Berlino: nel 25° anniversario dell’abbattimento, alziamo il muro dei nuovi diritti!

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Berlino: nel 25° anniversario dell’abbattimento, alziamo il muro dei nuovi diritti!

Messaggio  Admin il Sab 08 Nov 2014, 20:32


Il 9 novembre  2014, ricorre il 25°anniversario dell’abbattimento del muro che divideva la città “simbolo” della Germania; Berlino, divisa tra l’Ovest, asservito al capitalismo privato e l’Est asservito al capitalismo di Stato. Due sistemi apparentemente alternativi ma, nei fatti uguali, i due sistemi infatti, avevano lo stesso fine lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nell’Ovest a godere dei frutti del suo sudore era il capitalismo, nell’Est gli alti burocrati. MAI il POPOLO.

E’ per questo che, a partire da quel lontano 9 novembre, molti popoli europei  hanno toccato la soglia della povertà, in particolare questa ha raggiunto un livello  di non ritorno nell’antifascistissima Italia, dove d’allora si sono alternati al governo le coalizioni della sinistra progressista e la destra conservatrice, entrambe infettate dal liberismo.

Il liberismo, - questa potente malattia - dopo il 9 novembre, ha infettato la maggior parte delle nazioni del Mondo. Non dovendosi più confrontare  militarmente ed economicamente con il regime sovietico ormai sconfitto, unitamente al suo sferzante  comunismo. Da subito pretese che cambiassero le regole della produzione e del commercio internazionale, attraverso la globalizzazione del sistema, facendo sì che le multinazionali si arricchissero  ancor più, attraverso la continua delocalizzazioni della produzione a discapito dei poveri del mondo, ai quali restano lunghe giornate di lavoro e pochissime monete nel borsellino.

Per questo noi Fascisti continuiamo imperterriti la lotta contro il liberismo, strumento del demonio, capace di convertire ad esso capitalisti, marxisti, massoni e sionisti.

La nostra è la lotta, di quanti al liberismo preferiscono la libertà, dicendo No  ai liberi mercati, alla libera circolazione del lavoro, dei beni, dei servizi,  e soprattutto dei capitali.
Non accetteremo mai un sistema globale che favorisce chi di capitale ne ha tanto, non certo le Nazioni e i popoli più poveri sempre più sfruttati dai prepotenti del mondo.

Purtroppo l’Oro contro il sangue ha già vinto più volte ma noi non perdiamo la speranza, il nostro progetto contro il liberalismo si chiama compartecipazione alla gestione e agli utili delle aziende attraverso la SOCIALIZZAZIONE, che un giorno – speriamo non molto lontano -  cancellerà dal sistema economico mondiale le multinazionali, restituendo ai Popoli del mondo la Serenità e la Libertà persa da oltre 70anni.

Questo nostro progetto (che descriviamo a seguire), è divenuto esecutivo negli anni della REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA, con alcuni aggiustamenti, si scoprirà ancora più attuale e necessario d’allora ai lavoratori di tutto il mondo.
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LA SOCIALIZZAZIONE FASCISTA

Socializzare significa far partecipare al godimento di un determinato bene quanti concorrono alla sua creazione. Il termine quindi non può prestarsi ad equivoci, benché sia usato ed interpretato genericamente e superficialmente anche da seguaci del marxismo e del liberalismo.
La socializzazione non è un fenomeno socialcomunista né socialdemocratico ma il modo Fascista di intendere il rapporto sociale.

- Nei sistemi comunisti dovrebbe esistere, nelle intenzioni della dottrina, la comunione dei beni economici e dei mezzi di produzione, la eliminazione del capitalismo individuale ed il governo politico della classe operaia.
Viene soppresso quindi violentemente uno dei fattori di produzione, cioè il capitale privato, il comunismo non si preoccupa di mutare la posizione del lavoratore nella società ma solo di convincerlo che il nuovo datore di lavoro non è il “padrone” che accumula i profitti sfruttando la sua fatica, ma il suo Stato, lo Stato dei lavoratori, in realtà il potere politico detiene anche il potere economico esercitato da gruppi di burocrati che a lungo andare riproducono tutte le differenze di casta, giacché inevitabilmente dalle diverse funzioni, dalle diverse responsabilità, dai diversi valori umani nasce anche una differenziata vita economica. Alla fine il comunismo non potendo raggiungere l’eguaglianza delle retribuzioni e dei diritti si risolve in un semplice trasferimento del capitale dalle mani dei privati alle mani dei burocrati dello Stato. Si è potuto constatare che strada facendo il comunismo abbandona anche i consigli di fabbrica, l’autogoverno di classe e la fase insurrezionale per sistemarsi con strutture paternalistiche in una economia pubblica manovrata dalla casta di Stato.    
Quella comunista dunque è statizzazione è non socializzazione, prima di tutto perché, lo Stato si sostituisce al capitalismo privato (anche nei privilegi) e poi perché nel sistema marxista non viene ripudiata l’economia del salario e del lavoro subordinato. Lo Stato sovietico stabilisce come un dogma indiscutibile ed indimostrabile che esso è lo Stato dei lavoratori per poi pagare con la merce il lavoratore e lasciarlo nella posizione di uomo subordinato e condannato a lavorare per vivere. La presunzione che aveva Stalin,  Gomulka, Mao o Tito:  “siano gli stessi lavoratori ad autogovernarsi”, resta nella pura teoretica filosofia, inesistente e indimostrabile nella ferrea realtà della società rigidamente dittatoriale del comunismo.

- Non esiste nemmeno una socializzazione laburista o socialdemocratica. Quella che i laburisti, con un termine improprio  chiamata socializzazione non è altro che una parziale statizzazione cioè una forma mista di economia pubblica e privata determinata dalla nazionalizzazione di alcuni settori economici.
Per accorgersi che l’acqua del mare è salata non occorre berla tutta, basta assaggiarne un sorso. Per accorgerci che la statizzazione è un errore, un fallimento ed un fenomeno di privilegio economico oligarchico, non è necessario che essa sia integrale, cioè sia comunismo basta sperimentarla parzialmente. Essa riproduce in proporzioni ridotte tutti gli errori del sistema comunista, perché affida ai gruppi politici, la direzione, la gestione, l’impiego dei capitali e dei profitti agli Enti nazionalizzatori, mentre i lavoratori restano salariati e regolamentati da un rapporto di lavoro subordinato. Questo sistema risente del vizio comune alla società liberale e alla società marxista. Una errata concezione dello Stato. Si sostiene cioè da parte liberaldemocratica e da parte marxista che l’economia privata sia estranea o addirittura contrapposta allo Stato.

