Tibet e comunismo: l’altra brutta faccia del capitalismo.

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Tibet e comunismo: l’altra brutta faccia del capitalismo.

Messaggio  Admin il Lun 09 Mar 2009, 22:44




Il 10 marzo 2009, cadrà il 50° anniversario della fallita rivolta che ha costretto alla fuga il XIV Dalai Lama in India. A Lhasa, e in ogni altro luogo del Tibet che ospita monasteri, ancora oggi, continuano manifestazioni di intolleranza da parte dei monaci nei confronti del popolo cinese.
I tibetani supportati da finanziatori occidentali hanno l’arroganza di esporre anche le città cinesi confinati ad atti di spicciolo terrorismo, a Golog, città della provincia di Qinghai, nella Cina occidentale, alcuni terroristi supportati dalla numerosa minoranza tibetana hanno lanciato alcune bottiglie molotov contro un’auto della polizia e un mezzo dei vigili del fuoco, per fortuna senza causare vittime.
La polizia cinese si era macchiata d’un orrendo crimine, aver fermato nel posto di blocco un residente tibetano.
Questi comportamenti di fatto autorizzano le autorità cinesi ad usare sistemi repressivi, mai usati nelle colonie dal fascismo, si ricorre sempre più ad ondate di rastrellamenti che portano a numerosissimi arresti, perlopiù di monaci. Arresti preventivi per evitare che si attuano altre protesta, come quelle del 14 marzo dell’anno scorso, a Lhasa.
Le associazioni dei tibetani in esilio intanto si lamentano. Secondo loro sarebbero oltre 1.200 i tibetani, tra cui decine di monaci e bambini, scomparsi dopo l’ultima protesta. L’allarmante dato è contenuto nel rapporto stilato da uno dei gruppi legato all’opposizione tibetana, ‘International Campaign for Tibet‘. Tibetani portati via in piena notte, incriminati sulla base di vaghe accuse di separatismo, in migliaia finiscono nelle carceri cinesi e alcuni non tornano più tornati.
Il documento, teso a far scalpore, arriva alla vigilia dell’atteso discorso che terrà il Dalai Lama. Il rapporto, basato su materiale vietato in Cina e su resoconti di testimoni rimasti anonimi per ovvie ragioni di sicurezza, parla di “brutali torture” subite dagli arrestati.
Di fatto in Tibet - secondo le denunce di organizzazioni di difesa dei diritti umani - l’immigrazione su larga scala di cinesi, aborti e sterilizzazione forzati stanno trasformando i tibetani in una minoranza.
Intanto il governo di Pechino prepara la festa del 28 marzo, per celebrare l’inglobamento del Tibet nella Repubblica Popolare Cinese.


Tibet: La Storia in miniatura.
Il Tibet, come l’Italia ha avuto un breve periodo d’indipendenza, posto sotto un regime teocratico accentrato nella figura del Dalai Lama, dal 13/o secolo, quando venne invaso dai mongoli, fino ad oggi, è finito nell’orbita cinese per lunghi periodi, pur alternando anni di autonomia ad anni di dominazione. Nel 18/o secolo la Cina impose il suo protettorato sul Tibet, mentre la Gran Bretagna cercava in ogni modo si sottoporla al proprio dominio affrancandola da Pechino.
Solo nel 1907 Londra e Mosca decisero che qualsiasi commercio con il Tibet avrebbe dovuto avere l’avallo di Pechino, che nel 1910 ne approfittò per invadere militarmente il Paese.
Di fatto però l’anno dopo i cinesi si ritirarono e il Tibet rimase nazione sostanzialmente padrona di sé fino ai primi anni Quaranta. Nel 1949, con Mao Ze Dong che proclamava la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, la situazione cambiò drammaticamente.
Nel 1950 i cinesi invasero il Tibet: nel ‘59 soffocarono nel sangue una rivolta contro il loro governo e costrinsero a fuggire in India il Dalai Lama, che ha continuato a rimanere il punto di riferimento per l’identita’ del Paese. Migliaia di tibetani furono massacrati, altre migliaia presero la via dell’esilio nei mesi successivi. Fonti indipendenti stimano in 1.200.000 i morti tra il 1950 e il 1990. Più del 90% dei monasteri vennero distrutti tra il 1965 e il 1968: dei 6.200 del 1950, nel 1970 ne rimanevano dieci.
Negli anni Ottanta sono cominciate parziali ricostruzioni e riaperture di monasteri e ufficialmente si e’ tornati alla libertà di religione, anche se monaci e monache hanno spesso dovuto affrontare nuove persecuzioni.

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