Giovanni Gentile: il suo assassinio, un sacrificio che non può essere dimenticato.

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Giovanni Gentile: il suo assassinio, un sacrificio che non può essere dimenticato.

Messaggio  Admin il Mar 14 Ott 2014, 22:33


L’assassinio di Gentile, su cui molto è stato scritto e ancora molto resta da scrivere, consacrò, nel mondo di chi non aveva tradito l’Italia, il filosofo che non si era messo da parte, non approdando come altri intellettuali, ai provvidenziali lidi dei partiti dei cosiddetti liberatori.

Da qui il doveroso e commosso ricordo di tanti militanti che si ritrovarono nel Movimento Sociale Italiano, i quali lo trasformarono in una icona.
In realtà, il partito che, come la fenice, era nato dalle ceneri del Fascismo non ebbe tra i suoi aggregati gli allievi di Gentile che preferirono continuare a ricoprire le cattedre universitarie: Ugo Spirito, Vito Fazio-Allmayer, Giuseppe Saitta, Luigi Volpicelli e così via. Parlando del Ventennio facevano rilevare una certa ritrosia.
Alcuni erano espliciti nell’evitare una qualche contaminazione politica che, secondo loro, aveva solo danneggiato la grandezza del pensiero di Giovanni Gentile. Ugo Spirito, da parte sua, aveva preso le distanze dalla vita partitica, giudicando essenzialmente non valido il sistema elettorale, fondato sulla maggioranza e non sulla competenza, e non andava a votare.
D’altra parte, diceva, il limite del Movimento Sociale è nel suo carattere conservatore, mentre il fascismo era stato rivoluzionario. D’altra parte, essere legati a Gentile poteva, anche in termini meramente accademici, costare non poco in un’Italia dove, in sede universitaria era fortissima egemonia dei marxisti. Nel Movimento Sociale, tranne Antonio Fede, sempre fedele alla figura e al pensiero di Gentile, mentre, molte altre figure di rilievo del partito non appartenevano all’ambito attualista gentiliano.

Sicché Gentile era più rispettato ed evocato per il suo sacrificio personale che per il suo pensiero. Con una probabile forzatura, si potrebbe ipotizzare che il Movimento Sociale si riconobbe più nelle generali idealità del Ventennio che nella formulazione che ne aveva espresso Gentile. In realtà le figure di rilievo del partito dettero molto spazio ad un perpetuarsi della guerra civile. Su «il Borghese» e altri giornali si illustrava non solo la critica alla Democrazia Cristiana e al Partito Comunista (come agli altri partiti), ma si segnalavano con puntigliosità coloro che avevano tradito, dimenticando o rinnegando il passato, anzi spesso maledicendolo.

In particolare nella Giovane Italia, si accentuava l’area conservatrice, anzi tradizionalista. Significativa la posizione di Julius Evola, che negli anni Sessanta e Settanta divenne il punto di riferimento di questa organizzazione del Movimento Sociale. Il suo libro “il Fascismo visto dalla Destra” la dice lunga sulla posizione di Evola e sulla sua concezione della tradizione. Ed Evola era dichiaratamente ostile a Gentile, al cui pensiero fu nei primi anni Venti per qualche verso non troppo distante, almeno sino alla stroncatura che del suo idealismo fece Ugo Spirito. Da allora Evola si eclissò durante il Ventennio per riprendere visibilità con i suoi studi, solo con gli anni Cinquanta, restando sempre escluso dall’ambito universitario.
In realtà, all’interno del Movimento Sociale il mutamento cominciò a verificarsi negli anni Settanta quando il Presidente dell’Istituto di Studi Corporativi, Gaetano Rasi, cominciò a frequentare Spirito. Alla scomparsa di questi (1979), la vedova, la Signora Gianna, consegnò la biblioteca del filosofo e tutte le sue carte a Rasi. L’Istituto di Studi Corporativi si trasformò nella Fondazione Ugo Spirito (1981) e lo storico Renzo De Felice ne divenne il Presidente. Tra il mondo politico rappresentato dal Movimento Sociale Italiano e quello dell’Università, dopo i sommovimenti sessantottini, il ponte era ormai gettato. Il Sessantotto, invero, aveva registrato la presenza di editori coraggiosi, come Volpe, e la presenza di studiosi al di là di Evola, come il marxista Armando Plebe che aveva aderito al Movimento Sociale per ricoprire cariche pubbliche, ma il rapporto resto più su un piano politico che accademico in senso stretto.
Sciolto il Movimento Sociale Italiano, spetta ad ogni Fascista ricordare Giovanni Gentile, non il filosofo tout court, ma il Gentile filosofo, teorico del Fascismo, è evidente, che per un attualista la separazione tra le due dimensioni non ha senso. È indubbio che egli godeva di un rapporto privilegiato con Mussolini, da premetegli di scrivere, a sua firma, la prima parte della voce Fascismo (Dottrina. Idee fondamentali) dell’Enciclopedia Italiana, (vol. XIV, 1932), e redigere il Manifesto degli intellettuali fascisti, opere che lo resero inequivocabilmente un pensatore di rilievo nel Fascismo. Questo provocò forti resistenze in tutti i Fascisti che non si riconoscevano nell’attualismo vedendolo nelle istituzioni un punto di riferimento ingombrante. Inoltre, dal 1929 (il Concordato) Gentile con suo attualismo ostacolo i cattolici fascisti, tendenti a sostituire la neoscolastica al neoidealismo come espressione egemone della filosofia italiana.