- Invece nel mondo interpretato dalla concezione Fascista, lo Stato è tutto, è cioè l’insieme delle categorie produttive, è il supremo regolatore di ogni attività pubblica e privata. Nel sistema Fascista non ha senso parlare di economia dello Stato contrapposta a quella privata perché ogni attività ed ogni iniziativa, è attività ed iniziativa dello Stato, nel senso che nessun individuo e nessun gruppo può agire per il proprio tornaconto e per un interesse che non  sia coincidente con quello generale. In questo lo Stato Fascista è totalitario (nell’eccezione ideale del termine) mentre quello marxista è solamente dittatoriale.

SOLTANTO IN UNO STATO FASCISTA E’ POSSIBILE ATTUARE LA SOCIALIZZAZIONE

Nel linguaggio corrente e volgare il termine totalitarismo viene contrapposto a quello di democrazia, ma è una comoda terminologia per i partiti “centristi” che strumentalizzano il termine totalitario per una ambivalenza falsa e cretina (ma utile per loro) tra fascismo e comunismo. E’ necessario prima di tutto quindi affermare che la socializzazione Fascista non può essere considerata un semplice provvedimento di riforma, ma un aspetto della rivoluzione del “sistema”, che, attraverso una nuova rappresentanza politica basata sulle categorie produttive e sulla concezione corporativa, abbandona ogni principio egualitario di massa per affermare i valori dello Stato gerarchico; valori nascenti dalla creatività del lavoro, dai meriti differenziati, dalla diversità delle funzioni. Per questa ragione quando da più parti si vuole affermare che la nostra socializzazione è un ritorno del Fascismo alla falsa democrazia, a nostro giudizio si sbaglia perché socializzare non significa attribuire un potere all’uomo in quanto tale ma riconoscergli il comando politico ed economico in quanto oltre ad essere uomo sia anche personalità.
E’ un discorso questo che riprenderemo il altra sede, anche perché taluni hanno creduto di risolvere il problema aggiungendo alla parola democrazia il qualificativo sociale, per sostenere che il Fascismo in sostanza non è la negazione della democrazia ma una sua interpretazione. Noi riteniamo invece che il Fascismo non sia, ne la negazione pura e semplice della democrazia ne una sua interpretazione. Il Fascismo è il suo superamento. Cerchiamo ora di entrare nel vivo del tema della socializzazione che qui ci interessa in modo particolare.
I fattori di produzione sono il lavoro, la tecnica ed il capitale.
Pertanto, i frutti della produzione appartengono prima di tutto al protagonista, cioè il lavoro mentre al suo strumento va una quota relativa al rischio e alla conservazione del potenziale economico da investire. Scompare quindi la figura del capitalista che nel sistema liberale intasca tutti i frutti della produzione e  nel  sistema socialista lungi dallo scomparire, si trasforma in capitalismo di Stato che al pari di quello privato, si assicura anch’esso tutti i frutti della produzione.
La proprietà privata, nella socializzazione non viene soppressa quando è frutto della creazione umana e del risparmio, quando serve ad integrare e a sostenere il lavoro. Lo stato Fascista non riconosce la proprietà quando è fenomeno di parassitismo, di sfruttamento, di passività sociale e morale. Intendiamoci, “la socializzazione è un principio etico che trascende le leggi e le norme programmatiche”.  Queste ultime non sono un vangelo immutabile, sono punti di riferimento interpretabili alla luce di nuovi avvenimenti, di nuove scoperte tecniche e scientifiche, di nuovi fenomeni economici e sociali. D’altra parte già il ministro Tarchi nella illustrazione fatta ai giornali il 20 febbraio 1944 dichiarava fra l’altro:  “ la Socializzazione non è una legge che è fatta per oggi, è fatta per i secoli; per qualche secolo bisogna studiarla e, bisognerà regolarsi”.
Il punto 9° del manifesto di Verona recita: “BASE DELLA REPUBBLICA SOCIALE E SUO OGGETTO PRIMARIO E’ IL LAVORO MANUALE, TECNICO, INTELLETTUALE, IN OGNI SUA MANIFESTAZIONE”.  
Non dunque la generica affermazione dell’attuale costituzione che dice l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, ma l’affermazione del lavoro che sta alla base della R.S.I. come oggetto primario, nella sua articolazione formale e sostanziale. Vi è in questa affermazione la concezione umanistica e gentiliana del lavoro elevato ed elemento creatore di civiltà. Qualcuno potrebbe osservare che anche l’Urss poneva il lavoro alla base della sua società. Vi è pure tra il concetto del manifesto di Verona e quello sovietico una differenza fondamentale. Nel documento della R.S.I. il lavoro è alla sua base perché in esso si manifesta la personalità e l’intelligenza creatrice dello uomo. Nello Stato comunista invece si tratta di una rivalsa di classe, della classe operaia, che vuole conquistare il potere attraverso la vendetta sociale. Il motto “chi non lavora non mangia” non mira a dare al lavoro il riconoscimento spirituale che gli compete, ma a distruggere fisicamente la classe capitalista, esistente in un determinato tempo ed in un determinato luogo. Si tratta di una  contingente storica che si esaurisce nel momento stesso in cui si realizza.    
Il punto 9° del manifesto di Verona, invece, non è un momento storico ma l’affermazione di un valore permanente. La  socializzazione delle imprese quindi è una delle manifestazioni e delle attuazioni del principio etico della socializzazione stessa.
Ma più di un commento, per quanto buono, serve alla spiegazione del principio socializzante quanto lo stesso ministro dell’Economia Corporativa scriveva a Benito Mussolini sulla organizzazione economico-sociale, nonché gli articoli stessi della legge sulla socializzazione, questo è quanto ora esporremo:

