NASCE IL PRIMO FASCIO DI COMBATTIMENTO

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NASCE IL PRIMO FASCIO DI COMBATTIMENTO

Messaggio  Admin il Sab 27 Set 2008, 09:22

Benito Mussolini, il 23 marzo 1919, in un ufficio commerciale di piazza S. Sepolcro indisse una assemblea di seguaci che comprendevano un po’ tutte le categorie, e fondò i primi Fasci di Combattimento. Non erano in molti, ma tra quei sessanta aderenti parecchi avevano di già un nome conosciuto come Arturo Marpicati, Primo Conti, Martinetti, Bianchi, Bruno Corra, Achille Funi, Gino Rocca. Aderirono a quella riunione e ne accettarono le conclusioni anche se assenti Leandro Arpinati, Mario e Guido Bergamo. I postulati che Mussolini dettò furono del tutto contingentali: lotta ad oltranza al Socialismo perché antitaliano; sostenere all’interno a all’estero il valore della vittoria militare, appoggio ai diritti del lavoro, scartando ogni difesa degli interresi della borghesia; elezione di una costituente per una riforma istituzionale; rappresentanza delle categorie; valorizzazione della volontà.
Il fenomeno fascista trasse energia dalla dilagante forza rivoluzionaria rossa perciò, non a torto, alcuni storici hanno catalogato la sua azione tra le contro-rivoluzioni bolsceviche.
I movimenti basilari, denunciati dallo stesso crescente movimento dei fasci di combattimento, furono: sostenere all’interno e all’estero il valore della vittoria raggiunta con eroici sacrifici;fermare la marea di disfattismo e bolscevizzante che paralizzava la vita civile e politica del Paese; sostituire al potere la vecchia ed imbelle classe dirigente con una forza nuova capace di rivoluzionare istituzioni, costumi e metodi e di inserire il popolo nello Stato attraverso la collaborazione anziché la lotta di classe.
Ma, per avere un’idea chiara e nel contempo una spiegazione dell’affermazione del Fascismo, bisogna tracciare, anche se per sommi capi, il quadro della tragica situazione dell’Italia di allora.
L’ostilità dagli alleati, non solo non concedeva all’Italia un ettaro di terra delle Colonie tedesche, ma la bistrattava, la derideva, la mortificava per le rivendicazioni territoriali sull’Alto Adice, Fiume e Dalmazia. Orlando riceveva, a proposito di Fiume,un messaggio offensivo dal Paranoico Wilson, - quello stesso Wilson che era stato osannato dal popolo come salvatore d’Italia -, tanto che, indignato, era stato costretto ad abbandonare la Conferenza della pace, provocando la protesta del popolo italiano sulle piazze d’Italia per il mancato riconoscimento da parte dell’America del Patto di Londra, con il pieno compiacimento dei franco-inglesi. Né il gesto di Orlando, né le proteste del popolo trovarono riscontro nell’atteggiamento del Parlamento, dove le coalizioni politiche, con inaudita incoscienza in un momento cosi drammatico per la Nazione, si preparavano a rovesciare il Governo.
A maggior mortificazione del popolo italiano Orlando fu costretto a ritornare a Parigi ed accettare le conclusioni di Versailles. Erano state promesse vuote quelle fatte dagli alleati con il Patto di Londra e gli Accordi di S. Giovanni di Moriana. Passato il percolo, l’Italia, unico Stato della Triplice Intesa cosi malamente bistrattato, era ridiventata quella meschina espressione geografica a cui tutto si può fare perché priva di forza politica anche se, nel momento più cruciale della guerra, aveva salvatola Francia consentendole col suo intervento di utilizzare le forze schierate ai nostri confini; anche se aveva dato alla causa comune seicento mila morti; anche se aveva conquistato la vittoria con immensi sacrifici e con l’eroismo di tutto un popolo; anche se aveva determinato la vittoria sostituendo le forze russe in sfacelo.
Passato il percolo, l’Italia poteva anche non essere presente alla firma del trattato; l’Italia non era considerata degna, per la distribuzione dei frutti, di sedere tra i rappresentanti degli invincibili eserciti, che per loro postuma ammissione, senza l’intervento dell’Italia, avrebbero perduto la guerra.
Eppure l’Italia aveva tutto il diritto e il dovere di alzare la voce e di battere i pugni sul tavolo, di pretendere che si rispettassero i patti, ma per far ciò aveva bisogno di un uomo capace d’imporsi e non essere rappresentata da gente vittima di timidezze e di scatti lacrimogeni e isterici. Aveva bisogno di non avere all’Interno una situazione talmente disastrosa da obbligare Orlando a dimettersi per lasciare il posto ad un Nitti che, per seguire la tradizione, rinunciava all’offerta della Transcaucasia, anticamera del petrolio, e combatteva contro d’Annunzio, facendo dichiarare al suo Governo che Fiume non era italiana.
E sopratutto non doveva avere i mestatori della politica straniera degnamente rappresentata al parlamento i quali, facendo leva proprio su quella disfatta morale, stavano consegnando il Paese al bolscevismo.
Mentre Nitti si adagiava nel Gabinetto, detto <<Della Croce e del Triangolo>> per indicare il mostruoso connubio di clericali e di massoni, la Nazione andava verso il dissolvimento.
Il disordine e la insubordinazione scompaginavano tutta la struttura dello Stato annullandone il prestigio.


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