G. Fini (TO) IL MALE ASSOLUTO C’E’ L’HA DENTRO DI SE.

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G. Fini (TO) IL MALE ASSOLUTO C’E’ L’HA DENTRO DI SE.

Messaggio  Admin il Gio 09 Mar 2017, 20:17


25 febbraio 2017: Appena una settimana fa gli organi di informazione parlavano del sequestro di beni a carico di Giancarlo e Elisabetta Tuliani, e nel contempo dell’avviso di garanzia che aveva raggiunto Fini (to), per riciclaggio. Il quale vigliaccamente, in una intervista sulle disavventure  giudiziarie della famiglia della moglie, ha tenuto a ribadire di non essere <>, sostenendo «Se la vedranno loro e la magistratura: cosa c’entro io?».

Una vigliaccheria alla quale Gianfranco, ci aveva abituati già nei suoi comportamenti giovanili, quando anziché fare (la gavetta) restava a scodinzolare dietro la porta del capo. Capo che, sbagliando, le consegno la più perseguitata comunità politica, la quale in questa falsa “democrazia” seppe resiste alle più dure nefandezze, dal massacro dei propri militanti, alla scissione dall’alto e mai seguita dalla base, per poi finire con le infauste abiure che hanno portato alle avventure, di An e Pdl per concludersi con il Ffl.  

Avventure che nascondevano un progetto ben definito. Distruggere la comunità MISSINA, e asservire quello che ne restava al sionismo internazionale, derubandola del suo  consistente patrimonio.

Era l’estate del 2010, quando si avvio una campagna giornalistica su “Libero” e il “Giornale” Diretto da Vittorio Feltri, il quale seppe dal giornalista Livio Caputo, che nel luglio 2008 Fini (to) aveva svenduto (per 300 mila euro) un appartamento sito a Montecarlo in Boulevard Principesse Charlotte 14, donato ad Alleanza nazionale per testamento, dalla contessa bergamasca Anna Maria Colleoni, morta il 12 giugno 1999, un lascito che ammontava a oltre 7miliardi di vecchie lire, e che, come afferma Paolo Fabri (nipote della Colleoni), doveva servisse a finanziare attività in cui lei credeva. Nel 2010 Fabri, dichiarava ai cronisti:  «Io so quello che leggo sui giornali, non so dire quanto valeva la casa a Montecarlo, o che gioco si è giocato sui terreni a Monterotondo, da agricoli divenuti edificabili. Ma se ciò che leggo è vero, beh, direi che l’eredità non è servita allo scopo al quale mia zia l’aveva vincolata, almeno moralmente».

Feltri, inizio ad incalzare l’allora  terza carica dello Stato mentre, il resto dell’informazione si mobilitò per smontare quanto riportava “il Giornale” pur di proteggere Fini (to) meritevole di appoggio in quanto, divenuto, anti-berlusconiano militante, il più duro fu Giuseppe D' Avanzo di “Repubblica”, (una specie di pm prestato all'editoria il quale coprì Feltri di insulti, affermando che inventava ogni schifezza per sputtanare addosso a Fini (to)).  

Diversamente la pensavano due esponenti de “La Destra” Roberto Bonasorte, il Camerata che presentò la Colleoni a Gianfranco Fini (to) prima che devolvesse ad An gran parte del suo patrimonio per "la buona causa", e Marco Di Andrea, i quali il 30 agosto 2010 presentarono alla Procura di Roma denuncia per truffa (in quanto la somma pagata - 300 mila euro - appariva molto al di sotto del valore di mercato dell’immobile), i quali affermarono: "Su questa storia vogliamo sollevare una questione politica", "ci devono spiegare chi ha diritto e chi no ai beni della vecchia Alleanza Nazionale la quale al momento della dissoluzione avvenuta il 29 marzo 2009 aveva un cospicuo patrimonio – settanta milioni di liquidità e una settantina di immobili (valore stimato di 3-400 milioni di euro)  – affidato alla gestione di un comitato di garanti che aveva il compito di traghettare l'eredità del partito entro il 2011 nella fondazione da chiamare “Alleanza nazionale”. “Nove ladroni” (visti i risultati) espressione delle vecchie correnti, che dopo la nascita del Pdl e la scissione del gruppo Futuro e libertà per l'Italia erano i seguenti: tre finiani (Egidio Digilio, Enzo Raisi e Donato Lamorte, amministratore unico delle tre società che gestiscono i beni immobili) contro i sei "lealisti" Pdl Antonino Caruso, Pierfrancesco Gamba, Maurizio Leo, Francesco Biava, Roberto Petri e Giuseppe Valentino, i quali nulla hanno fatto per contrastare la svendita dell’appartamento monecasco,