Ricordando che, la figura di Gentile fu in vario modo osteggiata da diversi e potenti fascisti, specie da quelli che difendevano e sostenevano, contro lo stesso Mussolini, il liberalismo. I quali giunsero a ritenere due dei suoi più brillanti allievi, Ugo Spirito e Arnaldo Volpicelli, con il loro corporativismo e soprattutto Spirito con la tesi della corporazione proprietaria dei comunisteggianti.

Si può pertanto affermare che Giovanni Gentile all’interno del fascismo ricoprì ruoli di primo piano, ma non gli mancarono opposizioni nè in ambito accademico che in ambito politico. Alla fine degli anni Trenta Gentile, pur conservando alcune presidenze di istituti di cultura e l’appoggio di Mussolini, declinò sia per l’ostilità di politici e ministri come De Vecchi sia per l’ascesa di Giuseppe Bottai, sicuramente personalità di alto livello e fautore, attraverso la Carta della Scuola, della prima vera riforma fascista della scuola, essendo, quella Gentile del 1923, una riforma elaborata in anni cronologicamente pre-fascisti.

Tutto questo deve dare a quanti si ritengo gli eredi del Fascismo una peculiarità che altrove non è facile trovare e al tempo stesso la possibilità di una lettura su più piani. Per essere più chiari, vi era nel Fascismo una istanza sociale, di cui fu espressione il corporativismo di Spirito e che si conservò nella dicitura Movimento Sociale, che, pur confermando la meritocrazia e la competenza, escludeva aprioristica ogni scontro di classe.

E ciò era sostanzialmente avallato dall’attualismo di Gentile.

Con una avvertenza però: che l’atto gentiliano non solo inverava il passato, quindi il Risorgimento, quindi la tradizione e così via, ma era fondamentalmente la manifestazione dell’Assoluto e sotto tale aspetto non poteva che avere un carattere etico, anzi religioso. Lo scontro coi cattolici, da questo punto di vista, fu scontro tra due modi di intendere la religione, ambedue all’interno della provenienza cristiana. Ciò condusse il filosofo ad una visione etica della politica che ebbe a teorizzarsi nello Stato etico.

Gentile, nella seconda guerra mondiale non si schierò in prima fila al contrario di quanto aveva fatto durante la prima, quindi arrivò il crollo del fascismo e l’8 settembre. Infine Salò, chiamato da Mussolini, prese posizione e cercò ancora, quale Presidente dell’Accademia d’Italia, di svolgere una politica di pacificazione nazionale che il 15 aprile 1944 gli costò la vita.

Riflettere su tutto questo, in tempi in cui occorre davvero rifondare la vita politica, staccandola dai legacci dell’utile e dell’economico, diventa un aspetto essenziale per la stessa sopravvivenza della civiltà occidentale all’interno della quale gli Italiani hanno svolto da sempre ruoli fondamentali.

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