L’ORGANIZZAZIONE ECONOMICO–SOCIALE DELLO STATO REPUBBLICANO DEL LAVORO

Relazione presentata al congresso di Verona il 14 novembre 1943

1) una nota divenuta via via dominante nelle discussioni degli ultimi anni sui problemi costituzionali dello Stato Fascista si poneva nel riconoscimento di una insufficienza del sistema corporativo rispetto ai fini che con esso la rivoluzione Fascista si proponeva di raggiungere.
In realtà, posto il paese dinanzi alla prova della guerra, la quale richiedeva l’adeguamento della struttura economica alle sue necessità, l’ordinamento corporativo, sorto per trarre l’economia dell’arbitrio del sistema liberale ad una integrale ed organica disciplina, che fosse però,  AUTODISCIPLINA DELLE STESSE CATEGORIE PRODUTTIVE E NON IMPOSIZIONI DI UN POTERE DEMOCRATICO, ha finito sia per gli ostacoli frapposti da una interessata burocrazia civile e militare sia per la inframmettenza del partito, sia per intrinseche manchevolezze, col limitarsi sempre più a una funzione di generico studio di questioni economiche ed all’esercizio di un potere consultivo, MENTRE LA STESSA DISCLIPLINA DELL’ECONOMIA DI GUERRA VENIVA ASSUNTA IN PIENO DA ORGANI BUROCRATICI, spesso di nuova affrettata creazione, con tutti gli inconvenienti e le insufficienze, di caoticcità,  e di incompetenze che derivano da una regolamentazione puramente burocratica della economia, aggravati da un larvato e talvolta palese ostruzionismo che mirava a distruggere il grande regime Fascista, facendo fallire il sistema. Inoltre, malanno  assai più grave, il sistema corporativo, nato non solo con finalità economiche, non solo cioè, per una disciplina puramente tecnica della produzione e della distribuzione, ma come sistema politico, destinato a superare il contrasto delle categorie produttrici ed a portare nella vita dello Stato l’eco degli interessi, dei bisogni, della volontà di queste,  A RENDERE SOPRATTUTTO, IL LAVORO NON PIU’ L’OGGETTO, MA IL SOGGETTO DELL’ECONOMIA, A FARE, QUINDI, DELLO STATO UN ORGANISMO INTERAMENTE COMPRENSIVO E RAPPRESENTATIVO DI TUTTE LE FORZE IN ESSO AGITATISI E CHE IN ESSO CONVERGEVANO, IN PIENA COLLABORAZIONE, veniva meno allo scopo anche su questo piano, alla sua funzione, perdendo ogni capacità rappresentativa e politica.
Naturalmente i due fenomeni di insufficienza non sono; in realtà che due aspetti di uno stesso fenomeno; di cui quello politico ha valore causale rispetto a quello economico, in quanto è certo che gli organi corporativi non hanno saputo o potuto assolvere alla loro funzione economica in quanto è venuto a mancare loro la vitalità e la comprensione politica.

2) Ora, volendo individuare i motivi dalla intrinseca insufficienza del corporativismo nella prima fase della sua attuazione, si può dire che  uno di essi risiede senza dubbio in una generale concezione politica posta alla base del sistema; partendo dalla negazione del marxismo, il corporativismo Fascista era anche portato, inevitabilmente per reazione, politica a negare quella nozione di lotta di classe che costituisce uno dei fondamenti della filosofia politica marxista, addirittura, a disconoscere la stessa consistenza della nozione di “classe”, sostituendovi un concetto di “categoria”  economica che è concetto PURAMENTE GIURIDICO-FORMALE. In tal modo sembrava impossibile considerare ogni contrasto delle categorie come un contrasto giuridico risolvibile per intero su un piano giuridico, attraverso un meccanismo di mezzi giuridici: i sindacati ordinati pariteticamente, la magistratura del lavoro, le corporazioni. E si poteva affermare che ogni contrasto trovava in tal modo nello Stato l’arbitrio ed il compositore.
Ma non ci si rendeva sufficiente conto CHE DIETRO LE CATEGORIE GIURIDICHE ESISTONO REALI CONTRASTI DI FORZE ECONOMICHE E POLITICHE, I QUALI NON POSSONO ESSERE D’UN TRATTO ELIMINATE DALLA FORMALE PARIFICAZIONE DELLE CLASSI. Non basta concedere una formale parità giuridica a lavoratori, tecnici e capitalisti; E’  NECESSARIO CHE LA MAGGIORE FORZA DELLE CLASSI IMPRENDITRICI trovi sostanzialmente l’equilibrio nei confronti delle altre: in sostanza, una riduzione di potere in favore di una sentita, effettiva collaborazione di classe, in quella trova il perché di essere nell’equilibrio di interessi. Né lo Stato può effettivamente assolvere un compito di mediazione e di composizione, POICHE’ ESSO NON E’, NEGLI ORGANI CHE GLI DANNO VITA, SE NON LA ESPRESSIONE DI QUELLE STESSE FORZE CHE IN ESSO VIVOMO E CHE IN UN DATO MOMENTO ED ORDINAMENTO PREDOMINANO: se non esiste predominio ma logico proporzionato equilibrio, di interessi, lo Stato è perfetto. illusoria quindi la concezione del corporativismo come semplice mezzo giuridico di superamento dei contrasti di classe. E’ necessario riconoscere invece, CHE LE CLASSI HANNO UNA LORO FISIONOMIA, UNA LORO REALTA’ ED UNA LORO FORZA ECONOMICA, e che il loro contrasto non può, almeno nell’attuale momento storico, risolversi su di un piano esclusivamente giuridico. Ed è necessario di conseguenza, CHE LO STATO ASSUMA UNA DECISA POSIZIONE DEL CONTRASTO, PER AVVIARLO, NELLA SOSTANZA, E NON SOLO NELLA FORMA, AD UNA SOLUZIONE, ONDE REALIZZARE UNA EFFETTIVA GIUSTIZIA SOCIALE RENDENDONE CONVINTE E CONSAPEVOLI LE FORZE CHE LO CONPONGONO.
Un altro motivo dell’insufficienza della struttura corporativa può essere individuato in un fatto di natura tecnica. La corporazione, organo dello Stato, per potere assolvere la  sua funzione avrebbe dovuto vivere di un costante legame con le categorie produttrici, in  modo da poter portare nello Stato la voce degli interessi e della volontà dei cittadini nella loro veste di produttori.
Nelle leggi istituzionali del sistema corporativo questa finalità era raggiunta attraverso le organizzazioni sindacali; le quali essendo ordinate con sistema elettivo dei rappresentanti destinati dai singoli sindacati, nelle corporazioni, dovevano assicurare a questo una struttura ed una funzione rappresentativa. Il sindacato da vita alla corporazione e da questa la riceve.
Ma questo ordinamento  RIMASE NELLA PRATICA IN GRAN PARTE INATTUATO e la corporazione si trasformò in un organo di natura pressoché burocratico formato con nomine dall’alto, indicate, anzi ordinate dal partito, dal quale in definitiva dipendeva la nomina dei dirigenti sindacali delle varie confederazioni.
E’ facile vedere come questo fenomeno tecnico non sia stato in realtà che il riflesso di un fenomeno politico, LA CONSEGUENZA A CIO: lL PREVALERE DI INTERESSI CONTRARI, ED UNA EFFICACE E FECONDA ATTIVITA’ DELLE CORPORAZIONI: si comprendeva troppo bene, che chi aveva interessi al mantenimento dei propri privilegi di classe non poteva auspicare una corporazione funzionante, nella quale avessero avuto voce effettiva gli interessi e la volontà anche delle classi lavoratrici, che avrebbero portato senza fallo alla attenuazione delle posizioni di privilegio della classe capitalistica dominante dando allo Stato, attraverso i suoi organi corporativi. LA CAPACITA’ DI INTENDERE E DI FAR VALERE GLI INTERESSI DI TUTTE LE FORZE PRODUTTIVE, o ponendo tutta la politica economica in generale dello Stato stesso sul piano di una valutazione e di una affermazione di questi interessi, che sarebbero veramente divenuti gli interessi di tutti i cittadini produttivi.
E’ CHIARO PERCIO’ COME IN ULTIMA ANALISI TUTTO IL FENOMINO CI RICONDUCA AL SUO ASPETTO POLITICO E COME SOTTO QUESTO ASPETTO DEBBA ESSERE STUDIATO TRAENDONE LE OPPORTUNE CONSEGUENZE.