La denuncia dei Camerati, Bonasorte e Di Andrea, ha permesso di costatare, se c’era bisogno, l’asservimento della magistratura ai poteri occulti i quali avevano reso Fini (to) intoccabile, in quanto già scissionista, unitamente ad un mucchio di (parlamentari) spazzatura, asservitosi al Presidente della Repubblica  Napolitano (e al suo P.D.) per scacciare l’inutile governo Berlusconi,  dal quale fini (to) aveva preso le distanze.  

Proprio perché sicuro d’essere intoccabile a fine 2010, querela Vittorio Feltri  direttore de “Il Giornale” per diffamazione:
- Nel processo di primo grado Feltri fu condannato a 1500 euro di multa.
- Nel processo d’appello con  Fini (to) ormai signor nessuno, Feltri viene assolto.  
La colpa di Feltri, era quella di aver informato  gli italiani che, Alleanza Nazionale aveva svenduto un’appartamento nel principato di Montecarlo (arrecando un grave danno economico a quella che fu la comunità ex MISSINA) a una società offshore chiamata Printemps, che nell'ottobre 2008 lo rivende per 330 mila euro a un'altra società anonima caraibica, Timara Limited, presieduta da Giancarlo Tulliani che è fratello di Elisabetta, moglie di Fini (to).

Nonostante i tanti dubbi, i pm della capitale Giovanni Ferrara e Pierfilippo Laviani, titolari dell’indagini, da quanto denunciato dai Camerati, Bonasorte e Di Andrea,  avendo fretta di concludere le indagini con una nota annunciano che la vicenda della compravendita della casa di Montecarlo, ricevuta in eredità da Alleanza Nazionale e finita nelle mani di Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Fini (to), nel 2010 non aveva comportato “nessun artificio e raggiro “ ritenendo la “condotta di alienazione dell’immobile, decisa e attuata dal presidente dell’associazione/partito, rappresentante della stessa e titolato a disporre del suo patrimonio, pertanto avevano chiesto l’archiviazione  del procedimento penale ritenendo che non sussisteva nessuna truffa dietro la vendita di quell’immobile.  Aggiungendo che “il valore di mercato dell’immobile era triplicato al momento dell’alienazione rispetto a quello dichiarato ai fini successori (273mila euro), somma mai contestata dall’Agenzia dell’Entrate. Tale valutazione – rilevano i pm – è stata effettuata in astratto, senza tener conto delle condizioni concrete del bene, descritto dai testi come fatiscente.

Solo attraverso questo annuncio si scopri che l’ex presidente della Camera Gianfranco Fini (to) era indagato insieme all’ex tesoriere di An Francesco Pontone. Senza vergogna gli stessi organi di informazione che avevano occultato la notizia dell’indagine, danno voce al cooindagato Pontone il quale affermava: “Sono contento e soddisfatto. Chi iniziò questa azione sballata contro il Presidente della Camera Fini (to), la sua famiglia e contro me ha avuto cio’ che si meritava. Ora continua la battaglia politica contro quelli che si illudevano di poter bloccare l’azione del Presidente della Camera dei Deputati”.

Di tenore diverso fu il commento di Feltri, che a suo tempo aveva infierito considerevolmente su Fini (to). Il direttore de “Il Giornale” ha dichiarato di non aver compreso la decisione della procura, auspicando comunque un’ulteriore chiarimento che possa rivelarsi esaustivo agli occhi degli italiani.

A darci ragione, oggi, sono le croniche.

