerne le associazioni sindacali dipendenti dallo Stato.
Queste associazioni sindacali non sono riconosciute ma possono esistere di fatto! viceversa sono vietate con pene stabilite le associazioni di ufficiali, sottufficiali, ecc. Credo che questo elenco non sia completo, credo che bisogna distinguere tra i dipendenti dello Stato quelli che prestano la loro opera in un ufficio e quelli che la prestano in un servizio, quelli che compiono funzioni di ordine meramente economico e quelli che compiono funzioni d'ordine non economico.
Lo Stato è uno, è una monade inscindibile, lo Stato è una cittadella nella quale non vi possono essere antitesi né d'individui né di gruppi. Lo Stato controlla tutte le organizzazioni al di fuori ma non può essere controllato al di dentro; se no andremmo incontro a quella disintegrazione cui accennava l'on. Rocco nel suo alto e quadrato discorso, andremmo cioè incontro alla decadenza nazionale.
Vi sono altri dipendenti dallo Stato le cui associazioni debbono essere vietate.
Le disposizioni vanno completate, lo dico subito: in esse saranno compresi i professori delle scuole universitarie e i medi.
Non ammetto che si tengano discorsi di questa specie, che si dica ad esempio, che i milioni che abbiamo dato ai professori delle scuole medie rappresentino una mezza vittoria. Sono quindici o venti milioni che vengono dai sudori e dal sangue del popolo italiano e se ne abbiamo dati tanti è segno che non se ne poteva dare di più.
Bisogna dire netto l'alt! il professore compie una funzione nella vita nazionale altrettanto delicata di quella che può compiere l'ufficiale in attività di servizio o il magistrato.
Il professore che modella gli spiriti e le coscienze e che può fare degli uomini degli eroi o dei pusillanimi, ha un compito importantissimo nella vita della Nazione. Quindi nello Stato deve essere atomo, non gruppo o associazione.
Ai cantonieri, ferrovieri, ecc., che compiono servizi d'ordine meramente economico, può essere riconosciuto il diritto di associazione; diritto di fatto, perché di legge non può essere.
Voglio fare questa dichiarazione perché domani non venga nuova la notizia che in sede di coordinamene in base all'articolo 23 io applicherò rigidamente questo criterio che ritengo informato alla più pura dottrina del Fascismo italiano.


Roma, 31 dicembre 1925: MUSSOLINI arringa il novello Governatore della nuova Capitale

Il 31 dicembre 1925, in Campidoglio, nella Sala degli Orazi e Curiazi si insediava il primo Governatore di Roma, Sen. Cremonesi. Con l'istituzione del Governatorato dell'Urbe MUSSOLINI dava l'avvio alla creazione della «-grande Roma -». In questa occasione - prima del giuramento prestato dal Sen. Cremonesi nelle mani di S. E. Federzoni, Ministro degli Interni - MUSSOLINI prospettò col presente discorso, al primo Governatore di Roma, la vastità e il valore civile e morale dell'alto compito affidatogli. Con questo discorso in cui MUSSOLINI, attraverso le linee precise d'un vasto programma pratico, riafferma l'ideale di Roma come uno dei caratteri essenziali della civiltà fascista.

Governatore!
Il discorso che ho l'onore e il piacere di rivolgervi sarà di stile, romano, intonato nella sua concisione alla solenne romanità di questa cerimonia.
Rigorosamente esclusa ogni divagazione retorica, il mio discorso consisterà in un elogio per quanto avete fatto e in una precisa consegna per quanto ancora vi resta da fare.
Ricordo che quando nell'aprile 1924 mi faceste l'onore supremo di accogliermi tra i cittadini di Roma, vi dissi che i problemi della capitale si dividevano in due grandi serie: i problemi della necessità e quelli della grandezza. Dopo tre anni di regio commissariato, nessun osservatore obiettivo può contestare che i problemi della necessità sono stati energicamente affrontati e in buona parte risolti. Roma ha già un aspetto diverso. Decine di quartieri sono sorti alla periferia della città che ha lanciato le sue avanguardie di case verso il monte salubre, verso il mare riconsacrato.
I dati sintetici del vostro bilancio triennale eccoli: strade nuove, aumentati mezzi di comunicazione, miglioramento di tutti i servizi pubblici, scuole, parchi, giardini, assistenza sanitaria, organizzazione igienica in difesa della salute del popolo. Nel tempo stesso sono riscattati dal silenzio oblioso i Fori come quello di Augusto, i templi, come quello della Fortuna virile.
Tutto ciò è innegabilmente merito vostro. Tutto ciò si deve alla vostra instancabile fatica e al vostro ardente spirito dì romanità antica e moderna.
Non ci poteva essere soluzione di continuità in questa opera. Ecco perché il Governo ha deciso che voi, dopo essere stato per tre anni regio commissario, foste, vorrei dire per naturale diritto di successione, il primo governatore di Roma. Avete dinanzi a voi un periodo di almeno cinque anni per completare ciò che fu iniziato, e incominciare l'opera maggiore del tempo secondo.
Le mie idee sono chiare, i miei ordini sono precisi e sono certo che diventeranno una realtà concreta. Tra cinque anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo; vasta, ordinata, potente, come fu ai tempi del primo impero di Augusto.
Voi continuerete a liberare il tronco della grande quercia da tutto ciò che ancora la intralcia. Farete dei varchi intorno al teatro Marcello, al Campidoglio, al Pantheon; tutto ciò che vi crebbe attorno nei secoli della decadenza deve scomparire. Entro cinque anni, da Piazza Colonna per un grande varco deve essere visibile la mole del Pantheon. Voi libererete anche dalle costruzioni parassitarie e profane i templi maestosi della Roma cristiana. I monumenti millenari della nostra storia debbono giganteggiare nella necessaria solitudine.
Quindi la terza Roma si dilaterà sopra altri colli, lungo le rive del fiume sacro, sino alle spiaggie del Tirreno.
Voi toglierete la stolta contaminazione tranviaria che ingombra le strade di Roma, ma darete nuovi mezzi di comunicazione alle nuove città che sorgeranno in anello intorno alle città antiche. Un rettilineo che dovrà essere il più lungo e il più largo del mondo porterà l'ansito del mare nostrum da Ostia risorta fino al cuore della città.
Darete case, scuole, bagni, giardini, campi sportivi al popolo fascista che lavora. Voi, ricco di saggezza e di esperienza, governerete la città nello spirito e nella materia, nel passato e nell'avvenire.
Volgono per questa vostra opera i fati specialmente propizi.
Da tre anni Roma è veramente la capitale d'Italia, i municipalismi sono scomparsi. Il Fascismo ha, fra gli altri, questo non ultimo merito, di aver dato moralmente e politicamente la capitale alla Nazione: Roma, oggi altissima nella nuova coscienza della Patria vittoriosa.
Aggiungo che il popolo romano ha dato in questi ultimi anni, specialmente in questo che si conclude oggi, prove ammirabili di ordine e di disciplina. Esso è degno di vivere nella più grande Roma che sorgerà dalla nostra volontà tenace, dall'amore e dal sacrificio concorde e consapevole di tutte le genti d'Italia.
Governatore! Al lavoro senz'altro indugio.
La Patria e il mondo attendono l'avverarsi dell'auspicio, il compiersi della promessa.
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