3) Quale sia stato il risultato della insufficienza del sistema corporativo è stato glà detto sopra ed è del resto troppo noto perché sia necessario insistervi. Resi gli organi corporativi insufficienti alla loro funzione, si è avuta nello Stato una onnipotenza nella burocrazia, divenuta strumento di interessi particolaristici contrari all’affermarsi del Fascismo come idea e non come dittatura, non solo in Italia, ma nel mondo. Nel campo specifico della politica economica, poi, la direzione ed i controlli resi necessari dalla situazione generale dell’economia nazionale ed internazionale nonché dalle particolari esigenze di guerra, invece di essere organici ed integrali nell’attuazione delle esigenze della struttura economica del Paese, espresse dalle stesse categorie produttrici e da tutte le categorie produttrici, si sono attuati di fronte alla resistenza burocratica, frammentariamente, caoticamente, secondo necessità contingenti e necessariamente secondo una forma di imposizione dall’alto, espressa da enti ed organi pletorici a struttura burocratica, spesso incompetenti o comunque non sufficientemente a conoscenza delle esigenze dell’attività produttiva.
MA QUALE CONSEGUENZA PUO’ TRARSI DA QUESTA ESPERIENZA?
Quella di un ritorno ad una struttura economica a carattere liberalistico, fondata sull’arbitrario giuoco delle forze economiche in un libero mercato, è certamente illusoria ed assurda nella situazione generale dell’economia mondiale, tutta indirizzata ad una disciplina programmatica, e nelle particolari perduranti esigenze della guerra; oltre ad essere antistorica, IN QUANTO UNA STRUTTURA POLITICA ED ECONOMICA SUPERATA ORMAI DALLO SVILUPPO E DAL POTENZIALE DI FORZE POLITICHE NUOVE, che hanno dimostrato con la loro stessa esistenza, il fallimento del precedente sistema, non può essere ripristinato per semplice volontà umana.
SUSSISTE QUINDI LA NECESSITA’ DI UNA ORGANIZZAZIONE ECONOMICAPROGRAMMATICA E DI UNA ORGANIZZAZIONE ECONOMICA POLITICO-SOCIALE CHE DIA ESPRESSIONE ALLE FORZE DELLA NUOVA SOCIETA’, EFFICIENZA AD UN EFFETTIVO “STATO DEL LAVORO” che si vuole realizzare, nel quale la personalità umana e l’iniziativa individuale possano dimostrare il loro valore.

4) In verità numerose prevenzioni sussistono contro l’idea di una organizzazione economica, programmatica, e tale previsione è logica in quanto non si sa cosa dovrebbe essere e chi lo dovrebbe formare (lo Stato corporativo) o meglio lo Stato del Lavoro.
Infatti si parla delle difficoltà di coordinamento di misure che i vari uffici statali di pianificazione e di controllo debbono superare per la disciplina dell’economia; si lamenta l’ingigantirsi dell’apparato burocratico; si osserva che le misure di controllo e di disciplina dell’economia costituiscono una violazione della libertà individuale e coincide al soffocamento dello spirito di iniziativa attraverso l’abitudine del comando dall’alto, nonché a perdita di tempo per lo svolgimento delle pratiche burocratiche e ad un aumento degli abusi e delle frodi contro il sistema dei controlli che generano un senso di sfiducia in chi sente venir meno la libertà di scelta e di direzione della propria attività. Si osserva inoltre, logicamente, che una disciplina programmata dell’economia, attuata da organi che sono al di fuori del processo produttivo, non può andare incontro che a contraddizioni (come nell’Unione Sovietica –N.dr), in conseguenza, mutamenti di indirizzo oppure ad un eccessivo irrigidimento del sistema economico.
MA IN GRAN PARTE QUESTA OBIEZIONE AD UN SISTEMA DI ORGANIZZAZIONE ECONOMICA PROGRAMMATICA NON INTACCANO LA SOSTANZA DI TALE SISTEMA: DEVONO CONSIGLIARE UNA ORGANIZZAZIONE IL PIU’  POSSIBILE snella ed il meno possibile burocratica e macchinosa, cioè antistatale, onde evitare l’eccessivo sviluppo di apparato burocratico. Ma, per il resto, da un lato esse prospettano inconvenienti che sono propri, ed in misura, anzi, molto maggiore dall’economia liberale: cosi quando si è parlato di provvedimenti contraddittori, di pentimenti, di oscillazioni, nelle direttive dei programmi economici, quando si osserva che determinati indirizzi di questi possono danneggiare alcuni settori della produzione o alcune parti del paese, non si individuano difetti peculiari di un sistema di economia programmata, poiché gli stessi effetti in forma molto più grave e, quel che è peggio, più caotica, sono prodotti proprio dal libero gioco delle forze economiche in una economia controllata da uno Stato che sia espressione delle stesse forze economiche, di tutte queste forze, per cui sarà da lamentare, semmai che la programmaticità di un sistema economico non sia giunta ancora a tale grado di perfezione da riuscire ad eliminare il più possibile il risultato di una libera ed ancora univoca azione di alcune forze economiche, quali che siano nel gioco predominante.        
Per un altro lato, occorre tener presente che le obiezioni ad una organizzazione economica o che dir si voglia programmata, muovono in genere dalla visione di un controllo puramente burocratico dell’economia, e questo preconcetto GIUSTIFICA l’accusa di soffocamento della iniziativa individuale, di attentato alla libertà, di creazione di un senso di sfiducia come conseguenza dell’impossibilità di soddisfacimento di esigenze individuali, e della libera iniziativa nella scelta di lavoro ecc.; ma anche queste accuse potrebbero, almeno in parte, essere mosse alla stessa economia libera, nel cui quadro, pur essendo teoricamente sempre possibile, ad esempio, la libera circolazione delle forze del lavoro da una ad un’altra occupazione più remunerata o da un mercato all’altro, in pratica tale possibilità viene molto diminuita se non annullata, da mille ostacoli che rendono molto più libera di quanto non si postuli in teoria la circolazione dei fattori economici, sicché in definitiva, la libertà economica, in un sistema liberalistico a base essenzialmente capitalistica, rimane limitata ad un ambito molto ristretto di privilegiati.