Ci sono voluti sette anni (pochi in confronto all’eternità) per smontare la finta indagine del 2010, a farlo è la pm Barbara Sargenti, la quale ha mosso l’accusa  all’ex  leader di Alleanza Nazionale  di riciclaggio, a questo proposito gli è stato consegnato un avviso di garanzia nell'ambito dell'inchiesta che ha portato (il Scico) la Guardia di Finanza a sequestrare beni per 5 milioni di euro degli oltre 7 che secondo la Guardia di Finanza la famiglia della moglie Elisabetta Tulliani, ha accumulato nel giro del riciclaggio. L'iscrizione nel registro degli indagati di Fini (to), secondo quanto si apprende, scaturisce dalle perquisizioni a carico di Sergio e Giancarlo Tulliani eseguite a dicembre 2016. Gli accertamenti bancari e finanziari sui rapporti intestati alla famiglia Tulliani, avrebbero, infatti, portato alla luce, diverse e nuove condotte di riciclaggio, reimpiego ed autoriciclaggio posti in essere da Sergio, Giancarlo, Elisabetta Tulliani unitamente con Gianfranco Fini (to).


Finalmente! La Procura di Roma pone in essere un’indaine vera, un’indagine a 360gradi dalla quale la comunità degli ex missini attende risposte, fra cui quella di conoscere i motivi della volatilizzazione del patrimonio che fu del M.S.I.
L’inchiesta è all’inizio, e difficilmente si potrà chiudere solo sul filone del riciclaggio e dell’autoriciclaggio (di questo sono accusati Elisabetta e Giancarlo per la vendita monegasca già al centro di una indagine che nel 2010 lambì l'ex presidente della Camera, Gianfranco Fini (to)). In particolare, secondo quanto accertato dai pm di Roma, Giancarlo Tulliani avrebbe messo a disposizione di uno degli arrestati, Rudolf Baetsen, legato all'imprenditore Corallo, due società offshore che secondo le indagini ha provveduto a creare interamente lo stesso Corallo, per poter far transitare i soldi destinati alle Antille. In base all'impianto accusatorio Baetsen si sarebbe mosso per finanziare l'acquisto dell'appartamento di Montecarlo che era stato di proprietà di Alleanza Nazionale attraverso tre società offshore riconducibili a Giancarlo Tulliani. I pm si stanno chiedendo, perché da Corallo sono arrivati ai Tulliani più di 4 milioni in pochi anni. A che titolo? I magistrati scrivono che è stata creata documentazione fittizia per motivare quei pagamenti, con consulenze mai fatte e che non avrebbero mai potuto fare i Tulliani. Allora perché Corallo pagò, e addirittura versò a Elisabetta e Giancarlo 2 milioni per fare diventare i due suoi soci nella holding del gioco d’azzardo (dovevano prendere il 10% per quella cifra, poi il progetto fu scartato ma loro si tennero i soldi e li investirono in case)?

I magistrati individuano un favore che vale quella cifra: il pressing fatto da uomini di Fini (to) sull’allora direttore dei Monopoli di Stato, Giorgio Tino, per ritirare una contestazione che avrebbe messo ko le società di Corallo. Spiegano che l’imprenditore aveva rapporti amicali con Fini, non con i Tulliani, e che fu l’ex presidente della Camera a presentargli la famiglia.

Non ci sono prove - a parte quelle logiche - che i fatti siano collegati: i finiani fecero quel favore e l’imprenditore lo ripagò con la generosità verso i Tulliani.
A rinsaldare il legame tra Fini (to), il capo del colosso del gioco Atlantis, Francesco Corallo, e la famiglia Tulliani sarebbe stato lo stesso ex presidente di An. Un rapporto solido sin dalla vacanza che Fini (to) si è concesso sull'isola di Saint Marteen, ospite proprio di Corallo, nel 2004. Sempre lui l'anno dopo si è speso più volte per agevolare i rapporti tra la Atlantis e i monopoli, come confermato dall'interrogatorio dell'ex parlamentare Amedeo Laboccetta. Ed è stato sempre Fini nel 2007 a cercare di far concludere un affare immobiliare a Giancarlo Tulliani fratello della sua partner Elisabetta presentandolo a  Laboccetta come intermediario per l’acquisto di una proprietà in Roma cui era interessata la società concessionaria di Corallo. A mettere nero su bianco è il Gip Simonetta D'Alessandro che tira in ballo Fini (to) e il parlamentare del Pdl, Amedeo Laboccetta, anche lui coinvolto nell'inchiesta. Scrivendo: "Tra il 2006 e il 2007, l'on. Gianfranco Fini (to) cercò di far concludere un affare immobiliare a Giancarlo Tulliani, fratello della compagna Elisabetta, presentandolo a Laboccetta come intermediario per l'acquisto di una proprietà in Roma cui era interessata la società concessionaria di Corallo". L'affare, però, non si sarebbe concluso proprio per l'opposizione del parlamentare: "Laboccetta ostacolò l'operazione immobiliare non ritenendola adeguata e ciò non fu gradito all'on. Fini (to) che minacciò di ostacolare, per ritorsione, le sue ambizioni politiche". Il gip, dunque, parla chiaro e tondo di minacce di Fini (to) a Laboccetta, che rischiava di essere "cacciato" dal partito per ragioni non politiche, ma affaristiche e personali.

