22 ottobre 2017: La Lombardia e il Veneto chiamano i rispettivi – ignari – Popoli al voto. Ancora un attacco al Unità Nazionale.

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22 ottobre 2017: La Lombardia e il Veneto chiamano i rispettivi – ignari – Popoli al voto. Ancora un attacco al Unità Nazionale.

Messaggio  Admin il Sab 21 Ott 2017, 01:19


Eppure questi due Popoli hanno toccato con mano i danni che le Regioni hanno prodotto in questi  47 anni

Per questo l’astensione è d’obbligo!

La regionalizzazione dello Stato italiano fu decisa dagli antifascisti, nell'Assemblea Costituente nel 1947. Allora erano favorevoli all’istituzione delle Regioni i democristiani, i quali manifestavano decise tendenze federaliste, e i repubblicani, mentre si dichiararono contrari i socialisti, e i gruppi di destra, sebbene Luigi Einaudi avesse manifestato qualche interesse filo-regionalista. Indeciso era il partito comunista, che fra altro ha condiviso l’intervento dell’allora Ministro (DC) Gullo il quale assunse il compito di pronunciare il discorso di maggiore impegno antiregionalista in senso sociale che sia mai stato pronunciato in parlamento. Riferendosi, in particolare, ai contadini della sua Calabria, l'On. Gullo rilevò che una riforma agraria non avrebbe avuto mai senso se non avesse avuto carattere nazionale; e dichiarò polemicamente che non gli era mai accaduto di sentire invocare la costituzione delle Regioni da parte dei lavoratori della terra.

La riforma regionale, comunque passò alla Costituente e fu inserita nel Titolo V della Costituzione. Come tutte le altre norme costituzionali, anch'essa fu il frutto di dettature e compromessi: i democristiani rinunciarono alle più avanzate spinte federalistiche, i comunisti rinunciarono in parte alla loro opposizione di principio alla regionalizzazione dello Stato. La verità era che tanto gli uni quanto gli altri guardavano alle ormai non lontane elezioni politiche del 1948, e poiché incerti circa il risultato finale dal punto di vista nazionale, volevano, garantirsi delle salvaguardie politiche a livello locate.
I socialisti, invece sentendosi esclusi dalla lotta diretta per il potere si mantenevano per allora fedeli alle tradizioni del marxismo, dichiarandosi  irriducibilmente contrari alla disarticolazione dello Stato. Celebre fu allora la frase dell’On. Nenni, secondo il quale costituire le Regioni significava ridurre l'Italia in pillole.

La situazione mutò radicalmente subito dopo le elezioni del 1948. Battute clamorosamente dalla DC, le sinistre si improvvisarono regionaliste ad oltranza, con sorprendente cinismo dimenticarono i principi e le solenni dichiarazioni di pochi mesi prima, e iniziarono subito la battaglia in Parlamento per richiamare il Governo al rispetto degli impegni costituzionali che secondo una norma transitoria, imponevano la costituzione delle Regioni a statuto ordinario entro un anno dalla promulgazione della Costituzione.

Da allora  - a ragione – trascorsero  più di venti anni, nel corso dei quali la battaglia delle sinistre per le Regioni è stata sempre il primo punto del loro programma.

Finché dal punto di vista nazionale hanno prevalso formule di più o meno  aperta chiusura alle sinistre, la costituzione delle Regioni non ha fatto un passo avanti, anche se fin dal 1953 era stata approvata la legge quadro per il funzionamento dei Consigli Regionali a statuto ordinario.

Cambiato il corso politico della democristiana, si determino lo spostamento a sinistra che portò, pure, a cambiare le priorità del Paese. Le Regioni  divennero di attualità. Nel 1962, al tempo del primo Governo di centro sinistra capeggiato dall’On. Fanfani, venne approvata la legge costituzionale istitutiva della Regione speciale Friuli-Venezia Giulia, nel  mentre attraverso le tappe rappresentate dalle diverse Commissioni di studio per la soluzione del problema finanziario regionale si portava avanti la istituzione delle Regioni a statuto ordinario.
L'ostacolo obiettivo che aveva permesso di sbarrare la strada, per molti anni, alla riforma regionale, era rappresentato dal preoccupante costo delle Regioni, argomento che faceva grande presa sulla pubblica opinione, la quale, per l'appunto, era preoccupata per il maggiore aggravio che l’istituzione delle Regioni avrebbe rappresentato per tutti i contribuente.
Il primo Governo che si occupò del problema, per tentare di risolverlo fu – ed è questo un dato significativo – il Governo Fanfani delle <<-convergenze parallele->>, che sostenuto dai liberali, costituì la CommissioneTupini per lo studio della finanza regionale.
Le previsioni di questa Commissione furono ottimistiche, facendo ascendere, il costo delle Regioni a duecento miliardi l'anno, comprese le spese trasferite dallo Stato alle Regioni, mentre le spese relative al puro e semplice costo dell'esperimento regionale non sarebbe andato oltre i 70 miliardi all'anno. Quei dati apparvero subito poco seri, tant’è  che  una nuova Commissione, presieduta dal Presidente della Corte dei conti, Carbone, calcolò in 500 miliardi di lire l'anno il costo delle Regioni. Ma anche questi dati non furono presi sul serio e venne costituita dal Presidente del Consiglio Moro una terza Commissione, che per altro non ha presentato mai alcuna relazione né al Governo né al Parlamento. Finalmente si  giunse, al disegno di legge per la finanza regionale, con una previsione iniziale di spesa di 700 miliardi di lire l'anno, previsione che molti oratori di parte governativa hanno dichiarato esigua, perché il vero costo iniziale delle Regioni non poteva essere inferiore ai 1400-1500 miliardi l'anno.