E POI RESTA DA CHIEDERSI PERCHE’ UNA ECONOMIA ORGANIZZATA E QUINDI PROGRAMMATICA DEBBA ESSERE NECESSARIAMENTE UNA ECONOMIA BUROCRATICA

E se al contrario, non debba tendere, quanto una economia liberalista, VERSO UNA LIBERTA’ DELLE FORZE PRODUTTIVE; se, in altri termini, in una simile organizzazione economica, l’apparato burocratico non possa essere SEMPLICEMENTE UN MEZZO, UNO STRUMENTO, come è del resto, per ogni azienda privata, MENTRE IL PROGRAMMA ECONOMICO, LUNGI DALL’ESSERE IMPOSTO DALL’ESTERNO O DALL’ALTO, SCATURISCA DAL SENO STESSO DELL’ORGANIZZAZIONE PRODUTTIVA; SE INSOMMA, UNA ECONOMIA PROGRAMMATICA NON POSSA REALIZZARE L’ESTENSIONE DELLA DISCIPLINA DELLA PRODUZIONE E DELLA DISTRIBUZIONE DALL’AMBITO INDIVIDUALE E PARTICOLARISTICO, PROPRIO DELL’ECONOMIA LIBERALISTICA, AD UN PIU’ VASTO AMBITO NAZIONALE ED INTERNAZIONALE,  cui necessariamente devono e dovranno rendere la evoluzione ed il progresso, sicché, mentre in un sistema economico liberale l’individuo, o la singola azienda, determina il proprio programma produttivo, in una economia regolata, il programma che nasce da tali basi diventa nazionale e poi internazionale, senza per questo trascurare e tanto meno soffocare le tendenze e le esigenze delle singole unità produttive, vale a dire dell’iniziativa privata, assicurandone anzi, attraverso un opportuno meccanismo, inserzioni nel quadro del vasto programma, oggi nazionale domani internazionale.

QUESTA META’ PUO’ ESSERE ADDITATA COME PROPRIA DI UNA ECONOMIA PROGRAMMATIVA  (meglio che controllata, onde escludere con l’appropriata scelta del termine ogni idea di soffocamento dall’alto) A BASE CORPORATIVA,  quale avrebbe dovuto, e vuole essere l’economia corporativa, anche nella fase attuale in cui, tenendo conto della esperienza in parte negativa, ma per ciò non meno preziosa, dalla precedente fase, NON CESSA DI TENDERE AD UNA LIBERA ED ARMONICA COMPOSIZIONE DI FORZE ECONOMICHE IN UN COMPLESSO SISTEMA NAZIONALE, OGGI, ED INTERNAZIONALE FORSE, DOMANI.

5) Ciò posto sembra si possa affermare che UNA ECONOMIA PROGRAMMATIVA DEVE  RISPONDERE, NELLA SUA PRATICA ORGANIZZAZIONE ED ATTUAZIONE AI SEGUENTI PRINCIPI:
A) il programma e l’indirizzo economico nascono dall’incontro delle libere volontà e degli interessi degli stessi fattori della produzione, non dall’opera di organi burocratici, che dopo essere stati convenientemente epurati e selezionati, non dovranno, tuttavia avere nel sistema altro compito che quello di raccolta e studio degli elementi necessari per lo sviluppo del programma, nonché per la diligente e precisa esecuzione e facilitazione di questo.
B) IL PROGRAMMA DEVE RISPONDERE NON AD INTERESSI PARTICOLARISICI, E SOPRATTUTTO AD INTERESSI DI CLASSE, MA ALL’INTERESSE DI TUTTE LE CLASSI in relazione al loro apporto al processo produttivo quindi all’INTERESSE COLLETTIVO, CHE E’  QUELLO DELLA COLLETTIVITA’ NAZIONALE; tale interesse potrà concretarsi, volta a volta, in un maximum edonistico collettivo, e quindi in un massimo di produzione, atto ad incrementare la produttività, di fronte a particolari esigenze politiche, nel sacrificio di questo maxumun edonistico a necessità di ordine superiore, che possano imporre la limitazione di determinate produzioni a favore di altre e di consumi o la loro trasformazione; ciò che importa è che il giudizio di convenienza sull’uno o sull’altro indirizzo scaturisca non da interessi particolaristici e di classe, ma del reale e correttamente interpretato ed equilibrato interesse generale, che conduce all’aumento del reddito.