Da qui il sospetto della procura, il quale diventa di giorno in giorno sempre più convinzione su quanto Fini (to) e le cariche da lui ricoperte, da vicepremier a presidente della Camera, siano state la calamita che ha attratto Corallo ai Tulliani. Il gip scrive: "l'obiettivo di Corallo fosse altro dai Tulliani, si desume per tabulas: Corallo è il titolare di un'impresa colossale, i Tulliani una famiglia della piccolissima borghesia romana". Intanto Fini (to) era "una figura istituzionale di elevato rilievo". L'incrocio di questi tre fili non può che innescare interessi di "estrema delicatezza", considerando anche che le tracce di dazioni di denaro vengono lasciate "in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo". Sulle carte ne compaiono almeno due: il 39 e il 78 del 2009.

Intrecci che dimostrano la forte predisposizione a delinquere di Fini (to), il quale, dopo aver TRADITO la comunità MISSINA ha usato la sua posizione politica per ricattare e derubare.  

La pm Barbara Sargenti nella richiesta di sequestro preventivo dei beni, scrive che i Tulliani grazie a Fini (to)  avevano  instaurato "rapporti con Corallo ‘imperatore’ del gioco d’azzardo elettronico”. E ancora, che "conoscevano l'attività della concessionaria Atlantis/Bplus, il cui rappresentante legale era Amedeo Laboccetta (ex parlamentare, arrestato insieme a Corallo), persona che conoscevano e frequentavano, attesi i rapporti politici tra quest'ultimo e Fini (to)".  Rapporti che Laboccetta ha ricostruito nell'interrogatorio del 16 dicembre 2016. L’attività illecita si concretizzava nell’utilizzo impropri  dei rapporti bancari, accesi in Italia e alla estero. Oggetto di queste vorticose operazioni, tra l'altro, sono stati 2,4milioni di euro, direttamente ricevuti da Corallo e, successivamente, trasferiti da Sergio Tulliani ai figli Giancarlo ed Elisabetta per essere reimpiegati in acquisizioni immobiliari nel comprensorio di Roma e provincia.

Il pubblico ministero titolare dell’inchiesta è ancora più chiaro firmando il decreto di sequestro a carico di Giancarlo Tulliani, oltre a segnalare il rischio di un imminente trasferimento all’estero (dal Montepaschi a una banca di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti) di una grossa somma «da considerare corpo del reato di riciclaggio», ricostruisce incidentalmente anche l’ultimo anello della catena relativa alla casa di Montecarlo. E, fra l’altro, scrive che 40 giorni dopo la vendita molto remunerativa dell’appartamento che ha portato in cassa a Elisabetta (e anche a beneficio di Fini (to) che vive con lei) 739 mila euro, attraverso due bonifici effettuati dal fratello: uno «il 24 novembre 2015  che addebitata la somma di 290mila euro, nel conto corrente acceso presso Mps intestato a Elisabetta Tulliani; e il 10 dicembre 2015  la somma di 449mila euro, trasferiti allo stesso conto corrente

E’ la magistratura, la stessa che in altri momenti ha protetto fini (to) a discapito della verità, e di tutti gli ormai ex MISSINI ad affermare che la vendita dell’appartamento di Montecarlo  era una truffa a danno della comunità degli ex MISSINI. Alla verità ci si arriva non per una riapertura della vecchia inchiesta, ma per l’inchiesta che la procura di Milano stava conducendo su Corallo, il re delle slot machine.