Si deve notare la mancanza di serietà di tutte le previsioni, comprese le più recenti, è dimostrate da due considerazioni:
- non si voleva tener conto delle esperienze delle regioni a statuto speciale, le quali dicono con assoluta chiarezza che le previsioni suddette sono assolutamente inadeguate;
- quando si parla di spesa iniziale per il funzionamento delle Regioni, si vuole alludere alle Regioni nella prima fase, cioè nella fase precedente a quella legislativa. Sarebbe come se si calcolasse il costo dell'Amministrazione dello Stato a prescindere dalla produzione legislativa del parlamento, la quale comporta oneri di spesa, con la salvaguardia però della necessaria copertura preventiva attraverso il disposto dell'Art.81 della Costituzione. Nel caso delle Regioni a statuto ordinario, la garanzia preventiva è saltata. Si dava l'avvio a 15 Parlamenti con il potere di legiferare su ben 18 materie previste dalla Costituzione; cioè si darà l'avvio a 18 nuove voci di spesa moltiplicate per 15, senza che la finanza dello Stato sia in alcun modo garantita. Ciò significava che dal momento che le Regioni cominciavano a legiferare,  sarebbe saltato virtualmente il Bilancio dello Stato, almeno in sede di preventivo.

Ma, come si è detto, i veri motivi per i quali si volevano le Regioni, erano di natura politica. La posizione delle sinistre era molto chiara. Essi volevano le Regioni nella certezza di poterne dominare almeno tre, e nella presunzione di potere indirettamente influire sul Governo di parecchie altre. Il piano tattico comunista consisteva, nel creare in periferia, come stato di necessità, quella <<-nuova maggioranza->> che tutte le sinistre volevano poi creare al centro. Anche il piano dei socialisti massimalisti fu chiaro, perché avevano resa pubblica la loro alleanza preventiva con i comunisti nelle Regioni orientate a sinistra, mentre nelle altre Regioni essi speravano di avvalersi del centro sinistra per governare assieme ai democristiani. Apparvero invece politicamente incomprensibili le posizioni dei repubblicani, dei socialdemocratici e dei democristiani, se si accentua la loro ala sinistra che era notoriamente sempre d'accordo con i comunisti. Repubblicani e socialdemocratici avevano espresso in Parlamento le loro riserve sulla legge finanziaria regionale e sulla istituzione delle Regioni; ma subito dopo hanno acconsentito di entrare a far parte di un Governo che aveva come unico obbiettivo reale, la costituzione delle Regioni.

I DC dissero di voler le Regioni perchè questo è il loro antico programma; ma in realtà da una parte si lasciarono trascinare dalla loro sinistra e dall'altra si lasciarono corrompere dalla loro vecchia tradizione clientelare ritenendo che i centri di potere regionali potessero servire non a decentrare la pubblica amministrazione, ma a meglio ramificare le posizioni di potere della partitocrazia in genere e della DC in specie.

In realtà l’istituzione delle Regioni fu il più grosso regalo che il  regime democristiano parlamentare del dopo guerra abbia fatto ai comunisti.
Con la nascita dello Stato regionale venne a cadere lo Stato risorgimentale unitario, che bene o male aveva retto da 100 anni l'Italia nella buona e nella cattiva sorte, venne a cadere non solo lo stato di diritto, ma la certezza del diritto. Venne a cadere e ad infrangersi l'unità degli indirizzi legislativi. Venne meno ogni possibilità di programmazione economica in seno nazionale. Venne meno ogni reale possibilità di superare gli squilibri, perché era evidente che le Regioni più ricche con i loro egoismi si sarebbero arricchite ancor più a danno delle Regioni più povere.

Venne meno anche la possibilità, da parte dell'Italia, di far fronte agli impegni economici comunitari, perché avendo le Regioni, proprie competenze legislativa, non era facile obbligare le Regioni governate dai comunisti ad adempiere, nel quadro dell'unità nazionale, agli obblighi derivanti dal  Mercato Comune Europeo.

Nel 1989 le cose peggiorarono e di molto, nasce il “Caroccio”, nelle regione del nord le quali dopo essersi arricchite a discapito del resto dell’Italia gridavano “Roma ladrona” e “Secessione”.  Con questi slogan hanno conquistato i consensi elettorale per giungere al Governo della Nazione, approvando riforme che hanno spinto ad una maggiore spesa e di conseguenza ad una maggiore pressione fiscale.
Dopo aver commesso questi gravi errori, il 22 ottobre 2017 due Presidenti (leghisti) di regione Maroni (Lombardia), Zaia (Veneto), chiedono attraverso un referendum farsa, senza contraddittori, più autonomia per le loro regioni, cioè meno Italia.

Una iniziativa che deve essere contrastata con l’astensionismo e una forte contrapposizione politica.
Occorre che:
- risuonano le voci della Nazione, dello stato della unitaria società italiana;
- le manovre sovversive siano puntualmente smascherate e denunciate;
-Regione per Regione si contrasti la tentazione disgregante, riconducendo nell'interesse imperativo della Nazione l’entusiasmo di tutti i buoni italiani.
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