6) SI TRATTA DI VEDERE ORA, ATTRAVERSO QUALE SISTEMA SIA POSSIBILE IL RAGGIUNGIMENTO DI QUESTE FINALITA’.
Le considerazioni svolte più sopra circa la causa del fallimento della prima fase dell’esperienza corporativa, convincono che lo Stato deve preoccuparsi di arrestare in questa situazione lo smantellamento e difendere i suoi complessi industriali (minacciati dai tedeschi) consentire la partecipazione dei lavoratori alla conoscenza ed alla responsabilità del processo produttivo ed assicurare l’armonia delle forze produttive stesse, in un sistema che determini non posizioni di predominio politico ed economico, ma equa partecipazione al reddito dell’intero organismo economico della nazione, delle forze stesse, quale benessere che determina la dinamica. Perciò NEL CAMPO INDUSTRIALE, le poche imprese che siano da considerarsi chiave per tutte le altre industrie, di importanza vitale per la vita della Nazione, e che siano ESSENZIALI DELLA INDIPENDENZA ECONOMICA di tutta l’attività produttiva, compresa quella volta ai fini della preparazione bellica COME AD ESEMPIO ED IN SOMMO GRADO QUELLA DELL’ENERGIA, DEVONO ESSERE SOTTRATTE AL POTERE DEL CAPITALISMO PRIVATO E DIVENIRE AZIENDE FINANZIATE DALLA COLLETTIVITA’, E DA QUESTA GESTITE E CONTROLLATE, ATTRAVERSO GLI ESPONENTI DELLE FORZE PRODUTTIVE: OPERAI, IMPIEGATI E TECNICI.
Una diversa soluzione non sembra possibile: in particolare non sembra possibile ed è assurdo attribuire direttamente agli operai, vale a dire ad una classe, la proprietà di tali imprese nelle quali dimensioni, problemi di finanziamento e di organizzazione, e soprattutto problemi tecnici della produzione, trascendono le possibilità organizzative di singole comunità operaie.
Ma l’ordinamento delle poche indispensabili aziende nazionali, dovrà essere tale da assicurare, si, da un lato il controllo da parte del potere pubblico, ma dall’altro l’ATTIVA  E LA PARTECIPAZIONE DI TUTTE LE FORZE PRODUTTIVE, ALLA LORO GESTIONE, IN QUANTO DA TALE GESTIONE DIPENDE LA LORO PRODUTTIVITA’.
E perciò, i pincipii di tale ordinamento dovrebbero essere, in sintesi, i seguenti

A) Capitale obbligatorio, fornito attraverso l’istituto mobiliare italiano, opportunamente modificato nella struttura e posto in grado di funzionare come un unico istituto di finanziamento, gestione e partecipazione azionaria.

B) Amministrazione e gestione affidate ai rappresentanti dei lavoratori dell’aziende, (operai, impiegati, dirigenti)  attraverso un consiglio di amministrazione; formato da membri eletti, in numero adeguato alla potenzialità dell’azienda, dagli operai, dagli impiegati, dai dirigenti espressi dalle rispettive organizzazioni cioè dalle confederazioni sindacali.
Questo consiglio di amministrazione avrebbe il compito;
- di determinare il piano economico produttivo di tali aziende nel piano del quadro economico nazionale, fissato, come si dirà appresso, da competenti organi dello Stato;
- di controllare l’attuazione del piano stesso attraverso l’attività produttiva dell’azienda;
- di compilare i bilanci e di ripartirne gli utili i quali, per la parte eccedente la copertura dei costi di produzione e della partecipazione dei lavoratori, verrebbero assorbiti dall’istituto finanziatore, per essere destinati come riserva in avvenire, sia ad altre aziende;
- di disciplinare i rapporti di lavoro nel quadro dell’azienda, stipulare i contratti collettivi e individuali, assumere e licenziare gli operai.

C) Presidenza affidata ad un uomo di provata capacità amministrativa e organizzativa.

D) Direzione dell’azienda affidata ad un uomo di indiscusse capacità tecniche.

Eliminata così l’influenza del capitale privato, dagli organi produttivi, vediamo quale sarebbe la posizione delle aziende private.
La struttura di queste dovrebbe adeguarsi, NEL TEMPO E COL NECESSARIO GRADUALISMO, alle nuove esigenze sociali, e SEMPRECHE’ SIA RAGGIUNTO NEL TEMPO UN ADEGUATO LIVELLO ECONOMICO GENERALE ED UN ALTRETTANTO ADEGUATO LIVELLO SOCIALE; la loro organizzazione dovrebbe rispondere ai seguenti principii:
A) Attiva partecipazione dei lavoratori e dei tecnici, cioè di tutte le forze del lavoro, alla conoscenza e alla responsabilità del processo produttivo, IN MODO CHE L’IMPRESA DA CENTRO DI LOTTA DI CLASSE IN CONTRASTO, DIVENGA NUCLEO DELLE FORZE PRODUTTIVE IN PIENA COLLABORAZIONE SOCIALE.
B) La loro attività si svolgerebbe nel quadro di un POGRAMMA ECONOMICO NAZIONALE, e non quindi, in condizioni di arbitrio, programma tendente ad un più elevato livello tecnico ed economico in generale.
C) Gli utili della loro gestione dovrebbero essere ripartiti dal Consiglio di amministrazione, in modo che oltre a riservare al capitale privato il giusto profitto, le riserve ecc; venga riversato anche fra i lavoratori un equo compenso quale integrazione di salario, stipendio o competenze in rapporto all’aumento di produzione e rendimento con aliquote opportunamente differenziate, in modo da non distruggere, ma dilatare equamente la proprietà privata a tutte le forze del lavoro.

AZIENDE NAZIONALI E AZIENDE A CAPITALE PRIVATO, FORMEREBBERO COSI’ L’INTERA STRUTTURA PRODUTTIVA INDUSTRIALE, PILASTRI DAI QUALI SCATURISCE L’ORIENTAMENTO  DEI PROGRAMMI PRODUTTIVI.

Così deve essere orientata e disciplinata l’economia ai fini produttivi.
Il controllo del lavoro e della produzione, svolto come sopra indicato, attua di fatto l’adesione delle forze produttive ad un sistema sociale, e realizza altresì, sul piano della distribuzione del reddito l’effettiva compartecipazione agli utili della azienda, integrando il contratto collettivo (creatura del Fascismo, oggi ipocritamente ripresa dalle organizzazioni sindacali rosse e fatte vessillo di battaglia dei vari “Autunni caldi” , N.dr)
Nel campo agricolo, che qui si tocca solo per dare compiutezza al quadro, senza entrare nei particolari della sua organizzazione, esclusa l’opportunità di grandi aziende di stato, il problema della nuova struttura produttiva si risolverebbe CON LA ELIMINAZIONE DEI SUPERSTITI LATIFONDI, ed una redistribuzione della terra che li forma, intesa ad eliminare il bracciantato e ad estendere e a consolidare di più la media proprietà che la piccola proprietà. Il problema del resto, tranne che in alcune regioni dell’Italia meridionali e particolarmente in Sicilia, non può dirsi acuto, né sembra richiedere soluzioni comunistiche, che non risponderebbero né alle esigenze sociali né a quelle produttive dell’agricoltura Italiana, che è e deve rimanere ispirata alla più stretta collaborazione fra il contadino e il proprietario.
S’intende d’altra parte che, pur restando questa fondata sulla proprietà e sulla iniziativa privata, cioè sulla mezzadria, svolgerebbe la sua attività anch’essa nel quadro del generale programma economico razionalizzando e rimodernizzando i sistemi culturali, con i moderni attrezzi, l’aumento della superficie coltivata e dalle rese, la fertilizzazione, le case razionali che diano la serenità e il conforto ai lavoratori.