Dalla l’inchiesta salta definitivamente fuori la verità sulla casa di Montecarlo: l’operazione è stata fatta non solo dal cognato - come si era scritto - ma anche da Elisabetta, che alla fine ha goduto del 50% della clamorosa plusvalenza di un milione e 360mila di euro, che deriva dalla vendita dell'appartamento di Montecarlo, già di proprietà di Alleanza Nazionale avvenuta il 15 ottobre 2015, di cui erano divenuti proprietari, di fatto, i fratelli Tulliani, a spese di Corallo. I documenti sulla casa di Montecarlo vengono trovati nella memoria di un hard disk sequestrato a Corallo a fine 2014 e in analogo sequestro compiuto a casa di Giancarlo Tulliani nel dicembre 2016. Materiale freschissimo, che inchioda i protagonisti e rende impossibile il fatto che Fini (to) non conoscesse l’operazione dal primo giorno. Alla fine è a casa sua che sono arrivati i soldi.

Fini (to) era a conoscenza di quando stava avvenendo già dal 2008, come gli investigatori hanno ricostruito a partire da un fax sequestrato dagli investigatori nel quale si riscontrano le comunicazioni intercorse fra Corallo e il fiduciario di Tulliani jr nella Printemps Ltd, la società registrata nel paradiso fiscale di Saint Lucia, dove aveva perfezionato la prima compravendita della casa di Montecarlo. Fra i documenti trasmessi via fax c’erano le copie dei passaporti sia di Giancarlo che di Elisabetta Tulliani.

Il procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, nel corso di una conferenza stampa spiega che Giancarlo e Sergio Tulliani "sono indagati per riciclaggio di denaro, che in parte è stato utilizzato per l'acquisto dell'appartamento di Montecarlo". Nel 2009, i Tulliani avrebbero ricevuto sui loro conti correnti, secondo l'accusa, una somma complessiva di circa 2,7 milioni, versata in due tranche, da parte di Francesco Corallo, principale indagato dell'inchiesta.

D'altra parte, gli atti dell’inchiesta sul riciclaggio internazionale dimostrano che è stato orchestrato nella villa di Corallo, sull’isola di Sint Maarten, come figura dai verbali della perquisizione subita dallo stesso “imperatore” del gioco d’azzardo elettronico nel 2012, a Roma, in una fase precedente delle interminabili indagini sul suo conto, i Tulliani sarebbero divenuti suoi  strumenti.

La comunità TRADITA addita in Fini (to), quello:
- del male assoluto;
- delle abiure;
- senza ideali;
- che il 7 dicembre 2010 intervistato da Enrico Mentana su La7, parlando della casa a Montecarlo, assicurava di non aver «nulla da temere e nulla da nascondere»;
- che tenta di minimizzare l’'avviso di garanzia che ha ricevuto dichiarando “è un atto dovuto”.
- che nonostante abbia provato più volte a tornare con idee e sigle più disparate dice che: "Non ha nessuna intenzione di tornare all'attività politica”.
Questo verme: che da falso Fascista, a ottenuto incarichi non meritati, che gli hanno permesso di vivere una vita nel lusso, che per la lunga carriera  parlamentare gli ha fruttato una maxi liquidazione, pari a 260 mila euro, come pure una consistente indennità mensile.
Che da falso Fascista, ha accumulato diversi milioni di euro sul conto corrente del Banco di Napoli, da dove nel 2014 prelevò un milione per trasferirlo sul un conto al Monte dei paschi di Siena, per poi investirlo in tre assicurazioni sulla vita: una "proposta di polizza" da 95 mila euro datata 2 luglio e nello stesso giorno due polizze da 450 mila euro con le due figlie Carolina e Martina, chiamate quali beneficiarie. Sempre dal conto di Fini (to) presso il Banco di Napoli, agenzia interna della Camera viene emesso un bonifico che trasferisce  800 mila euro  sul conto Unicredit intestato a Elisabetta Tuliani.

Questo è stato un politico dalle mani pulite, o un vile ominicchio?
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