25 aprile 2015: Non è festa per Te.

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25 aprile 2015: Non è festa per Te.

Messaggio  Admin il Ven 24 Apr 2015, 22:37

Nel settantesimo anniversario dalla fine del 2° conflitto mondiale riportiamo il pensiero di Giorgio Almirante, pubblicato il 24 aprile 1955 dal “Secolo d’Italia”, quotidiano del Movimento Sociale Italiano.

Nonostante il Fini-to e tanti suoi seguaci, e no, noi Fascisti, ancora oggi riteniamo poter condividere quel pensiero, restando fedeli ad una idea che non perderà mai il suo splendore.    

Non è festa

Dunque, domani è festa.
La legge del mio Stato comanda che domani sia festa. La legge della mia moralità, del mio carattere, della mia vita, la legge del sangue comanda che domani sia giornata di lutto.

Se obbedisco allo Stato vengo meno a me stesso. Se obbedisco a me stesso, lo Stato mi pone di fronte ad una silenziosa e tremenda alternativa; andarmene a cercare libertà altrove, subire in Patria la costrizione altrui.

Alla medesima alternativa furono posti di fronte gli antifascisti, e se ne andarono, anteponendo - secondo il loro costume - la libertà alla Patria. Ma lo Stato di allora aveva il coraggio delle proprie posizioni. Si dichiarava fascista e antidemocratico.

Diceva di volersi costituire a regime. Toglieva in libertà quello che aggiungeva in stabilità. Toglieva in democrazia quello che garantiva in ordine. Era un sistema, in se stesso coerente, con gli avversari duro ma leale.

Lo Stato di oggi è ipocrita: non per nulla sue levatrici furono De Gasperi e Togliatti.
Lo Stato di oggi mi comanda di festeggiare l'avvento della libertà nel momento stesso in cui mi toglie la libertà più elementare e più umana: quella di non far festa quando il mio cuore e la mia mente sono in lutto. E poiché non è nostro costume anteporre la libertà (vale a dire la legge dei comodi propri) alla Patria, poiché tra i fascisti nessuno ha reclutato fuoriusciti, questo Stato ci pone dinanzi ad una alternativa fittizia e ad una costrizione reale: bisogna accettare la legge democratica, vale a dire la legge del più forte:, e, in attesa di tempi migliori (che verranno!), spiegare sospirando ai nostri figli, che non videro la tragedia ma vedono ignari il pianto, che domani ci sono le bandiere alle finestre perché la strage dei nostri amici più cari è festa per la Nazione.

Dunque, domani è festa; ma è la festa della non libertà. È la festa del regime antifascista, succeduto in virtù delle armi straniere al regime fascista. Ogni regime sceglie le sue feste e i suoi decennali; e così si qualifica. Padronissimi gli antifascisti di qualificarsi come «quelli del 25 aprile». Se ragionassimo come uomini di parte, diremmo: accomodatevi. Se mirassimo soltanto al nostro utile politico, penseremmo: che fortuna, poterci distinguere da loro sul metro del 25 aprile, di una data che la pubblica opinione non solo italiana ma mondiale non disgiungerà mai dagli orridi ceffi degli assassini comunisti di Piazzale Loreto!

Scegliete, antifascisti, le compagnie che preferite; ma dopo averle scelte non lagnatevi se l'inesorabile: ...e ti dirò chi sei - vi raggiungerà. Celebri il 25 aprile? Walter Audisio* è la tua compagnia. Sei degno di Walter Audisio. Voi ponete noi davanti ad una costrizione fisica e giuridica. Noi siamo molto più forti: vi teniamo chiusi in una galera morale, dalla quale non uscirete se non quando avrete avuto il coraggio di spezzare i legami ciellenisti.

E smettetela di far danzare, sul fondo del caleidoscopio della vostra storiografia di comodo, la stolida teoria delle «ombre». Se Audisio fu soltanto un'ombra, se ombre, vale a dire eccezioni, furono Moranino, Moscatelli, Ortona, Gorrieri* e tutti gli altri innumerevoli delinquenti comuni, la luce qual’è, qual’è - dov'è? – la regola positiva?