7) ESAMINATI gli elementi strutturali della nuova economia italiana, RICONOSCIUTA la necessità di una graduale evoluzione CHE SENZA RINNEGARE O DISTRUGERE LA PERSONALITA’ DELL’INDIVIDUO, LA SUA LIBERA INIZIATIVA E LA SUA PROPRIETA’, RICONOSCUITO ALTRESI’ CHE LA ORGANIZZAZIONE ECONOMICA NON DEVE ESSERE IMPOSTA DALL’ALTO MA NASCERE DALLE STESSE ESIGENZE DELL’ORGANISMO ECONOMICO, SI TRATTA ORA DI VEDERE ATTRAVERSO QUALE MECCANISMO LA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA PRODUTTIVA POSSA NASCERE ED ATTUARSI.

Abbiamo visto che nelle singole aziende debba sussistere la partecipazione delle forze del lavoro al reddito, alle conoscenze ed alla responsabilità del processo produttivo, in  modo che l’impresa da centro di lotta di classe e di forze sociali in contrasto, divenga nucleo di collaborazione delle forze produttive che concorra a determinare l’attività generale dell’intera economia della nazione.
UN PRIMO ELEMENTO DELL’ORGANIZZAZIONE ECONOMICA e quindi del programma produttivo di ogni singola azienda DEVE SCATURIRE DA QUESTA PARTECIPAZIONE E COLLABORAZIONE DELLE FORZE PRODUTTIVE, A COMINCIARE DALL’AZIENDA STESSA.

E’ DALL’AZIENDA CHE NASCE LA BASE DELLA CONCEZIONE CORPORATIVA.  

Si può poi concepire un organismo, che, basandosi sulla circoscrizione territoriale che verrà adottata nel nuovo Stato (regioni e provincia) fornisca, nell’ambito di questa. La possibilità di rappresentanza dei lavoratori e delle esigenze produttive delle aziende comprese nel territorio.
Nello stesso nodo, sul piano nazionale, si possono concepire organi centrali (Corporazioni e Consiglio Nazionale delle Corporazioni e Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro che dir si voglia) i quali soddisfino le stesse esigenze di rappresentanza degli interessi della produzione sul piano nazionale.
Tutti questi organi dovranno essere veramente elettivi, per svitare ogni pericolosa frattura fra essi e l’organismo economico che devono rappresentare: elettivo, come s’è già detto, le forze produttive delle varie categorie dell’azienda; l’organo provinciale o regionale che sarebbe del resto, l’attuale Consiglio provinciale dell’Economia Corporativa, opportunamente modificato nella sua struttura e nelle sue funzioni, potrebbe essere formato dai rappresentanti delle organizzazioni sindacali veramente eletti dai rappresentanti delle forze produttive; con lo stesso criterio verrebbero formate le corporazioni, che dovrebbero essere non eccessivamente numerose, distinte per grandi rami della produzione e, che, riunite darebbero vita al consiglio delle corporazioni, cioè al vero Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro ORGANO NECESSARIO PER COLLEGARE LE CORPORAZIONI CONCEPITE PER SINGOLI RAMI DELLA PRODUZIONE,  e dar vita ad un organismo nel quale avessero voce i bisogni complessivi di tutta la economia nazionale.
In questo quadro nel ministero dell’economia corporativa gli organi centrali e locali a carattere tecnico ed a  struttura burocratica, rappresentano, come si è già detto, organi puramente tecnici ai quali sarebbe affidata la raccolta e l’elaborazione dei dati necessari per la compilazione di un piano economico nonché il controllo dell’attuazione del piano stesso, ma, le funzioni di decisione e di determinazione delle direttive di esso, dovrebbero essere attuate dal ministro solo dopo le decisioni del consiglio nazionale delle corporazioni.
Il meccanismo di formazione del piano può essere quindi così schematicamente rappresentato:
A) le corporazioni elaborano un programma di massima nazionale per i vari rami della produzione;
B) tale piano viene inviato per lo studio dei particolari da attuazione, ai consigli locali dell’economia corporativa ed alle singole aziende;
C) sulla base del piano nazionale vengono studiati e determinati piani provinciali ed aziendali che costituiscono parti, via via più precise e minuziose, del programma unitario;
D) i programmi aziendali vengono sottoposti ai consigli dell’economia corporativa per essere armonizzati nel quadro del piano territoriale (provinciale e regionale); i piani territoriali (provinciale o regionale). Ai piani territoriali, si giungerebbe, prima, a loro volta, vengono sottoposti alle approvazioni del consiglio Nazionale della Economia e del lavoro per essere armonizzato nel quadro del programma nazionale.
In tal modo partendo da una direttiva di massima di carattere nazionale, la quale. peraltro, essendo formulata da organi corporativi a base rappresentativa costituisce già un programma scaturente dalla conoscenza dei bisogni dell’organismo produttivo, si giungerebbe, prima, alla formulazione di piani particolari riflettenti le esigenze di singoli settori territoriali e di singole unità produttive aziendali, infine, con un ritorno di questi piani particolari dal basso verso l’alto agli organi centrali, alla armonizzazione dei piani particolari nel quadro di un unico e definitivo piano economico nazionale.