Sono passati dieci anni: la metà di un Ventennio. Avanti, resistenti: mostrateci lo spiraglio di luce in mezzo a così fitte tenebre di sangue. Dimostrate di aver fatto, davvero, una rivoluzione. Storicamente, se non moralmente, la rivoluzione può giustificare anche il sangue. La rivoluzione francese ne versò: meno di voi, ma ne versò tanto. Nessuno ha redento i massacratori di allora dalle loro colpe; orrida è tuttora la memoria della maggior parte di essi; ma la rivoluzione c'è stata e ha manifestato, anche negli errori, la sua grandezza. Ha lasciato dottrine, leggi, una sua moralità, un suo costume, sue tradizioni. Alcuni tra i suoi protagonisti giganteggiano.

Nel decennale della «resistenza», vorremmo essere invitati non soltanto alla celebrazione dei massacri, ma anche alla constatazione delle mete rivoluzionarie raggiunte, al bilancio delle positive realizzazioni.

Quale Italia abbiamo intorno a noi dopo un mezzo Ventennio di codesta rivoluzioncina da grand-guignol? Ad esser benevoli nella interpretazione, a voler mettere accanto - e ne chiediamo venia- un De Gasperi ad un Orlando, uno Scelba ad un Don Sturzo, ci hanno restituito, rimpicciolendola, l'Italia prefascista: stessi errori, stessi metodi, stesse debolezze, stessa crisi di sistema, stesso equivoco di fondo. Con la giunta di un formidabile partito comunista e d'un partito democristiano monopolista dell'intrallazzo.

Il Parlamento è quel che fu: peggiorato. Il disordine legislativo è quel che fu: aggravato. L'incertezza giuridica è quella che fu: accentuata. Il marasma sociale è quel che fu: esasperato. Lo Stato è nave con troppi nocchieri in gran tempesta. Arbitri assoluti, inarco della scelta del Presidente della Repubblica, sono i direttivi dei partiti politici. Nella più alta Assemblea suonano parole di incitamento pubblico al tradimento e alla diserzione. In entrambi i rami del Parlamento siedono numerosi i pregiudicati per reati comuni. La Costituzione, che pur tanto sangue costò, giace inevasa e negletta. A nessuna solida riforma si è posta mano. Contro la marea montante della disoccupazione nessun argine sociale; nessuna diga economica contro le speculazioni pi ù folli e sfrontate. Eserciti sovversivi liberamente organizzati sotto gli occhi del potere costituito. Scandali a catena e scioperi a singhiozzo. Il senso morale in frantumi. La gioventù preda dei mali esempi. Le peggiori mode straniere dilaganti. Cristo rimosso dalle scuole cui la tirannide l'aveva restituito: il marxismo in cattedra. Riaperta nelle coscienze la questione religiosa: Guelfi e Ghibellini in piazza. Diviso ogni comune, ogni borgo: contaminata della peggior politica l'amministrazione. Regionalizzata l'Italia, insidiata l'unità nazionale. La dignità della Patria svilita da mandrie di sciuscià promossi alla vita politica. Insuperbito qualsiasi predone straniero dalla possibilità di manomettere le carni martoriate d'Italia.

Quale di tali successi celebrerete domani, o «resistenti»? Bando alle ipocrisie: voi vi accingete a celebrare soltanto il vostro personale successo, voi festeggiate l'ambizione per venti anni repressa e in un decennio scatenata, voi vi compiacete fino ai narcisismo per il potere politico finalmente conquistato, voi brindate alla poltrona in coppe piene di sangue italiano.

E non ci dite che dei morti avete rispetto. Consentiteci di dirvi che persino dei vostri morti abbiamo più rispetto di voi. I morti, nostri e vostri, vogliono silenzio; vogliono pace. Avete offeso chi in buona fede cadde dieci anni fa nelle vostre file, perché - ottimi discepoli di Roosevelt - avete tradito i solenni impegni di allora. Non li offendete ancora. Quel che di spontaneo o di generoso poté esservi dalla vostra parte non merita il postumo oltraggio della celebrazione da parte di Audisio o di Sereni.

Tacete, dunque. Domani - la carità di Patria comanda più della legge antifascista - non è festa.

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