otto) E’ ovvio che il piano economico debba essere integrato da un piano finanziario il quale non solo deve assicurare preventivamente i mezzi per l’attuazione del programma economico, ma deve essere formulato secondo una visione preventivamente vasta, e che lasci la più ampia possibilità di sussistere alle iniziative private attraverso la normale dinamica del Credito Bancario.
La compilazione di tale piano e la determinazione dei mezzi più adatti per il finanziamento dell’attività produttiva nei singoli rami della produzione Nazionale, dovrebbero essere affidate dal Ministero  delle Finanze allo stesso Istituto Mobiliare Italiano, incaricato, come s’è detto sopra, del finanziamento e del controllo della industria italiana finanziaria. L’ordinamento di questo istituto dovrebbe essere perfezionato, in modo da assicurare, anche in questo campo, un piano formulato non da un organismo burocratico estraneo ai bisogni della produzione nazionalizzata o finanziato, ma commisurato alle esigenze e dalle possibilità di tali organismi produttivi.
Si è già detto infatti che l’istituto finanziatore nominerebbe i dirigenti delle aziende nazionalizzate ed avrebbe, come ovvio, il suo controllo nelle aziende parzialmente finanziate.
I piani finanziari studiati dall’istituto verrebbero tuttavia sottoposti poi alle Corporazioni e dal Consiglio Nazionale delle Economie del  Lavoro, armonizzate con i singoli piani produttivi e con i piani economici generali ed approvati o meno.
I  mezzi finanziari di cui l’istituto si servirebbe per assolvere il suo compito sarebbero costituiti, a parte le dotazioni iniziali di capitali e le assegnazioni che potrebbero venir fatte ulteriormente dallo Stato, in primo luogo ed in più importante parte dagli utili delle aziende nazionalizzate, i quali, per la parte eccedente verrebbero assorbiti dall’Istituto finanziatore e da questo distribuiti nel finanziamento di tutto l’organismo industriale del paese.
Ma l’istituto continuerebbe a rinchiudere e ad impegnare altresì il risparmio privato alla ricerca d’investimenti a lungo o medio termine necessari alla vita industriale della Nazione.

9) un ultimo punto da considerare è quello della struttura e della funzione degli organismi sindacali nel quadro della nuova organizzazione economica di cui si siano tracciate le linee.
Per quanto riguarda la struttura, non riteniamo che una volta attuata la nuova organizzazione economica, l’esistenza dei sindacati padronali, tecnici e sindacati operai debba ancora sussistere. Se in realtà l’imprenditore capitalista nel senso attuale del termine, soggetto di interessi contrari a quelli della classe lavoratrice, viene ad essere posto su un piano differente, così come il tecnico ed il lavoratore, tuttavia la propria rappresentanza è necessaria perché la loro posizione, che si identifica in quella di tecnici dirigenti dell’azienda, differisce da quella del sindacato di tecnici inquadrato in una apposita confederazione della tecnica e delle arti, in quanto oggi rimangono i rappresentanti della proprietà privata, ossia del capitale anonimo o no.
L’organizzazione sindacale non può ne deve essere altro la tutelatrice degli interessi delle categorie attuata soprattutto attraverso la tutela dei rapporti contrattuali di lavoro, poiché un rapporto contrattale sussisterebbe anche nella nuova organizzazione economico-sociale, fra i lavoratori manuali ed intellettuali e dirigenti da un lato, e le singole aziende nazionalizzate, finanziate, private dallo altro. Al sindacati dei lavoratori verrebbe conservato il compito della stipulazione dei contratti collettivi di lavoro, sia con le singole aziende sia con gruppi di aziende, determinate secondo i casi, su base territoriale o per identità o per affinità dell’attività produttiva.
Si può tuttavia auspicare che il contratto collettivo di lavoro, stipulato non esclusivamente da organizzazioni sindacali nazionali, ma per aziende o per gruppi di aziende, diverrebbe molto più idoneo a tener conto delle esigenze dei lavoratori e dalla produzione, secondo le diverse e mutevoli condizioni economiche dei diversi rami di questa e delle varie parti del paese, cosicché si eviterebbero pericolose rigidezze nella determinazione dei salari e delle altre condizioni di lavoro.
L’organizzazione sindacale dei lavoratori, sarà anzi uno degli elementi fondamentali della nuova costruzione sociale repubblicana, BASATA SULLA CONCEZIONE MUSSOLINIANA DI ELEVARE IL LAVORO E FARLO PARTECIPARE ALLA VITA DELLA NAZIONE E DELLO STATO, poiché avrà al disopra dei presupposti indispensabili della efficienza governativa, della funzionalità assistenziale tutelatrice del lavoro, assidua, realistica, immediata, umana, dirigendola e controllandola, con la immissione all’Amministrazione Aziendale, alla partecipazione piena nei Consigli Provinciali dell’Economia Corporativa e dell’Economia Nazionale, piena capacità rappresentativa del lavoro nello Stato dei produttori.
Il sindacato dovrà vivere attraverso la designazione dal basso, che è uno degli elementi del sistema elettivo, che deve relazionare gli uomini preposti alla dirigenza, fino alle massime cariche nazionali.
Inoltre i sindacati conserverebbero oltre le loro specifiche funzioni quelle dell’assistenza spirituale e della preparazione professionale.
Il sindacato è la palestra nella quale si formano e si discutono la richieste, che attuano le realizzazioni sociali, onde esse non solo siano apprezzate, ma entrino nella coscienza dei lavoratori per stimolare il senso del collettivo e del sociale.
Ma conserverebbero soprattutto, e potenzierebbero una funzione politica, in quanto dovrebbero trovare nelle organizzazioni, la guida allo assolvimento dei compiti loro riservati nella vita dello Stato, costituendo l’anello di congiunzione tra il sindacato e gli organismi corporativi, per collaborare nell’attività politico-economica degli organi stessi dei quali eleggono i quadri.
Non sembra invece che il sindacato debba essere chiamato a svolgere, direttamente, compiti specificatamente  economici, attraverso attività di produzione e di distribuzione, come nell’ultima fase della precedente esperienza corporativa. Al contrario l’organizzazione del sindacato deve rimanere genuinamente un’associazione, nella quale gli associati trovino la possibilità di esprimere il proprio pensiero, di eleggere i propri dirigenti, di formare e di formulare il loro indirizzo politico: in sintesi, UN ORGANISMO CON FUNZIONE POLITICO-SOCIALE E DI INDIRIZZO ECONOMICO, NON DI ATTIVITA’ PRODUTTIVISTICA.
Perché tale azione delle Associazioni Sindacali posano riuscire fruttuose, giova guardarsi, però, da un errore nella quale la precedente esperienza sindacale-corporativa è caduta, malgrado i disperati tentativi compiuti per liberarsene: l’errore cioè, dell’eccessivo potenziamento di organismi sindacali centrali portati inevitabilmente a burocratizzarsi   e ad opprimere con la centralizzazione le associazioni di categoria, mezzi di espressione delle varie categorie.
E’ necessario cioè, che alle associazioni sindacali sia lasciata la possibilità di spingere la loro azione con un’organizzazione capillare, quando mai perfezionata, sino alle estreme propaggini del mondo del lavoro offrendo a questo, attraverso un organizzazione elettiva la possibilità di esprimere le sue esigenze e tutelandone gli interessi secondo la necessità variabile da lungo a luogo e da ramo a ramo della organizzazione produttiva.
STRESA   5 NOVEMBRE  1943

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